Lettera XXIII

Una passeggiata sulla spiaggia di Bai – Riti locali - Passaggio
della baia – Resti di un tempio dedicato a Ercole - Mirabile

bacino idrico costruito per la flotta di Nerone – Il Lago Morto -
Scenario selvaggio – Bellissimo prato. Rocce sgraziate - Un
golfo impenetrabile – Tristezza indotta dalla barbara sembianza
del luogo – Conversazione con una prigioniera – Sua terrifica
narrazione – Sera melanconica

8 Novembre 1780

Questa mattina mi svegliai avvolto dal calore del sole – l’aria soffiava fresca e intrisa di fragranze – non mi ero mai sentito così forte e vivo. Un’ondata più vivace di quella che avevo sperimentato nei giorni precedenti, mi animava insieme ad un desiderio di passeggiare sulla spiaggia di Bai, e scivolare nelle caverne e nelle camere sotterranee. Mi misi in cammino lungo la Chiaja, inerpicandomi tra i sentieri che sovrastavano la grotta di Posillipo, in mezzo ai boschetti menzionati una lettera o due fa; perché l’attuale mio spirito rinfrancato rifuggiva le vie più comuni, ed ambiva a strade poco battute.

Una compagnia di bambini non capì dove mi stavo introducendo e cominciarono a gettare della sabbia, colpendo però i buoni uomini che stavan arrancando ai livelli inferiori della strada.

Continuai a camminare tra i pini e i boschetti, sull’orlo di ripidi declivi. La mia guida, un avveduto selvaggio, che Sir Williams mi aveva raccomandato, rendeva meno disagevole la camminata con le storie della sua giovinezza, e con le tradizioni riguardanti la grotta che stavamo in quel momento visitando. Avrei voluto che ci fossi stato anche tu, che ci fossimo seduti su una distesa erbosa, dove infatti mi fermai, non sapendo quale capriccio mi avesse condotto in quel luogo. La mia mente era colma delle avventure di tale posto, e ardeva di veemente desiderio di esplorare il mondo oltre la grotta. Desideravo scalare il promontorio di Miseno e seguire la stessa tenebrosa strada che condusse Enea dalla Sibilla.

Con questa predisposizione d’animo procedevo; e presto le scogliere e le macchie si aprirono per mostrare il mare di Bai con le isolette di Niscita e Lazzaretto che s’innalzavano dalle acque. Procuita e Ischia apparvero alla distanza rivestite da una patina purpurea così inesprimibilmente bella, e peculiare di quel clima fortunato. Salutai con reverenza la prospettiva, e benedii l’aria trasparente che mi dava vita e vigore per correre
a perdifiato giù dalle rocce insieme al mio amico selvaggio attraverso la piana di Pozzuoli.

Là ci imbarcammo e venimmo condotti nell’azzurro oceano, accanto alle vestigia di un molo massiccio: molti di questi, immagino, riempivano le baie in epoca romana, coronate da file di snelli pilastri, padiglioni e cipressi torreggianti sulle balaustre: questo tipo di villa ricorre frequentemente nelle pitture di Ercolano.

Avevamo appena attraversato la baia, e attraccato su una costa cespugliosa vicino ad alcuni frammenti di un tempio che si diceva fosse stato costruito in onore di Ercole; continuammo attraverso stretti sentieri coperti di muschi e cosparsi di scintillanti sassolini; sulla destra e sulla sinistra, ampi ammassi di fogliame lussureggiante, castagni, allori e lecci, che riparano le rovine delle camere sepolcrali. Neanche l’ombra di scaltri Inglesi e finti conoscitori d’arte. Tutta quella terra era solo mia, così decisi di avventurarmi anche nei suoi più reconditi recessi, con la prosopopea di uno scopritore. Quale varietà di sentieri percorsi! Il mio selvaggio se la rideva guardando le mie goffe acrobazie. Si meravigliò non poco di non vedermi grattare il terreno in cerca di medaglioni e monete, come altri curiosi turisti che erano venuti qui prima di me.

