Paragrafo Ottavo - Tra Occidente ed Oriente

Teodosio morì di malattia il 17 gennaio del 395, non ancora cinquantenne. La sua dipartita significò la definitiva separazione tra i due Imperi, quello Occidentale e quello Orientale. Fu

l’ultimo ad essere in grado di tenere lo Stato Romano con pugno di ferro. Aveva compreso pienamente l’importanza della Chiesa cattolica e naturalmente del suo alfiere principale dell’epoca, Ambrogio. Nel contempo, aveva sempre cercato di mediare con i popoli barbari che premevano alle frontiere e quelli che, invece, stabilmente risiedevano al suo interno.
I suoi successori avevano ereditato un Impero relativamente tranquillo. La parte orientale era toccata al primogenito, Arcadio; quella occidentale all’altro figlio, Onorio. Entrambi erano in realtà delle pedine manovrate dalle rispettive corti e dai comandanti in capo dei due eserciti, rispettivamente Rufino e Stilicone. Senza dubbio Teodosio credeva che i due fratelli non si sarebbero fatti la guerra tra loro, tanto più che li affidava a due generali di sua fiducia. Sbagliava.

Flavio Stilicone era a tutti gli effetti un romano; tuttavia, il padre era un soldato vandalo, peraltro valido ufficiale di cavalleria sotto Teodosio. Poteva quindi essere considerato, dagli ambienti razzisti delle corti metropolitane, come un mezzosangue, e quindi disprezzato alla stregua di un semplice barbaro. Dobbiamo anche aggiungere che era di religione ariana, che proprio in quegli anni aveva combattuto, e perso, una battaglia teologica contro il cattolicesimo papalino. Teodosio lo riteneva, giustamente, un grande generale ma soprattutto uno stratega. A piena riprova di ciò, gli affidò la tipica missione di un ambasciatore, seppur con le armi in pugno: la negoziazione della pace con il sempiterno rivale persiano, stavolta Sapore III. Andata a buon fine la trattativa, ed ottenuta una buona spartizione della ricca regione armena, venne elevato al rango di comes sacri stabuli e, per sancire il suo definitivo ingresso nell’élite nobiliare, sposò la nipote dell’Imperatore, Serena. Lo status di preferito lo accompagnò anche durante la battaglia vittoriosa presso il fiume Frigido contro Eugenio.
Molto utili alla causa romana furono i vecchi nemici, ora federati, cioè alleati tra le file imperiali: i Goti. Un gruppo di essi, in particolare, si distinse in quello scontro: i Visigoti, comandati da un generale di cui sentiremo prestissimo parlare, Alarico dei Balti. Stilicone, discendente da un barbaro, era il primo ad apprezzare il valore di queste nuove leve e, nel contempo, a disprezzare le reclute italiche, peraltro ormai in netta minoranza. Questa discriminazione in ambito militare gli provocò naturalmente le antipatie delle classi medio-alte dell’Italia, le quali mal digerivano la presenza nell’esercito degli ex-avversari. Ed ancora di più odiavano quel vandalo che ora stava facendo troppo in fretta carriera.
Finché Teodosio fu in vita, nessuno osò alzare la voce. Dopo, invece, i sussurri di disapprovazione diventarono grida, urla, strepiti, impossibili da non sentire. Provenivano da Costantinopoli, dove Flavio Rufino faceva il bello ed il cattivo tempo alla corte del debole Arcadio.
Dobbiamo chiarire un luogo comune, e dobbiamo farlo ora, prima che le vicende inizino ad intrecciarsi in modo spesso caotico. Gli storici sono concordi nel giudicare i figli di Teodosio come degli “imbelli”, termine inflazionato stante ad indicare personalità deboli ed incapaci. Non possiamo che essere d’accordo in toto, ma ci sentiamo di spezzare una lancia in loro favore, ed in generale in favore di coloro che hanno avuto destini simili. La progenie di un Imperatore ha sempre avuto vita difficilissima, anche nei felici tempi del primo principato: è il destino che accomuna chi nasce “con il cucchiaio d’argento in bocca”. Ma due elementi giocavano a sfavore dei nobili successori teodosiani.
Durante il periodo d’oro dell’Impero la distanza tra le alte sfere del potere ed il popolo era grande, ma non come nel IV-V secolo. E’abbastanza logico pensare che i due ragazzini (tali erano quando salirono ai rispettivi troni), cresciuti nel lusso più sfrenato, fossero lontanissimi da una realtà sempre più difficile per la maggioranza della popolazione.
In più, Arcadio e Onorio discendevano da un grande Imperatore. Da loro ci si poteva solo aspettare di peggio rispetto all’illustre padre.

