Capitolo XXVII

NIZZA, 28 Gennaio, 1765

CARO SIGNORE, - Pisa è una città bellissima e antica che ispira la stessa venerazione della vista di un tempio classico recante i

segni della decadenza, senza comunque essere in rovina. Le case sono ben costruite, le strade grandi, diritte, ben pavimentate, i negozi ben forniti, i mercati ben provvisti di merci: vi sono alcuni palazzi eleganti, progettati da grandissimi maestri. Le chiese sono edificate con gusto, e discretamente ornate. Su entrambi i lati dell’Arno vi sono argini di pietra che corrono attraverso la città, e tre ponti che sovrastano il fiume, di cui uno, quello in mezzo, è di marmo, ed è davvero un pezzo pregiato di architettura: il numero di abitanti è invece molto trascurabile; e proprio questa caratteristica conferisce un alone di maestosa solitudine alla città, che è molto piacevole per un uomo dalla natura meditativa e contemplativa.

Personalmente, non riesco a sopportare la confusione di una città commerciale e popolosa; e la solitudine che regna a Pisa sarebbe un ottimo motivo per sceglierla come mio luogo di
residenza. La compagnia è buona e ci sono anche pochissimi uomini di gusto e di alta istruzione. Le persone sono generalmente socievoli ed educate; c’è grande abbondanza di
approvvigionamenti a prezzi ragionevoli. Ad una certa distanza dalle zone più frequentate della città, un uomo può prendere in affitto una villa per trenta corone all’anno: invece vicino al centro non si riesce ad avere dei buoni alloggi, arredati, a meno di uno scudo (circa cinque scellini) al giorno. In estate l’aria è considerata malsana a causa delle esalazioni provenienti dalle acque stagnanti delle zone adiacenti alla città, che sorge nel mezzo di una pianura fertile, bassa ed acquitrinosa: tuttavia queste paludi sono state notevolmente drenate, e quindi l’aria è migliorata molto. L’Arno non è più navigabile da velieri, di ogni portata.

L’università di Pisa è molto decaduta; ed eccetto le pochissime galee commissionate dall’imperatore, che vengono costruite in questa città, [Questo è un errore. Da moltissimi anni non vengono costruite galee, ed il porto è stato convertito nelle stalle per le Guardie a Cavallo del Gran Duca] non conosco quale commercio venga portato avanti: forse gli abitanti vivono con i prodotti della zona, cioè grano, vino e bestiame. L’acqua è eccellente, ed è fornita da un acquedotto formato da cinquemila archi, cominciato da Cosmo, e terminato da Ferdinando I, Granduca di Toscana; esso convoglia l’ acqua dalle montagne sino ad una distanza di cinque miglia. Questa nobile città, anticamente capitale di una fiorente e potente repubblica, che ospitava più di centocinquantamila abitanti tra le sue mura, è ora così desolata che l’erba cresce nelle strade, e la sua popolazione non supera i sessantamila abitanti.

Com’eri sicuro, visitai il Campanile, o torre pendente, un bellissimo cilindro di otto piani, ognuno ornato con un giro di colonne, che s’innalzano una sopra l’altra. Sorge accanto alla cattedrale, ed è così inclinato da un lato, che se fai cadere un piombo dal suo punto più alto, che misura centoottantotto piedi di altezza, questo cade a sessanta piedi dalla base. Da parte mia, non avrei mai pensato che tale inclinazione fosse dovuta ad altra causa, oltre a quella di un cedimento accidentale delle fondazioni di questo lato, se qualche sapientone non si fosse dato tanta pena di dimostrare che la pendenza era stata data di proposito dall’architetto. Ogni persona dotata di occhi può vedere che i pilastri di quel lato sono sprofondati in modo considerevole, come anche la porta di ingresso della torre. Io penso che sia stata una molto assurda ambizione degli architetti mostrare di quanto avrebbero potuto deviare dalla perpendicolare di questa costruzione, riguardo alla quale un semplice muratore avrebbe fatto meglio di loro; [tutto il mondo sa che una costruzione con una tale inclinazione può essere riportata nella corretta posizione lungo una linea tra il centro di gravità e la circonferenza della base] e se quelli avessero veramente voluto dimostrare di essere dei campioni nella loro arte, avrebbero dovuto accorciare i pilastri di quel lato, così da mostrarli interi, e senza quella parvenza di cedimento. Queste torri pendenti non sono rare in Italia; ce n’è una a Bologna, un’altra a Venezia, una terza tra Venezia e Ferrara ed una quarta a Ravenna; e in tutti questi casi si ritiene che la loro pendenza sia dovuta ad un cedimento strutturale.