Dopo una breve ascesa, lo seguii all’interno del meraviglioso bacino idrico che Nerone costruì per rifornire la sua flotta, quand’era ancorata nella baia adiacente. Un rumore di acqua che gocciolava pervadeva tutto il grandioso labirinto di solide volte e archi, tanto che quasi mi addormentai mentre mi riposano sulla celidonia che tappezza il pavimento; ma la
curiosità mi spingeva a proseguire, così ritornai all’aperto; camminai in mezzo a delle foreste per qualche minuto, poi in grotte e cupe escavazioni (prigioni le chiamano).

Dopo aver fatto su e giù per qualche tempo, finalmente raggiungemmo una vetta che dominava il Mare Morto, e i Campi Elisi tremavano di giunchi e pioppi. Il Mar Morto, fedele emblema di eterna quiete, appariva profondo e solenne. I pochi villici sembravano fermi, immoti, sui suoi margini, e le loro ombre si riflettevano sulle acque. Mi voltai e scorsi una roccia distante circa una lega, la cui sommità era ricoperta di vegetazione: era il promontorio di Miseno.

Passammo molti villaggi luridi, abitati da una genia di persone malate, lordati dall’infame nomea di assassini. I loro giardini, però, mostravano inaspettati segni di industriosità; i campi sono separati da siepi di canne ben tenute, e da una moltitudine di erbe, ed il granturco sembrava nascere tra quelle corti. Cominciammo a lasciarci, insensibilmente, alle spalle quelle terre coltivate, e a inoltrarci nelle ombrose distese selvagge che sembravano non essere state mai percorse da nessuno. Non v’eran sentieri, prevaleva una primitiva rudezza.

Dopo aver camminato facendoci largo tra la vegetazione per circa un miglio, attraverso radure e cespugli d’erica, entrammo in una specie di tappeto erboso alla base della scogliera che prende il suo nome da Miseno. I poeti dell’età di Augusto avrebbero celebrato quel prato con le più infuocate estasi, e popolato quella verdeggiante distesa con tutti i semidei silvani della loro bellissima mitologia. Sorgenti sprizzavano da rocce di pomice, e colline lussureggianti celavano boschetti di alloro.

Et circum irriguo surgebant lilia prato
candida purpureis mista papaveribus.

Ma siccome il destino degli umani non è quello di accontentarsi, invece di rimanere a riposare in quella valle, scalai la rocca. Il sole dardeggiava violentemente sulla mia testa, così cercai di evitarlo; non v’era alcun albero nelle vicinanze; la leggiadra valle era situata molto più in basso, e sarebbe stata una difficile discesa. Continuai a guardarmi attorno, e notai qualcosa di simile ad una capanna sotto ad uno spuntone sull’orlo di una scura fenditura. Potrei usufruire di questa copertura? La mia guida rispose affermativamente, ed
aggiunse che quella casupola era abitata da una vecchietta di buon cuore che non rifiutava mai del latte o pane al viaggiatore. La sete e la spossatezza mi spronarono a scalare quel declivio ricoperto di mortelle nane. Sebbene oppresso dall’afa, non riuscii ad evitare di deviare di qualche passo dal sentiero principale per ammirare le rocce dall’aspetto rozzo che rendevano lo scenario accigliato. Apparivano formidabili, irsute di acuminate piante d’aloe nane: parevan state seminate da Lucifero in persona. Davvero non sapevo se stessi
avvicinandomi all’entrata di quella casa, visto che ero così vicino al golfo che potevo udire i profondi, cupi, mormorii delle onde che scrosciavano. Il selvaggio, la mia guida, sussultò quando arrivammo alla dimora della vecchietta, chiamandola a gran voce. Mi sentii strano, mi guardai intorno, mi piaceva poco quella situazione.

