Lettera XVI

Trattenuto a Firenze a causa di notizie sulla Malaria a Roma -
Scalata delle colline celebrate da Dante – Veduta dalla sua

sommità – Cappella progettata da Michelangelo – Nascita di
una Principessa – Il battesimo – Un’altra visita serale nei
boschi di Boboli.

22 Ottobre 1780

Si dice che quest’anno a Roma l’aria sia più malsana che mai, e che sarebbe da pazzi andare in quel luogo durante la sua maligna influenza. Questa era davvero una bruttissima notizia
per uno che era mortalmente stanco di Firenze e della sua società. Poteri misericordiosi! Puoi immaginare che non ero molto contento delle frequentazioni, sebbene intelligenti e
degne di lode. Le foreste di Cascini mi proteggono ogni mattino; un agrifoglio cresce rigoglioso alla loro entrata e si attorciglia attorno a un pino, sulle cui radici rimango seduto per ore.

Nel pomeriggio sono irresistibilmente attratto dai boschi di Boboli. L’altra sera, invece, ho cambiato il mio tragitto, e ho effettuato la scalata di una di quelle bellissime colline celebrate da Dante, che s’innalzano accanto alla città e che dominano un variegato scenario di torri, ville, cottage, e giardini. Sulla destra, se guardi dalla cima, appare Fiesole con le sue torrette e le sue case bianche, un monte sulla sinistra, la Val d’Arno persa nel vapore dell’orizzonte. Un convento francescano sorge sulla cima dell’altura, avviluppato tra antichi cipressi, che impediscono ai suoi santi residenti di godere troppo di quel panorama così felice.

L’ascesa lastricata che conduce alla loro dimora riceve tutta l’ombra dei cipressi. Sotto a questo venerabile viale, vi sono croci con delle iscrizioni per segnare le stazioni della passione di Cristo; segnano i luoghi dove egli, quasi svenuto per il peso che stava portando, i fermò a riposare, o dove egli incontrò la sua afflitta madre.

Più sopra, proprio sulla sommità, si eleva una cappella disegnata da M. A. Buonarroti; più avanti ancora, una antica chiesa, intarsiata con marmi, porfidi e verde antico. L’interno presenta un affollato raduno di ornamenti, pavimenti a mosaico elaborati e finemente decorati. Il nobile altare è collocato all’interno di una nicchia semicircolare, che, come l’abside della chiesa di Torcello, sfolgora di dipinti barbarici su fondo dorato, e riceve un fervido fulgore di luce dalle cinque finestre riempite di marmo trasparente appannati come gusci di tartaruga. Una liscia e levigata scalinata conduce a questo luogo misterioso: un’altra mi accompagnò ad una cappella sotterranea, sostenuta da disordinate schiere di pilastri variegati, appena visibili al brillio delle lampade.

Passai da quei passaggi senza timore reverenziale, seguii alcune rampe di scale, che terminano tra gli eleganti porticati del convento, perfettamente conservati, ma senza anima viva. Colonne di cedri e di aloe riempiono il quadrangolo, i cui muri sono decorati da dipinti raffiguranti immagini superstiziose e fantastiche. I Gesuiti furono gli ultimi tenutari di questo luogo di ritiro. La sua pace e la sua tranquillità mi allietarono.

Il giorno successivo mi ritrovai alle prese con una scena totalmente opposta, sebbene contro la mia volontà. Sua Altezza Reale la Gran Duchessa aveva partorito durante la notte, ed al mattino era stato organizzato un gran galà, dove mi recai seguendo il luccicante corteo di ministri, cortigiani e nobildonne, per ammirare il battesimo. Dopo che il Granduca espose alcuni problemi politici, le porte di una cappella vennero improvvisamente aperte. Le trombe squillarono, la processione si mise in marcia, e l’arcivescovo cominciò la cerimonia presso un altare l’oro massiccio, posto al di sotto di un padiglione che riceveva piramidi di luci. File di candele di cera luccicavano in ogni angolo dell’appartamento, sebbene fosse mezzodì. I paggi sfarzosamente abbigliati, con enormi torce in mano, affiancavano sua Altezza Reale, e lo blandivano con tutte le più delicate leziosità immaginabili, al ritmo della musica di Nardini.

Il povero vecchio arcivescovo, che aveva la sembianza d’un vero santo, cantava il Te Deum con una voce querula, mentre il resto dell’assemblea lo seguiva con spensierata prontezza.

La cerimonia venne poi fatta terminare perché sua Altezza Reale fremeva dal reimmergersi nella sua adorata oscurità; la folla si disperdette e io andai, insieme ad altri, a cenare dal
mio Lord T--.

Alla sera, corsi a gettarmi ancora una volta nelle foreste di Boboli, dove rimasi sino a quando la notte calò in ogni loro più recondito recesso. Davvero questi giardini sono ideali
per gli spiriti entusiastici e alla ricerca del meraviglioso; c’è un qualcosa di così solenne tra queste ombre, tra i viali, tra le punte dei cipressi. Dopo essermi deliziato per molte ore in
mezzo a quei boschi, emersi dall’aranceto di fronte al palazzo, che domina il più grande quartiere della città, e vidi, mentre lentamente scendevo la strada, alcune luci fulgenti che brillavan intorno alla cupola del Duomo e alle punte delle torri più alte. A una prima occhiata pensai fossero delle meteore, o quei fuochi ingannevoli che spesso danzano davanti agli occhi della mia immaginazione, ma presto mi resi conto che eran reali; dopo
pochi minuti la lanterna della cattedrale venne accesa da agenti invisibili; mentre un fiume di torce correva intorno ai merli dell’antico castello che menzionai in una precedente lettera.

Mi godetti questo spettacolo da lontano: quando mi avvicinai, il mio piacere venne indebolito, perché almeno metà dei pesci della città stavano friggendo per rallegrare i cuori dei leali sudditi di sua Altezza Reale, e dei falò stavano fiammeggiando in ogni strada. Strepiti e cattivi odori di ogni tipo mi convinsero a ritirarmi nel teatro, che però era tutto un fulgore. Non c’era gusto, né ordine, solo miseri specchi e candele da topi.


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