Lettera IX

LETTERA IX
Chiesa di Santa Giustina – Tombe di un’antichità remota - Buffi
atteggiamenti di devoti reumatici – La musica di Turini – Altra

escursione a Fiesso – Gita sui colli Euganei - Rovine
appena scoperte – Grande Calca nella grandiosa Chiesa di Sant’
Antonio – Tempesta di fulmini – Teatro di Palladio a Vicenza -
Verona – Una camera eterea – Impressionante veduta da essa -
L’Anfiteatro – I suoi interni – Partenza da Verona – Campagna
tra la città e Mantova – Soldati germanici – Rovine del
palazzo dei Gonzaga – Dipinti di Giulio Romano – Un giardino
in rovina – Appartamenti sotterranei.

Subito dopo aver consumato la colazione andammo a visitare la chiesa di Santa Giustina. Entrambe le navate laterali terminano con due tombe molto antiche, adornate con sculture piuttosto rozze raffiguranti gli evangelisti, sostenute da colonne attorcigliate di alabastro, intorno alle quali, con mio sommo stupore, quattro o cinque goffi ragazzi camminavano impacciati sulle ginocchia, convinti che questo strambo tipo di devozione avrebbe potuto curare i reumatismi, o ogni altro male che li affliggeva. Non puoi avere idea di quali ridicole posizioni assumevano e della loro difficoltà di stringersi intorno alla colonna di mezzo della tomba ed a quelle che la circondano. Neppure i criminali alla gogna mostravano un aspetto così dolente, neppure i maiali si strofinavano più ardentemente di questi tangheri infatuati.

Li lasciai al loro duro lavoro: feci più esercizio fisico io che tutti loro messi insieme in parecchi giorni; e, salendo sulla galleria dell’organo, ascoltai la musica di Turini con infinita soddisfazione. I sonori ed armoniosi toni dello strumento riempivano l’intero edificio; e, ripetuti dall’eco delle sue alte cupole e degli archi, generavano u effetto meraviglioso.

Turini, conscio di ciò, adatta le sue composizioni al luogo, con grandiosa intelligenza. Nulla può essere più originale del suo stile. Privato della vista a causa di un infelice incidente nel fiore dei suoi anni, egli dedicò tutta la sua anima alla musica, e, triste a dirlo, esiste solo attraverso i suoi strumenti.

Quando uscimmo da Santa Giustina, l’azzurro del cielo e la dolcezza dell’aria ci indussero a pensare a qualche gita. Dove avrei voluto andare, eccetto nel luogo dove fui così deliziato? Inoltre, era giusto dedicare al Cornaro un’altra visita e vedere il palazzo Pisani, che con felicità avevo prima ignorato. Tutto ciò considerato, Madame de R. mi accompagnò a Fiesso.

Il sole era appena tramontato quando arrivammo. L’intero etere avvampava, e la fragranza dei viali di cedri era incantevole. Al di sotto di essi passeggiai nella frescura, sinchè Galuzzi
cominciò ancora una volta la sua magica melodia. Ella cantò finchè la delicatezza del clima ci sedusse ad uscire dal palazzo per recarci sugli argini del Brenta. Una profonda pace regnava sugli alberi e sull’acqua, e la luce della luna aggiungeva serenità ad una scena di naturale beatitudine.

Cenammo tardi: prima che la Galuzzi avesse ripetuto le arie che più mi avevano commosso, il mattino iniziò ad albeggiare.

8 Settembre.
Il bisogno di riposo canoro, dopo il mio ritorno a casa, mi aveva gettato in uno stato febbrile ed impaziente. Avevo a malapena colto un lieve ristoro, prima di precipitarmi dall’organo di Santa Giustina; stavolta tentati di comporre dei miei versi, ma invano.

