Lettera XVII

Pellegrinaggio a Valombrosa – Rocce scoscese – Boschi di Pini -
Grande Anfiteatro di Prati e Pascoli – Accoglienza al
Convento – Valli selvagge dove

l’Eremita Gualberto dimora
nella sua cella – Conversazione con i santi padri – Leggende -
Il Crepaccio consacrato – Il Romitorio – Ampia Veduta della
Val d’Arno – Ritorno a Firenze

23 Ottobre, 1780

Ricordi le nostre passeggiate serali dell’anno scorso, nella valle a F--, sotto alla collina di pini? Rimembro che spesso immaginavamo che il panorama fosse simile a quello di Valombrosa; e promisi, se ne avessi avuto occasione, di visitare tutti i suoi più reconditi angoli. Rimandai il mio pellegrinaggio sino a quando il tempo non volse al brutto: i Fiorentini dissero che con quella temperatura mi sarei senz’altro congelato. Ieri sera, all’Opera, dichiarai solennemente che mi sarei sepolto tra le foglie cadute, e non udii altra musica eccetto il loro fruscio.

Mr. – era ansioso quanto me di fuggire il chiacchericcio e le inutilità di Firenze; così finalmente ci decidemmo a partire, montammo sui nostri cavalli, partimmo al mattino felicemente senza alcuna altra compagnia eccetto l’energia che ci spronava. Avevamo bisogno di ispirazione, dal momento che null’altro, credo, ci allettava in quelle tristi e insignificanti montagnola che si sollevano dalle sponde dell’Arno. Il canuto olivo è la pianta più comune della zona; la Natura, in quella parte della nazione, sembra decadere in uno stato inaridente e decrepito, e potrebbe non impropriamente essere paragonato a “una vecchia signora vestita di grigio”. Comunque sia, il nostro entusiasmo per Valombrosa non venne meno.

A circa metà strada, i nostri palafreni ritennero opportuno aspettarsi della biada, così mi infilai di nascosto in una sorta di granaio nel mezzo di una distesa deserta, cosparsa qua e là di rocce che riflettevano il calore, sebbene mi era stato detto che avrei trovato neve e ghiaccio. Mi sedetti sul pavimento in mezzo a cumuli ammucchiati di grano e allungai la mano verso alcuni grappoli violacei d’una Moscardina, che pendevano dal soffitto, e mi deliziai con queste prelibatezze mentre i cavalli consumavano il loro pasto. Incontrammo null’altro se non rocce scoscese frantumate in frammenti, e strade così malmesse che quasi scoraggiarono il nostro proseguimento; solo il freddo non era annoverabile tra i nostri demoni.

Alla fine, dopo una tediosa ascesa, cominciammo a sentire il vento soffiare più acuto dai picchi delle montagne, ed a udire il mormorio dei boschi di pino. Un sentiero pavimentato
conduce in mezzo a questi, in parte ombreggiato dai rami che si intrecciavano sopra le nostre teste creando una tale oscurità e un tal gelo che qualunque mortale si sarebbe fermato e convinto a tornare indietro a crogiolarsi nella pianura; tuttavia, risolti a non darci per vinti, ci immergemmo audacemente nella foresta. Presentava quella sterminata confusione di tronchi della quale sono innamorato, ed esalava un aroma che mi fece rinascere.

A dire il vero il freddo era pungente; ma noi lo sfidammo, ci lanciammo al galoppo ed entrammo in un vasto anfiteatro di prati e pascoli circondati da boschi folti splendidamente verdeggianti. Le erte, i dirupi e le montagne che sorvegliano questa recondita valle sono ammantate di faggi sino alla loro sommità; e sulle loro pendici, la cui dolcezza e vegetazione è uguale a quella dei nostri pascoli inglesi, erano cosparse di innumerevoli greggi di pecore. L’erba, inumidita dai ruscelli che cadono dalle vette, non inaridiscono mai; perciò, mentre la gran parte della Toscana è bruciata dai calori dell’estate, questi altopiani mantengono la freschezza della primavera. Mi pentii di non averli visitati prima, visto che l’autunno aveva già fatto grandioso scempio del fogliame. Piogge di foglie soffiavano incontro ai nostri visi mentre cavalcavamo verso il convento, collocato all’estremità della valle e protetto da castagni e abeti.

