Lettera XIII

Partenza per Pisa – Il Duomo – Interno della Cattedrale - Il
Campo Santo – Solitudine nelle strade nel mezzodì – Seguito

per Livorno – Bellezza della strada – Torre del Fanale

Livorno, 2 Ottobre 1780

Questa mattina partimmo per Pisa. Non appena ci lasciammo alle spalle i campi coltivati ed i giardini che circondano Lucca ci ritrovammo su strade strette, ostacolate da viti e grossi banchi di canne e vimini che superavano in altezza la nostra carrozza e levavano la loro vegetazione verso il cielo. Attraverso le aperture in cui talvolta ci imbattevamo scoprimmo una varietà di collinette vestite di arbusti e rovine di torri tra i cespugli con delle storie romantiche in attesa di essere narrate.

Questo scenario durò sino a quando, dopo aver passato le terme, scorgemmo Pisa innalzarsi da una grande pianura, la più aperta che avessi sino ad allora veduto in Italia, attraversata in tutta la sua lunghezza da un acquedotto. Andammo subito dal Duomo, che rimane isolato in un’area verdeggiante, ed è forse il più curioso edificio che i miei occhi abbiano mai ammirato. Non chiedermi nulla del suo stile; è quasi impossibile da definire,
così grandiosa è la confusione degli ornamenti. La cupola pare orientaleggiante, il che contribuì a disorientarmi; in breve, ho sognato costruzioni simili, e non pensavo che esistessero davvero. Da un lato ecco la celebre torre, perfettamente storta come mi aspettavo; dall’altro lato il battistero, distinto dalla chiesa e di fronte alla sua entrata principale, pieno di sculture e sormontato dalla più stramba delle cupole.

Dopo aver indugiato per qualche momento su questa singolare prospettiva, entrammo nella cattedrale ed ammirammo le colonne di porfido e dei più rari marmi, che sostenevano un tetto che, come il resto dell’edificio, riluce d’oro. Un pavimento del più lucente mosaico completa la sua magnificenza: tutt’intorno sculture di Michele Angelo Buonarroti, e dipinti dei più famosi artisti.

Li esaminammo con la dovuta attenzione, e poi camminammo attraverso la navata e notammo lo spettacolare effetto del battistero visto in prospettiva attraverso i portoni di bronzo, i quali, suppongo, saprai essere ricoperti di rilievi eseguiti con la più raffinata delle lavorazioni. Queste nobili valve erano completamente aperte, e attraverso di queste arrivammo al battistero, squisitamente lavorato.

Il nostro prossimo obiettivo fu il Campo Santo, che costituisce un lato dell’area in cui è situata la cattedrale. Le mura, ed il tabernacolo gotico sopra all’ingresso, sorge dal terreno
e conserva un nitido color paglia, apparendo come se fosse appena stato costruito. Dopo che la nostra guida ci aprì le porte, entrammo in uno spazioso chiostro che formava un quadrilatero oblungo, che racchiude a sua volta la terra sacra portata da Gerusalemme, trasferita in questo luogo all’epoca delle crociate, il periodo storico più prospero per i Pisani. Il santo terriccio un rigoglioso mucchio di erbacce, le quali però non possono invadere il pavimento, interamente composto da tombe a lastroni, perfettamente lisci e ricoperti da iscrizioni.

File di snelle colonne del più candido marmo e brillanti al sole, sostenevano l’arcata del chiostro, completamente intarsiata da innumerevoli stelle e rose, in parte Gotiche e in parte Saracene. Strani dipinti rappresentanti l’inferno e il diavolo, la maggior parte presa delle rapsodie di Dante, ricoprono le pareti di queste splendide gallerie, e sono opera del venerabile Giotto e di Bufalmacco, menzionati da Boccaccio nel suo Decamerone.