Nella cattedrale, un grande edificio di stile Gotico, [Non è assolutamente Gotico. E’stato costruito nel Dodicesimo Secolo prendendo spunto da un disegno di un Architetto Greco di
Costantinopoli, città dove, dopo quel periodo classico, l’arte è di molto degenerata. I pilastri di granito provengono per la maggior parte dalle Isole di Elba e Giglia, davanti alla Toscana, dove le cave venivano lavorate già dagli antichi Romani. Il Giullo ed il verde antico sono meravigliosi tipi di marmo, giallo e verde; il primo, in tempi remoti, era chiamato marmor numidicum, e veniva dall’Africa; l’altro fu scoperto (secondo Strabone) sul monte Taigeto in Lacedemonia: attualmente né l’uno né l’altro si possono rinvenire, se non tra i resti antichi] è formata da un gran numero di massicce colonne di porfido, granito, diaspro, giullo e verde antico, e da molti bei dipinti e statue; ma la rarità più interessante consiste nei portoni di ottone, progettati ed eseguiti da Giovanni di Bologna, che rappresentano, sbalzati in diversi settori, le storie del Vecchio e del Nuovo Testamento. Rimasi così affascinato da queste opere, che sarei rimasto un giorno intero ad ammirarle.

Nel Battistero, che sorge sul lato opposto, vi sono stupende sculture marmoree, in particolare la fonte battesimale ed il pulpito, sostenuto dalle statue di diversi animali. Tra la cattedrale e questa costruzione, a circa un centinaio di passi, si trova il famoso cimitero, chiamato Campo Santo, poiché è ricoperto da terra portata da Gerusalemme. A pianta quadrata, è circondato da un muro molto alto. Al suo interno c’è un grande corridoio, nobile camminamento per un filosofo in contemplazione. E’pavimentato principalmente con pietre tombali piatte: le mura sono affrescate da Giotto, Giottino, Stefano, Bennoti, Bufalmaco, e altri artisti del medesimo periodo, attivi immediatamente dopo il rinascimento della pittura. I soggetti sono presi dalla Bibbia. Sebbene lo stile sia arido, la rappresentazione non corretta, il disegno generalmente rozzo ed i colori innaturali, tuttavia l’espressione artistica ha un suo valore: ed il tutto rimane ai posteri come un curioso monumento degli sforzi di questa nobile arte in seguito alla sua riscoperta. [La Storia di Giobbe di Giotto è molto ammirata]. Ci sono delle inesattezze nella prospettiva, parimenti ingenue e deliziose; in particolare le figure di alcuni animali, che mostrano la stessa fisionomia da qualunque punto di vista vengano guardate. Una parte del terreno del cimitero è composta da un particolare concime che in nove giorni consuma i cadaveri fino alle ossa: con tutta probabilità, non è altro che terra comune mischiata con calce viva. Da un lato del corridoio, vi sono i dipinti esplicativi di tre corpi rappresentati nelle tre diverse fasi di putrefazione a cui sono sottoposti quando trattati con questa sostanza. Alla fine dei primi tre giorni, il corpo è gonfio e dilatato, le membra slargate e distorte in tal modo che riempiono lo spettatore di orrore. Il sesto giorno, il rigonfiamento è diminuito e tutta la massa muscolare ricade flaccida dalle ossa: il nono giorno non rimane nulla a parte lo scheletro. Alla fine del Campo Santo si trova una piccola ed elegante cappella con alcuni sepolcri, su uno dei quali c’è un bellissimo busto di Buona Roti. [C’è anche un fastoso cenotafio eretto da Papa Gregorio XIII in memoria del fratello Giovanni Buonacampagni. E’chiamato Monumentum Gregorianum, di marmo di colore violetto da Scarvezza adornato con un paio di colonne di Pietra di Paragone, e due stupende lastre sferiche di Alabastro]. Dall’altro lato del corridoio, si trova una serie di antiche pietre sepolcrali ornate da bassorilievi provenienti da diverse parti del mondo e trasportati qui dalla Flotta Pisana durante le sue spedizioni. Fui colpito dalla figura di una donna che giaceva morta su una tomba, coperta da un sottile drappeggio, così delicatamente scolpito da mostrare tutte le curve del corpo, perfino i gonfiori e le sinuosità dei muscoli. Sembra un lenzuolo di lino, non di pietra. [Una di queste opere rappresentante la Caccia di Meleagro venne convertita nella cassa da morta della Contessa Beatrice, madre della celebre Contessa Matilde; ora è fissata fuori dal muro della chiesa solo da una delle porte, ed è davvero un pezzo di scultura molto raffinato. Accanto allo stesso luogo c’è una bella colonna di Porfido che sostiene la figura d’un Leone e una specie di urna che sembra essere un Sarcofago, sebbene un’ iscrizione intorno alla Base proclama che è un Talentum nel quale gli antichi Pisani misuravano il Censo o la Tassa che dovevano pagare ad Augusto: ma in quale metallo o specie tale censo fosse pagato non sappiamo. Similmente nel Campo Santo vi sono due antichi editti Latini del Senato Pisano che intimavano ai cittadini di partecipare al lutto per la morte di Caio e Lucio Cesare, figli di Agrippa, ed eredi all’Impero. Di fronte al Cimitero, sull’altro lato della Piazza del Duomo, sorge un grande ed elegante Ospedale nel quale i malati sono convenientemente e comodamente alloggiati, seguiti e curati].

