Lettera XX

Partenza nell’oscurità – Il Lago di Vico – Veduta delle ampie
pianure dove i Romani innalzarono il trono dell’impero - Antico

splendore – Attuale silenzio e desolzione – Capanne di pastori -
Disgraziata politica del Governo Papale – Lontana veduta di
Roma – Sensazione all’ingresso della Città – Il Papa ritorna
dai Vespri – Colonnata di San pietro – Interno della Chiesa -
Fantasticherie – Un progetto visionario – Il Pantheon

Roma, 29 Ottobre 1780

Partimmo nell’oscurità. Il mattino stava albeggiando sopra il lago di Vico; le sue acque, d’un acceso blu oltremare, e le sue foreste, accoglievano i raggi del sole nascente. Invano cercai con lo sguardo la cupola di San Pietro mentre discendevo dai monti di Viterbo. Null’altro eccetto un mare di vapori era visibile.

Alla fine questi si diradarono, e si cominciarono a mostrare quelle ampie pianure in cui i popoli più bellicosi di sempre sedettero sul trono del loro impero. Sulla sinistra, in lontananza, s’innalza l’aspra catena degli Appennini, mentre dall’altra parte si estende il mare scintilante. In questa cornice vennero compiute innumerevoli epiche azioni, e non
riuscirei a trovare un più possente teatro per quei potentissimi popoli. Le pianure davano immenso spazio di manovra per la marcia delle armate, ed erano talmente sconfinate da alloggiare ogni accampamento: e poi una varietà di strade lastricate che conducevano dalla capitale sino a Ostia. Quante trionfati legioni hanno camminato su questi lastricati! Quanti sovrani prigionieri! Quali calche di carri e cocchi un tempo sfolgoravano su questi selciati! Quanti animali selvaggi portati dall’Africa; e quanti ambasciatori di principi Indiani, seguiti dai loro esotici cortei, s’affrettavano ad implorare il favore del senato!

Per moltissimi anni, questi luoghi hanno dominato su queste illustri scene; ma tutto ora è svanito: lo splendido tumulto è passato: rimangono silenzio e desolazione. Deprimenti spianate qua e là disseminate da lecci, e aride collinette coronate da torri solitarie, gl’unici oggetti che potemmo intravvedere per molte miglia. Di tanto in tanto transitavamo vicino a qualche gregge di pecore macilente che arrancava lungo le strade, vicino a sepolcri in rovina, simili a quegli animali venivano sacrificati ai Mani.

Talvolta attraversavamo un fiumiciattolo, lo scroscio delle cui onde era l’unico suono che rompeva il silenzio, e osservavamo le capanne dei pastori lungo i suoi argini, sostenute da fregi e piedistalli. Entrai in una di queste, il cui proprietario stava pascolando il gregge, cominciai a scrivere sulla sabbia e a sussurrare una poesia melanconica. Forse i morti mi sentirono dalle loro anguste celle. Anche se erano abbastanza lontani, penso.

Non ti sorprenderanno le oscure note dei miei pensieri in un così mesto scenario, specialmente perché la temperatura stava scendendo, e tu sai bene quanto io sia dipendente dal cielo e dalla luce del sole. Quel giorno non ebbi alcun azzurro firmamento ad allietare il mio spirito; nessuna brezza, nessuna pianta aromatica che stimolasse i miei nervi e mi desse un effimero slancio. La brughiera ed un muschio grigiastro sono le sole vegetazioni che ricoprono quella distesa senza fine. I pendii sono disseminati da reliquie di un periodo più felice: tronchi d’alberi, colonne, cedri, elmetti bronzei, teschi, monete.

Non posso vantarmi d’aver fatto qualche scoperta, né posso mandarti qualche nuova notizia storica. Sapevi perfettamente quanto erano desolati i dintorni di Roma, e quanto il governo Papale contribuisce a rendere i suoi sudditi miserevoli. Ma chi può sapere che anche in quei periodi da noi così celebrati questi non fossero allo stesso modo disgraziati come ora?