Madame de Rosenberg, vedendo i miei inutili sforzi, propose, con l’intento di distrarmi, di partire immediatamente per una gita sui colli Euganei, a circa sei o sette miglia da Padova, ai piedi dei quali erano stati scoperte delle antiche terme. Acconsentii senza esitazione, ben poco preoccupato di dove sarei andato, o cosa mi sarebbe accaduto. Le viuzze e le campagne che attraversammo, durante il nostro tragitto verso le colline, apparivano in tutta la loro festa di vegetazione e fiori, baciate dalla luce dell’alba. Ma i miei piaceri erano offuscati, e osservavo ogni cosa come attraverso un velo oscuro.

Profondamente assorti nelle nostre conversazioni, il viaggio fu breve, e mi ritrovai nel prato, sopra il quale sono sparpagliate le rovine, mentre, tuttavia, mi immaginavo molte miglia distante. Nessuna veduta può essere più ridente di quella che ci si presentava davanti, e rispondeva, in modo completo, alle idee che mi ero sempre fatto dell’Italia.

Dopo aver lasciato i nostri bagagli all’ingresso del prato, attraversammo la sua distesa, e improvvisamente scorgemmo in mezzo all’erba una vasca oblunga, rivestita di puro marmo
bianco. Molti dei lastroni sono larghi e perfetti, in apparenza provenienti dalla Grecia, e ancora conservano la loro elegante levigatezza. I tubi che portavano l’acqua sono perfettamente distinguibili; in breve, tutta la pianta essenziale può essere facilmente tracciata. Accanto alle terme principali, notammo le piattaforme di diversi alloggi circolari, pavimentati con mosaici, d’un gusto semplice e pulito, per nulla rozzo. Le erbacce non erano ancora spuntate tra le crepe; e la vivacità della rovina mostra in ogni sua parte che era da poco esposta all’esterno.

Teodorico è il principe a cui sono state attribuite queste strutture; e Cassiodoro, il primo cronista della nazione, è citato come fonte primaria. Il mio spirito era troppo impegnato per fare una rivista generale, o per discutere su un qualsiasi soggetto, ed abbandonai volentieri il giudizio a menti più calme e meno impazienti.

Dopo aver preso una visione sommaria delle rovine, salimmo il colle proprio sopra di noi, ed esaminammo una veduta della medesima natura, sebbene tramite una prospettiva più amabile ed estesa rispetto a quella che osservai da Mosolente. Padova corona il paesaggio con le sue torri e le sue cupole che si innalzano dal bosco: a giudicare dai dipinti che avevo visto ritengo che Damasco si presentasse in modo molto simile.

Spostammo il nostro sguardo da questo ampio panorama e lo riportammo ai frammenti antichi ai nostri piedi. Le mura mostrano l’opus reticolatum, così comune nelle periferie di
Napoli. Una sorta di terrazzo, con le rimanenti basi delle colonne che circondano la collina, mi inducono a pensare che qui vi erano anticamente delle arcate e dei portici costruiti per
dilettare la vista; questo perché sulla sommità non riuscii a rintracciare le vestigia di nessun considerevole edificio, e perciò ritengo che nulla eccetto una colonnata circondava la collina, e che forse conduceva ad un padiglione o ad un tempio.

Una profusione di fiori aromatici ricopriva i declivi, ed esalava sempre maggiori profumi, mentre il sole tramontava e l’ora della calma s’avvicinava, che era solita spargere sulla mia mente una divina compostezza e restituire la pace che avevo perduto durante la giornata. Ma ora diffondeva le sue fragranze invano, e così rimasi, se possibile, più triste e stanco di prima.

9 Settembre.

Puoi immaginarti come mi sentissi man mano che l’ora di lasciare Padova si avvicinava. Era un giorno di festa, ed una messa solenne veniva celebrata nella grande chiesa di Sant’
Antonio addobbata in tutto il suo splendore. La cerimonia stava per finire quando uno scoppio di tuono riverberò attraverso le navate e le cupole, tanto che mi aspettavo che tremassero le fondamenta. La cupola principale sembrò investita da un lampo di fuoco; ed il terrore prodotto sulla maggioranza delle persone da questa improvvisa vampa di luce proveniente dai più bui recessi dell’edificio, fu così violento che tutti scapparono generando estrema confusione.

