Lettera XXVIII

NIZZA, 5 Febbraio 1765

Caro Signore, - La tua bellissima lettera del cinque di questo mese è stata un dono generoso e gradevole: ma i tuoi sospetti sono infondati. Ti assicuro, sul mio onore,

che io non c’entro nulla con alcuna delle dispute che di questi tempi agitano la cosa pubblica: né so nulla dei tuoi affari politici, eccetto ciò che talvolta leggo sui tuoi giornali, che posso esaminare solamente grazie al nostro console nella città di Villefranche. Insisti per avere maggiori particolarri riguardo a ciò che ho visto a Firenze, e io ubbidirò al tuo ordine.

La famosa galleria che contiene le opere antiche si trova al terzo piano di un nobile edificio di pietra, costruito a forma di pi greca, con la parte alta che fronteggia il fiume Arno, e quella bassa attigua al palazzo ducale, dove vi sono le corti di giustizia. Dal momento che la casata dei Medici per secoli ha abitato nel palazzo dei Pitti, situato sull’altro lato del fiume, ad un miglio da questi tribunali, l’architetto Vasari, che ha progettato la nuova costruzione, nello stesso momento ha inserito un corridoio, o passaggio coperto, che si estende dal Palazzo dei Pitti lungo uno dei ponti, fino alle gallerie degli oggetti rari, attraverso le quali il granduca passava senza essere visto, quando voleva ammirare le opere oppure quando voleva assistere ai processi: ma non ho trovato nulla di straordinario nella progettazione e nella esecuzione di detto corridoio.

Se risiedessi a Firenze darei qualunque cosa per ottenere il permesso di camminare ogni giorno nella galleria, che di gran lunga preferisco a quella dei Licei, i rifugi degli Accademici, o a tutte le vie ed i loggiati filosofeggianti di Atene o di Roma. Solo guardando le statue ed i busti in questo luogo, diventerei intimo amico dei tutti quei notabili personaggi, maschi e femmine, delle epoche antiche, e sarei perfino capace di delineare i loro diversi caratteri dalle loro espressioni. Questa collezione costituisce un vero e proprio
commentario degli storici Romani, in particolare di Svetonio e Dione Cassio. Una circostanza mi colpì nell’ammirare i busti di Caracalla, sia qui sia nel Capitolo a Roma; c’era una peculiare ferocia nei suoi occhi, che sembrava contraddire la dolcezza delle altre fattezze, e giustificava pienamente l’ epiteto Caracula, con il quale egli era chiamato dagli antichi abitanti della Britannia Settentrionale. Nel linguaggio degli Highlanders caracuyl significa occhio crudele, come ci è stato tramandato dall’ingegnoso editore di Fingal, il quale sembra pensare che Caracalla sia una parola celtica adattata alla pronuncia dei Romani: la verità, però, è che Caracalla era un abito gallo, che il principe era solito vestire; e da questo ha preso il soprannome. Il Caracuyl dei Bretoni, è lo stesso dell’upodra idon dei Greci, con cui Omero così spesso chiamava i suoi Eroi.

Mi piacciono le Baccanali, soprattutto per il loro bellissimo drappeggio. Il vento, provocato dal suo movimento, sembra aver sollevato e gonfiato questo dal corpo che copre. C’è un’altra gaia Baccanale, nell’atto di danzare, coronata con dell’edera, che tiene nella mano destra un grappolo d’uva, mentre nella sinistra il tirso. La testa della famosa Flora è molto bella: il complesso di Cupido e Psiche, invece, non mi trasmise per niente il piacere che mi aspettavo da esso. Di tutti i marmi che compaiono nella galleria, i seguenti sono quelli che ammiro di più. Leda con il cigno; come per Giove, in questa trasformazione, egli ha più le sembianze di un’oca. Non ho visto nessun’altra cosa più insulsa; ma lo scultore ha mirabilmente mostrato la sua arte nel rappresentare la mano di Leda in parte nascosta tra le piume, che sono a tal punto delicate, che la forma stessa delle dita è intravista. La statua di un giovine, forse Ganimede, è paragonata dai critici alla celebrata Venere, e per quello che posso capire, non senza ragioni: a dire il vero, è più piacevole che emozionante, e di certo attrae più un critico che uno spettatore comune. Non so se è la mia predilezione per la facoltà che accresce la mia stima per l’Esculapio, il quale appare con una venerabile barba di delicatissima lavorazione. E’più largo rispetto al reale, vestito con uno splendido pallio, con la mano sinistra appoggiata ad un bastone annodato, intorno al quale si avvolge
il serpente, in pieno accordo con Ovidio.