Iniziammo la discesa verso l’entrata del luogo sacro, e due padri ci vennero incontro ricevendoci nella pace del loro ritiro. Trovammo un fuoco già acceso, e tavole coperte di ogni ben di Dio, intorno alle quali cinque o sei frati un po’ troppo cresciuti stavano bighellonando, e parevano, a giudicare dalla loro untuosità e dal loro colorito roseo, non proprio sviliti.

Le mie lettere di raccomandazione portarono i capi dell’ordine a me: belle figure rotonde, che qualunque Cinese avrebbe piazzato nella sua pagoda. Li avrei volentieri dispensati dal prestarmi attenzione; tuttavia non mi fu possibile. Per tutta la cena, perciò, sopportammo un’infinità di domande senza senso; appena terminata, non persi un solo momento a ritornare tra prati e foreste. I padri intrapresero goffi tentativi di trattenerci, ma non eravamo già a distanza di sicurezza. Mi ritrovavo libero, così seguii uno stretto sentiero a strapiombo su una roccia, con degli irsuti castagni che spuntavano dalle crepe. Questa strada mi condusse in selvagge valli di faggi, la maggior parte dei quali decrepiti e ricoperti di muschi: molti erano caduti a terra. In mezzo a questi alberi il santo eremita Gualberto dimorava nella sua cella. Riposai un momento su uno di quei tronchi, ascoltando il ruggito di una cascata che il bosco nascondeva. Le foglie secche si inseguivano l’una con l’altra sui margini dei torrenti con sinistri fruscii: quei boschi rispondevan perfettamente alla mia idea di Vallombrosa.

-- dove le ombre Etrusche
abbracciavano e davano rifugio.

La scena stava cominciando a dare il suo effetto, e il genio di Milton a muoversi in mezzo alla sua valle preferita, quando ecco arrivare i padri sbuffando e ansimando.

“Avete smarrito la strada”, gridò il più giovane; “l’eremo, con la bellissima pittura di Andrea del Sarto, che tutti gli Inglesi ammirano, è dal lato opposto del bosco: laggiù! Non
lo vedete sulla cima della rupe”?

“Sì, sì”, dissi abbastanza irritato; mi meraviglio che il demonio non l’abbia ancora buttato giù; sembra una preda invitante.

“Satana”, rispose la vecchia Pagoda molto seccamente, “è pieno di malizia; ma chiunque beve dalla fonte che il Signore fa scaturire vicino all’eremo è libero dai suoi inganni”. “Davvero”? Risposi io con tono bigotto, “allora ti prego di di condurmi in quel luogo, perché ho davvero bisogno di quelle acque santificate”.

Il padre più giovane scosse la testa, come a dire, “questo non è nient’altro che un capriccio di un eretico”.

Il padre più anziano dimostrò più pietas, e cominciò a narrare qualche storiella leggendaria del genere che la mia anima predilige. Indicò un baratro nella rupe, intorno alla quale ci stavamo avvolgendo seguendo una strada a spirale, dove Gualberto era solito dormire: d’un tratto si voltò verso occidente e vide una lunga teoria di santi e martiri transitare obliquamente nel cielo, indorando le nubi con splendori più rilucenti del sole. Qui rimase sino alla sua ultima ora, quando le campane del convento sottostante (che sino a quel momento facevano ululare solo i cani tra i loro recinti) si misero a suonare con tali armoniosi scampanii che tutta la nazione fu incantata, e sollevò lo sguardo con singolare devozione, quando, di candore vestito, apparve un cherubino e gl’uccelli presero a cinguettare nonostante fosse mezzanotte. “Ah! Cosa darei per vedere uno spettacolo del genere e leggere il breviario al cielo rifulgente”!