Nel bel mezzo dei miei dubbi, la vecchia uscì fuori barcollando. “Siate i benvenuti”, disse con una voce flebile ma parlando un dialetto migliore di quello che avevo udito tra i suoi
compatrioti. Il suo aspetto era più che umano, e sembrava essere d’una razza superiore rispetto agli altri abitanti delle valli circostanti.

Il mio selvaggio la trattava con rispetto. Le diede del pane, e lui si ritirò a rispettosa distanza dopo essersi inchinato fino a toccare terra. Mi accorsi di quel modo ossequioso e pensai che si trattasse di una strega: credetti d’esser sul punto di guadagnare una qualche forma di preveggenza. Lei rise della mia ansia e mi invitò a entrare.

“Ora” pensai tra me e me, “sto per vivere una straordinaria avventura”. Non vidi nulla eccetto mura d’argilla, un letto di paglia, alcune scodelle di terracotta e un crocifisso di legno. Le mie scarpe erano piene di sabbia: la padrona di casa se ne avvide ed immediatamente accese un fuoco nella parte più interna del tugurio, portò dell’acqua tiepida per lavarmi i piedi, e mi mise davanti del latte e delle castagne.

Questa matriarcale attenzione non mi fu affatto indifferente dopo quella faticosa camminata. Mi sedetti di fronte alla porta che fronteggiava il golfo impenetrabile; al di là di quello c’era il mare, d’un azzurro ceruleo, schiumante d’onde. Il cielo di stava oscurando di nubi cariche di tempesta. La tristezza si abbattè su di me come una di quelle nuvole, così guardai quella vecchia in cerca di conforto.

“Anche tu sei addolorato, giovane straniero”, sentenziò lei, “che vieni dal mondo felice! Come dovrei sentirmi io, che passo gli anni tra queste solitarie montagne”? Risposi che era il clima ad intristirmi, e che ero spossato dalla passeggiata.

Per tutto il tempo in cui parlai mi guardò con una tale melanconica sincerità che arrivai a chiederle il perché della mia tristezza perenne,

“Le tue fattezze”, disse, “sono meravigliosamente simili a quelle di una persona giovane e sfortunata, che, in questo luogo romito…”. Le lacrime le cominciarono a cadere appena pronunciò queste parole; la mia curiosità era ormai accesa.

“Continua, che cosa vuoi dire; chi era questo giovane? E perché hai deciso di segregarsi in questa selvaggia regione? La tua gentilezza avrà senza dubbio mitigato gli orrori di questo luogo; ma che Dio mi scampi dal passare una notte in tale golfo! Non mi fiderei di mè stesso in un momento di disperazione”.

“E’vero”, disse lei, “questo è un luogo di orrori. Tremo solo a raccontare che cosa è accaduto proprio in questo punto; ma le tue buone maniere mi hanno sedotto, e sebbene non mi conceda facilmente alle narrazioni, ti svelerò i segreti dell’antro.

Sono nata in una regione lontana dell’Italia, ed ho conosciuto giorni migliori. Durante la mia giovinezza la fortuna arrideva alla mia famiglia, ma dopo pochi anni si dissolse; non ti dirò il perché.

Non voglio parlare troppo di me stessa. Abbi pazienza per alcuni attimi. Una serie di sfortunati eventi mi ridusse alla miseria, e mi condusse in questo deserto, dove, allevando capre e ricavando da queste il latte da cui producevo il formaggio in un modo diverso da com’è uso fare nello stato Napoletano, ho prolungato la mia dolorosa esistenza. Il mio muto tormento e la costante solitudine mi hanno fatta apparire come una santa ad alcuni, mentre ad altri una maga.

La mia scarna conoscenza delle piante è stata esagerata, e le ore che dedicavo alla preghiera e al ricordo delle antiche amicizie furono per me perdute per sempre, perché qui arrivarono ignoranti e oziosi. Tuttavia presto tornai nella mia oscurità, le mie ricette furon
dimenticate e tu sei il primo straniero che vedo da dodici mesi a questa parte. Ah, voglia Dio che questa mia solitudine rimanga inviolata!

