Paragrafo Terzo - Costantino, il paladino della cristianità

Nel 312 d. C. la guerra civile pareva terminata. Costantino divideva il potere con Licinio, nominato direttamente da Diocleziano, e quindi

ben visto sia dall’esercito che dalla nobiltà. Era lui l’ultimo ostacolo sulla strada della riunificazione dell’Impero sotto un’unica, illuminata guida.
E siccome il Dio dei cristiani l’aveva designato tale, l’ambizioso Costantino non aspettava altro che un casus belli per cominciare le ostilità. Siamo comunque certi che anche il rivale avesse in mente di sbarazzarsi dello scomodo collega.

Nel 313 Licinio sposò una sorellastra di Costantino, Costanza (figlia di Teodora, la seconda moglie di Costanzo Cloro), e poi partì per una spedizione punitiva contro Massimino Daia, il Cesare legittimo delle province orientali. Lo scontro decisivo si svolse nei pressi di Adrianopoli, città che vedrà innumerevoli battaglie nel corso del IV e V secolo. Daia, sconfitto da forze soverchianti, non ebbe il coraggio di morire nella mischia, fuggì verso Oriente e per la vergogna si suicidò. La storia si dimenticò presto della sua parabola in costante discesa. Avrebbe potuto ottenere allori militari, ed invece la sua tattica da temporeggiatore decretò la sconfitta.

L’Impero riunificato.

Costantino e Licinio non erano mostri. Erano uomini del loro tempo, del loro periodo storico, bagnato dal sangue e sporcato dalle congiure. Era utopia sperare in una pace duratura nel martoriato Impero Romano.
Eliminato Massimino Daia, fu innalzato al rango di Cesare un ricco possidente, Bassiano. Per sancire l’alleanza si ricorse ancora una volta al matrimonio di interesse: la sorellastra di Costantino, Anastasia (altra figlia di Teodora) andò in sposa a Bassiano.
La nomina venne ratificata volentieri da Licinio, che cominciò subito a prendere informazioni al riguardo. Grazie ad una impeccabile rete di spie (l’esercito cominciava ad essere stanco, ma i delatori erano più in forma che mai) venne a sapere che il nuovo Cesare era un uomo molto veniale ed ambizioso. L’Oriente di ricchezze straripava, e Licinio gliene mise a disposizione molte per convincerlo a tradire Costantino. Quanto al tasto dell’ambizione, Bassiano non aveva bisogno di farsi dire cosa avrebbe significato la caduta del suo benefattore: l’Occidente dell’Impero sarebbe stato suo.
Costantino, che tra le congiure era cresciuto, non si scompose. Il tradimento venne scoperto e il cognato traditore giustiziato. Iniziava un nuovo capitolo della guerra civile.

Nel 316 il primo atto, nei pressi della cittadina di Cibale in Pannonia, vide una vittoria non decisiva di Costantino. Pur disponendo di un esercito meno numeroso (ventimila uomini contro trentacinquemila), ebbe la meglio sfruttando il fattore dell’attacco a sorpresa e la forza d’urto della cavalleria, guidata direttamente da lui. Mentre batteva in ritirata, Licinio nominò suo Cesare di fiducia Valente, uno dei generali illirici più in voga al momento. In pratica, lasciava la patata bollente nelle mani di un suo sottoposto per cercare di organizzare la controffensiva.
L’anno successivo il teatro dello scontro fu Mardia, in Tracia. Ancora una volta la tattica di Costantino ebbe la meglio. Con una manovra a sorpresa, guidò un contingente di cinquemila uomini in cima ad una altura, dalla quale attaccò la retroguardia del nemico. L’esercito di Licinio ne risentì, ma resse l’urto senza disunirsi e tenne fino a sera inoltrata. Con il buio, cessarono le ostilità ed ancora una volta l’imperatore d’Oriente scelse di fuggire.
Costantino aveva dato un’altra lezione di strategia militare al collega, e finalmente quest’ultimo decise di scendere a patti. Il 1°marzo del 317 Licinio firmò la tregua, cedendo al rivale le province dell’Illirico (Pannonia, Macedonia, Grecia e Dalmazia) e acconsentendo alla condanna a morte del generale Valente.

