Lettera XXVI

Nizza, 15 Gennaio 1765

CARO SIGNORE, - Non senza ragione Genova viene chiamata La Superba. La città è imponente al massimo grado; i nobili sono

tutti molto orgogliosi della loro città. Tuttavia, pochi di loro possono essere orgogliosi della loro ricchezza; in generale, le loro fortune sono molto limitate. Il mio amico Mr. R – mi assicurò che molti nobili Genovesi guadagnavano circa mezzo milione di livres all’anno; la verità è che tutte le entrate pubbliche non superano questa somma; e la livre di Genova corrisponde a nove pence. Solo una mezza dozzina di patrizi guadagna diecimila livres all’anno, mentre la maggioranza non arriva a guadagnarne la ventesima parte. Vivono con gran parsimonia; in pubblico vestono sempre di nero; le loro spese sono sempre limitatissime. Si dice che se un nobile Genovese dà un ricevimento, poi per tutto l’anno vive con gli avanzi di questo. Mi riferirono che uno di essi, durante una festa, lasciò per un attimo le redini di questa al figlio, che ordinò un piatto di pesce al costo di uno zecchino, equivalente a dieci scellini. Il vecchio gentiluomo, quando lo vide apparire sulla tavola, ormai nell’impossibilità di impedirne la consumazione, scoppiò in lacrime ed esclamò, ah Figliuolo Indegno! Siamo in Rovina! Siamo sull’orlo del baratro!

Credo che la fierezza dell’ostentazione degli Italiani in generale abbia una tendenza più lodevole rispetto a quella delle altre nazioni. Un Francese sperpera il suo intero patrimonio in vestiti pacchiani o in sfarzosissimi ricevimenti dove compaiono cinquanta o cento piatti, di cui la metà immangiabili. Il suo guardaroba va al fripier, i suoi piatti ai cani, e lui stesso se ne va al diavolo, e dopo la sua morte non rimane nulla di lui. Un Genovese, invece, mantiene se stesso e la sua famiglia in ristrettezze, così che possa risparmiare denaro per far costruire palazzi e chiese, che rimangono ai posteri i veri monumenti del suo gusto, della sua pietà e della sua munificenza, e nello stesso tempo danno lavoro e pane ai poveri e agli industriosi. Vi sono alcuni nobili Genovesi che posseggono cinque o sei palazzi eleganti stupendamente arredati, sia nella città, sia in diverse zone della Riviera. Le due strade chiamate Strada Balbi e Strada Nuova sono fiancheggiate da una doppia schiera ininterrotta di edifici abbelliti da giardini e fontane: secondo me, però, la loro pitturazione esterna ha un effetto molto misero.

Il commercio di questa città, è, attualmente, non molto florido; tuttavia non è da buttar via. Le strade sono affollate di persone, i negozi ben forniti, i mercati abbondano di ogni genere di cibo. Il vino che viene prodotto nelle aree limitrofe è invece mediocre; e tutto quello che viene consumato dev’essere acquistato nella cantina pubblica, e quindi i ricavi vanno direttamente allo stato. Il pane è il più bianco e il più buono che abbia mai assaggiato; la carne, che proviene dal Piemonte, è succosa e deliziosa. La spesa per mangiare in Italia è quasi la stessa della Francia, circa tre scellini a testa a pasto. Lo stato di Genova è molto povero, e il loro banco di San Giorgio ha subito gravi scossoni dopo la rivolta dei Corsicani, e poi a causa delle sventure della città, quando venne conquistata dagli Austriaci nel 1745,
e continua a languire senza alcuna prospettiva di miglioramento.

Nulla mostra la debolezza di questo stato più del fatto di aver richiesto l’aiuto della Francia per sedare la rivolta di Paoli in Corsica; nonostante tutto quello che è stato detto riguardo al coraggio e all’ ardimento di Paoli e degli isolani, sono dell’idea che la sommossa sarebbe potuta essere soppressa, se i Genovesi fossero stati più risoluti e decisi sul campo di battaglia.