Alarico dei Balti.

L’Impero dipendeva in tutto e per tutto dall’esercito. L’esercito dipendeva in tutto e per tutto dai Goti. L’equazione non era per nulla difficoltosa da comprendere, neppure per gli ignoranti ex-barbari. Il loro attuale sovrano, Alarico, l’aveva compresa in pieno.
Questi era stato proclamato re dei Visigoti nel 395, e la sua prima mossa fu di richiedere la nomina a magister militum dell’Impero d’Occidente. Non siamo certi di dove volesse arrivare con quella richiesta. E forse non lo sapeva bene neanche lui stesso. Senza dubbio, però, era una mossa provocatoria, per saggiare la consistenza dei nuovi regnanti dopo che Teodosio si era, suo malgrado, fatto da parte. Onorio non lo prese neppure in considerazione, e Stilicone, geloso per il suo grado, per tutta risposta ridusse notevolmente il tributo che lo Stato Romano doveva pagare ai nuovi federati per le loro prestazioni militari.
I Goti non erano gente abituata a coltivare i campi e rimanere sedentari. Il popolo in armi chiedeva una guerra, e Alarico era pronto a dargliela. Con una campagna rapida si impossessò delle province della Tracia e della Macedonia, poi si fermò a controllare la situazione. Stilicone si apprestò a calare con il suo esercito sui Visigoti, ma ciò significava sconfinare nell’Impero d’Oriente, interferendo con Arcadio e il suo comandante Rufino, che naturalmente glielo impedirono. E’significativo osservare che, anche in momenti di grave difficoltà, i lacché e i legittimi sovrani continuavano a farsi la guerra tra loro. Sottovalutavano ancora i propri avversari, come avevano fatto Valente e Graziano nel 378. Dopo vent’anni si ripeteva la storia di ripicche, ricatti e dispetti da una parte verso l’altra.
Stilicone non disobbedì e rinunciò all’impresa, lasciando mano libera ad Alarico, che devastò per due anni consecutivi le regioni intorno a Costantinopoli. Il capo vandalo era consapevole dei contrasti insanabili tra le due corti, ed era pronto a sfruttarle al meglio. Tra il 395 ed il 396 guidò i suoi nel saccheggio del ricchissimo Peloponneso, conquistando Atene e distruggendo il Tempio dedicato alla dea Demetra, sede dei Misteri Eleusini: il mondo perdeva un’altra Meraviglia.

Nel 397 l’Impero d’Oriente era in balia dell’ennesimo invasore. Arcadio si trovò perciò costretto a chiamare in aiuto Stilicone. Alcuni storici ritengono che il generale di origine vandala avesse aspettato il momento giusto per tornare, preparato per una guerra vera e con un esercito in grado di sostenerla al meglio. Soprattutto, forte del fatto che l’Imperatore dimostrava ancora una volta la sua debolezza. E perciò, concludono questi storici, che Stilicone volesse la legittimazione sul campo al fine di esautorare Arcadio e porre sul trono di Costantinopoli il proprio figlio Eucherio.
Noi crediamo che Stilicone non aspirasse al potere supremo per sé. Capiva sin troppo bene che essere a corte significava rimanere alla mercé di tradimenti e congiure, e non avrebbe mai esposto il figlioletto a quei pericoli. Comprendeva altresì che il suo ruolo era molto più importante dell’Imperatore, perché da lui solo dipendevano le sorti di Roma. Infine, se avesse voluto davvero il trono d’Oriente, non avrebbe avuto difficoltà a prenderselo, visto che la maggioranza dei soldati gli era fedelissima. Claudiano in primis e tutte le fonti in nostro possesso lo descrivono come un guerriero stoico: mentre i suoi ufficiali, coperti da pelli e vicini al fuoco per scaldarsi, a malapena resistevano ai gironi dell’inverno, lui rimaneva ai bordi del campo incurante delle intemperie. Sui monti innevati era il primo ad aprire la strada, così come quando si doveva attraversare un fiume a cavallo. E’naturale che i suoi soldati stravedessero per lui, come per Diocleziano, Costantino o Giuliano. Sarebbe bastato un suo segnale, e avrebbero conquistato Costantinopoli per lui, senza incontrare resistenza. Ma non bramava l’Impero: lo voleva difendere.
Appena i Visigoti si trovarono di fronte un esercito romano ben organizzato (seppur composto soprattutto da mercenari barbari) cedettero di schianto. La vittoria non era completa, perché Alarico era riuscito a fuggire, ma ciò bastava ad Arcadio, che intimò a Stilicone di desistere e tornare in Occidente. Eutropio, che non aspettava altro, arrivò a dichiararlo nemico pubblico dell’Impero d’Oriente. Questa era la gratitudine per l’impresa portata a termine dal magister.
Il disegno di Eutropio prevedeva un ulteriore tassello.