“Ventiré anni fa”, e guardò verso alcuni simboli intagliati nelle assi del cottage, “ero seduta
alla luce della luna, sotto quella scogliera che vedi sulla destra, gli occhi fissi sull’oceano, la mia mente perduta nel ricordare le mie sventure, quando udii dei passi e mi alzai di scatto; una figura era in piedi davanti a me. Era un giovane uomo, vestito con abiti di una foggia ricercata, e lo sguardo che denotava il più terribile terrore. Non sapevo che cosa pensare. “Madre”, disse balbettando, “lascia che mi fermi a riposare sotto il tuo tetto, non lasciarmi a coloro che sono assetati del mio sangue. Prendi quest’oro, prendilo tutto”!

“La meraviglia mi lasciò senza parole; il borsello cadde a terra; il giovane continuava a guardarsi intorno con paura: udii molte voci provenire dalle rocce; il vento me le portava distintamente, ma subito si affievolivano per poi morire. Presi coraggio, e assicurai il ragazzo che il mio capanno gl’avrebbe dato asilo. “Oh! Grazie, grazie”, disse. Ci dividemmo il magro pasto.

Spossata dalla stanchezza della giornata, caddi in un sonno profondo dopo pochissimo tempo. Quando mi destai la luna si era accomodata nel cielo, e il mio ospite piangeva nell’oscurità. Non lo disturbai. Giunse il mattino, ed egli continuava a dormire. Le lacrime gorgogliavano dalle sue palpebre chiuse, e correvano lungo le sue pallide guance. Ero stata troppo disgraziata nella mia vita per non rispettare il dolore degli altri: lasciai perdere le mie occupazioni e mi misi a scacciare le mosche che ronzavano intorno alle sue tempie. Il suo petto palpitava di singhiozzi: nel sonno gridava di aver pietà di lui.

I raggi del sole dispersero il suo sogno, egli si alzò di scatto come uno che avesse udito la voce dell’angelo della vendetta, e nascose il volto tra le mani. Versai del latte nella sua gola
secca. “Oh, madre”, esclamò, “sono un disgraziato indegno di compassione; la causa di innumerevoli sofferenze; un assassino! Un parricida”! Il mio sangue si rapprese nell’udire un ragazzetto pronunciare tali terribili parole, e guardai quali angoscianti singhiozzi gonfiavano il suo giovane cuore; notai anche il pungolo di coscienza che lo spingeva ad aprirsi a me.

Sembrava fosse di nobile estrazione, cresciuto tra lo sfarzo ed i lussi di Napoli, la vanità e i vizi dei suoi genitori, adornato da migliaia di vivi talenti, che la più acuta sensibilità contribuiva a migliorare. Incapace di fissare un limite a quello che poteva diventare oggetto del suo desiderio, passò i suoi primi anni nel vagare da una stravaganza all’altra, ma non fece accenno ad alcun crimine.

Infine, voglia il Cielo, tornò dalla sua famiglia e fece del loro idolo lo schiavo di una passione impossibile da frenare. Egli aveva un’amica che sin dalla sua nascita era stata a lui
devotissima, e con cui si confidava sempre. Questa amica portava ad innamorarsi, essendo la più bella creatura del suo genere (come posso testimoniare io stessa), e ricambiava l’affetto.

Erano innamorati l’uno dell’altra. Egli si ammalava se non la guardava. Anch’ella bruciava allo sguardo di lui. Essi languivano – si consumavano – conversavano, e il suo linguaggio persuasivo finì ciò che i suoi sguardi avevan iniziato. La loro relazione venne presto scoperta, perché egli disdegnò di nasconderla, quantunque disonorevole. I genitori redarguirono il giovane nella maniera più morbida possibile, ma i consigli e gli avvertimenti non servirono a contenere la sua passione sfrenata e il suo amore, tanto da minacciare di morte il suo amico come ostacolo del suo piacere.