Le due parti dell’Impero, ora più separate che mai, attendevano la fine delle ostilità con una battaglia decisiva. Lo stallo durò sei anni, durante i quali entrambi gli Imperatori dovettero affrontare logoranti scontri sul limes romano, soprattutto contro i popoli barbari dei Sarmati e dei Goti.
Nel 324 Costantino si ritenne pronto a dare il colpo finale a Licinio. Ecco secondo Zosimo le forze in campo.
Licinio disponeva di 350 triremi (provenienti dall’Egitto, da Cipro, dalal Bitinia e dall’Africa), 150.000 fanti e 15.000 cavalieri. Costantino schierava 200 triremi da trenta rematori ciascuna, 2.000 navi da carico, 120.000 fanti, 10.000 marinai e la sua fedelissima cavalleria. Come si vede, stavolta l’esercito più numeroso era quello d’Occidente.
Grazie all’ottimo sistema viario che serviva i territori dei Balcani, Costantino piombò su Adrianopoli prima che Licinio potesse organizzarsi, e per la terza volta lo colse di sorpresa. Lo scontro, avvenuto ad Adrianopoli, vide la vittoria del sovrano d’Occidente, mentre quello d’Oriente ancora una volta fuggiva rifugiandosi a Bisanzio.
Nel frattempo, si combatteva la battaglia sul mare. All’imboccatura dell’Ellesponto, la flotta occidentale, affidata al figlio di Costantino, Crispo, ebbe facilmente la meglio.
Dopo due sconfitte gravissime, l’armata di Licinio era allo stremo. Le ultime speranze del prediletto di Diocleziano erano riposte nella marmaglia di contadini e schiavi prelevati con la forza dalle terre della Bitinia per rinforzare i ranghi di un esercito ormai distrutto. A Crisopoli (odierna Uskudar), Costantino non dovette faticare a battere ancora una volta il cognato.

In un primo tempo Licinio venne risparmiato ed incarcerato. Parve a tutti che Costantino, illuminato da Cristo, si fosse reso protagonista di un atto di magnanimità e di clemenza, e tutti pensarono che fosse davvero un santo. In realtà aveva un piano diabolico. Attese che Costanza desse alla luce il figlio che Licinio tanto aspettava per accusarlo ufficialmente di cospirazione. Siccome l’Imperatore era un’autorità a cui i giudici facilmente si piegavano, si può facilmente immaginare in che modo si concluse il processo.
Licinio venne condannato a morte e giustiziato insieme al figlio, neonato. Costanza, invece, venne risparmiata.
Nel 324 d. C., dopo diciannove anni di guerra civile, l’Impero ritrovava finalmente la pace, sotto un uomo dotato di una personalità fortissima, ancora più forte di quella di Diocleziano.

La nuova religione.

Costantino fu un personaggio di grandissimo spicco nella storia dell’Impero Romano. Per molti versi, la sua ascesa al trono è simile a quella di Diocleziano, ma questo valeva per la stragrande maggioranza degli Imperatori del Basso Impero.
Le statue lo ritraggono come un novello Apollo, i panegirici degli scrittori cristiani (da Lattanzio ad Eusebio di Cesareo) lo descrivono come uno dei più grandi condottieri di tutti i tempi, bellissimo, virile e con un fortissimo carisma. Oltre, a ciò, naturalmente, vennero esaltate le sue qualità umane: la generosità, la fede, l’altruismo.
Come abbiamo appena visto, le ultime virtù difettavano alquanto. Da buon soldato cresciuto sui campi di battaglia, non si faceva troppi scrupoli ed ignorava la pietà, come dimostra la fine crudele del traditore Licinio. Bisogna, a sua parziale discolpa, affermare che lui non fece altro che replicare ad un tentativo, invero piuttosto goffo, di ordire una congiura. E, come detto, di congiure Costantino se ne intendeva.
Il periodo della guerra civile aveva affinato le sue già eccelse (queste sì) qualità militari. Considerava la cavalleria il reparto d’èlite dell’esercito, e cercò sempre di farla rendere al massimo, portandola a combattere su terreni adatti alle sue caratteristiche. Alla tattica univa un coraggio a tutta prova, che lo rendeva l’idolo dei suoi soldati.
La sua carriera militare non fu facile. Da una parte, fu spianata dal fatto di essere il figlio prediletto, seppur illegittimo, di Costanzo Cloro. Dall’altra parte, proprio come diretta conseguenza di ciò, era visto come un “raccomandato” da soldati semplici ed alti ufficiali. L’esempio di Massimiano, che cercò in ogni modo di toglierselo di mezzo quando lo serviva a capo delle sue armate durante la guerra contro i Sarmati, valga per tutti.
Costantino era consapevole che doveva cercare la fiducia, se non di tutti, almeno della maggioranza dei suoi compagni d’arme, ed infatti si rese spesso protagonista di azioni eroiche fini a se stesse ma utilissime ad attirarsi le simpatie dei futuri seguaci. In più, era avvantaggiato dall’essere illirico (era nato a Naisso, oggi in territorio serbo), nazionalità di combattenti dell’Impero.