E’anche vero che essi fecero un nobile sforzo nel cacciare gli Austriaci che si erano impadroniti della loro città; ma questo sforzo fu l’effetto dell’oppressione e della disperazione, e stando alle insinuazioni di qualche politico in questa parte del mondo, i Genovesi non sarebbero riusciti nella loro impresa, se non avessero portato dalla loro parte sborsando un’ingente somma di denaro l’unica persona in grado di sedare la rivolta. Comunque io non riesco davvero a nutrire pensieri così prevenuti sul carattere umano: non riesco ad immaginare un uomo capace di sacrificare il dovere verso il proprio principe e soprattutto senza alcun riguardo verso le vite dei propri soldati, alcuni dei quali, mentre erano ricoverati negli ospedali, vennero tratti con la forza nelle vie della città e linciati dalla popolazione piena di rabbia. Ci dev’essere la presunzione di innocenza, anche perché egli gode ancora dei favori del proprio re, il quale non può essere creduto complice.

“Ci sono misteri nella politica che non possono essere neanche immaginati nella nostra filosofia, Horatio”! Il possesso di Genova sarebbe potuto essere un motivo di dispute: meglio perderla simulando un incidente. Certo è, che quando gli Austriaci tornarono per riprendere la città, l’ingegnere, dichiarò che avrebbe preso la città in quindici giorni, per paura di perdere la testa; quattro giorni dopo questa dichiarazione gli Austriaci si ritirarono. Questo aneddoto mi venne raccontato da un rispettabile gentiluomo di questa nazione, che lo seppe a sua volta dall’ingegnere in persona. Forse è stato il volere del cielo. Vedi anche come la provvidenza si sia interposta in favore dell’imperatrice di Russia, prima rimuovendo suo marito e poi tramando l’assassinio del principe Ivan, azione per la quale gli omicidi furono generosamente ricompensati; sembra quasi che tutto sia stato determinato per accorciare la vita del proprio figlio, il solo rivale sopravvissuto di cui lei aveva paura.

I Genovesi non si sono gettati nelle braccia della Francia per protezione: credo fermamente che non abbiano dato grandi segni di sagacia a non coltivare l’amicizia con l’Inghilterra, con cui peraltro portano avanti commerci molto vantaggiosi. Visto che gli Inglesi sono praticamente padroni del Mediterraneo, avranno sempre la possibilità di danneggiare i loro territori nella Riviera e rovinare i loro commerci sul mare, e perfino dare fastidio alla loro capitale; perché nonostante tutte le fatiche che hanno fatto nel fortificare il molo e la città, rimangono ancora esposti al pericolo, non solo di un bombardamento, ma addirittura di un cannoneggiamento. Sono abbastanza convinto che un comandante risoluto sarebbe in grado, con un forte squadrone, di entrare direttamente nel porto, senza peraltro accusare gravi danni, a dispetto di tutti i cannoni, che si dice ammontino a cinquecento. Ho visto un bombardamento di quattrocento pezzi di artiglieria e mortai, mantenuto per diverse ore, che non arrecò molto danno.

Durante l’ultimo assedio di Genova, gli ausiliari Francesi furono costretti ad aspettare a Monaco, fin quando una burrasca non portò la flottiglia Inglese lontana dalla costa, così da consentire loro di navigare lungo i lidi rivieraschi rischiando di essere intercettati dagli Inglesi. Comprendo che la marcia via terra sarebbe stata del tutto impraticabile, se il Re di Sardegna avesse avuto interesse ad ostacolarla. Avrebbe potuto far sorvegliare i passi, o distruggere la strada in venti punti diversi, così da renderla inaccessibile. Non può essere fuori luogo osservare che quando Don Philip arrivò con la sua armata da Nizza a Genova, fu obbligato a marciare così vicino alla costa, che in più di cinquanta luoghi diversi, le navi Inglesi avrebbero potuto rendergli la strada impossibile. Il sentiero, che corre lungo i pendii di un precipizio a picco sul mare, è così stretto che due uomini a cavallo riescono a stento a passare insieme; e la stessa strada è così accidentata, sdrucciolevole e pericolosa, che le truppe avrebbero dovuto smontare e condurre le proprie cavalcature a piedi.