Hunc modo serpentem baculum qui nexibus ambit Perspice -

Guarda il serpente intrecciarsi alla sua mistica Verga.

Nella mano tiene la fascia herbarum, mentre ai piedi vi sono i crepidae. Al suo fianco è sdraiato un verro selvatico, che io ammiro come un capolavoro. La ferocia del suo aspetto è
finemente contrastata dall’indolenza dell’atteggiamento. Se dovessi incontrare un cinghiale vivo con la medesima espressione, sarei tentato di accarezzargli le setole. Ecco un elegante busto di Antinoo, il favorito di Adriano; ed una stupenda testa di Alessandro il Grande, girata da un lato, con un atteggiamento di illanguidimento ed ansietà nella sua espressione. I virtuosi non sono d’accordo sulla circostanza che viene rappresentata: se nel momento dello svenimento con conseguente perdita di sangue, dopo la sua impresa a Ossidrace, o se nel momento dell’illanguidimento a seguito della febbre contratta nelle terme di Cidno; oppure nell’atto di lamentarsi con suo padre Giove, perché non erano rimasti più mondi da conquistare.

Il Narciso inginocchiato è una figura che colpisce, e dall’espressività ammirevole. I due Bacchi sono perfetti; ma (lo dico con vergogna) preferisco l’opera di Michel Angelo Buonaroti, che ben conosci. Questo artista, essendo stato criticato da alcuni presunti critici di non aver imitato la maniera degli antichi, si dice abbia terminato segretamente il suo Bacco, e poi l’abbia bruciato, dopo avergli rotto un braccio che poi custodì come un monito. La statua, dopo essere stata dissotterrata per caso, è stata reputata dai migliori giudici come una perfetta opera classica; solo allora Buonaroti mostrò il braccio e la reclamò come sua.

Bianchi pensa che questa sia una favola; ma riconosce che Vasari ne racconta una simile a
proposito di una scultura di un fanciullo dello stesso artista, per molto tempo rimasta sottoterra, e successivamente scoperta e venduta ad un prezzo altissimo come capolavoro. Mi piacque anche il Morfeo in pietra di paragone, descritto da Addison, che, sia detto per inciso, è stato accusato da Bianchi di aver fatto degli errori grossolani nel descrivere questa galleria.

Per rispetto alla famosa Venere Ponzia, comunemente chiamata dei Medici, che venne ritrovata a Tivoli ed è conservata in un alloggio separato, la Tribuna, credo che dovrei rimanere in silenzio, o almeno celare i miei reali sentimenti, che altrimenti apparirebbero assurdi e presuntuosi. Deve essere il bisogno di buon gusto che impedisce alle mie emozioni quell’ammirazione entusiasta dalla quale invece altri vengono catturati alla vista di questa statua: una statua che, quanto a fama, eguaglia quella del Cupido di Prassitele, che fece arrivare nella piccola città di Tespie una enorme folla di visitatori nei tempi antichi. Non riesco a evitare di pensare che non c’è bellezza nelle fattezze di Venere; e che la posa sia goffa e non in linea con il suo carattere. E’solo una scusa che noi abbiamo un ideale di bellezza diverso da quello classico. Anzi, è il contrario, come si evince da medaglioni, busti e storici. Senza dubbi, le membra e le proporzioni della statua sono eleganti e sobrie, in accordo con le regole di simmetria e equilibrio; in special modo le parti posteriori sono eseguite così bene da suscitare l’ ammirazione dello spettatore più indifferente. Non si può evitare di pensare che quella è la famosa Venere di Cnido di Prassitele, che Luciano descrive. “Hercle quanta dorsi concinnitas! Ut exuberantes lumbi amplexantes manus implent! Quam scite circumductae clunium pulpae in se rotundantur,
neque tenues nimis ipsis ossibus adstrictae, neque in immensam effusae Pinguedinem”! Che la statua descritta non fosse la Venere dei Medici, è chiaro dall’iscrizione Greca sulla
base, KLEOMENIS APPOLLODOROI ATHINAIOS EPOESEI. Cleomenes filius Apollodori fecit; non sappiamo se questa descrizione sia spuria, e che invece di EPOESEI, sia in realtà
EPOIESE. Questa, comunque, è una obiezione fragile, visto che abbiamo visto molte iscrizioni certamente antiche, con errori ortografici, dovuti all’ignoranza o alla disattenzione dello scultore. Altri ritengono, non senza ragione, che questa statua sia la rappresentazione della famosa Frine, prostituta ateniese, che durante le celebrazioni per i giochi Eleusini si mostrò nuda, mentre usciva dalle terme, agli occhi dell’intera popolazione di Atene.