Tutto è incerto e irto di congetture in questa fragile esistenza; e potrei anche tentare di dimostrare che gli attuali Romani sono più fortunati di quelli a cui appartengono le ossa polverizzantesi sotto terra. Molto probabilmente il povero abitante di questi cottage, sotto al cui tetto mi riposo, è più felice degli illustri Romani sotto la cui ombra egli vive: eppure quei Romani videro il fiore, il periodo d’oro dell’impero, quando ovunque v’era benessere, splendore, trionfo ed esaltazione.

Avrei potuto trascorrere tutto il giorno accanto al rivoletto, perduto in sogni e meditazioni; ma mi ripresi e corsi indietro dal mio carro per proseguire il viaggio. La strada non veniva
aggiustata, penso, dai tempi di Cesari: questo non ci permise una andatura spedita. “Quando arriveremo sulla cima di quella collina, potrete scoprire Roma”, disse uno dei postiglioni: arrivammo sulla sommità; non apparve alcuna città. “Dalla prossima”, urlò un secondo; e così di cima in cima schernirono le mie aspettative. Pensai che Roma stesse fuggendo via da noi, tale era il mio grado d’impazienza, sino a che finalmente intravvedemmo uno sciame di colline con verdi pascoli sulle loro vette, trapuntate di boschetti e ombrate da lecci in fiore. Qua e là una costruzione bianca, costruita nello stile antico, con porticati aperti, che accoglieva un fievole raggio del sole della sera, emergeva dalle nuvole e tingeva i prati sottostanti. Ora si cominciavano a scoprire case e torri nella valle, e San Pietro che s’innalzava sui magnifici tetti del Vaticano. Ad ogni passo lo scenario si allargava, sino a che, serpeggiando intorno a una collina, tutta Roma si dischiuse alla nostra vista.

Dimenticherò mai le sensazioni che provai mentre scendevamo da quelle colline e attraversavamo il ponte sopra il Tevere; quando entrai nel viale costeggiato da terrazze e porte ornate di ville, che conduce alla Porta del Popolo, e guardai la piazza, i palazzi, l’obelisco, la lunga prospettiva di strade e palazzi, tutti scintillanti nella vivida luce vermiglia del tramonto?

Puoi immaginarti quanto godetti del mio colore preferito, della mia ora favorita, circondato da quegli oggetti. Puoi figurarti mentre ascendo Monte Cavallo, mentre mi appoggio al piedistallo che sostiene Bucefalo; poi, eccomi che mi affretto verso San Pietro per adempiere al mio voto.

Incontrai il Padre Santo in tutto il suo sfarzo mentre tornava dai vespri. Era tutto un fiorire di trombe, ed una armata di guardie schierata su Ponte Sant’Angelo. Lanciai un rispettoso
sguardo sulla Moles Adriani, poi camminai sino a che l’intera schiera delle colonne di San Pietro si aprì sopra di me. L’edificio sembra che sia stato innalzato quest’anno, tale è la sua
freschezza e il suo stato di conservazione. A stento staccai lo sguardo dalla bellissima simmetria del fronte, in contrasto con le meravigliose sebbene irregolari corti del Vaticano che torreggiavano dietro la cupola; percorsi la gradinata e entrai nel grandioso portale, che stava per essere chiuso.

Non mi rendevo conto di dov’ero, o in quale teatro ero stato trasportato. Un crepuscolo consacrato nascondeva le estremità della struttura, tanto che non potei distinguere alcun particolare ornamento, ma solo godermi l’effetto del’insieme. Nessuna sordida esalazione o fetida umidità mi offese. Il profumo dell’incenso non s’era ancora completamente dissipato.

Tutto era immoto. Poi udii una porta chiudersi col suono d’un tuono, e credetti di udire qualche indistinto sussurro, anche se non mi resi conto da dove provenisse. Centinaia di lumi rilucevano il nobile altare, quasi affondato in quell’immensità. Solo la luce del sole morente che penetrava dalle finestre disturbava le mie fantasticherie. Immagina come mi sentii in quel vasto tempio, a quell’ora. Credi che uscii senza aver ottenuto rivelazioni?

Erano quasi le otto quando mi sollevai da terra, e, dopo essermi fermato ancora per pochi minuti sotto i portici, mi misi in ascolto del fluire delle fontane: poi attraversai quasi metà della città, credo, verso la Villa Medici, dove alloggiavo, caddi in un sonno profondo, a cui avevo, ritengo, pieno diritto per il mio zelo nelle preghiere.