Per quattro zecchini noleggiai una carrozza per tornare indietro, e sempre quattro per il tratto da Pisa a Firenze. Questa strada, che costeggia l’Arno, è veramente bella; la nazione è deliziosa, il paesaggio variegato da colline, valli, boschi, corsi d’acqua, prati, campi di grano, piantati e cinti similmente alle contee di Middlesex ed Hampshire; con la differenza che tutti gli alberi erano coperti da viti, ed i grappoli stagionati neri e bianchi pendevano da ogni frasca nell’abbondanza più lussurreggiante e romantica.

Le viti in questa nazione non sono piantate in file, e sostenute da bastoni, come in Francia e nella contea di Nizza, ma si attorcigliano intorno agli alberi, che sono quasi nascosti dalla loro vegetazione e dai loro frutti. Le frasche delle viti si estendono da albero ad albero, esibendo bellissimi festoni, viticci, e grappoli rigonfi lunghi un piede. L’agricoltura locale prevede che il terreno circostante venga utilizzato per coltivare grano o per i pascoli. Gli alberi solitamente piantati per sostenere le viti sono aceri e olmi, che crescono sulle sponde dell’Arno. [Sarebbe stato ancora meglio sia per la nazione che per il paesaggio, se invece di questi alberi avessero piantato alberi da frutta]. Questo fiume, che è molto irrilevante per quantità di acqua, sarebbe un ruscello ideale per un incantevole pastorale, se fosse trasparente; purtroppo è sempre fangoso e scolorito.

Circa dieci o dodici miglia al di sotto di Firenze vi sono delle miniere di marmo su uno dei suoi lati, e da qui i blocchi vengono trasferiti sulle imbarcazioni quando c’è abbastanza acqua per consentire la navigazione, cioè dopo frequenti piogge, o quando la neve sulle montagne dell’Umbria, che fanno parte degli Appennini, si scoglie.

Firenze è una nobile città, che mantiene ancora tutti i simboli di una maestosa capitale, come le piazze, i palazzi, le fontane, i ponti, le statue e le arcate. Non ho certo bisogno di dirti che le chiese qui sono favolose, ed abbellite non solo con colonne di granito orientale, porfido, diaspro, verde antico e altre pietre preziose; ma sono anche abbellite da capolavori di pittura realizzati dai più eminenti artisti. Molte di queste chiese tuttavia non hanno facciate, perché è necessario del denaro per completarle. Appare addirittura superfluo menzionare che ho visitato la famosa galleria delle antichità, la cappella di San Lorenzo, il Palazzo dei Pitti, la cattedrale, il battistero, il Ponte de Trinità con le sue statue, l’arco trionfale, ed ogni cosa che viene generalmente ammirata in questa metropoli. Essendo queste opere già state ampiamente descritte da venti diversi autori, non ti tedierò non una mera ripetizione di osservazioni trite e ritrite.