Quando il sangue smise di scorrere, Costantino si sentiva in debito con il Cristianesimo. Nel 312 aveva battuto le milizie di Massenzio “in hoc signo”, e da allora credette davvero che il Dio dei Cristiani fosse con lui. Cominciamo subito, quindi, con il dire che riteniamo inaccettabile ridurre la conversione di Costantino ad un mero instrumentum regni. Lo crediamo perché la religione cristiana era ancora, naturalmente, in minoranza. Recenti ricerche affermano che il dieci per cento della popolazione romana fosse seguace di Gesù Cristo al tempo della guerra civile, ma è difficilissimo stabilire se questa ipotesi sia o meno fondata. Bisogna infatti considerare che la religione pagana tollerava moltissimi dèi, e che innumerevoli popolazioni sparse nel territorio imperiale non avevano credenze e riti fissi. Anche lo stesso Cristianesimo, come vedremo, si presentava diviso al suo interno,.

Quello che invece riteniamo molto probabile era la grande diffusione nelle file dell’esercito. Soprattutto, per una ragione di utilitarismo personale. Vediamo di comprendere tale ragione, poiché da questa discende la fortuna del Cristianesimo.
I soldati rischiavano la vita in ogni momento, quasi sempre per una causa che a loro interessava ben poco. Ai barbari che prestavano servizio militare non importava nulla che Roma si annettesse una provincia, magari a spese proprio dei loro compatrioti. Combattevano solo per la paga e per la futura pensione: un pezzo di terra da coltivare al termine del servizio di leva, una buonuscita in denaro e il dono della cittadinanza romana. Però, con i chiari di luna del Basso Impero, era difficile per un soldato ventenne avere la prospettiva di arrivare a quarant’anni per godersi i frutti di un’onorata carriera. Dovevano combattere, punto e basta, perché nel mondo militarizzato della decadenza di Roma fare il militare era una delle pochissime ancore di salvezza per condurre un’esistenza da uomini e non da animali in gabbia, come stavano invece diventando contadini, artigiani e la maggior parte dei mercanti. Si aspettavano la morte prima di ogni scontro, prima di ogni singola scaramuccia, e vivevano alla giornata.
Questi soldati, dunque, con poche e buie prospettive, dovevano cercare un rifugio mentale. Il Cristianesimo fornì a tutti un formidabile rifugio mentale: la promessa di una seconda vita, stavolta eterna e felice. Che poi fosse in un luogo chiamato Paradiso, in mezzo a creature chiamate angeli, creato da una divinità triplice ma unitaria, anche questo ai rozzi militi romani non importava. Gli bastava una spiegazione semplice e veloce, data dai sacerdoti del nuovo culto, di ciò che poteva offrire la religione cristiana, a differenza di quella pagana.
E se, da una parte, imponeva alcuni sacrifici, come osservare rigidi principi morali, dall’altra parte assicurava ciò che il paganesimo non era in grado di dare: una seconda esistenza. Grazie al Cristianesimo i soldati avevano ora qualcosa in cui credere. Finalmente una prospettiva di vita che consentisse loro di alzarsi al mattino e affrontare la giornata con la speranza di diventare eterni come gli dèi.
In più, il Cristianesimo era democratico. L’Imperatore nella vita terrena era sopra di loro, ma non nell’aldillà, dove non esistevano gerarchie.
Infine, il Cristianesimo offriva esempi. L’esempio dei martiri, che decidevano di soffrire, vedere uccisi i loro cari, morire tra atroci torture, per la causa in cui credevano. Una religione che annoverava individui di questa caratura morale attirava, e molto. Tutti vedevano cosa era diventato il paganesimo, il glorioso culto degli avi, e dove aveva portato: a continue guerre, crisi, fame. E gli Imperatori, quale esempio stavano dando? Eliogabalo, un ragazzino effeminato manovrato da una donna e comandato da eunuchi. Re che venivano proclamati e dopo pochi giorni detronizzati. Valorosi comandanti giustiziati perché invisi a questo o quell’alto ufficiale, senza alcun motivo se non invidie e cattiverie personali.
Il Cristianesimo, nell’esercito, faceva presa perché aveva soppiantato il paganesimo, morto e sepolto da almeno duecento anni.

