Lettera XXI

Partenza da Roma per Napoli – Scenario nei dintorni di Roma -
Albano – La malaria – Velletri – Associazioni classiche - Il

Promontorio dl Circeo – Terracina – Palazzo in rovina – Boschi
sulle Montagne – Roccia di Circe – La Via Appia – Arrivo a
Mola di Gaeta – Delizioso paesaggio – Un Diluvio – Ingresso in
Napoli di notte, durante una Tempesta – Chiaro Mattino - Vista
dalla mia finestra – Plebaglia sotto il palazzo – La Camera della
Presenza – Il Re e i suoi Cortigiani – Festa nella Casa di
Sir W. H. – Grandiosa Illuminazione al teatro di San Carlo -
Marchesi.

1 Novembre 1780

Penserai certamente che non mi sia alzato mai neanche dal letto, dal momento che non ho inviato nessuna lettera: il fatto è che ero troppo demotivato per farlo. San Carlo, un importante giorno di festa a Napoli, fu una scusa eccellente per lasciare Roma. Dopo aver trascorso la mattinata a San Pietro, partimmo per quattro, e ci dirigemmo verso il Colosseo e un convento dei Cappuccini, dove i monaci erano intenti a preparare gli scheletri del loro ordine, per apparire alla luce della torcia alla sera. San Giovanni in Laterano mi stupì. Non riuscivo a smettere di camminare intorno all’obelisco, ed ad ammirare il nobile spazio in cui è stato eretto questo palazzo, e l’amplissima distesa di torri ed acquedotti della piattaforma di fronte a noi.

Uscimmo a Porta Appia, e cominciammo a vedere le pianure che circondano la città aprirsi su ogni lato. Lunghe schiere di mura e di arcate, raramente interrotte, si distendono attraverso di esse. Talvolta, veramente, un pino avvizzito che si innalza alla clemenza di tutte le raffiche che spazzano la campagna, rompe quella uniformità. Tra gli acquedotti sulla sinistra, null’altro che distese di felci, o tratti di terre arate, nere e desolate, sono visibili, con il grano non ancora cresciuto.

Sulla destra, molti gruppi di tempietti e sepolcri in rovina diversificano il paesaggio, alternato da piccoli giardini e foreste. Tali oggetti erano gettati alla rinfusa in quell’ambiente naturale, che verso l’orizzonte si incurva in gentili pendii, e, pian piano, arriva a incontrarsi con una catena di montagne, che riceveva i pallidi raggi del sole tramontante tra nuvole sbiadite.

In questa luce incerta scoprimmo le bianche costruzioni di Albano, cosparse sulle erte. Non avemmo molto tempo per contemplarle, dal momento che si era fatta notte quando passammo la Torre di mezza via, e cominciammo a respirare vapori pestilenziali. Quasi soffocati, riportando alla mente una varietà di terrifiche storie riguardanti la malaria, procedemmo, non senza paura, verso Velletri.

2 Novembre

Mi alzai all’alba, e, dimentico di febbri e malattie infettive, corsi in un prato fuori dalla città, mentre i cavalli venivano sellati. Perché avrei dovuto diffamare quell’aria perlacea trasparente? Sembrava più pura di qualsiasi altra avessi mai inalato. Essendo perfettamente solo, e non discernendo traccia di città vicine, immaginai me stesso nell’ antico passato di Esperia, e sperai di incontrare Pico nei suoi boschi prima della sera. Ma, invece di quegl’acuti urli che erano soliti echeggiare attraverso i boschi quando Pan inseguiva i mortali, udii il rimbombo del nostro convoglio, e le imprecazioni dei postiglioni. Montai su un cavallo e li precedetti a tutta velocità, sembrando che prendessi ispirazione dalle brezze. Poi girai lo sguardo verso l’orlo dei precipizi, tra le cui grotte e caverne Saturno e i suoi figli passarono l’intera loro vita; e poi mi volsi verso il lontano oceano. In lontananza si sollevava la scogliera, così famosa per gl’incantamenti di Circe, e la linea della costa, che un tempo era ricoperta di foreste.

Mentre avanzavo a folle velocità, i dardi del sole iniziavano a colpire le montagne, le pianure, e i cespugli di mirto cominciavano a scintillare di gocce di rugiada. Il mare s’accendeva e il promontorio del Circeo ardeva di porpora. Per tutta la giornata viaggiammo attraverso questa regione incantata. Verso sera Terracina apparve di fronte a noi, audace e romantica; case sopra altre case, e torri che guardavano verso altre torri, sulle pendici delle montagne, protette da mura cadenti, e coronate dalle terrazze in rovina d’un palazzo; uno di questi, forse, che i lussuosi Romani abitavano durante l’estate, godeva di un’esposizione così nobile (sotto c’era il mare con le sue onde e i suoi mormorii) che doveva essere davvero magnifico.

