Lettera XI

Regione sterile – Discesa verso paesaggio migliore – Vista di
Firenze da lontano – Luce della Luna – Visita in Galleria - Resti

di antica credulità – Dipinti – Testa di Medusa di Leonardo
da Vinci – Strano quadro di Polemberg – La Venere dei
Medici – Squisita scultura di Morfeo - Grande
Cattedrale – Giardino di Boboli – Vedute dalle diverse parti di
esso – Sua rassomiglianza con un antico giardino Romano.

14 Settembre 1780

Prima che il sole si fosse innalzato sulla linea dell’orizzonte, ci mettemmo in marcia su un selciato scosceso tagliato da rudi dirupi e precipizi. Vedemmo pochissimi alberi, e quei pochi che si mostravano cominciavano già a perdere le foglie. L’umida e gelida aria di quest’area desertica difficilmente risparmia un lembo di vegetazione; ed infatti non riuscii a intravvedere neppure un campo di grano o un pascolo. Di abitanti, come puoi immaginare, nemmeno l’ombra. Sfiderei un highlander scozzese a sopravvivere in un luogo come questo.

Verso mezzodì, superammo la parte più brutta del nostro viaggio, e cominciammo a vedere un paesaggio migliore. Anche il clima migliorò, insieme allo scenario d’insieme, e dopo una
salita di diverse ore, scorgemmo dei boschi e dei villaggi a fondovalle, ed incontrammo una fila di muli e cavalli carichi di frutti. Acquistai dei fichi e delle pesche da questa piccola carovana e gustai quelle delizie in mezzo ai cespugli di lavande in piena fioritura.

Proseguendo nel nostro viaggio, dicemmo addio ai reami della povertà e dell’aridità ed entrammo in una valle coltivata, ombreggiata da dolci erte boscose. Girammo a lungo in mezzo a boschetti di pioppi e cipressi, sino a tarda sera. Dopo essere saliti su un’altra collina, in lontananza, scoprimmo Firenze, circondata da giardini e terrazzi che si innalzavano uno sopra all’altro; la luna piena sembrava illuminare con una magia speciale questa regione privilegiata. La sua luce serena riflessa sul pallido grigiore degli olivi dava un’apparenza Elisia e onirica al paesaggio: mi dispiacqui quando arrivammo in città.

Dormii bene nella misura in cui la mia impazienza mi permise di farlo: la mattina successiva (15 Settembre) visitammo la galleria, e adorai la Venere dei Medici. Sentii, appena feci il mio ingresso in questo mondo di raffinatezza, che avrei potuto vivere per sempre in quel luogo, e, confuso dalla moltitudine di oggetti, non sapevo cosa ammirare per primo, e correvo come un bambino tra le sculture, come una farfalla su una platea di
diecimila fiori.

Dopo aver percorso un lato della galleria, girai l’angolo e scoprii un’altra parte, egualmente
fornita di capolavori di bronzo e marmo. Mi ci volle un minuto per visitare questa sezione, anche se era molto vasta; poi volai verso una terza, adornata nella stessa deliziosa maniera, quando mi fermai sotto al busto di Giove Olimpo; e cominciai a riflettere in modo un po’ più maturo su ciò che stavo trovando. Di fronte a questa statua apparvero le maiestatiche forme di Minerva, che esalavano divinità: e di Cibele, la madre degli dei. Dopo aver ammirato queste potenti opere d’arte con la debita devozione, spostai il mio sguardo su una figura nera, apparentemente la divinità del sonno. Tu ben conosci la mia passione per questo sonnolento personaggio, e che spesso ho abbandonato la più splendida compagnia per lui. Eccolo qui presente, in pietra di paragone, con l’espressione di un monellaccio che dorme dopo un’indigestione. L’artista non aveva immaginato che questo dio fosse pervaso da grandi ideali, altrimenti l’avrebbe rappresentato con così poca dignità.

Dispiaciuto dall’aver trovato il mio soggetto prediletto profanato, mi accorsi che i trasporti dell’entusiasmo iniziavano a scemare, e mi sentii calmo abbastanza per seguire le greggi di guide e spettatori da camera a camera, da gabinetto a gabinetto, senza incorrere in raptus di estasi ed ammirazione.