Costantino, sin da piccolo, aveva vissuto tra i Cristiani. Aveva notato che tra di loro vigeva un fortissimo spirito cameratesco, una lealtà a tutta prova, una solidarietà vera e disinteressata. Per un soldato come lui, questi erano gli aspetti indispensabili della vita militare.
Ma c’era un altro culto che lo tentava. Gliene parlavano spesso altri suoi compagni d’arme, naturalmente illirici: il mitraismo.
Questi soldati adoravano il dio Mitra, divinità di origine persiana, che veniva festeggiata con il Natale del Sole Invitto. Il primo Imperatore ad affidarvisi anima e corpo fu Aureliano, ed anche Costanzo Cloro pare ne fosse affascinato.
Anche questa religione “faceva presa” sui soldati, perché come tutti i culti orientali si basava su un complesso di riti e credenze riservate a pochi privilegiati. Era una vera e propria setta, e coloro i quali ne facevano parte credevano di essere superiori agli altri. La superiorità si manifestava nel destino di essere dei grandi combattenti, di essere protetti da una divinità nella loro ricerca della gloria.
Il mitraismo era un culto per ambiziosi. Era il culto della giustizia, perché Mitra, al termine della vita, giudicava gli uomini e ne decideva il destino. Anche questo dio, quindi, prometteva un’esistenza dopo la morte.
Certamente all’inizio Costantino credette in Mitra. Se non altro perché “di moda”.
Nel contempo, sentiva parlare spesso di Gesù Cristo, una divinità abbastanza simile, ma depurata dei culti misterici che il mitraismo portò inevitabilmente con sé dall’Asia Minore. E’impossibile stabilire in quale culto credesse di più, e forse è anche inutile farlo, perché ben altri erano i pensieri che aveva in testa.
Certamente, dopo la vittoria su Massenzio, si decise: scelse Cristo, il suo nume in battaglia.
D’altronde, non era troppo diverso da un Giove, un Nettuno, un Marte. Costantino, da soldato incolto, non capiva come Egli potesse essere uno e trino: Padre, Figlio, Spirito Santo. Né come la madre Maria fosse ancora Vergine pur essendo stato ingravidata ed avendo messo alla luce un Bambino. Questi personaggi dovevano apparirgli come altrettanti dèi pagani, seppure meno pittoreschi e molto più austeri.
A rendere viva e colorita la religione cristiana ci pensavano poi santi e martiri, con le loro incredibili storie.

Ma perché scelse proprio il Cristianesimo? La leggenda della croce in cielo, seppur gloriosa ed affascinante, ripresa da poeti e artisti, non è naturalmente credibile.
Costantino optò per la religione di Cristo perché era circondato da consiglieri cristiani, e da questi aveva sempre ricevuto buone indicazioni. Aveva capito che il loro attaccamento alla sua famiglia era sincero, come dimostra l’episodio che vide protagonista Costanzo Cloro, narrato nel capitolo precedente. Era la fedeltà, completa, alla sua persona, quella che il grande condottiero voleva più di ogni altra cosa.
Forse, se la battaglia di Ponte Milvio fosse andata male, e se avesse avuto un’altra possibilità di riscatto, avrebbe scelto stavolta Mitra come suo protettore. Ma questa è un’ipotesi, e tale rimane.

