Lettera XXXV

NIZZA, 20 Marzo 1765

Caro Signore, - Essendo ormai la stagione molto avanzata, ed essendo il tempo divenuto tempestoso, rimasi poco tempo a Firenze, e

mi misi presto in viaggio per Pisa, con l’assoluta determinazione di prendere la strada più corta per Lerici, dove avremmo affittato una feluca per Genova.

Avevo un grande desiderio di vedere Livorno e Lucca; ma il timore di un viaggio invernale per mare in un’imbarcazione aperta frenò la curiosità. Per evitare il disagio di trasferire il bagaglio ad ogni stazione di posta, presi a nolo due carrozze per Pisa per due zecchini, e lì arrivammo alle sette di sera, sebbene non senza paura, dal momento che i calesse erano abbastanza aperti, e piovve per tutto il tragitto. Debbo riconoscere che ero così stanco della
tetra accoglienza che si incontra in ogni parte d’Italia, eccetto nelle grandi città, così avverso a navigare in quella stagione, e così innamorato di Pisa, che mi sarei di certo fermato per l’inverno, se non fossi stato separato dai miei libri, dalle mie comodità e dalle conoscenze che possedevo a Nizza; e presagii che il pensiero di effettuare un tale viaggio in primavera avrebbe macchiato la mia gioia durante la permanenza invernale. Così affittai di nuovo due diligenze per Lerici e proposi di sostare a Sarzana, dove ci era stato detto che avremmo trovato qualche posto abbastanza confortevole dove alloggiare, e poi partire il giorno successivo.

Il mattino della partenza piovve molto, ed il Cerchio, che in precedenza le diligenze avevano passato quasi senza bagnarsi le ruote, si era gonfiato e divenuto un fiume possente, profondo e rapidissimo. Con gran difficoltà convinsi mia moglie a salire sulla barca; ella era impaurita dalla tempesta che si avvicinava, insieme alla selvaggia rapidità della corrente del corso d’acqua, nonostante tutti gli sforzi di tranquillizzarla da parte dei marinai. Ci vollero quasi due ore per portare a bordo le diligenze.

La strada tra questo luogo e Poetra Santa era stata resa quasi impercorribile. Quando arrivammo a Massa, stava cominciando a scendere l’oscurità, e l’ufficiale postale ci assicurò che la strada verso Sarzana era stata inondata in una maniera tale che non poteva
essere transitata neppure durante il giorno senza correre gravi pericoli. Perciò prendemmo alloggio in quella casa, che era senz’altro una delle peggiori dove fossi mai entrato. Il giorno dopo trovammo il Magra in piena proprio come il Cerchio: riuscimmo comunque a passarlo senza patemi e nel pomeriggio arrivammo a Lerici. Fummo subito assediati da un nugolo di proprietari di feluche, tra i quali scelsi uno Spagnolo, sia perché sembrava un onest’uomo, e aveva mostrato un attestato firmato da un gentiluomo Inglese; sia perché non era un Italiano; mi ero imbevuto di un fortissimo pregiudizio nei confronti degli abitanti di questa nazione.

Ci imbarcammo al mattino prima del sorgere del sole e venimmo accolti sul pontile da una tremenda burrasca; quando dichiarammo la nostra volontà di circumnavigare il capo di Porto Venere, il capitano ci diede il vento nei denti, e fummo costretti a tornare nei nostri alloggi, ove venimmo vergognosamente derubati dal locandiere, che, nondimeno, non era una canaglia così terribile come l’ufficiale di posta, la cui casa consiglio a tutti i viaggiatori di evitare. Qui ebbi l’occasione di vedere con i miei occhi un esempio di parsimonia e di economia che dovrei certamente imitare se mi capitasse di viaggiare da solo. Un Inglese, che aveva affittato una feluca da Antibes a Livorno, era entrato in porto a causa del cattivo tempo; ma essendo stato avvisato dell’infima accoglienza dei locali, dormì a bordo della barca, sul suo materasso, dove consumò comodamente anche il pasto. Mandò saltuariamente il suo servo in città per acquistare delle provviste; regolarmente mangiò quindi sulla sua feluca nel periodo in cui noi eravamo nello stesso luogo, nell’albergo. Una
sera scese dall’imbarcazione, ma solo per sgranchirsi le gambe ed effettuare una solitaria passeggiata sulla spiaggia, evitandoci con grande cura, pur sapendo ch’eravamo Inglesi come lui; il valletto disse al mio servitore che il suo padrone aveva, in Francia, viaggiato con due gentiluomini Inglesi, che aveva incontrato per la strada, senza dire una sola parola, pur essendo uomo ammodo, mansueto, caritatevole e umanissimo.