Freddezza e moderazione sono opposti alla violenza e alla frenesia, ed egli si vide trattato
con una sdegnosa gentilezza. Colpito al cuore, vagò senza meta come un uomo in preda all’estasi. Nel frattempo i preparativi per le nozze fervevano, e la bella ragazza ch’egli aveva reso così perversa trovò il modo di fargli sapere che stava per essere strappata dalle sue braccia.

Egli si mise a delirare come in preda ad un demone interiore, così si rivolse ad una fattucchiera che vendeva i più letali veleni. Ne mischiò alcuni in una coppa piena di acqua ghiacciato e la porse al suo amico, ed al suo troppo fiducioso padre: entrambi, subito dopo aver bevuto la pozione fatale, cominciarono a soffrire indicibili pene. Egli osservò con orrida tranquillità la loro dissoluzione, lasciando passare anche quei pochi momenti in cui un antidoto avrebbe potuto salvarli. Il suo amico spirò; e il giovane criminale, sebbene guardasse le rugiade della morte imperlare la fronte di suo padre, non fece nulla. Dopo pochi attimi il miserevole genitore esalò l’ultimo respiro, mentre suo figlio sedeva in disparte nella stessa stanza.

La visione del padre morente lo vinse. Per la prima volta sentì le zanne del rimorso. La sua agitazione non passò inosservata. Venne posto sotto stretta vigilanza e spiato, ed una notte decise di scappare; ma non senza prima informare la compagna del suo delitto di come intendeva fuggire. Furono in molti ad inseguirlo; ma l’imperscrutabile volontà della Provvidenza accecò la loro ricerca: solo io contemplai quell’assassino.

Questi sono i fatti che il giovane mi raccontò. Mi sentivo svenire man mano che procedeva con il suo racconto. Il giorno successivo pregai il Signore, gli dissi che avrei preferito morire piuttosto che stare accanto a un demonio incarnato. Con quale indignazione osservavo ora quelle forma agile e quei riccioli fluenti, che così tanto mi piacquero prima!

Non passò molto tempo: lui percepì il cambiamento del mio comportamento, si spostò su quella roccia e si sedette incurante del sole e dei venti scottanti: era il solstizio d’estate. Non si curò neppure delle malsane gocce di sudore. Quando arrivò la mezzanotte i miei orrori erano accresciuti; pensai molte volte ad abbandonare la mia capanna e scappare nel villaggio vicino; ma un potere sovrumano mi incatenava in questo luogo e rendeva forte la mia mente.

Dormii sino a mattina inoltrata: fui svegliata da qualcuno che chiamava dal cancelletto dell’ovile, dov’erano chiuse le mie capre. Mi alzai, e vidi un paesano che conoscevo condurre con sé una donna avvolta con uno strano abito che guardava fissa verso terra. Mi sorse un dubbio. Pensai che quella fosse proprio la ragazza che era stata la causa di tutte le atroci nefandezze. Le mie congetture non erano infondate. Non si curava del volgarotto al mio fianco e, in ginocchio, bagnava la mia mano con le sue lacrime. Le sue tramanti labbra chiedevano con difficoltà notizie del giovane; e, mentre parlava, una vampata di cosciente colpevolezza accese il suo pallido viso.

Il racconto dei crimini del suo amante trafisse la mia memoria. Ero esasperata, e avrei voluto cacciarla via; ma lei si aggrappò alle mie vesti e implorò la mia pietà con uno sguardo così ricolmo di miseria, che mi addolcii e la condussi in silenzio dell’estremità della scogliera dove era seduto il giovane, con i piedi a penzoloni sopra il mare. I suoi occhi rotearono selvaggiamente e poi si fissarono su di lei, per cui si era condannato alla perdizione.