Il provvedimento più celebre dell’epoca costantiniana rimane senza dubbio l’Editto di Tolleranza, passato alla storia come Editto di Milano, del 313, firmato sia da Costantino che da Licinio. In virtù di esso la comunità cristiana veniva, per la prima volta nella sua storia, protetta dalle persecuzioni. Per quanto possibile, vennero anche risarciti i danni subiti dai Cristiani durante le ultime purghe dioclezianee.
Il testo prevedeva piena libertà religiosa non solo al Cristianesimo, ma anche a tutte le altre religioni, “come esigono i nostri tempi, nei quali ciascuno deve poter adorare chi vuole”.
Tuttavia, Costantino dimostrò più volte la sua preferenza verso la religione di Cristo, come si evince da questa famosa affermazione: “Coloro che si tengono lontani (dalla nuova religione) conservino pure, poiché così vogliono, i templi della menzogna”.

Arbitro della cristianità.

Costantino aveva abbracciato il Cristianesimo perché era rimasto affascinato dalle sue idee. Doveva però prendere atto che la nuova religione difettava di una componente fondamentale per l’unità dello Stato romano: la coesione al suo interno. Le diverse comunità ecclesiastiche erano, infatti, molto forti, ma già intorno al 300 d. C. dimostravano una pericolosa tendenza centrifuga.
Era anche naturale, visto che nessuna autorità era davvero superiore alle altre. Il vescovo di Roma non aveva potere al di fuori dell’Urbe, e lo stesso si poteva dire per il Faraone di Alessandria d’Egitto.
C’erano divisioni, non spaccature. Gli scismi di questo periodo consistevano più che altro in discussioni filosofiche tra le alte sfere del clero, ed erano vivamente seguite solo da coloro che non avevano molti pensieri per la testa. Ario affermava che Gesù Cristo non era della stessa sostanza del Padre. Il concilio che lo condannò proclamò il contrario, e non si sa su quale base concreta.
Vedremo in un capitolo a parte il dettaglio di queste beghe interne alla Chiesa delle origini. Per ora ci basti osservare che vi era davvero bisogno di una guida, di un leader carismatico in grado di imporre la sua volontà per evitare che queste discussioni teologico-filosofiche degenerassero in guerre civili tra religiosi.
Costantino assunse volentieri questo ruolo di arbiter religiosus. Anche se non aveva alcuna autorità per farlo: non era neanche battezzato. Lui stesso si definiva umilmente “vescovo di quanti sono fuori dalla Chiesa”.
Poco umilmente, però, si erse a Imperatore della religione cristiana ed introdusse l’istituto dell’eresia. Tutti quelli che non erano d’accordo con i canoni espressi dall’èlite dei vescovi riuniti nei vari concili, dovevano essere espulsi dalla Chiesa.
Il primo a farne le spese fu il vescovo di Cartagine Cipriano. In Africa era sorta una comunità fortissima di Cristiani, guidati da personalità importanti, tra le quali ricordiamo anche Lattanzio e Tertulliano. Era, dunque, un “bacino di utenza” da salvaguardare per tutto il Cristianesimo.
Cipriano era stato consacrato da un vescovo, Donato, che si era piegato alla persecuzione di Diocleziano, consegnando ai funzionari statali i suoi libri sacri. Per i primi Cristiani era molto importante farsi vedere uniti, pronti ad affrontare senza timore la morte, e questo esempio non costituiva un precedente molto edificante. Costantino perciò indisse un Concilio ad Arelate (odierna Arles), nel 314, che confermò la precedente sentenza di condanna emessa dai vescovi di Roma. Cipriano fu dichiarato eretico e con lui lo scisma donatista.
Il Concilio più famoso della storia rimane quello di Nicea, del 325, durante il quale venne condannato l’arianesimo. Costantino ne fu ancora una volta protagonista indiscusso.
Altre correnti cristiane che fecero le spese di queste vere e proprie purghe cristiane furono quelle dei Noviziati, dei Marcioniti, dei Paulanisti, dei Catafrigi. Ai seguaci delle dottrine dichiarate eretiche venivano confiscate tutte le proprietà. Nella peggiore delle ipotesi, la gente comune scatenava una caccia all’uomo, che prevedeva feroci vendette personali, contro gli eretici. Il Cristianesimo del IV secolo d. C. si stava imbarbarendo.

La nuova Roma.