D’altra parte, il barone di Leutrum, che era a capo di una forte armata di Piemontesi, poteva bloccare i passi delle montagne, o addirittura distruggere le strade corrispondenti, così da non consentire al nemico di avanzare. Perché tutto questo non è stato fatto, io non ho la pretesa di spiegarlo: né ti saprei spiegare perché il principe di Monaco, che è soggetto alla Francia, abbia scelto la neutralità per la sua nazione, che è servita come porto sicuro
e luogo di approvvigionamento per i soccorsi Francesi mandati da Marsiglia a Genova. Mi avventuro a dire solo che il successo e il vantaggio delle grandi alleanze sono spesso sacrificati a infimi, parziali, egoistici e sordide considerazioni. La città di Monaco è circondata da tantissimi nemici; e potrebbe essere facilmente rasa al suolo dopo quattro ore di bombardamento.

Fui abbastanza fortunato nell’essere raccomandato ad una signora di Genova, che mi usò grandissima cortesia ed ospitalità. Mi introdusse ad un abate, uomo di cultura, la cui conversazione era estremamente gradevole. La mia reputazione mi precedeva, e si offrì di presentarmi a sua volta alle persone più in vista della repubblica, che erano con lui molto intime. La signora è una delle più intelligenti e meglio educate donne che abbia mai conosciuto. Assistemmo alla sua conversazione, che fu seguitissima. Fece pressione perché passassimo l’inverno a Genova; e quasi riuscì a convincermi: ma avevo degli affari a Nizza, da cui non avrei potuto liberarmi tanto facilmente.

I pochi giorni trascorsi a Genova furono impiegati nel visitare le chiese ed i palazzi più importanti. In alcune delle chiese, in particolare quella della Annunciata, trovai una profusione di ornamenti, che avevano più magnificenza che gusto. Vidi un grande numero di dipinti; pochi però erano i capolavori. Avevo sentito molto parlare del ponte Carignano, che però non soddisfò appieno le mie aspettative. E’un ponte che unisce due posizioni di rilievo della parte alta della città, e le case sottostanti non si innalzano abbastanza per superare i suoi archi. Non v’è nulla di anomalo in questa costruzione, né di notevole, salvo l’altezza dei massetti da cui spuntano gli archi. Vicinissima al ponte si trova un’elegante chiesa, dalla cima della quale si può godere di una bellissima veduta della città, del mare e della zona adiacente, che appare come un continente di foreste e ville. L’unica cosa rimarchevole riguardo la cattedrale, gotica e cupa, è la cappella dove vengono conservate le
presunte ossa di Giovanni il Battista, e nella quale ardono perennemente trenta lampade d’argento. Avevo la curiosità di vedere i palazzi dei Durazzo e dei Doria, ma trovai così tanti
ostacoli nel procurarmi il permesso di visitarli da rinunciare all’ idea: per quanto concerne l’arsenale ed il rostro di una antica galea che venne rinvenuta per caso mentre si dragava il porto, posticipai la loro visione al mio ritorno.

Essendomi procurato delle lettere di credito da spendere a Firenze e a Roma, noleggiai la stessa imbarcazione che avevo utilizzato in precedenza per condurci fino a Lerici, una piccola città a metà strada tra Genova e Livorno, dove i turisti affaticati per il viaggio via mare, affittano delle carrozze per proseguire il loro tragitto via terra verso Pisa e Firenze. Io pagai tre luigi d’oro per questo viaggio di cinquanta miglia; sebbene avrei speso meno per una feluca. Appena attraccati al molo di Genova, sarete assaliti dai barcaioli che offrono i loro servigi, proprio come i battellieri di Hungerford a Londra. Sono sempre pronti a partire col preavviso di un solo minuto per Lerici, Livorno, Nizza, Antibes, Marsiglia e altre parti della Riviera.

Essendo il vento ancora sfavorevole, per quanto il tempo fosse comunque bello, navigammo vicino alla costa passando accanto a molte graziose cittadine, villaggi e cascine, ossia delle piccole case di colore bianco disseminate tra i boschi di ulivi che ricoprono le colline; sono queste le abitazioni dei tessitori di velluto e damasco. Oltrepassato Capo Fino entrammo in una baia, dove sorgono le città di Porto Fino, Lavagna e Sestri di Levante; in quest’ultimo luogo ci fermammo per la notte. La sistemazione era accettabile, e non trovammo grandi ragioni per lamentarci dei letti: tuttavia, essendoci molto caldo, si diffondeva dappertutto un odore molto sgradevole, che proveniva dalle pelli di alcune bestie appena uccise, stese a seccare nella stalla.