Boschetti di aranci e cedri pendevano dai declivi, intervallati da fichi Indiani, i cui lucenti
fiori rossi, illuminati dal sole, avevano uno splendore magico. Una palma, che era cresciuta sulla balza più alta, aggiungeva non poco a quello scenario. Essendo la più grande che avessi veduto, e piena di frutti, scalai il pendio per coglierne un po’; e guardando verso la spiaggia e la vitrea distesa dell’oceano, dissi:
O nemus! O fontes! Solidumque madentis arenae
Littus, et aequoreis splendidus Anxur aquis!
Volgendo gli occhi al mare, fissai la roccia di Circe, che si trova dal lato opposto a Terracina, unita al continente da uno strettissimo lembo di terra, e sembiante un’isola. Il ruggito dei marosi che lambivano la base del dirupo, potrebbero ancora far pensare alle urla di mostri selvaggi; ma dove sono quei boschi che ombreggiavano la dimora della dea?
Appariva a malapena un albero. Le uniche vestigia di una antica impenetrabile boscaglia sono piccole macchie verdeggianti; tuttavia volli inoltrarmi in esse.

Discesi la scogliera, e seguii la strada verso Mola, lungo la spiaggia, tramite una grande strada che si era formata sulle rovine della Via Appia: arrivammo sotto ad una enorme roccia perpendicolare, distaccata dal resto, come una torre di guardia, tagliata in arsenali e magazzini. Il giorno si spegneva proprio quando giungemmo sotto di essa, ed una nuova luna brillava fievolmente sulle acque. Vedemmo dei fuochi sulla baia; alcuni sfavillanti sulla costa, altri sulle onde, e udimmo il mormorio di tante voci; la notte era immota e solenne, come quella dei funerali di Caieta. Guardai quel mare, che gl’eroi dell’Odissea e
dell’Iliade avevano navigato per adempier ai loro mistici destini.

Rintoccarono le nove quando arrivammo a Mola di Gaeta. Le imbarcazioni stavano tornando (avevamo veduto le loro luci sull’oceano), così comprammo tanto pesce da, oserei dire, da far invidia a Enea ed Ulisse.

3 Novembre

Il mattino era soffice, ma nebbioso. Camminai in un aranceto, bianco di fiori, ed allo stesso tempo stracolmo di frutti. Il luogo declinava deliziosamente verso il mare, e qui indugiai sino a che i cavalli furono pronti, poi ci mettemmo in cammino sull’Appia, tra siepi di mirto ed aloe. Osservammo una grande varietà di cittadine, con le loro mura e le antiche torri che coronavano i pinnacoli delle erte rocciose, circondate da rudi e incolte montagne. Il Liri, ora Garigliano, dipana il suo tranquillo corso attraverso queste grandi distese verdi,
disseminate di resti di acquedotti, e bagna la base delle rocce che ho prima menzionato. Un tale panorama non poté mancare d’ispirare il panegirico di Virgilio sull’Italia.

Tot congesta manu praeruptis oppida saxis
Fluminaque antiquos subterlabentia muros.

Appena arrivammo in vista di Capua, il cielo divenne scuro, le nuvole coprirono l’orizzonte, e subito scese un tale diluvio che inondò tutta la regione. L’oscurità era totale; il Vesuvio
scomparve alla nostra vista un attimo dopo averlo intravvisto. Alle quattro il buio prevaleva su ogni cosa, eccetto quando un livido bagliore di luce mostrava estemporanei barlumi della baia e delle montagne. Accendemmo le torce per guadare diversi torrenti, a rischio della vita.

Le pianure d’Aversa erano piene di greggi che mugghiavano in maniera pietosa, e tuttavia non così spaventate come i loro padroni, che correvan qua e là delirando come gli Indiani durante l’eclissi di luna. Sapevo che spesso il Vesuvio aveva messo alla prova il loro coraggio, e non pensavo si spaventassero per un diluvio.

Per tre ore la tempesta continuò ad aumentare la sua intensità, e invece di entrare a Napoli durante una sera serena, e ammirare le sue incantevoli spiagge alla luce della luna – invece
di trovare le piazze e i terrazzi affollati di persone e animati dalle musiche, procedemmo con paura e terrore attraverso strade scure totalmente deserte, essendo ogni creatura vivente barricatasi in casa, non potendo ascoltare null’altro che pioggia, torrenti in piena e detriti che cadevano. La nostra locanda, come tutte le altre abitazioni, era molto disordinata, così aspettammo a lungo prima di poter essere accolti nei nostri appartamenti puliti. Per tutta la notte le onde ruggirono intorno alle rocciose fondazioni di una fortezza sotto alle mie finestre, e i fulmini danzarono nitidamente davanti ai miei occhi.

4 Novembre

La pace della natura venne ristabilita il mattino successivo, ma ogni bocca era piena dei terribili racconti accaduti la notte precedente. Quando mi svegliai il cielo era privo di nubi, e tale era la trasparenza dell’atmosfera che potevo nitidamente discernere le rocce, e perfino alcuni edifici bianchi sull’isola di Caprea, sebbene ad una distanza di trenta miglia. Una grande finestra fronteggiava il mio letto, ed essendo le persiane completamente spalancate, mi regalava un’ampia veduta dell’oceano, interrotta solo dalle vette di Caprea e del Capo di Sorrento. Rimasi ad oziare per quasi un’ora guardando quelle acque levigate, e ascoltando il vociare confuso dei pescatori che passavano e ripassavano sulle loro barchette a remi.