Fummo condotti tra grandi stanze contenenti i ritratti di pittori, taluni belli, altri brutti, altri ancora insulsi, da Raffaello a Liotard: poi in un museo di bronzi, che avrebbe assicurato piacere ed erudizione per anni.

Dopo aver allarmato, più che soddisfatto, la mia curiosità girando attorno a una moltitudine di candelabri, urne funerarie e utensili sacri, entrammo in un piccolo e luminoso appartamento pieno di casse riccamente decorate e di squisiti modelli lavorati con bronzo ed altri metalli, classificati secondo l’esatto ordine. Da una parte ecco una turba di divinità minori e di lari, ai quali l’antica superstizione attribuiva quei bisbigli notturni che crediamo presagire le sfortune di una famiglia. In mezzo a questi ora dimenticati numi tutelari è conservato un grande numero di talismani, amuleti della cabala, ed altre reliquie grottesche della remota credulità umana.

Nel centro della stanza notai un tavolo, splendidamente intarsiato da lucide gemme, e, vicino ad esso, la statua di un genio con il suo serpente famiglio; era il guardiano di quei
tesori antichi. Da questa camera venimmo condotti in un’altra, che si apre in quella parte della galleria dove sono custoditi i busti di Adriano e di Antinoo. Due pilastri, finemente scolpiti nelle forme di trofei ed armature romane, fanno bella mostra sui lati dell’ingresso; all’interno vi sono molti gabinetti profumati pieni di miniature, ed una colonna di alabastro orientale alta circa dieci piedi, lucida e tersa, e bianca, più che latte.

Misi alla prova la pazienza della mia guida, perché volli ammirare da vicino la colonna ed il gabinetto. Alla fine, il muschio di cui erano impregnati mi costrinse a desistere, e proseguii verso una serie di saloni dai soffitti muniti di archi bassi, scintillanti di arabeschi, azzurri e dorati. Molti medaglioni compaiono in mezzo alle ghirlande di foglie, abbastanza ben dipinte, con le rappresentazioni delle splendide feste e dei tornei di cui Firenze era così famosa in passato.

Un’ampia collezione di piccoli quadri, la maggior parte dei quali Fiamminghi, ricopre le pareti di questi alloggi. Tuttavia nulla mi colpì di più della testa di Medusa di Leonardo da Vinci. Il capo è stato appena staccato dal corpo ed è rivolto verso l’umido pavimento della grotta: un pallore di morte riveste la sua espressione, e la bocca esala un alito pestilenziale; i serpenti, che riempiono quasi tutto il dipinto, cominciano a sgrovigliare i loro intrecci; uno o due sembrano già strisciare via, arrampicandosi sulla roccia insieme ai rospi e ai rettili velenosi.

Ci sono anche molti quadri di Polemberg: uno in particolare era il più strano che avessi mai visto. Invece di quei dolci scenari di boschi e cascate che generalmente egli ama disegnare, il pittore in questo caso ha scelto come soggetto Virgilio che introduce Dante nelle regioni dell’eterno castigo, in mezzo a edifici in fiamme che sfolgorano tra le acque dell’inferno. Queste lugubri torri ospitano innumerevoli figure, tutte intente a tormentare i
dannati. Un diavolo, nella forma di un enorme astice, sembra strenuamente impegnato a masticare un misero mortale, che si agita, invano, per fuggire dalle sue chele. Questo spettacolo, seppur bizzarro, conserva tutta quella delicatezza di colori e quella grazia di pennello per le quali Polemberg è così celebre.

Se il soggetto non avesse così chiaramente contraddetto la scelta del pittore, avrei sorvolato su questo dipinto, come su migliaia d’altri, e ti avrei immediatamente portato sul palco. C’è
bisogno di dire che rimasi incantato nel momento in cui vidi davanti a me la Venere dei Medici? Il caldo color avorio del marmo originale è una bellezza che nessuna copia ha mai
potuto imitare, e la morbidezza delle membra eccede l’idea più energica che mi ero formato della loro perfezione.

