Lettera VII

LETTERA VII
Costa di Fusina – Il Brenta – Un Villaggio di Palazzi – Fiesso -
Raffinata canzone del Galluzzi –

Marietta Cornaro – Scene di
incanto e seduzione.

Ero dispiaciuto di lasciare Venezia, e rimpiansi le mie tranquille gite nell’Adriatico. Nessun raggio lucente illuminò la mia partenza, perché il sole era nascosto tra le nubi; tuttavia la freschezza ed il profumo dell’aria erano sempre presenti.

Dopo circa un’ora di navigazione dall’isola di San Giorgio in Alga, arrivammo sulla costa di Fusina, esattamente di fronte al luogo dove il Brenta si getta nel mare. Questo fiume scorre
pacifico tra argini di vegetazione rigogliosa, tra pioppi e vigneti intrecciati ed avviluppati da albero ad albero in magnifici festoni. Letti di menta e giaggiolo vestivano le sponde del corso d’acqua, salvo laddove erano interrotte da macchie di canneti e vimini. Il mattino continuava a morire durante il nostro tragitto; a stento un alito di vento s’avventurava a
soffiare: tutto era placido ed immoto come la distesa del fiume. Nessun suono colpiva le mie orecchie salvo le urla dei barcaioli.

Non avevo ancora visto una sola abitazione, né altre cose al di fuori di prati e campi di grano Turco, riparati da viti e pioppi. Si fece sera prima che arrivassimo vicino a Mira, un villaggio di regge, con corti e giardini, magnifici come le statue, i terrazzi, e gli antichi vasi, con i quali si componeva un tutt’altro che rustico panorama.

Visto che un tale artificioso scenario non impegnava molto la mia attenzione, rimanemmo il tempo necessario per cenare, e raggiungemmo il Dolo un’ora prima del tramonto. Attraversate le paratie, che si aprirono con rumore tremendo, continuammo la nostra navigazione lungo il pacifico Brenta, seguendo il suo corso tra macchie boschive impenetrabili. Il giorno stava per chiudersi quando raggiungemmo Fiesso; ed essendo una sera nebbiosa, potei a stento distinguere la sfarzosa facciata del palazzo dei Pisani. Quello di Cornaro, dove dovevamo cenare, guarda verso una immensa massa di vegetazione che contemplai con piacere mentre affondava nel crepuscolo.

Camminammo a lungo sotto un padiglione preparato davanti all’entrata, respirando la freschezza del bosco dopo la pioggia che era recentemente caduta. La Galuzzi cantò alcune delle composizioni di suo padre Ferandini con sorprendente energia; le sue guance erano rosse, i suoi occhi luccicanti; la sua fisionomia era quella d’una persona rapita e ispirata. Mentre cantava dimenticai il tempo e il luogo dove mi trovavo. Quando mi riebbi da quell’estasi, la notte era già giunta, impercettibile.

Non ricordo di aver passato una serata in cui ogni singola circostanza tramava per renderla così piena d’incanto. Generalmente, i miei piaceri musicali soffrono terribili scadimenti a causa dell’apatia e della stupidità dei miei vicini; ma qui tutti sembravano cogliere la fiamma, tutti sembravano ascoltare con il medesimo piacere. Marietta Cornaro, i cui vivaci
talenti sono il vanto dei Veneziani, sparse ovunque il suo genio.


Grazie alla musica della Galuzzi, e grazie a quelle meteore intellettuali, io non riuscivo più a comprendere da quale forza invisibile fossi trasportato, e dubitai per molti attimi di esser
immerso in un sogno paradisiaco: svegliarsi fu doloroso, e non fu senza lunga riluttanza che abbandonai quei prosceni di incanto e raffinatezza, ripetendo con melanconica assiduità quel toccante sonetto di Petrarca -

O giorno, o ora, o ultimo momento,
o stelle congiurate a’ impoverirme!
O fido sguardo, or che volei tu dirme,
partend’io, per non esser mai contento?

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