Lungi da me descrivere le loro estasi, o l’impeto con cui l’uno cercò l’abbraccio dell’altro. Sdegnosamente girai la testa dall’altra parte; e, conducendo le mie capre in un recesso tra le rocce, mi sedetti ripensando a tutti quegli strani eventi. Non mi curai di procurare alcun alimento per i miei poco benvenuti ospiti; e verso mezzanotte tornai a casa alla luce della luna che serena luccicava nel cielo. Uno dei primi oggetti che i suoi raggi mostrarono fu la colpevole fanciulla che sosteneva la testa del suo amante, che era svenuto a causa della debolezza e della mancanza di nutrimento. Portai loro del pane secco e lo intinsi nel latte davanti a loro. Dopo aver effettuato questo servizio lasciai aperta la porta della mia capanna e mi misi a riposare su un mucchio di paglia raccomandandomi a Dio.

Migliaia di paure, sino a quel momento a me ignote, si affollarono nella mia mente. L’ombra delle foglie che quadrettavano l’ingresso della grotta sembravano assumere la forma di orribili rettili, e ripetutamente scrollai i miei vestiti. Il flusso delle sorgenti lontane veniva incupito dalle mie ansie, trasformato in lugubri gemiti: in una parola, non riuscivo a dormire; uscii fuori dalla caverna quanto più velocemente possibile e camminai lungo l’orlo del precipizio. Un’inenarrabile impulso affrettava i miei passi, aumentato dal terrore e dalle paure, tanto che poco dopo fui incapace sia di tornare nella mia capanna, sia di ritirarmi in una delle caverne: stavo per convincermi ad andare a ripararmi in una fenditura, quando un fortissimo urlo trapassò il mio orecchio. Mi ripresi: ero vicina alla mia capanna e le urla provenivano dall’ingresso della caverna.

Avanzai con un brivido gelido che mi percorreva la schiena, e vidi il giovane uomo sospeso da un piede, ad una altezza notevole, da un ramo di ginepro: egli pendeva nel vuoto, sul golfo. Le sue fattezze erano distorte, le sue pupille abbagliate di agonia, i suoi strepiti diventavano sempre più acuti e terribili tanto che io non ebbi il mio coraggio di avvicinarmi per prestargli aiuto. Il mio sguardo era inchiodato sul criminale, che continuava a urlare, “O Dio! O Padre! Salvami, abbi pietà di me! Salvami, o cadrò nell’abisso”!

Non credo che lui non si fosse accorto di me, perché più volte implorò il mio aiuto. La sua voce divenne fievole, e mentre lo continuavo a fissare immobile, la cinghia di pelle a cui era
appeso cominciò ad allentarsi, sino a quando si spezzò e lo lasciò cadere nel vuoto. Caddi quasi svenuta; poi un suono simile ad un fruscio di ali assaltò le mie orecchie: pensai che uno spirito maligno avesse catturato la sua anima; ma quando alzai lo sguardo non vidi nulla. Tutto era immoto.

La luna che pendeva sopra le onde donava una luce debole, ma sufficiente per vedere qualcuno che scendeva da quella bianca scogliera che vedi di fronte a te; immediatamente dopo udii la voce della giovane donna che chiamava il suo amante. Si fermò. Ancora e ancora lo chiamò; ma non ricevette risposta. Spaventata e atterrita si affrettò lungo il sentiero, e ora la vidi sul promontorio, ora vicino a quel pino, divorando con i suoi sguardi ogni crepa nella rocca.

Infine si accorse di me, corse nel punto in cui stavo, vicino al precipizio fatale, e dopo essersi accorta dei resti del corpo sbriciolato, studiò attentamente il mio viso. Io continuavo a guardare verso l’abisso; lei non tremava; le lacrime non riuscivano a sgorgare; indovinò ciò che era accaduto. “E’morto”! disse; “la terra l’ha ingoiato! Ma, visto che ho condiviso con lui le più grandi gioie, allo stesso modo condividerò i suoi tormenti. Lo seguirò”.