Il nostro affittacamere era un macellaio, e sembrava davvero un assassino. La moglie era una matrona dall’aspetto molto mascolino che aveva l’aspetto di una abituata a frequentare il mattatoio. Invece di esser accolti con cortesia, fummo ammessi con una sorta di tetra accondiscendenza, quasi a dire “Non ci piace molto la vostra compagnia tuttavia vi diamo
una stanza perché facciamo un favore al capitano della gondola, che conosciamo bene”.

In breve, ci sorbimmo una cattiva zuppa, miseramente servita, trascorremmo una notte molto antipatica, e pagammo una cifra esagerata senza neppure esser ringraziati. Comunque ero già ampiamente soddisfatto di lasciare quella casa con la gola intonsa.

Sestri di Levante è una cittadina piacevolmente collocata sulla costiera; ma non ha la comodità di un porto. Il pesce pescato in questa zona viene per la maggior parte trasportato a Genova. Stesso discorso per l’olio e per la pasta chiamata macaroni, della quale se ne produce una grande quantità. Il giorno seguente costeggiammo un litorale molto arido, formato da rocce perpendicolari al mare, sulle quali, tuttavia, scorgemmo molte case di villici e terrazze di viti, realizzate con incredibile fatica. Nel pomeriggio facemmo il nostro ingresso a Porti di Venere, nel golfo di Spetia o Spezza, che anticamente portava il nome di Portus Lunea. Questa baia, davanti alla quale giace l’isola Palmaria, plasma un nobilissimo e sicuro porto, capace di accogliere tutte le navi di fattura Cristiana. Da un lato l’imboccatura dell’approdo è difesa da un piccolo forte costruito sopra la città di Porto Venere, che è un luogo davvero molto povero. Più lontano si trova anche una batteria di venti cannoni; sul lato destro davanti a Porto Venere, c’è un ridotto, incastonato su una roccia sul mare. In mezzo alla baia sorge la città di Spetia sulla sinistra, e quella di Lerici sulla destra, difesa da un castello di importanza infima. L’intera baia è circondata da piantagioni di olivi e aranci, e offre una piacevolissima veduta. In caso di guerra, questo sarebbe un luogo ideale per una flotta Inglese, dal momento che si trova esattamente tra Genova e Livorno; ed in più ha un doppio ingresso, grazie al quale le imbarcazioni possono entrare e uscire di continuo, sia con vento a favore, sia con vento contro. Sono sicuro che sarebbe una bella base.

Alla stazione di posta di Lerici l’alloggio era intollerabile. A cena quasi ci avvelenarono. Trovai il luogo dove ero in procinto di dormire così stretto e disagiato da non poter quasi respirare, così decisi di sdraiarmi su quattro sedie messe vicine in un’altra stanza, con una valigia porta-abiti di pelle come cuscino. Per queste belle comodità pagai quasi un luigi d’oro. E devo dire che una tale aberrazione di alloggio è ancora meno scusabile se si considera che questo è un crocevia decisivo per i viaggiatori che partono o che arrivano in Italia.

Avrei potuto risparmiare un po’ di soldi proseguendo il viaggio direttamente via mare verso Livorno: ma eravamo tutti arcistufi dell’acqua, così decidemmo di spostarci via terra e di recarci a Pisa, che si trova sette stazioni di posta dopo Lerici. Coloro che non hanno la propria carrozza devono affittare delle diligenze da viaggio per l’intero tragitto, oppure utilizzare la cambiatura, cioè il cambio di cavalli ad ogni stazione di posta, come è usuale in Inghilterra. In questo caso il grosso inconveniente consiste nello spostare l’intero bagaglio ad ogni fermata. La carrozza o calesse di questa nazione è un ordigno gramo, dotato di due ruote, scomodo proprio come un carro comune (non vi sono altre parole per descriverlo) mal escogitato, stretto, scoperto, disadorno e meschino.

Per questo veicolo e per due cavalli pagherai l’equivalente di otto paoli a tappa, o quattro scellini; ed il postiglione si aspetta almeno due paoli come gratifica personale: succede così che ogni otto miglia butti via cinque scellini, quattro nel caso viaggi sulla tua carrozza, perché paghi solo tre paoli a cavallo.