La parte della città che si estende su entrambi i lati del fiume fa veramente una splendida figura, a cui i quattro ponti e il ciottolato di pietra tra di essi, contribuiscono in gran misura. Alloggiai presso la vedova Vanini, in una casa inglese deliziosamente situata in questo quartiere. La proprietaria, nativa dell’Inghilterra, fu molto cortese. Le camere sono
comodissime; l’accoglienza ottima e il prezzo ragionevole. A Firenze abita un notevole numero di persone eleganti ed alla moda, e molte di loro anche ricche oltre misura. Ostentano la loro vivacità nel vestire, nel portamento, nella conversazione; ma sono sempre parecchio formali con gli stranieri; e non ammettono, senza grande riluttanza, nelle loro riunioni le donne di altre nazioni la cui nobiltà non viene accompagnata da un titolo. Questa riserva è comunque scusabile per questo tipo di persone, estremamente ignoranti in fatto di consuetudini straniere, e che sanno che nella loro nazione tutti, anche i più plebei, con delle pretese nobiliari, possono ereditare, o anche solo assumere i titoli di principe, conte o marchese.

Nonostante tutta la loro vanteria, comunque, i nobili di Firenze sono umili abbastanza da entrare in confidenza con i bottegai, e addirittura da vendere il loro vino al dettaglio. E’indubbio che in ogni palazzo o casa nobiliare della città si trova una piccola finestra prospiciente alla strada fornita di un battente d’acciaio, e sulla quale pende un fiasco vuoto, come indicatore. In quella direzione manderete il vostro servo a comprare una bottiglia di
vino. Egli busserà alla porta, che subito verrà aperta da un domestico, che lo rifornirà del necessario, e che riceverà il denaro come un qualsiasi commesso. Questa usanza è straordinaria, e non si deve ritenere che per un nobile sia uno svilimento vendere una libbra di fichi, o un palmo di fettuccine, o prendere dei soldi per un fiasco di vino inacidito; e neppure è considerato infamante far maritare la propria figlia a chi si è distinto in una di queste professioni.

Sebbene Firenze sia abbastanza popolosa, sembra che il commercio cittadino sia piuttosto ridotto: tuttavia gli abitanti si illudono con la prospettiva di cogliere grande vantaggio dal fatto che in città risiede uno degli arciduchi, per la cui accoglienza stanno in questo periodo riparando il Palazzo dei Pitti. Non so a quanto ammontino le entrate della Toscana, da quando sono arrivati i principi di Lorena; ma, sotto gli ultimi duchi della famiglia Medici, si dice che i ricavi fossero circa due milioni di corone, cioè cinquecentomila sterline. Questi incassi derivano da una tassazione molto pesante sulla terra, sulle case, sulla dote delle fanciulle, sui processi civili, sul commercio in generale, oltre a severe gabelle imposte sui beni di prima necessità e dei dazi su ogni cosa mangiabile che entra in questa capitale. Se dobbiamo credere a Leti, il granduca era in grado di schierare e sostenere un esercito di quarantamila fanti e tremila cavalieri, dodici galee, due galeazze e venti navi da guerra. Mi
domando se la Toscana attualmente può mantenere più della metà di un esercito del genere. Colui che comanda la flotta dell’imperatore, consistente in poche fregate, è un Inglese, Acton, che fu capitano su una nave inglese della Compagnia delle Indie Orientali. Dopo che si convertì al cattolicesimo, venne nominato ammiraglio della Toscana.

A Firenze l’opera lirica è tollerabile grazie ad una ottima compagnia, sebbene questa non sia molto accurata riguardo alla musica. L’Italia è certamente la patria di quest’arte; eppure non riesco a trovare molte persone particolarmente inclini musicalmente, o dotate di orecchi migliori, rispetto ai loro vicini di nazione. C’è anche una sventurata truppa di attori comici per la borghesia e per i ceti più bassi: ma ciò che pare adattarsi al gusto di tutte le classi sociali, è l’esibizione dello sfarzo ecclesiastico. Ebbi l’occasione di assistere ad una processione a cui partecipò tutti i nobili della città, seduti sui loro divani, che riempivano l’intera grande strada chiamata il Corso. Era l’anniversario di una istituzione caritatevole a favore delle ragazze povere, tra le quali ogni anno ne vengono adottate alcune.