Quando con riluttanza spostai il mio sguardo da questo bellissimo oggetto, vidi un Morfeo di marmo bianco, rappresentato nell’atto di dormire ai piedi della dea, in forma di bambino. Un leone dormiente gli fa da cuscino; due ampie ali, scolpite con la più perfetta eleganza, sono raccolte sotto di lui; altre due si dipartono dalle tempie, e sono quasi nascoste da un flusso di amorevoli riccioli. Le sue languide mani trattengono a stento un mazzo di papaveri: accanto striscia una docile lucertola.

Nulla può essere più azzeccato dell’aria assonnata di questa piccola divinità. Anche il suo leone è perfettamente tranquillo, e riposa il suo muso sulle zampe anteriori, pacifico come un domestico servile. Il mio scontento nel vedere questo dio così volgarmente scolpito nella galleria venne dissipata dalla grazia della sua fisionomia. E allora fui felice, perché l’artista aveva realizzato i miei ideali; e, se posso avventurarmi a dare la mia opinione, nessuna scultura arrivò mai a tale perfezione, e, al tempo stesso, efficacia visiva. Le figure dormienti producono sempre in me la più deliziosa delle illusioni; invece quando vedo un arciere nell’atto di scoccare il dardo, o un danzatore con un piede in aria, o un gladiatore che solleva il pugno verso l’ eternità, divengo stanco, e guardo a queste pose faticose con più ammirazione che piacere.

Prima che mi potessi staccare dalla tribuna, il mattino era già fuggito. Nel mio tragitto verso casa, guardai nella cattedrale, un edificio enorme, intarsiato con i marmi più ricchi, e ricoperto di stelle e opere quadrettate, come un gabinetto nella vecchia moda. L’architetto sembra aver girato questa costruzione alla rovescia; nulla, nell’arte, è più ornamentato della parte esterna, e pochissime chiese sono più modeste all’interno. La navata è vasta e solenne, la cupola sorprendentemente spaziosa, con l’altare maggiore nel centro, circondato da un’arcata circolare di quasi duecento piedi di diametro. C’è’qualcosa di imponente nella decorazione, che suggerisce l’idea di un santuario, nel quale nulla, eccetto la divinità, può entrare. Quantunque mi sentissi profano, decisi di entrare e sedermi sotto una nicchia. Neppure un raggio di sole giungeva in quell’anfratto sacro, ma solo attraverso delle strette finestre, in alto nella cupola, sfarzosamente dipinte. Predomina una sorta di colore giallo, che dona una solennità maggiore all’altare, e un pallore al devoto di fronte ad esso. Fece quell’effetto anche su di me.

Dopo essere rimasto per qualche tempo colorato del candore della santità, tornai a casa e banchettai tra grappoli d’uva e ortolani; poi passeggiai lungo uno dei ponti che attraversano l’Arno ed arrivai al giardino di Boboli, che si trova sotto al palazzo del Gran Duca, esteso sul lato di una montagna.

Mi arrampicai di terrazza in terrazza, togato da un fitto sottobosco di alloro e mirto, sopra il quale s’innalzavano molte torri e una lunga schiera di venerabili mura, quasi interamente
nascoste dall’edera. Saresti rimasto estasiato dall’immensa massa d’ombra e dalle fosche vallette che si aprivano man mano che avanzavo, tra statue di fauni e silvani luccicanti; alcuni di questi versavano dell’acqua all’interno di sarcofagi del marmo nitido, ammantati da antichi rilievi. I capitelli delle colonne e dei fregi d’epoca classica fungevano da seggi.

Su uno di questi mi fermai a riposare, e osservai i boschetti di cipressi che occhieggiavano sopra di me; fu allora che mi immersi in quegli eremi, seguii un sentiero sinuoso che mi
guidò sino ad una piattaforma verde dalla quale potevo ammirare l’intera estensione della foresta, oltre all’intera città di Firenze ed alle cime delle colline che la circondano; qua e là
luccicavano al sole dei conventi e delle ville. Questa veduta si estendeva a perdita d’occhio.

Salii ancora e raggiunsi la vetta di quell’opera straordinaria, dove non c’era nulla, eccetto il forte di Belvedere, e due o tre porticati aperti. Da questo punto panoramico proseguii per
diversi camminamenti costituiti da listelli e addobbati da festoni lussureggianti. Una enorme statua di Cerere nell’atto di spargere fertilità su tutta la regione, corona la sommità.