Mi piacque molto il fauno danzante; e ancora di più mi piacquero i Lotti, o lottatori, le pose dei quali sono meravigliosamente escogitate per esibire le diverse curve del corpo e tutti i loro muscoli: ma ciò che mi dilettò maggiormente delle statue della Tribuna fu l’Arrotino, comunemente chiamato l’Affilatore, che si suppone rappresenti uno schiavo che, mentre
sta affilando un coltello, sente per caso i cospiratori di Catilina. Certo saprai che è inginocchiato; e altrettanto certamente, te lo assicuro, non ho mai visto un’espressione di così ansiosa attenzione. La quale tuttavia non è mischiata con alcun segno di sorpresa, come invece dovrebbe essere naturale per uno che sta ascoltando per caso una cospirazione contro il suo stato.

Il
marchese di Maffei ha giustamente osservato che Sallustio, nel suo resoconto dettagliato della congiura, non menziona mai questo episodio. Tra l’altro, non sembra neanche che la figura stia affilando, visto che la pietra che tiene in mano è ancora grezza e ineguale e non pare proprio una mola. Altri dichiarano con sicurezza che rappresenta Milico, il liberto di
Scevino, che congiurò contro Nerone, e diede il suo pugnale a Milico perché lo affilasse, e che invece lo presentò all’imperatore, informandolo della cospirazione: ma la posa e l’espressione non ammettono questa interpretazione. Bianchi, [questo antiquario è stato condannato all’ergastolo per aver rubato delle opere della Galleria e poi averle date alle fiamme] che mostra la galleria, ritiene che la statua rappresenti l’augure Attio Navio, che tagliò una pietra con un coltello, come ordinato da Tarquinio Prisco. Questa congettura sembra esser confermata da un medaglione di Antonino Pio, inserito da Vaillanti nei suoi Numismata Prestantiora, nei quali si delinea un personaggio di questo genere. “Attius Navius genuflexus ante Tarquinium Priscum cotem cultro discidit”. Ammette tuttavia che nella statua l’augure non viene distinto né dai suoi abiti né dai suoi simboli tipici, e non è chiaro neppure se sia davvero una pietra.

Da parte mia, non ritengo soddisfacente nessuna delle tre ipotesi, sebbene l’ultima sia molto ingegnosa. Forse la figura allude ad un incidente privato, che non fu mai riportato nella storia. Tra i tantissimi dipinti contenuti in questa Tribuna, fui ammaliato dalla Venere di Tiziano, che ha una dolcezza d’espressione ed una finezza di colorazione impossibili da descrivere. In questo appartamento si contano trecento opere, la maggior parte delle quali opera dei grandi maestri, come Raffaello, nelle tre maniere con cui ha contraddistinto i suoi tre diversi periodi di vita. Come per la famosa statua dell’ermafrodito, che abbiamo visto in un’altra stanza, concedo ancora allo scultore un credito per la sua ingenuità nel mischiare i due sessi nella composizione; eppur tuttavia, rimane pur sempre un vero mostro della natura, che non mi piace proprio; e non credo neanche che ci voglia tutto questo gran talento nel rappresentare una figura con la testa e il petto di una donna, e le altre parti del corpo di un uomo.

C’è una tale abbondanza di rarità in questo illustre museo; statue, busti, medaglie, tavoli ricoperti d’intarsi, gabinetti ornati con pietre preziose, gioielli di ogni tipo, strumenti matematici, armi e macchinari militari antichi, che la mente rimane disorientata, ed un soggetto facilmente impressionabile immagina di essere stato trasportato in un palazzo dei sogni da un potere magico di incantamento.