Nella parte sottostante, alla base delle colonne, vi sono, e questo fatto mi colpì molto, file di sarcofagi pagani; non ritenevo i Pisani sufficientemente tolleranti da accogliere delle sculture profane tra questi confini consacrati. Ad ogni modo, ci sono, e ci sono anche almeno cinquanta ornamenti contraddittori.

La stranezza di quel luogo mi catturava abbastanza, così feci una cinquantina di volte il giro del cortile, scoprendo sempre nuovi oggetti degni d’attenzione. Quando fui stanco, mi sedetti su un bel lastrone di giallo antico che sembrava più pulito dei suoi vicini (lo dico solo per identificare il punto preciso), e guardando attraverso la nervatura filigranata degli archi osservai le cupole della cattedrale, del battistero, ed il tetto della torre pendente, che
plasmavano il più strambo raduno di guglie esistente, forse, in Europa. Il posto, in sé, non è né triste né solenne; gl’archi sono eterei, i pilastri sono leggeri, e c’è così tanto capriccio, simile ad un paesaggio esotico, che tutti potrebbero immaginare, senza alcuno sforzo fantasioso, di trovarsi in una terra incantata.

Ogni cosa è nuova, ogni ornamento originale; la commistione degli antichi sarcofagi con i sepolcri Gotici completa la stravaganza del Campo Santo: credo che ritornerò, e in questo luogo ascolterò le musiche più visionarie e farò comunella con gli spiritelli: non ho mai trovato un palcoscenico così bizzarro.

La calura era così potente che tutti gli abitanti di Pisa mostravano la loro saggezza rimanendo in casa. Nelle strade non c’era neanche un animale, eccetto cinque cammelli carichi di acqua che camminavano impettiti tra i giardini e le magioni: ogni porta era dotata di tendone. Fummo costretti a seguire i loro passi almeno per un quarto di miglio, prima di raggiungere la nostra locanda. Il ghiaccio fu la prima cosa che cercai, e solo dopo averne trangugiato una quantità irragionevole, iniziai a non sentirmi più nel deserto dell’Africa, come invece il caldo e i cammelli mi avevano indotto a fare qualche momento prima.

Nel pomeriggio proseguimmo per Livorno attraverso un grande tratto di foresta, molto simile a quella che si può vedere in un parco Inglese. Gli alberi regalavano una tale ombra e una tale frescura che non riuscimmo a resistere alla tentazione di camminarvi sotto, e fummo ricompensati perché dopo aver lottato con un boschetto piuttosto fitto, entrammo in un prato circondato da querce e castagni, che si estende per molte leghe lungo la costa nascondendo l’oceano: ne sentivamo il mormorio.

Niente poteva essere più amabile e verdeggiante di quell’erba, cosparsa di margheritine e crochi violacei come nel mese di aggio. Sentivo dentro al mio cuore svolazzare tutte le benigne sensazioni della primavera, e fui ancor più deliziato quando scoprii ampi cespugli di mirto sontuosamente in fiore. La delicatezza dell’aria, il suono delle onde in lontananza, i bagliori della sera, e la tranquillità del paesaggio, tranquillizzarono i tumulti del mio spirito, e sperimentai nuovamente la calma della mia infanzia. Giacevo tra gli arbusti, tra i cespugli, sull’erba, e per pochi attimi dimenticavo tutte le mie preoccupazioni; ma quando cominciai a cercare di capire appieno la mia felicità, questa svanì. Ero senza coloro che più
amavo, in quei luoghi che così profondamente stavo ammirando, ma senza di loro erano bellissimi invano.

Non avevamo ancora lasciato questa regione boscosa, che ci apparve all’orizzonte il Fanale – la torre che tu hai così spesso menzionato; il cielo e l’oceano avvampavano di luce ambrata, e le navi apparivano tra i vapori dorati: di questi colori non possiamo avere concezione noi che abitiamo nel nord. Un tale paesaggio, insieme alle fresche brezze del Mediterraneo, mi incantava; mi affrettai verso il porto e mi sedetti su uno scoglio ad ascoltare le onde che s’infrangevano contro di lui.

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