30 Ottobre

Immediatamente dopo colazione mi recai a San Pietro, che superò di molto le mie aspettative. Non riuscivo ad andare via. Desideravo che sua Santità mi desse il permesso di
erigere un piccolo tabernacolo in questo glorioso tempio. Non avrei desiderato altra dimora per l’inverno, altro cielo eccetto gli immensi archi rilucenti di dorati ornamenti. Comunque non sarei stato mai perfettamente felice, sino a che non avessi ottenuto un tabernacolo anche per te. Così sistemati, ci incammineremmo lungo i campi di marmo; non è forse questo pavimento abbastanza immenso per le nostre stravaganze? Talvolta, invece di scalare una montagna, ci arrampicheremmo sulla cupola, e guarderemmo giù verso il nostro piccolo accampamento. Per la notte desidererei una costellazione di lampade, così ben disposta da diffondere una luce soave e mitigata. Non dovrebbe mancar la musica: ad un tempo sospirata dalle cappelle sotterranee, ad un tempo echeggiata dalla cupola.

Le porte dovrebbero essere chiuse, così da non ammettere alcun mortale. Niente preti, né cardinali: Dio proibisca loro l’accesso! Avremmo tutto lo spazio per noi, e per le nostre visioni.

Ero così assorbito dentro al mio palazzo immaginario, ed esausto a causa dei miei piani per il suo abbellimento, che a stento m’accorsi di avere ancora desiderio di vedere il Pantheon: il quale visitai alla sera, entrandovi con una reverenza rasentante la superstizione. Il pallore della cupola mi offese! Questo venerabile tempio era stato imbiancato. M’infilai furtivamente in uno dei recessi, chiusi gl’occhi e mi lasciai trasportare nel mondo antico; poi li riaprii, tentai di convincermi che le divinità pagane stavano nelle loro nicchie, e i santi erano stati licenziati; rimasi indispettito, perché erano ancora tutti lì, Sant’Andrea con la sua croce, Sant’Agnese con il suo agnello.

Poi camminai sconsolato sotto al portico che mostra il nome di Agrippa sul frontone. Mi fissai per alcuni minuti su una colonna corinzia, mi lamentai che non arrivava alcun pontefice con vittime o aruspici, ai quali avrei potuto chiedere che cosa, nel nome degli uccelli e del ciarpame, mi metteva così terribilmente tristezza! Intuisci che mi sentivo frustrato, così cominciai a pensare che Piranesi e Paolo Panini erano stati esagerati nel rappresentare questa venerabile struttura.

Lasciai il colonnato, proseguii nel centro del tempio, e ivi rimasi fermo come una statua. Alcuni architetti hanno celebrato l’effetto della luce dalle aperture sovrastanti, e pretesero che questa venisse distribuita in maniera tale da dare a coloro che camminavano sotto, la sembianza di esseri mistici illuminati. Ero proprio così! Sicuramente apparivo una figura luminosa, e non avevo bisogno di null’altro che ravvivasse il mio profilo.

Il mio umore non migliorò quando tornai a casa. Mi aspettavo un cumulo di lettere da Venezia, ma non ne trovai neppure una. Non ricevevo notizie dall’Inghilterra da molti noiosi giorni; potresti anche essere morto in queste tre settimane. Penso che vagherò presto nelle Catacombe: tenterò di convincere e stesso a comunicare con il mondo sotterraneo; e forse potrò trovare qualche lettera tua che giace in un sarcofago spaccato, risalente al periodo dei reami della Notte, e che reca il racconto della tua discesa nel suo
cuore. Tuttavia, prego continuamente, nonostante la mia curiosità di sapere che cosa succede nelle oscure regioni aldilà della tomba, che tu rimani ancora qualche anno sul nostro pianeta; che cosa accadrebbe di me se ti perdessi per sempre? Rimani qui, perciò, più a lungo che puoi, e fa in modo che possiamo ancora trascorrere la nostra esistenza insieme, e camminare insieme in deliziosi sogni.


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