Costantino si impegnò molto in campo religioso. Per questo abbiamo dato priorità a questo aspetto. Tuttavia, egli portò a compimento un progetto ancora più grande e sontuoso: la fondazione di Costantinopoli.
Si è dibattuto molto se egli intendesse o meno costruire la Roma del futuro: se fosse cioè consapevole di creare una nuova capitale che in poco tempo avrebbe surclassato quella vecchia.
A nostro avviso, Costantino ne fu pienamente consapevole.
Roma, per lui come per Diocleziano, non era in posizione geografica strategica. Preferì quindi ampliare città come Bisanzio, dalla quale si potevano facilmente controllare le pericolose frontiere dell’Asia Minore e dell’Europa Orientale.
Un’altra ragione importantissima che spingeva lontano dall’Urbe Costantino era la paura dei complotti. A Roma era nata la rivolta dei pretoriani di Massenzio, e certamente ne sarebbero avvenute altre. L’Imperatore doveva diffidare di tutti, compresi i suoi famigliari. Non aveva di certo voglia di andare nella tana del lupo, in una città che nel tempo era diventata indolente e inutile per la causa militare dell’Impero. Roma era pericolosa.
Diocleziano preferì ampliare e far diventare importanti città minori, come Nicomedia e Treviri, circondandosi di persone di fiducia ed avendo mano libera nel governo di questi territori che a lui, e soltanto a lui, dovevano essere grati. Costantino seguì anche in questo l’esempio del grande predecessore e creò la “sua” città: Costantinopoli.

La nuova capitale divenne da subito ricchissima. Statue d’oro e d’argento vennero fabbricate per decorare i palazzi e le vie della città. Innumerevoli templi pagani vennero spogliati completamente e le loro bellezze trasferite a Costantinopoli. Chiese cristiane sorsero bellissime, in tutti gli angoli della metropoli.
L’antica e sobria Bisanzio era un lontano ricordo. Nella storia, nessuna città ebbe uno sviluppo così veloce e grandioso come Costantinopoli.
Costantino ne era orgoglioso. Aveva diviso ancora una volta l’Impero in due tronconi: Occidente ed Oriente. Per salvaguardare le forme, decise di ridare vita alla tetrarchia, anche se, in questo caso, molto diversa da quella progettata da Diocleziano. L’Imperatore aveva infatti molti figli e molti fratelli, di sangue e non. Naturalmente, per cercare di non scontentare nessuno, scelse tra queste due categorie i suoi più alti funzionari. Mossa sbagliata.

Il sangue scorre ancora.

I suoi Cesari furono due figli, Crispo e Costantino II, nati da due diverse mogli: rispettivamente Minervina e Fausta. Il primo l’abbiamo già incontrato durante la guerra civile Costantino-Licinio: ebbe il ruolo di comandante in capo della flotta occidentale. Il secondo, invece, fu un personaggio di secondo piano.
Entrambi i fratellastri, naturalmente, ambivano al trono del padre. Più ambiziosa di loro era però la seconda moglie di Costantino, Fausta. Da buona madre, voleva che suo figlio, Costantino II, fosse l’erede al trono imperiale. Allora, stando ai resoconti dell’epoca (da prendere con le molle, diciamolo fin da subito) architettò una trappola meschina per raggiungere il suo obiettivo.
Fausta cercò di sedurre Crispo, invogliandolo ad andare a letto con lei. Probabilmente il suo piano doveva andare in questo modo. Crispo, attirato con l’inganno nelle sue stanze, avrebbe ceduto alle lusinghe della matrigna. Fausta, a quel punto, avrebbe urlato chiamando in aiuto i suoi inservienti (naturalmente d’accordo con la loro padrona e pronti ad intervenire immediatamente), fingendo uno stupro. Crispo sarebbe stato accusato del più turpe dei peccati e perciò messo a morte da Costantino.
La macchinazione in un primo tempo non riuscì perché Crispo rifiutò apertamente le avances di Fausta. Questa, vista la mala parata, decise di tentare il tutto per tutto: andò dal marito e affermò di essere stata violentata da Crispo, chiedendo per lui una punizione esemplare.
Forse questa storia fu una semplice dicerìa, ma di questo non ne siamo sicuri. A corte era possibile davvero tutto e il contrario di tutto, e se le cose non andarono nel modo che abbiamo riportato, di certo non furono molto dissimili. Non bisogna dimenticare che l’ambiente di corte era dominato da personaggi senza scrupoli: non solo figli, figliastri, matrigne e parenti, ma anche lacchè e consiglieri facevano a gara per conquistare le posizioni di spicco, senza farsi problemi di sorta sui metodi utilizzati per raggiungere i loro obiettivi.
Rimane il fatto compiuto che Costantino nel 326 fece giustiziare il proprio figlio Crispo: colui che più di tutti i suoi parenti, due anni prima, lo aveva aiutato a vincere Licinio. Dopo pochi mesi Fausta ne seguì il triste destino, sempre per mano di Costantino. Fu lui a dare l’ordine di rinchiuderla in un bagno ed alzare la temperatura all’interno fino a farla morire di asfissia.
E’possibile che Costantino, con il tempo, si fosse reso conto che la seconda moglie aveva mentito. Più probabilmente, un ruolo decisivo in questa oscura e poco onorevole vicenda lo svolse la madre Elena.
Prima moglie di Costanzo Cloro, passò alla storia come una santa, mentre in realtà fu una spietata arrampicatrice sociale. Fervidamente cristiana (e questo dimostra una volta di più che Costanzo Cloro fosse almeno simpatizzante dei seguaci di Cristo), pare che avesse trovato molte reliquie, tra cui un frammento della Croce.
E’quindi possibile che Elena, gelosa del crescente potere di Fausta all’interno della corte, si fosse resa protagonista di una congiura mirante ad eliminare la giovane rivale. Con metodi molto poco cristiani, vi riuscì.