In uno degli alloggi distaccati, vidi l’antependium dell’ altare, disegnato per la famosa cappella di San Lorenzo. E’un curioso pezzo di architettura, intarsiato da marmi colorati e
pietre preziose, così da rappresentare una infinita varietà di oggetti naturali. E’adornato da colonne di vetro con capitelli di oro battuto.

Il secondo piano della costruzione è occupato da un gran numero di artisti impegnati in curiosissimi lavori di intarsi, rappresentanti figure con gemme e tipi diversi di marmo colorato, per l’uso esclusivo dell’imperatore. Gli Italiani li chiamano pietre commesse, una sorta di intarsio di pietre, analoghi agli intarsi di legno dei gabinetti. E’uno stile peculiare di Firenze e sembra essere più particolare dei mosaici che i Romani hanno portato alla loro perfezione assoluta.

La cattedrale è una costruzione Gotica grandiosa, ricoperta all’esterno con marmi; è notevole per nulla eccetto che per la cupola, che si dice sia stata ricopiata da quella di San
Pietro a Roma, e per la sua vastità, molto maggiore rispetto a quella di tutte le altre chiese della Cristianità. [In questa cattedrale si trova la Tomba di Giovanni Acuto Anglo, che si
potrebbe tradurre come John Sharp; invece il suo vero nome era Hawkwood, che poi gli Italiani hanno corrotto in Acuto. Fu un famosissimo Generale o Condottiero che arrivò in Italia alla testa di quattrocento soldati in cerca di gloria e fortuna, la maggioranza dei quali Inglesi che avevano militato sotto Re Edoardo III, ed erano stati licenziati dopo la Pace di Bontigny.

Hawkwood si distinse splendidamente in Italia grazie al suo valore e alla sua audacia, e morì in tarda età al servizio dei Fiorentini. Era figlio di un conciatore dell’Essex, ed era stato apprendista di un Taylor]. Il battistero, che rimane di fronte, in tempi antichi era un tempio che si dice fosse dedicato al dio Marte. Vi sono al suo interno ottime statue di marmo e una o due di bronzo fuori dalle porte; ma è universalmente famoso per i suoi portoni di ottone, opera di Lorenzo Ghiberti, i quali, come Buonaroti era solito dire, erano degni dei portoni del Paradiso. Li ho ammirati con piacere: ma ancora conservavo una venerazione per quelli di Pisa, che contemplai in precedenza: la mia preferenza deriva dal personale bisogno di gusto e d’incanto per la novità, e che, appunto, gli ultimi mi regalarono.

Tutti coloro che desiderano avere altri dettagli su ogni cosa degna di essere vista a Firenze, comprese chiese, librerie, palazzi, tombe, statue, dipinti, fontane, ponti, ecc, possono consultare Keysler, che è così laboriosamente preciso nelle sue descrizioni, che io non potrei mai studiarle attentamente senza farmi venire il mal di capo e ricordandomi che il genio Tedesco sta più nella schiena che nel cervello. Rimasi molto deluso dalla cappella di San Lorenzo. Nonostante la grandiosa profusione di granito, porfido, diaspro, verde antico, lapislazzuli, e altre pietre preziose, rappresentanti figure intarsiate, ritengo che l’intero edificio faccia un effetto piuttosto tetro. Queste pietre commesse sono meglio calcolate per i gabinetti, piuttosto che per le grandi costruzioni, che dovrebbero essere proporzionate alla grandiosità del palazzo. I compartimenti sono così piccoli, che non producono alcun effetto, alla prima impressione, su coloro che entrano; conferiscono solo un’aria di pochezza all’ insieme, come se un grande salone fosse ricoperto da quadri in miniatura. Se hanno così poco riguardo alla proporzione ed alla prospettiva, quando dipingono la cupola, che non è ancora finita, questa cappella, secondo la mia opinione, rimane un monumento di cattivo gusto e stravaganza.