Io ero ansioso di vedere finalmente qualche cosa: mi arrampicai dalla consacrata fenditura e mi allungai a guardare. Quale giaciglio penitenziale! Ma con una vista dominante sul mondo sottostante, che quella sera giaceva in un’ombra colorata d’un azzurro profondo; il sole appariva vermiglio e incollerito tra i vapori delle nebbie, che impedivano di scorgere il mare Toscano.

Essendo le rocce umide come ci aspettavamo, mi toccò slogarmi le membra, e seguire il padre più giovane fin dal Romitorio, un piccolo ma accogliente eremitaggio, con una elegante cappella e un altare, capolavoro di Andrea del Sarto, che avrei senz’altro esaminato più attentamente se il selvaggio e montagnoso paesaggio delle foreste non avesse preso possesso della mia attenzione. Rimasi solo il tempo necessario per assaggiare l’acqua della fonte sacra; poi scappai via, corsi lungo il sentiero, saltando i ruscelletti che l’attraversavano, e entrai in un prato costellato da pecore. Poi un secondo, trapuntato di boschetti; e ancora più in alto, un terzo, dal quale una foresta di giovani pini s’innalzava da una nobile valletta tra le vette delle montagne, seminascoste da un bruno faggeto. Nel mezzo di quei pascoli mi fermai a guardare le schiere degli alberi che mi circondavano; poi indirizzai le mie preghiere al genio di questo luogo, implorandolo di poter un giorno tornarvi e poter rimanere accanto a lui, perché certamente quei boschi e quei prati sarebbero stati la mia gioia!

Dopo aver completato questo rito, proseguii sino all’estremità dei pascoli, attraversai un boschetto, e mi ritrovai sul bordo dei precipizi, sotto i quali giace l’intera Val d’Arno. Mi misi in ascolto dei mormorii che provenivano dalla pianura, vidi spire di fumo alzarsi dai cottage, ammirai un vasto pezzo di terra brulla che la sera rendeva ancor più desolata, delimitata dalle montagne nere di Radicofani.

Poi mi voltai e osservai l’intera estensione delle rocce e delle foreste, i boschi di faggio, le distese selvagge sopra il convento, incendiate di un rosso feroce, perché il sole, in un estremo tentativo di trafiggere i vapori, produceva quest’effetto; il cielo era tetro e il resto del paesaggio tinto d’un azzurro melanconico.

Tornando lentamente indietro, mi fermai a contemplare i caldi raggi che abbandonavano le vette dei monti: poi udii l’improvviso rintocco d’una campana. I giovani seminaristi si stavan muovendo come un corpo unico verso le loro scure celle, tutti vestiti di nero. Molti di loro sembravano pallidi e emaciati. Volevo chiedere loro se la solitudine di Valombrosa si addiceva alla loro età; ma un alto spettro di prete li conduceva diretti verso le porte: queste si aprirono, e non li vidi più.

La notte stava diventando gelida, i venti impetuosi, e negli intervalli delle raffiche ebbi l’omaggio di un funesto gufo a deprimere i miei spiriti. In più, non ero per nulla ansioso di incontrare i padri, che però spuntarono fuori per mostrarmi la camera, intrattenendomi con variegate ciarle, sia sacre che profane, sino a quando apparve la cena.

Il mattino successivo, il Padre Decano ci convocò nella sua stanza e ci offrì del cioccolato; in seguito ci guidò intorno al convento, insistendo in modo molto crudele a mostrarci ogni
cella e ogni dormitorio. Comunque, ero deciso a fermarmi dall’organo, davvero uno dei più armoniosi ch’ebbi mai suonato; ma piazzato in un recesso flebilmente illuminato da dei lumi, e per nulla ispirante assoli trionfanti. I monaci, che si erano assemblati in attesa di vivaci gighe e animate ouvertures, dovettero presto ritirarsi dopo aver udito una melodia dieci volte più addolorata di quella a cui erano abituati.

Non mi dispiacque la loro dipartita: suonai sino a quando i nostri cavalli non vennero portati davanti alla porta. Montammo, ci lanciammo attraverso i boschi di pino che proteggono Valombrosa, scendemmo dai pendii, e, tornati in pianura, galoppammo per alcune ore sino a Firenze.

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La guerra delle razze

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