Questo è in verità un carattere veramente Britannico. Al mattino ci rimettemmo in mare, e sebbene il vento fosse contrario, navigammo verso la città di Sestri di Levante, dove venimmo graziosamente ricevuti dal macellaio e dalla sua famiglia. La casa era messa molto meglio rispetto a prima; le persone erano più rispettose; trascorremmo una notte passabile e pagai volentieri il conto la mattina successiva.

Non riesco a spiegarmi questo notevole cambio di comportamento in altro modo se non pensando che fosse dovuto alla terribile tempesta che qualche giorno prima aveva distrutto molti dei loro olivi, e recato così tanto danno da renderli umili e sottomessi. Il giorno successivo, essendoci bel tempo, arrivammo all’una del pomeriggio a Genova. Qui stipulai un nuovo contratto con il nostro patron Antonio per condurci sino a Nizza. Sinora era stato eccezionalmente servizievole, e in apparenza dimesso.

Parlava fluentemente Latino e non era del tutto ignorante nelle scienze. Iniziai a pensare che potesse una persona di buona famiglia che nel corso della sua vita si era imbattuto in
vicissitudini, e lo rispettai: ma poi scoprii che era venale, meschino e rapace. Dopo essere partiti da Genova, essendoci vento contrario, non riuscimmo ad andare oltre a Finale, dove
trovammo alloggio in una lugubre abitazione che ci era stata raccomandata come il miglior albergo della zona.

Aggiungi che la notte era gelida e non vi era alcun caminetto in tutta la casa, eccetto nella cucina. I letti (sebbene non meritino questo appellativo) erano scandalosamente sporchi, tanto che non avremmo neppure potuto usarli se un amico di Mr. R- non ci avesse fornito materassi, lenzuola e coperte; avevamo infatti lasciato i nostri lenzuoli a bordo della feluca, ch’era ancorata molto distante dalla spiaggia. Pagammo una cifra egualmente scandalosa: il padrone di casa era un assassino bell’e buono, e il suo cameriere di camera un pazzoide. La nostra situazione era al contempo orribile e ridicola. Mr. R- litigò per tutta la notte con il proprietario di quel tugurio, arrivando a minacciarlo con il pugnale.

Al mattino, prima del sorgere del sole, Mr. R-, irrompendo nella mia camera, mi fece capire di esser stato insultato da quell’uomo, che chiedeva sei livree e trenta per la cena e per l’alloggio. Esasperato dall’arroganza di quella canaglia, gli assicurai che avrei pagato la metà di ciò che chiedeva, aggiungendoci una bella dose di bastonate. Mi rispose che l’avrebbe già battuto per bene lui se il cameriere, che era un ragazzo particolarmente sensibile, non gli avesse garantito che il suo padrone era un uomo di pochissimo senno, e che, se provocato, avrebbe potuto compiere qualche stravaganza.

Sebbene fossi molto arrabbiato, non potei fare a meno di scoppiare a ridere: così decisi di fronteggiare il padrone di casa, che sembrava però essere molto più briccone che stupido. Mentre Mr. R- era a messa, ordinai al cameriere di chiedere il conto al suo padrone, e di dirgli che se non fosse stato ragionevole, lo avrebbe portato di fronte al comandante. Nel frattempo impugnai la spada in una mano e il bastone nell’altra. Il proprietario entrò qualche secondo dopo, pallido e con lo sguardo vacuo, e quando gli chiesi il conto mi disse, con una profonda riverenza, che sarebbe stato soddisfatto di ciò che avrei ritenuto congruo elargirgli. Sorpresa per questa sua moderazione, gli domandai se si ritenesse contento di
dodici livree: lui mi rispose “Contentissimo” e fece un altro inchino.

Poi porse le sue scuse per la cattiva sistemazione della casa e si lagnò che i rimproveri dell’altro gentiluomo, che egli si allietava a chiamare il mio maggiordomo, gli avevano fatto
quasi perdere la testa. Quando uscì dalla camera, il suo cameriere, impossessandosi delle parole del suo padrone, disse che aveva informato il gentiluomo che il proprietario della casa era pazzo.

Quel giorno venimmo trascinati da un forte vento e portati a Porto Maurizio, dove trovammo una stazione di posta peggiore perfino rispetto a quella di Finale; ciò che la rendeva oltremodo inquietante era una ragazzina sofferente di vaiolo, che giaceva in una stanza attraverso la quale era necessario transitare per arrivare alle altre camere, e che odorava così tanto da profumare l’intero edificio.

Eravamo a sole quindici miglia da San Remo, dove conoscevo un albergo tollerabile, e perciò mi risolsi a viaggiare via terra. Presi a nolo cinque muli dalla stazione di posta, e così formammo una schiera oltremodo ridicola, poiché le donne erano costrette ad usare selle comuni: in questa nazione anche le signore siedono a cavalcioni.