La corte del palazzo di Pitti è dotato da tre lati di una piazza elegante, con arcate tutt’attorno, come il palazzo di Holyrood House ad Edimburgo; ed il lavoro rustico, che costituisce la parte più bassa della fabbrica, regala un’aria di forza e magnificenza. Nella sua corte, si trova una bella fontana, nella quale l’acqua stilla da sopra; c’è anche un’ammirevole statua di Ercole, con l’iscrizione LUSIPPOI ERGON, opera di Lisippo.

Gli appartamenti di questo edificio sono spesso piccoli, e molti tetri. In mezzo ai dipinti il più notevole è la Madonna de la Seggiola, di Raffaello, stimato come uno dei capolavori del grande maestro. Se mi si consente di trovare un difetto in questo spettacolo, lo definirei in difetto di dignità e sentimento. E’l’espressione di una villica piuttosto di quella della madre di Dio. Esibisce la tenerezza e la gioia di una giovane donna verso il suo primogenito, senza quell’estasi di ammirazione che invece ci aspetteremmo dalla Vergine Maria mentre contempla il Salvatore dell’umanità, frutto del suo grembo. D’altra parte, è una figura felice, amabile, e con un’espressività di tenerezza materna; ed il bambino è estremamente bello. C’era un pittore Inglese impegnato nel copiare questo quadro, e ciò che è riuscito a produrre è eseguito con grande successo. Sono uno di quelli che pensano sia molto possibile imitare i capolavori in tale maniera, al punto che perfino i conoscitori non sarebbero in grado di distinguere l’ originale dalla copia.

Dopo tutto, non mi voglio di certo erigere come giudice in queste materie, perché correrei il rischio di incorrere nel ridicolo da parte dei virtuosi: tuttavia sono uso a parlare liberamente di tutti i soggetti che cadono sotto la cognizione dei miei sensi; sebbene debba ammettere che ci voglia qualcosa in più del senso comune per scoprire e sviscerare le più delicate bellezze della pittura. Concludo - Tuo affezionato umile servo.

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Capitoli

Lettera XXVI

Nizza, 15 Gennaio 1765

CARO SIGNORE, - Non senza ragione Genova viene chiamata La Superba. La città è imponente al massimo grado; i nobili sono Leggi tutto »


Capitolo XXVII

NIZZA, 28 Gennaio, 1765

CARO SIGNORE, - Pisa è una città bellissima e antica che ispira la stessa venerazione della vista di un tempio classico recante i Leggi tutto »


Lettera XXVIII

NIZZA, 5 Febbraio 1765

Caro Signore, - La tua bellissima lettera del cinque di questo mese è stata un dono generoso e gradevole: ma i tuoi sospetti sono infondati. Ti assicuro, sul mio onore, Leggi tutto »


Lettera XXIX

NIZZA, 20 Febbraio 1765

Caro Signore, - Dopo aver visto tutte le attrattive di Firenze, ed affittato una buona carrozza per sette settimane, al prezzo di sette zecchini, qualcosa meno di Leggi tutto »


Lettera XXX

NIZZA, Febbraio 28, 1765

Caro Signore, - Nulla può essere più gradevole agli occhi di uno straniero, specialmente nelle calure d’estate, del gran Leggi tutto »


Lettera XXXI

NIZZA, 5 Marzo 1765

Caro Signore, - Nella mia ultima missiva diedi la mia libera opinione riguardo ai moderni palazzi Italiani. Azzarderò ora le Leggi tutto »


Lettera XXXII

NIZZA, 10 Marzo 1765

Caro Signore, - Il Colossaeum o anfiteatro costruito da Flavio Vespasiano è l’opera monumentale più stupenda del suo genere mai prodotta nell’antichità. Rimane in piedi Leggi tutto »


Lettera XXXIII

Nizza, 30 Marzo 1765

Caro Signore, - non immaginarti che io abbia visto metà delle statue e dei dipinti di Roma; c’è una tale vastità di capolavori e Leggi tutto »


Lettera XXXIV

Nizza, 2 Aprile 1765

Caro Signore, - Non ho nulla da comunicare riguardo la libreria del Vaticano, che, con rispetto agli appartamenti e ai loro Leggi tutto »


Lettera XXXV

NIZZA, 20 Marzo 1765

Caro Signore, - Essendo ormai la stagione molto avanzata, ed essendo il tempo divenuto tempestoso, rimasi poco tempo a Firenze, e Leggi tutto »


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