Stilicone avrebbe potuto dare ad Alarico il colpo finale, ma non lo fece. Gli storici che ritengono Stilicone un aspirante usurpatore sostengono che in questo modo egli abbia voluto farsi un alleato potente da utilizzare poi nell’eventuale guerra civile. Più probabilmente, il magister occidentale non aveva voluto distruggere definitivamente il popolo goto per due ragioni.
La prima: lo riteneva giustamente una fucina inesauribile di soldati, da non sacrificare per nessun motivo.
La seconda: se avesse vinto i Goti, Stilicone si sarebbe ritrovato padrone dell’Oriente, minacciando il trono di Arcadio. Ed allora, davvero, si sarebbe avuta una guerra civile, perché l’Imperatore non avrebbe consentito un’ingerenza così forte nei suoi territori. Viste le tendenze, Stilicone avrà anche pensato a tutelare il figlio Eucherio e le due figlie, Maria (promessa sposa ad Onorio) e Termanzia. Era consapevole che nelle congiure di corte non si andava troppo per il sottile.
Eutropio aveva seguito con interesse l’evolversi della guerra-lampo tra i due barbari. Aveva individuato in Alarico un valido comandante per l’Oriente: l’equivalente di Stilicone. E’vero, aveva perso, ma si trovava a comandare truppe indisciplinate e armate alla bell’e meglio. Con un esercito vero ai suoi ordini, sarebbe stato diverso.
Ed ora Eutropio glielo metteva a disposizione, un esercito: il più prestigioso e ricco che Alarico avrebbe potuto immaginare. A Costantinopoli venne pubblicato l’editto che proclamava il re dei Visigoti nuovo comandante in capo dell’Illirico, il che equivaleva alla carica militare più influente dell’Impero d’Oriente.
La sua preoccupazione principale fu di dare ai soldati armi nuove ed efficienti. Le quattro “industrie belliche” di Tessalonica, Naissus, Margus e Raziaria lavorarono a ritmi vertiginosi per soddisfare il fabbisogno delle truppe. Immaginiamo con quale stato d’animo i fabbri forgiavano gli strumenti destinati ad armare un potenziale conquistatore. Il popolo goto, per la prima volta nella storia, diventava davvero importante.