Costantino al tramonto.

Negli anni del consolidamento dell’Impero, Costantino si preoccupò di difendere le frontiere. Ottenne diverse vittorie lungo i fiumi Reno e Danubio, vinse ancora una volta i Sarmati dell’Asia Minore e sbaragliò i Franchi, i cui capi vennero dati in pasto alle belve nell’arena di Treviri.
L’obiettivo più importante era però la conquista della Persia. Da secoli tutti i grandi generali romano avevano tentato, ma nessuno vi era riuscito. Costantino era animato da una grande forza interiore, ma la vecchiaia avanzava inesorabile.
Il 22 maggio del 337, a sessantatrè anni, Costantino il Grande morì a Nicomedia, mentre preparava la sua impresa finale. Il battesimo l’aveva ricevuto poco tempo prima.
Non vi è da stupirsi. All’epoca, si preferiva battezzare in età avanzata. In tal modo i peccati accumulati negli anni della gioventù, i più gravi, sarebbero stati eliminati definitivamente: in vecchiaia, invece, si tendeva a peccare meno gravemente. Costantino, come tutti gli altri, voleva presentarsi al Cristo puro e pronto a ricevere il suo premio.

Chissà se durante gli ultimi sospiri provò ad immaginarsi quale volto potesse avere il Salvatore. Ne aveva sentito parlare tantissimo, ma probabilmente non si era mai fermato a pensarci. Doveva occuparsi delle guerre quotidiane. Ne affrontò molte: contro avversari politici, contro i Barbari, anche contro membri della sua stessa famiglia. Condusse una vita normalissima per un Imperatore dell’epoca.
La sua eredità, invece, non fu normale per nulla. La sua conversione al Cristianesimo fu una tappa di importanza incredibile nella storia. L’Impero Romano, dopo di lui, non fu mai più lo stesso. Aveva cercato di seguire le orme di Diocleziano, facendo della capacità di adattamento alle situazioni la sua qualità più importante. A differenza dell’illustre predecessore, non ci lascia in eredità grandi riforme. E’vero che, a causa delle interminabili guerre civili, non ebbe molto tempo. Ma tendiamo a pensare che anche se ne avesse avuto di più non si sarebbe occupato di finanza, fisco, amministrazione dello Stato.
Non fu, quindi, un grande amministratore come Diocleziano. Fu però un grande innovatore.
In controtendenza per l’epoca protesse il Cristianesimo, che da lui prese uno slancio inarrestabile per conquistare il mondo occidentale. Fondò la capitale dell’Impero d’Oriente, Costantinopoli, desinata a durare sino al XV secolo, ultimo baluardo che sopravvisse quasi fino alla scoperta dell’America, testimonianza arcaica di un mondo ormai da secoli morto.
Le sue innovazioni squarciano il tempo, e ci portano a considerare che, in prospettiva, Costantino fu il più grande di tutti gli Imperatori Romani.
Le discussioni riguardo al fatto che il Cristianesimo avrebbe comunque vinto contro il paganesimo sono piuttosto sterili. La storia guarda ai fatti, e nel IV secolo si racconta di una religione cristiana spossata dalle persecuzioni. La comunità dei seguaci di Cristo non era esigua, certamente, ma niente faceva presagire che sarebbe divampata come un fuoco nel ventre molle delle tradizioni pagane, cancellandole in brevissimo tempo.
Costantino la elevò a religione non solo tollerata, ma anche preferita. La sua autorità porterà un incremento di seguaci, e di certo molti non furono sinceri. Sempre più funzionari statali ed alti ufficiali divennero cristiani, e così i loro figli. La diffusione della dottrina di Cristo era appena cominciata.