Tre miglia dopo Lerici, attraversammo il Magra, che apparve come un rivoletto quasi in secca, e mezzo miglio dopo arrivammo a Sarzana, una cittadina all’estremità dei territori
Genovesi, dove cambiammo i cavalli. Subito dopo entrammo nei principati di Massa e di Carrara, che appartengono al duca di Modena, passammo Lavenza, che sembra essere un forte in decadenza con una piccola guarnigione, e cenammo a Massa, una piccola città piuttosto gradevole, dove risiede la vecchia duchessa di Modena. Nonostante tutta la nostra speditezza, era già divenuto buio prima di oltrepassare il Cerchio, che è un fiume trascurabile nelle vicinanze di Pisa, nei pressi del quale giungemmo verso le otto di sera.

Il territorio da Sarzana sino alle frontiere della Toscana consiste in una pianura stretta, circondata dal mare sulla destra e dalle montagne Appennini sulla sinistra. E’ ben coltivata e recintata, formata da praterie, campi di grano, piantagioni di ulivi; e gli alberi che modellano le siepi servono più che altro come sostegni per i vigneti, che si attorcigliano intorno ad esse, e continuano ininterrottamente. Dopo essere entrati nei domini della Toscana, viaggiammo attraverso una nobile foresta di querce molto estesa, che ci sarebbe senz’altro apparsa molto più gradevole se non fossimo stati preoccupati per i banditi. L’ultima stazione sulla nostra rotta era la piccola città di Viareggio, una sorta di porticciolo sul Mediterraneo, che appartiene a Lucia. Le strade erano mediocri, l’appartamento esecrabile. Ero felice di sapere che avrei alloggiato in una bella locanda di Pisa, dove mi promisi una notte di ristoro, e non ne fui deluso. Ti auguro di cuore lo stesso piacere, sinceramente – Tuo.

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Capitoli

Lettera XXVI

Nizza, 15 Gennaio 1765

CARO SIGNORE, - Non senza ragione Genova viene chiamata La Superba. La città è imponente al massimo grado; i nobili sono Leggi tutto »


Capitolo XXVII

NIZZA, 28 Gennaio, 1765

CARO SIGNORE, - Pisa è una città bellissima e antica che ispira la stessa venerazione della vista di un tempio classico recante i Leggi tutto »


Lettera XXVIII

NIZZA, 5 Febbraio 1765

Caro Signore, - La tua bellissima lettera del cinque di questo mese è stata un dono generoso e gradevole: ma i tuoi sospetti sono infondati. Ti assicuro, sul mio onore, Leggi tutto »


Lettera XXIX

NIZZA, 20 Febbraio 1765

Caro Signore, - Dopo aver visto tutte le attrattive di Firenze, ed affittato una buona carrozza per sette settimane, al prezzo di sette zecchini, qualcosa meno di Leggi tutto »


Lettera XXX

NIZZA, Febbraio 28, 1765

Caro Signore, - Nulla può essere più gradevole agli occhi di uno straniero, specialmente nelle calure d’estate, del gran Leggi tutto »


Lettera XXXI

NIZZA, 5 Marzo 1765

Caro Signore, - Nella mia ultima missiva diedi la mia libera opinione riguardo ai moderni palazzi Italiani. Azzarderò ora le Leggi tutto »


Lettera XXXII

NIZZA, 10 Marzo 1765

Caro Signore, - Il Colossaeum o anfiteatro costruito da Flavio Vespasiano è l’opera monumentale più stupenda del suo genere mai prodotta nell’antichità. Rimane in piedi Leggi tutto »


Lettera XXXIII

Nizza, 30 Marzo 1765

Caro Signore, - non immaginarti che io abbia visto metà delle statue e dei dipinti di Roma; c’è una tale vastità di capolavori e Leggi tutto »


Lettera XXXIV

Nizza, 2 Aprile 1765

Caro Signore, - Non ho nulla da comunicare riguardo la libreria del Vaticano, che, con rispetto agli appartamenti e ai loro Leggi tutto »


Lettera XXXV

NIZZA, 20 Marzo 1765

Caro Signore, - Essendo ormai la stagione molto avanzata, ed essendo il tempo divenuto tempestoso, rimasi poco tempo a Firenze, e Leggi tutto »


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