La strada era impervia e costeggiava un dirupo, perciò le bestie potevano procedere solo al passo. In alcuni punti fummo costretti a smontare. Ci mettemmo sette ore a fare quindici miglia: finalmente arrivammo ai nostri vecchi alloggi di San Remo, che trovammo appena lavati e in perfett’ordine. La cena fu abbastanza piacevole; dormimmo bene; non avemmo
nulla da ridire quando pagammo il conto. Non posso dir lo stesso per quanto concerne i muli, per i quali dovetti sborsare cinquanta livree. L’ufficiale postale, che era venuto insieme a noi, ebbe la sfrontatezza di dirmi che se avessi affittato dei muli comuni, avrei pagato solamente quindici livres; invece chiesi le cavalcature della stazione, e così dovetti pagare per questi. Questa è una distinzione assurda, visto che la natura della strada rende
impossibile viaggiare in altra maniera; non ci può essere differenza tra il viaggio tramite
stazione di posta e viaggio comune. Un pubblicano potrebbe per la medesima ragione farmi pagare tre livres per un bianchetto.

La nostra feluca virò di bordo da Porto Maurizio nella notte, e ci imbarcò al mattino: arrivammo a Nizza alle quattro del pomeriggio.

E così vi ho dato circostanziato conto della mia avventura in Italia, durante la quale fui esposto ad un gran numero di avversità, che pensai la mia debole costituzione fisica non avrebbe potuto sopportare; e poi violenti impeti d’ira, alternati, però, da sentimenti di molta più graziosa natura; a tal punto che posso affermare che per due mesi fui sempre, continuamente, agitato nella mente o nel corpo, e molto spesso in entrambi allo stesso tempo. Visto che la mia malattia deriva da una vita sedentaria, che produsse un rilassamento delle fibre, un’indolenza, e un avvilimento degli spiriti corporei, sono convinto che questi ardui esercizi della mente e del corpo cooperarono insieme al cambio dell’aria e delle cose, a rinvigorire la mia molle costituzione fisica, ed a promuovere una più vigorosa circolazione dei fluidi, che da lungo tempo languivano in uno stato quasi stagnante.

Per alcuni anni sono stato soggetto ai raffreddori come una donnicciola delicata. Quando m’avventuravo fuori di casa e venivo accolto dall’anche minimo umidore dell’aria, ero certo che sarei stato colto dall’asma e dalla tosse. Invece, durante questo viaggio, sopportati il freddo e la pioggia, camminai nel bagnato, mi tonificai, faticai, e non percepii mai alcun disagio; al contrario, mi sono sentito più forte ogni giorno che passava, grazie a queste prove.

Dal mio ritorno a Nizza, ha piovuto quasi sempre negli ultimi due mesi, e questo suscitò lo stupore degli abitanti della zona; eppure anche durante questo periodo ho goduto di ottima salute. La Vigilia di Natale andai nella cattedrale, a mezzanotte, per ascoltare la grande messa celebrata dal nuovo vescovo di Nizza, in pontificalibus, e rimasi per quasi due ore a capo scoperto nella navata gelata, e non ebbi motivo di pentirmi di questa scelta. In una parola, sto così bene che non dispero più di rivedere te ed il resto dei miei amici in Inghilterra; un piacere che desidero ardentemente, - Caro Signore, il Vostro affezionato umile Servo.

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Capitoli

Lettera XXVI

Nizza, 15 Gennaio 1765

CARO SIGNORE, - Non senza ragione Genova viene chiamata La Superba. La città è imponente al massimo grado; i nobili sono Leggi tutto »


Capitolo XXVII

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CARO SIGNORE, - Pisa è una città bellissima e antica che ispira la stessa venerazione della vista di un tempio classico recante i Leggi tutto »


Lettera XXVIII

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Caro Signore, - La tua bellissima lettera del cinque di questo mese è stata un dono generoso e gradevole: ma i tuoi sospetti sono infondati. Ti assicuro, sul mio onore, Leggi tutto »


Lettera XXIX

NIZZA, 20 Febbraio 1765

Caro Signore, - Dopo aver visto tutte le attrattive di Firenze, ed affittato una buona carrozza per sette settimane, al prezzo di sette zecchini, qualcosa meno di Leggi tutto »


Lettera XXX

NIZZA, Febbraio 28, 1765

Caro Signore, - Nulla può essere più gradevole agli occhi di uno straniero, specialmente nelle calure d’estate, del gran Leggi tutto »


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NIZZA, 5 Marzo 1765

Caro Signore, - Nella mia ultima missiva diedi la mia libera opinione riguardo ai moderni palazzi Italiani. Azzarderò ora le Leggi tutto »


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Lettera XXXIII

Nizza, 30 Marzo 1765

Caro Signore, - non immaginarti che io abbia visto metà delle statue e dei dipinti di Roma; c’è una tale vastità di capolavori e Leggi tutto »


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Nizza, 2 Aprile 1765

Caro Signore, - Non ho nulla da comunicare riguardo la libreria del Vaticano, che, con rispetto agli appartamenti e ai loro Leggi tutto »


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