Lei mi guardava come i fantasmi mi guardano sempre nei miei incubi; si prese la testa tra le mani, lanciò uno sguardo risoluto verso il cielo, e poi fissò la luna con un’inquietudine che mi fece capire che stava dicendole addio per sempre. Notò un fazzoletto di seta a terra, con il quale solo un’ora prima ella aveva fasciato le tempie del suo amante; lo afferrò, gli impresse un bacio ardente, e se lo attaccò al petto. Poi allargò le braccia in un ultimo, estremo, atto di disperazione e di miserrima passione, e si gettò nel vuoto.

Mi trascinai lentamente sul margine del baratro sulle ginocchia, e rimasi in quel punto avvolta nella più assoluta oscurità; la luna si era eclissata, il cielo si era rabbuiato di nubi cariche di tempesta, e lo scoppio di un tuono aveva scosso l’oceano. Le gocce di pioggia caddero pesanti su di me, e i fulmini mi restituivano terrificanti visioni intermittenti dell’abisso. Straniero, tu credi nel nostro Redentore? Tu credi nella sua madre santa? Tu credi nei principi della nostra fede”? Risposi con rispetto dicendo che la mia fede e la sua erano diverse. “Allora”, rispose la vecchia donna, “non dirò ad un eretico quali furono le visioni in quella notte di vendetta”! Rimasi in silenzio.

Dopo poco, con profondi e frequenti singhiozzi, ella però riprese a raccontare.

“La luce del giorno cominciò ad illuminare, anche se con difficoltà, e ad un’ora tarda aveva colorato della sua radianza il mare e le nuvole tempestose. Ero ancora in ginocchio quando le scogliere iniziarono ad illuminarsi, e i raggi del sole nascente cominciarono a colpirmi. Fu allora che mi rallegrai. Non mi reputavo più la creatura umana più abietta e miserevole del mondo. Quanto diversa mi sentivo dagli altri, immersi nelle dimore del tormento, e per
sempre allontanati dal mattino!

Tre giorni passai in totale solitudine: il quarto arrivarono delle severe e vecchie persone da Napoli che mi fecero molte domande riguardo ai due disgraziati amanti, e a cui raccontai
il loro destino in ogni singolo particolare. Seppi in un momento successivo che quel mio racconto non sarebbe stato divulgato, e che nessuna preghiera sarebbe stata offerta alle loro anime”.

Con queste parole, che ho ricordato alla meglio, la vecchia donna terminò la sua narrazione. Il mio sangue fremeva mentre camminavo in cerca della mia guida, che era rimasto più sotto. Egli sembrava pensare, giudicando dal pallore del mio viso, che avevo udito qualche spaventevole predizione, e scosse la testa, quando feci segno di voler tornare indietro per salutare un’ultima volta la vecchia! Era una sera melanconica, e non potei trattenermi dal piangere, mentre, scendendo da quei sentieri, mi tornavano alla memoria i dettagli della triste storia.

Attraversammo un folto boschetto, arrivammo alla spiaggia, dove rimasi a vagabondare per alcuni minuti mentre i villici si accalcavano dalle barche. Le ultime strie di luce stavano
guizzando sulle acque quando mi imbarcai, e dopo essermi avvolto in un tendone, dormii sino a quando raggiunsi Pozzuoli, dove alcune persone mi vennero incontro con delle torce.

Le mie pubblicazioni

A vostra disposizione le mie pubblicazioni, buona lettura!

La guerra delle razze

Guarda il mio canale youTube

Capitoli

Lettera II

LETTERA II.
Villa Mosolente – La strada verso Venezia – Prima veduta della
città – Scioccante veduta del Leone Bianco – Vista mattutina Leggi tutto »


Lettera III

LETTERA III.
Chiesa di San Marco – La Piazza – Maestose celebrazioni
qui anticamente celebrate – Grande architettura di Sansovino - Leggi tutto »


Lettera IV

LETTERA IV.
Caldo eccessivo – Il Diavolo e l’Africa – Spiaggia triste -
Scena dello Sposalizio del mare – Ritorno a Piazza Leggi tutto »