Durante la processione camminavano circa duecento vergini, a coppie, vestite con grandi gonne di colore violetto, con grandi veli, con grande apparenza classica. Erano precedute e
seguite da una plebaglia di penitenti agghindati con dei sacchi di iuta che portavano candele accese, e da monaci che portavano i crocifissi, urlanti e barrendo le litanie: ma l’oggetto principale era una figura della Vergine Maria, a grandezza naturale, su una struttura dorata, vestita con una stoffa d’oro, con un grande cerchio, una immensa quantità di gioielli falsi, il viso dipinto e rattoppato, e i capelli arricciati che seguivano all’eccesso la moda del tempo.

Ben poco riguardo si aveva per l’immagine del nostro Salvatore sulla croce; solo quando appariva sua madre portata sulle spalle da tre o quattro robusti frati, l’intera popolazione cadeva in ginocchia nel sudiciume. Questa sbalorditiva venerazione per la Vergine proviene dalla Francia, che si piccano della loro cavalleria sessuale.

In mezzo allo scenario della religione cattolica Romana, non vedevo nessuno degli spettatori troppo commosso, né in alcun modo ero in grado di scoprire il minimo segnale di fanatismo. Gli stessi flagellanti, che si tormentano durante la settimana Santa, sono spesso dei semplici paesani che vengono pagati per la loro prestazione. I confratelli che hanno l’ambizione di distinguersi in occasioni come quella, proteggono le loro schiene dal dolore tramite delle armature nascoste, bustini o giacche imbottite. I confratelli fanno parte di ordini che si collocano sotto le bandiere di particolari santi. Nei giorni delle processioni appaiono vestiti come penitenti mascherati, e si distinguono dalle croci sui loro abiti. Pochi sono gli individui, sia nobili sia plebei, che non appartengono ad uno di questi ordini, che sono paragonabili ai Frammassoni, ai Gregoriani e agli Antigallicani d’Inghilterra.

Appena fuori da una delle porte di Firenze si trova un arco trionfale eretto in occasione dell’arrivo dell’imperatore quando prese possesso del ducato di Toscana: in questo luogo nelle sere d’estate la nobiltà cittadina si ritrova per prendere aria sui suoi divani. Ogni carrozza si ferma e forma un proprio piccolo salotto. Le signore rimangono sedute all’interno, mentre i cicisbei stanno in piedi, sui lati del veicolo, intrattenendole con i loro discorsi. Non sarebbe spiacevole indagare queste azioni galanti ed investigare tutti i loro progressi. Gli Italiani, essendo stati sempre accusati di gelosia, si sono convinti a cancellare questo discredito, e, nell’intento di evitarlo per il futuro, sono andati all’estremo. Sono consapevole che la credenza comune sia quella che la funzione dei cicisbei sia quella di evitare l’estinzione delle famiglie, che spesso avviene a causa dei matrimoni fondati sull’interesse, e senza alcun affetto o attrazione tra le parti. Quanto questa considerazione politica possa aver pesato sui caratteri gelosi e vendicativi degli Italiani, non pretendo di stimare: di certo ogni donna sposata in questa nazione ha il suo cicisbeo, o servente, che la segue ovunque, e in tutte le occasioni; e nessun marito osa attaccare i privilegi di questi servitori senza incorrere nella censura e nello scherno dell’intera comunità.

Se vuoi la mia opinione, preferirei essere condannato a vita sulle galee che esercitare l’ufficio del cicisbeo, esposto ad intollerabili capricci e al pericoloso risentimento di una fanciulla Italiana. Non voglio giudicare tutto il carattere nazionale solo da questa usanza e dalle mie osservazioni: tuttavia, se i dipinti disegnati da Goldoni nelle sue commedie sono veritiere, non esiterei a dichiarare le donne Italiane come le più altezzose, insolenti, capricciose e vendicative femmine sulla faccia della terra. Il loro rancore è così crudelmente implacabile, e reca in sé un tale miscuglio di perfidia, che, secondo me, sono soggetti inadatti a un tipo di commedia che si limita a canzonare, invece di stigmatizzare, tali atroci vizi.