L’alleanza Eutropio-Alarico aveva un senso solo se sostenuta dai suoi protagonisti. Quando uno dei due cadde in disgrazia, automaticamente cessò di esistere. A Costantinopoli era facile prendere il controllo della corte e del giovane Arcadio, ma era altrettanto facile perderlo. Quando questo succedeva, la conseguenza naturale era la morte. Ciò infatti toccò all’eunuco, che probabilmente abusò del proprio potere facendosi troppi nemici e scegliendo male l’amico principale, Alarico. I suoi avversari convinsero Arcadio che il principe goto costituiva un pericolo per il suo regno, come lo era stato Stilicone. L’Imperatore, facilmente influenzabile, seguì la nuova moda ed eliminò Eutropio.
Nel 399, l’intesa con i Goti venne annullata. Alarico sapeva di non avere speranze di riconferma e si volse verso Occidente. Il suo popolo aveva assaporato le comodità di uno Stato organizzato come quello romano, e voleva continuare a viverci. Dapprima cercò un’alleanza con Stilicone, ma dovette incassare un netto rifiuto.
Allora, rimaneva solo la strada della guerra. Nell’inverno del 401 calò in Italia varcando le Alpi Giulie e dilagando in tutto il nord, arrivando ad assediare Milano, la capitale dell’Occidente. Armati di tutto punto dagli stessi cittadini romani, i Goti avanzarono indisturbati poiché Stilicone era impegnato in Rezia (ironia della sorte, contro i Vandali). Tuttavia, il magister fece pervenire in tempo l’ordine perentorio ed indiscutibile di trasferire Onorio e la sua corte da Milano alla più sicura Ravenna, protetta da paludi e malaria.
Stilicone riuscì a disimpegnarsi solo verso il febbraio del 402. Con un esercito imperiale sempre più debole, ma a lui devotissimo, affrontò Alarico il 6 aprile a Pollentia. Il generale di origine vandala, con un capolavoro di tattica militare, si aggiudicò la posizione migliore: con le spalle coperte dal monte San Vittorio, resse l’impatto dell’attacco frontale (il più duro) e contrattaccò. L’ala destra e il centro dei Goti furono divisi e battuti singolarmente grazie alla cavalleria romana, meglio equipaggiata, mentre l’ala sinistra dello schieramento di Alarico venne rigettata al di là del Tanaro.
La strategia dell’accerchiamento era stata messa in atto con maestria. Pur disponendo di una fanteria più debole e di una cavalleria meno numerosa, l’esercito d’Occidente aveva salvato Milano.
Alarico fu costretto a ripiegare in Veneto, ma non era tipo da rimanere inerte a leccarsi le ferite. Contando sulla maggiore vitalità dei suoi e sui nuovi armamenti romani, puntò deciso verso Roma per assestare un colpo simbolico all’Impero e per ottenere una legittimazione di importanza incalcolabile. Stilicone, però, lo chiuse subito a Verona, e lo sconfisse di nuovo. Fu una battaglia meno acerrima di quella di Pollentia, ma senza dubbio il magister aveva utilizzato una tattica simile.

A questo punto i Visigoti si trovarono costretti a tornare in Dacia, dove continuavano a farla da padroni a causa della prolungata inerzia dell’esercito orientale. Alarico si era trovato, in neanche dieci anni, a fare la voce grossa dalla Grecia al nord Italia, mettendo paura alle due capitali, Costantinopoli e Milano. Solamente Stilicone aveva potuto fermarlo. In più, era riuscito a trovare un luogo di stanziamento stabile e sicuro nelle regioni balcaniche, utili per il vettovagliamento e la produzione di armi. Aveva saggiato le potenzialità di un grande generale, ma si era anche convinto che l’esercito da lui comandato non era imbattibile. Comprendeva sempre meglio che l’Impero era insanabilmente diviso tra Oriente ed Occidente, e quindi vulnerabile. Doveva solo aspettare tempi migliori. La strada per Roma era tracciata nel suo destino, di questo ne era convinto. Stilicone non sarebbe vissuto per sempre.

Il magister contro tutti.

L’Italia era la priorità assoluta per un magister militum. Stilicone era accorso in fretta e furia nella penisola per salvare il cuore (teorico) dell’Impero, ma aveva lasciato sguarnite le regioni della Germania. Da lì, tra il 404 ed il 406, le popolazioni degli Ostrogoti, degli Alani e degli Svevi avevano cominciato a compiere scorrerie sempre più insistenti. Nel 405 un capotribù ostrogoto, Radagaiso, scese in Italia al comando di una coalizione eterogenea formata da Goti, Vandali, Suebi, Burgundi ed Alani. Erano tutti originari dell’oltre-Reno, e tutti di ceppo germanico. Non avevano idea di dove stavano andando. Avevano sentito parlare di una terra fertile, calda, bellissima. Quando l’invasero, trovarono che era ancora migliore delle descrizioni.
Ad attenderli c’era Stilicone. I suoi ufficiali principali erano un unno, Aldino, ed un visigoto, Saro: le sue truppe erano formate quasi prevalentemente da mercenari barbari. Lo scontro decisivo avvenne nei pressi di Fiesole il 23 agosto del 406. Utilizzando la solita tattica dell’accerchiamento, la coalizione barbara sotto le insegne dell’Impero Romano sconfisse la coalizione barbara che stava invadendo l’Impero Romano. Radagaiso tentò di fuggire, ma fu catturato e giustiziato a Firenze.