Le mie pubblicazioni

A vostra disposizione le mie pubblicazioni, buona lettura!

La guerra delle razze

Capitoli

Paragrafo Primo - L’ascesa di Diocleziano

Colui che inaugurò questa nuova stirpe di regnanti da Basso Impero fu Diocleziano. Quando nacque, il 22 dicembre del 244, l’Illiria era una delle province con la più alta concentrazione di soldati forniti a Roma. Leggi tutto »


Paragrafo Secondo - Sei nuovi Augusti

Uscito di scena il capo indiscusso, i mastini cominciarono ad azzannarsi a vicenda. Nel 305, il primo giorno di maggio, Diocleziano abdicò a favore di Leggi tutto »


Paragrafo Terzo - Costantino, il paladino della cristianità

Nel 312 d. C. la guerra civile pareva terminata. Costantino divideva il potere con Licinio, nominato direttamente da Diocleziano, e quindi Leggi tutto »


Paragrafo Quarto - La guerra fratricida

Costantino morì lasciando un’eredità che tutti i suoi figli e nipoti dilapidarono in tre decenni.
La grande scommessa dell’Impero Romano era quella di sopravvivere ancora una volta alla guerra civile tra Leggi tutto »


Paragrafo Quinto - Giuliano, l'imperatore dei pagani

Solo un imperatore, nella millenaria storia di Roma, può essere accostato ad Alessandro il Grande: Giuliano l’Apostata.
Quando si affronta questo gigante, bisogna andare cauti. Il Romanticismo Leggi tutto »


Paragrafo Sesto - L'inizio della fine

Giuliano, morendo, aveva lasciato l’esercito in una situazione difficile, ma alla quale era più che abituato. Doveva eleggere un nuovo Imperatore, e doveva farlo subito.
Inizialmente venne indicato un Leggi tutto »


Paragrafo Settimo - L'imperatore Ambrogio

I Goti non avevano la minima idea di cosa avrebbero potuto ottenere dopo la vittoria ad Adrianopoli. La capitale dell’Oriente era a loro completa disposizione, le ricche terre dell’Asia Minore potevano essere facilmente Leggi tutto »


Paragrafo Ottavo - Tra Occidente ed Oriente

Teodosio morì di malattia il 17 gennaio del 395, non ancora cinquantenne. La sua dipartita significò la definitiva separazione tra i due Imperi, quello Occidentale e quello Orientale. Fu Leggi tutto »


Paragrafo Nono - La distruzione del mondo

Quando la notizia della morte di Silicone giunse al campo di Alarico, questi dovette pensare più o meno questo: “Via libera”! Leggi tutto »


Paragrafo Decimo - L'ultimo difensore di Roma e il flagello di Dio

Intorno al 370, il popolo unno cominciava ad osservare da lontano i confini dell’Impero Romano. Nel 376, si ritrovava sulle sponde del mar Nero Leggi tutto »


Paragrafo Undicesimo - Il creatore di Imperatori

Non era certo la prima volta che una dinastia finiva nel sangue, ed un magister militum all’apice della sua carriera veniva eliminato da Leggi tutto »


Paragrafo Dodicesimo - L'ultimo nel nome del primo

Dopo il fallimento della seconda spedizione africana nel 468, l’atteggiamento di Costantinopoli nei confronti di Ravenna era cambiato moltissimo. La causa scatenante, Leggi tutto »


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