Discendendo innumerevoli vialetti e terrapieni, arrivai all’aranceto di fronte al palazzo, collocato in un anfiteatro monumentale, con nicchie di marmo inserite tra la vegetazione,
da cui si potevano distinguere dei cedri e degli altissimi cipressi. Questo luogo faceva venire in mente in modo così vivido lo scenario di un antico giardino Romano, che, perduto nel corteo di rimembranze che quest’idea mi suscitava, mi aspettavo di esser chiamato alla tavola vicino a Lucullo, sotto uno dei portici, e distendermi su un purpureo triclinio; dopo aver atteso invano l’invito sino a tarda sera, mi accomiatai da quel luogo, felice di quell’escursione immaginaria nell’età classica.

16 Settembre, venerdì. – La mia impazienza di ascoltare Pacchierotti mi fece alzare insieme al sole. Benedissi quel giorno che mi avrebbe regalato i più grandi piacere musicali, e mi misi in viaggio con l’animo beato verso Lucca, attraverso una fertile piana circondata da colline rocciose, dove sorgevano qua e là cittadine e villaggi. Passata velocemente Pistoia, verso le tre di pomeriggio entrammo nel territorio di Lucca tramite una bella strada lastricata che corre attraverso boschi di castagni circondati da ginestre in fiore e prati d’erica; il suolo rosso che occhieggiava dalla vegetazione aggiunse ancor maggiore sfarzo al paesaggio: a sette o otto miglia dalla città si apre una catena di montagne dalle verdi cime, punteggiate di giardini e palazzi. Difficilmente può essere immaginato scenario più delizioso: io ne fui quasi stregato, e consapevole del fatto che l’opera lirica mi avrebbe intrattenuto a lungo in quei luoghi.

Buon per me che i sobborghi di Lucca fossero così stupendi, dal momento che rifiuto fermamente l’idea che ogni città contenga più bruttezza tra le sue mura rispetto alle sue periferie. Strade strette e viali cupi; ampi rigagnoli e pavimenti rovinati; tutte le persone vestite di nero, in pieno accordo con le loro case, che comunque sono abbastanza grandi e nobili; ma avendo le finestre chiuse da grate non comunicano nulla eccetto a idee di oscurità e prigionia. Mi depressi molto quando entrai in questa nera capitale; quando capii che il Venerdì era giorno di magra, nel vero senso della parola, e che non poteva esserci alcuna opera lirica, divenni di cattivissimo umore. Invece di una voluttuosa sinfonia, udii solo il rumore dei piatti e le imprecazioni dei camerieri.

Tra i miei aguzzini c’era anche un’intera famiglia di nobili genovesi, grassissimi, striscianti e terribilmente dediti al violino. Avendo sentito il mio triste lamento sulla mancanza di musica, molto generosamente si convinsero che dovevano aiutarmi, e così raccolsero dei raschietti e cominciarono un’accademia che mi accompagnò fino al mio alloggio, proprio di
fianco al loro.

La speranza, ed erede della famiglia – uno stupidotto di diciotto o diciannove anni, suo zio, un personaggio tarchiato e sorridente, ed una coppia di fratellini dall’aria innocente, usarono i loro violini con buona volontà, scuotendo i loro doppimenti, e suonando fuori tempo con la più gaia incoscienza, come i dilettanti sono soliti fare il novanta nove per cento delle volte.

Pacchierotti, che tutti loro veneravano come una divinità, sedeva in silenzio in un angolo; il secondo soprano gorgheggiava, assolutamente non male, al clavicembalo; mentre la vecchia signora, la fanciulla, e le attendenti continuarono a fargli gli occhi dolci con la massima perseveranza. Quelli rimasti fuori dalla porta, sbirciavano con curiosità. I levrieri
giocherellavano. In breve, fui così perseguitato da domande, critiche e concerti, che invocai un mal di testa e un’indisposizione, e scappai via verso le dieci, riprendendomi solo quando fui al sicuro nel mio alloggio.

Le mie pubblicazioni

A vostra disposizione le mie pubblicazioni, buona lettura!

La guerra delle razze

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