Lettera V

M. De Viloison ed il suo attendente Lappone – Disegni di
antichi costumi Veneziani in uno dei palazzi dei Gradanigo -
Capolavoro di Tiziano nella chiesa dei Leggi tutto »


Lettera VI

LETTERA VI.
Isole di Burano, Torcello e Mazorbo – L’un tempo popolosa
città di Altina – Un’escursione – Leggi tutto »


Lettera VII

LETTERA VII
Costa di Fusina – Il Brenta – Un Villaggio di Palazzi – Fiesso -
Raffinata canzone del Galluzzi – Leggi tutto »


Lettera VIII

Fantasticherie – Mura di Padova – Confusa Catasta dedicata a
Sant’Antonio – Devozione al suo Altare – Adoratori penitenti - Leggi tutto »


Lettera IX

LETTERA IX
Chiesa di Santa Giustina – Tombe di un’antichità remota - Buffi
atteggiamenti di devoti reumatici – La musica di Turini – Altra Leggi tutto »


Lettera X

Passaggio del Po – Regione boscosa – Vendemmia – Reggio -
La catena degli Appennini – Idee romantiche connesse a queste Leggi tutto »


Lettera XI

Regione sterile – Discesa verso paesaggio migliore – Vista di
Firenze da lontano – Luce della Luna – Visita in Galleria - Resti Leggi tutto »


Lettera XII

Escursioni tra le colline – Gita con Pacchierotti - Prende
freddo sulle montagne – L’intera Repubblica è in Leggi tutto »


Lettera XIII

Partenza per Pisa – Il Duomo – Interno della Cattedrale - Il
Campo Santo – Solitudine nelle strade nel mezzodì – Seguito Leggi tutto »


Lettera XIV

Il Molo di Livorno – Costiera tempestata di Torri di
avvistamento – Acquisto inaspettato di rami corallini Leggi tutto »


Lettera XV

Firenze ancora – Palazzo Vecchio – Veduta dall’Arno -
Sculture di Cellini e di Giovanni da Bologna – Disprezzo
mostrato dagli Austriaci alla memoria Leggi tutto »


Lettera XVI

Trattenuto a Firenze a causa di notizie sulla Malaria a Roma -
Scalata delle colline celebrate da Dante – Veduta dalla sua Leggi tutto »


Lettera XVII

Pellegrinaggio a Valombrosa – Rocce scoscese – Boschi di Pini -
Grande Anfiteatro di Prati e Pascoli – Accoglienza al
Convento – Valli selvagge dove Leggi tutto »


Lettera XVIII

Cattedrale di Siena – Una Camera a volta – Partenza da Siena -
Montagne intorno a Radiocofani – Palazzo infestato dei Leggi tutto »


Lettera XIX

Partenza dai tetri confini di Radiocofani e ingresso nei territori
Papali – Zona vicino ad Acquapendente – Sponde del Lago di Leggi tutto »


Lettera XX

Partenza nell’oscurità – Il Lago di Vico – Veduta delle ampie
pianure dove i Romani innalzarono il trono dell’impero - Antico Leggi tutto »


Lettera XXI

Partenza da Roma per Napoli – Scenario nei dintorni di Roma -
Albano – La malaria – Velletri – Associazioni classiche - Il Leggi tutto »


Lettera XXII

Veduta della costa di Posillipo – Tomba di Virgilio - Grande
rispetto di Virgilio da parte dei Napoletani – Aerea situazione - Leggi tutto »


Lettera XXIII

Una passeggiata sulla spiaggia di Bai – Riti locali - Passaggio
della baia – Resti di un tempio dedicato a Ercole - Mirabile Leggi tutto »


Ti piace?

Se apprezzi il mio lavoro e vuoi contribuire al mantenimento del sito: effettua una donazione!!!
Non esitare... qualsiasi importo sarà gradito :-)

Dona con PayPal