Hai spesso udito dire che la purezza dell’Italiano si può trovare nella lingua Toscana e per bocca Romana. Certo è che la pronuncia dei Toscani è sgradevolmente gutturale: le lettere C e G sono pronunziate con un’aspirazione che urta l’orecchio di un Inglese; penso che sia anche più rozza della X degli Spagnoli. Sembra che colui che parla abbia perduto il palato. Il primo che ho sentito ciarlare in quella maniera a Pisa deve aver avuto una bella delusione d’amore: immagino.

Una delle curiosità più clamorose che incontri in Italia è l’Improvvisatore; questo è il nome dato a certi individui, dotati del mirabile talento di recitare versi estemporanei e su ogni soggetto venga proposto. Mr. Corvesi, il mio affittuario, ha un figlio frate Francescano che è un vero genio in quest’arte.

Quando viene dato l’argomento, suo fratello suona il violino per accompagnarlo, e questo comincia a recitare, con meravigliosa scioltezza e precisione. In un minuto sarà in grado di declamare duecento o trecento versi ben torniti e ben adattati al soggetto, e generalmente impreziositi da un elegante complimento per compagnia riunita. Gli Italiani amano così tanto la poesia che la maggior parte di loro conosce a memoria Ariosto, Tasso e Petrarca; e questi sono infatti i grandiosi ispiratori degli Improvvisatori, da cui prendono le rime, la cadenza e anche le espressioni del viso. Ma, prima che tu possa pensare che io non concluderò questa noiosa epistola con una rima, ti anticipo mettendo fine al mio pesante onere poco poetico – Tuo affezionato servo.

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Capitoli

Lettera XXVI

Nizza, 15 Gennaio 1765

CARO SIGNORE, - Non senza ragione Genova viene chiamata La Superba. La città è imponente al massimo grado; i nobili sono Leggi tutto »


Capitolo XXVII

NIZZA, 28 Gennaio, 1765

CARO SIGNORE, - Pisa è una città bellissima e antica che ispira la stessa venerazione della vista di un tempio classico recante i Leggi tutto »


Lettera XXVIII

NIZZA, 5 Febbraio 1765

Caro Signore, - La tua bellissima lettera del cinque di questo mese è stata un dono generoso e gradevole: ma i tuoi sospetti sono infondati. Ti assicuro, sul mio onore, Leggi tutto »


Lettera XXIX

NIZZA, 20 Febbraio 1765

Caro Signore, - Dopo aver visto tutte le attrattive di Firenze, ed affittato una buona carrozza per sette settimane, al prezzo di sette zecchini, qualcosa meno di Leggi tutto »


Lettera XXX

NIZZA, Febbraio 28, 1765

Caro Signore, - Nulla può essere più gradevole agli occhi di uno straniero, specialmente nelle calure d’estate, del gran Leggi tutto »


Lettera XXXI

NIZZA, 5 Marzo 1765

Caro Signore, - Nella mia ultima missiva diedi la mia libera opinione riguardo ai moderni palazzi Italiani. Azzarderò ora le Leggi tutto »


Lettera XXXII

NIZZA, 10 Marzo 1765

Caro Signore, - Il Colossaeum o anfiteatro costruito da Flavio Vespasiano è l’opera monumentale più stupenda del suo genere mai prodotta nell’antichità. Rimane in piedi Leggi tutto »


Lettera XXXIII

Nizza, 30 Marzo 1765

Caro Signore, - non immaginarti che io abbia visto metà delle statue e dei dipinti di Roma; c’è una tale vastità di capolavori e Leggi tutto »


Lettera XXXIV

Nizza, 2 Aprile 1765

Caro Signore, - Non ho nulla da comunicare riguardo la libreria del Vaticano, che, con rispetto agli appartamenti e ai loro Leggi tutto »


Lettera XXXV

NIZZA, 20 Marzo 1765

Caro Signore, - Essendo ormai la stagione molto avanzata, ed essendo il tempo divenuto tempestoso, rimasi poco tempo a Firenze, e Leggi tutto »


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