Se la mia fede fosse stata meno energica, avrei seguito il loro esempio; ma ero troppo assorto nella meditazione, così rimasi sino al termine della cerimonia; poi mi accomiatai con Madame de R. con sincero dispiacere, e presi la via di Vicenza.

10 Settembre.

Essendo una mattinata nuvolosa, andai al teatro di Palladio. E’impossibile concepire una struttura più fedelmente legata ai canoni classici, o indicare un singolo ornamento che non abbia la migliore autorità antica. Non sono sorpreso che i cittadini di Vicenza si consegnarono con fiducia a questo grande architetto, sacrificando ingenti somme per erigere un monumento così splendido. Quando venne finito ottennero, ad un alto prezzo, la
rappresentazione di una tragedia Greca con tutte le decorazioni.

Dopo aver riflettuto a lungo nei più reconditi recessi dell’edificio, immaginando di essere entrato in una vera e perfetta opera dell’antichità, che sino a quel momento era rimasto sconosciuto, partimmo per Verona. Il luogo era appariscente e pittoresco. Una lunga fila di mura merlate, fiancheggiate da venerabili torri, si arrampica sulla collina con una grande ed irregolare curvatura, e cinge la città con molti giardini e boschi di sottili cipressi. Al di fuori s’innalza una catena di montagne; dirimpetto a queste si presenta una pianura, ricoperta di prati e foreste, oliveti e vigneti.

Tra questi la nostra strada continuava a snodarsi sino a che facemmo il nostro ingresso dalla porta della città, e passammo (solo il servizio postale sa quante strade e viuzze ci sono!) alla locanda, un nobile ed elegante edificio; ma così pieno che fummo costretti a prendere un alloggio al piano più alto, aperto a tutti i venti, come la camera magica di Apuleio, e che sovrastava i tetti di mezza Verona. Qui e là un pino sbucava tra di essi e le colline, completando la prospettiva di mura e torrette e plasmando un panorama davvero romantico. Dopo aver messo sul balcone il tavolino, per goderci la vista con maggiore libertà, banchettammo con il pesce del Lago di Garda, e con la deliziosa frutta della regione. Così rimasi, gustandomi il fresco, respirando l’aria tersa e osservando i colori delle
montagne. Né dipinti né monumenti potevano distogliermi dalla mia aerea posizione; rifiutai di esplorare le celebri opere di Paolo Veronese sparse per la città, e mi sedetti come
la civetta delle Georgiche, solis et occasum servans de culmine summo.

Avvicinandosi il crepuscolo, lasciai il mio covo e andai a cercare una guida che mi conducesse all’anfiteatro, forse il monumento romano più integro. Le persone della casa, invece di portarmi un tranquillo paesano, in modo importuno mi spedirono da un finto antiquario, uno di quegli uomini precisi e falsi per i quali, Dio mi aiuti, ho una profonda avversione. Questo furbacchione mise in mostra tutta la sua minima erudizione, che ostentò tra cloache e vomitormius con eterna loquela. Era ferratissimo nella dottrina dei condotti, ed era davvero da ammirare la sua conoscenza della sporcizia di cui disponeva tutto l’anfiteatro.

Ma percependo la mia disattenzione, ed avendo grazie sufficiente solo per rimarcare che avevo scelto un lato della strada mentre lui avrebbe preferito l’altro, e trottando disperatamente all’interno del canale, mi fece un bell’inchino, gli gettai mezza corona, e quando vidi le rovine davanti a me, attraversai l’arcata oscura ed emersi da solo nell’arena. Uno strato di erba copre la sua superficie, da cui una spaziosa gradinata si eleva maestosa. Quattro archi, con i loro semplici ornamenti dorici, rimangono le uniche vestigia della grande arcata circolare che un tempo coronava i posti più alti dell’anfiteatro; se non fosse stato per la violenza gotica questa parte della struttura avrebbe resistito alle offese del tempo.