Poi i miei occhi si aprirono completamente (sino ad allora guardavo gl’oggetti come se stessi ancora sognando), e vidi il Vesuvio che si elevava distintamente nell’etere azzurro, con tutto quel mondo di giardini e casino cosparsi sul suo basamento; poi rivolsi lo sguardo verso la strada affollata di persone vestite con abiti da viaggio, e carri, e soldati in tenuta da parata. Il rigoglioso e variopinto lido di Posillipo portò la mia attenzione sul lato opposto del golfo. Su quelle rocce, sotto quegli altissimi pini, Sannazzaro era solito sedersi illuminato dalla luce della luna, o alle prime luci dell’alba, dove componeva le sue egloghe marine. Ed è laggiù che egli riposa; avrei voluto recarmi dal suo sepolcro a decantare un corale, ma fui costretto ad affettarmi verso il palazzo per la festa di gala.

Una plebaglia di cortigiani si stava recando nello stesso luogo, impiastrata di merletti e solennemente imparruccata. Non v’erano altro che inchini e saluti galanti sulla scalinata, una delle più ampie che abbia mai visto, e che una moltitudine di prelati e frati stava salendo con maldestra ampollosità. Mi feci largo a forza di spintoni sino alla camera dove sua Maestà stava consumando la sua cena in mezzo ad una varietà di abiti eleganti ed espressioni da furbacchioni. Nel momento in cui finì, una ventina di lunghi colli spuntarono fuori, e allora iniziò fiera lotta tra quelli che volevano baciare per primi la sua
mano. Tutti si presentarono cercando di far vedere le loro migliori abilità. Sua Maestà sembrò però non osservar altro che la punta del suo naso, ch’è indubbiamente un oggetto maiuscolo.

Sebbene le persone lo ritengano un monarca debole, io la penso diversamente, dal momento che ha l’audacia di prolungare la sua infanzia e di essere felice, a dispetto degli anni e della condanna. Dategli un cinghiale da accoltellare, e un piccione da colpire, un volano o una canna da pesca, ed egli sarà più felice di Salomone in tutta la sua gloria, perché non scoprirà mai, come quel sapiente sovrano, che ogni cosa è vana e irritante.

In linea generale i suoi cortigiani possiedono tutti una sembianza di barbari, e in effetti poco differiscono, fisionomicamente, dalle persone che popolano le nazioni più selvagge. Li avrei presi per dei Calmucchi o dei Samoidi, se non fossero stati vestiti all’Europea.

Potrai supporre che non fui per nulla dispiaciuto, dopo essermi presentato, di tornare a casa di Sir W. H., dove un interessante gruppo di amabili donne, letterati, e artisti si era assemblato - Gagliani e Cirillo, Aprile, Milico e Deamicis – il determinato Santo Marco, e un’altra ninfa di più modesto aspetto, sebbene non meno pericolosa, Belmonte. Gagliani era nel bel mezzo di uno dei suoi racconti, e gareggiava con il compatriota Polichinello, non solo in gesticolazione e loquacità, ma anche in eccessiva licenziosità delle sue narrazioni. Stava camminando ai confini della decenza e del decorum, almeno secondo le nozioni inglesi, quando Lady H. si sedette al pianoforte. Le sue melodie malinconiche sussurravano con ben altro linguaggio. Non avevo ancora udito alcun sonatore che producesse tali effetti lenitivi; sembravano emanazioni di una mente puro, incontaminata, in pace con sé stessa e benevolmente desiderosa di diffondere quella felice tranquillità intorno a lei; erano queste le maniere che una legislazione greca avrebbe incoraggiato per
incoraggiare la virtù a trionfare sopra i vizi.

La sera stava trascorrendo veloce, ed io avevo quasi dimenticato che c’era una grande illuminazione al teatro di San Carlo. Dopo aver attraversato molte strade buie, d’improvviso entrammo in questo enorme edificio, le cui sette fila di palchi uno sopra l’altro rilucevano di candele. Non avevo mai veduto un più nobile ed elegante muro di luci, né una decorazione tanto sfarzosa che ricoprisse il palco. Marchesi stava cantando nel mezzo di questi splendori alcune delle arie più meschine, ma con la voce più limpida e trionfante dell’universo.

Mi ci volle un poco prima di guardarmi intorno, e di scoprire quali animali abitassero quel mondo luccicante: tanto era solenne quel luogo. Alla fine scoprii un gran numero di soggetti, abbigliati con vesti d’oro e d’argento, che occhieggiavano dai palchi. Essendo presente la corte, venne mantenuto un certo silenzio, ma quando sua Maestà si ritirò (questo grandioso evento avvenne all’inizio del secondo atto) tutte le lingue si sciolsero, e null’altro eccetto brusii e schiamazzi riempirono il resto dello spettacolo.



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