Nulla può essere più perfetto della conservazione dei gradini: non un blocco è caduto dal suo posto, e tutte i danni ricevuti sono stati attentamente riparati. Le due entrate principali sono state ricostruite con solidità e chiuse da portoni, così da non dare altri accessi all’anfiteatro esclusi quelli riservati al pubblico in occasione delle rappresentazioni e degli spettacoli.

Mentre passeggiavo, il silenzio regnava indisturbato, e nulla si muoveva, eccetto l’erba che costeggiava le mura e tremolava alla flebile brezza. Mi spostai nel mezzo dell’area, e godetti della libertà della mia situazione, della sua profonda pace e solitudine. Per quanto tempo rimasi chiuso vicini agli interminabili gradini, avvolto dalle rimembranze degli anni passati, non è degno parlare; ma quando passai dall’anfiteatro all’apertura davanti ad esso, la sera si stava avvicinando, e solo l’imponente contorno di una formidabile fortezza di epoca feudale, in passato abitata dagli Scaligeri, era a stento visibile.

11 Settembre.

Dopo aver attraversato ancora una volta la grande piazza, e lanciato un ultimo sguardo all’anfiteatro, passammo sotto ad un nobile arco che fungeva da confine cittadino, e lasciammo Verona percorrendo una grande strada irregolare e pittoresca, che dominava un panorama mozzafiato di torri cipressi e monti.

La regione tra questa bellissima città e Mantova presenta un ininterrotto bosco di gelsi nani, intervallati da pioppeti e talvolta da qualche misero capanno. Mantova si innalza su un terreno paludoso formato dal Mincio, il cui corso, nella maggior parte dei luoghi, è così soffocato da canneti da essere a stento distinguibile. Si richiede una immaginazione creativa per scoprire delle bellezze naturali in un tale panorama, e una forte predilezione per questo luogo per non essere disgustati dalla patria natia di Virgilio.

Il rumore di tamburi e la vista di baffoni germanici, finirono ciò che le rane gracchianti e i fossi stagnanti avevano iniziato. Ogni ideale classico era spaventato da quei suoni e da quei
soggetti; cenai in prigione, e rifiutai di uscire sino a tarda sera.

A pochi passi dalla città sorgono i resti del palazzo dove dimorarono i Gonzaga. Non riuscii a resistere a visitarlo, e ne fui ampiamente ricompensato. Molti degli appartamenti, abbelliti dall’audace pennello di Giulio Romano, meritano la più minuziosa attenzione; e gli arabeschi, che ricoprono i soffitti stuccati, sono uguali a quelli del Vaticano. Essendo pitture a fresco su mura umide, ogni anni riduce il loro numero, e ogni inverno fa marcire qualche bellissima opera.

I soggetti, la maggioranza dei quali presi dalle favole classiche, sono rappresentati con la purezza di stile e la grazia di Raffaello; la storia di Polifemo è davvero notevole. Aci appare, reclinato con la sua amata Galatea, sulle sponde dell’oceano, mentre il loro gigantesco nemico, seduto sulla cima dell’Etna, sembra aver l’espressione di colui che medita qualche terribile vendetta.

Quando si fece troppo tardi per esaminare i dipinti, camminai in una sorta di cortile, o meglio giardino che era stato decorato con fontane ed antiche statue. I loro resti rimangono ancora tra erbacce e letti di fiori, dal momento che ogni angolo di quel luogo è nascosto dalla vegetazione. Qui le ortiche crescono fitte e rigogliose; tuberosi e gelsomini spuntan dai tumuli delle rovine, che durante il florido regno dei Gonzaga conducevano a grotte e appartamenti sotterranei, nascosti ad occhi plebei, e consacrati ai più raffinati divertimenti.


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