Dall’estrema propaggine settentrionale dell’Impero, la stupenda ed affascinante Britannia, terra di druidi, draghi e cavalieri leggendari, giungevano notizie preoccupanti. Le rivolte si susseguivano ininterrotte a causa dell’assenza di un comando vero e proprio. L’ultimo grande comandante era stato Teodosio, poi la grande isola colonizzata da Claudio quasi quattrocento anni prima era stata abbandonata. Le comunicazioni erano diventate difficili; i Pitti e gli Scoti attaccavano senza sosta e riuscivano a passare con facilità il Vallo di Adriano.
Logica conseguenza della negligenza del potere centrale fu la creazione di diversi potentati nella regione, con i signorotti locali che ingaggiavano battaglie tra loro fronteggiandosi per accaparrarsi un pezzo di terra migliore da coltivare.
Un assaggio di Alto Medioevo.
Per i generali romani la tentazione di provare colpi di stato era forte. Le guarnigioni erano munite e numerose, e i comandanti temerari più del dovuto. Tra il 406 ed il 407 si susseguirono tre imperatori, autoproclamati tali dai loro soldati: Marco, Graziano e Costantino III.
Solo quest’ultimo ebbe durevole fortuna grazie al suo nome particolarmente glorioso, che faceva presa sulle truppe e soprattutto sulle popolazioni britanniche. Si immedesimava in Costantino il Grande, ed infatti aveva ribattezzato i propri figli Costante e Giuliano. Doveva essere un uomo molto ambizioso. Non esitò a passare la Manica e sbarcare in Gallia stringendo alleanza con i Burgundi e gli Alemanni, che lo accettarono come Imperatore. Non che avessero particolari preferenze su chi li comandava: bastava la promessa di saccheggi e razzie.
Stilicone sottovalutò l’insurrezione e mandò il visigoto Saro a sedarla. Dopo le prime vittorie contro Giustiniano e Nebiogaste, quest’ultimo si scontrò con Edobico e Geronzio (il magister militum dell’usurpatore), che disponevano di forze fresche, e venne sconfitto. Saro fu costretto a ritirarsi da perdente, mentre Costantino puntellava le frontiere e stabiliva la sua sede imperiale ad Arles.

Ad est, Alarico cominciava a dare segni di insofferenza. Lamentava i mancati pagamenti per i suoi soldati federati, e li richiedeva con insistenza a Stilicone. Quest’ultimo aveva ancora sempre cercato un accordo con il re dei Visigoti, e gli aveva perdonato tutte le razzie effettuate in Italia solo pochi anni prima. Aveva certamente l’idea fissa di utilizzarlo come estremo baluardo nelle Gallie per spodestare Costantino ed era necessario tenerlo buono. Onorio, però, cominciava a dubitare del suo protettore. Ravenna guarda la costa illirica e senza dubbio la popolazione della nuova capitale non si sentiva troppo sicura sotto la minaccia barbara. I consiglieri, guidati da Olimpio, che avevano sempre disprezzato Stilicone, erano giunti al culmine della pazienza. Dopo la sconfitta rimediata contro l’usurpatore britannico, la stella del magister non era più così fulgida: era il momento di convincere l’Imperatore ad abbandonarlo.
Nello stesso tempo, dall’altra parte dell’Impero, Arcadio moriva lasciando vacante il trono. In realtà, l’erede in pectore era il figlio Teodosio II, ma avendo solo 8 anni, il comando vero passò al prefetto del pretorio Antemio.
Sia Olimpio che Antemio erano acerrimi nemici di Stilicone. Era tempo di dare il colpo finale al barbaro che aveva osato desiderare Roma.
Onorio si incontrò con Stilicone a Ravenna nell’agosto del 408. L’Imperatore d’Occidente intendeva succedere al fratello morto almeno sino alla maggiore età del nipote Teodosio II. Più che accorpare i due Imperi, il suo disegno era quello di spodestare il nuovo sovrano d’Oriente. Forse addirittura sostituendolo con il suo favorito, Olimpio.
Neanche un bambino avrebbe avuto un’idea simile: era evidente che sarebbe scoppiata una guerra civile. Stilicone lo fece presente, e questo fece andare su tutte le furie Onorio. Se fino a quel momento il primogenito di Teodosio aveva ancora qualche dubbio sull’appoggiare o meno gli avversari del suo magister, adesso si era deciso.
Olimpio e i suoi cortigiani sobillarono l’opinione pubblica: i cittadini furono convinti che egli stava tramando con Alarico per prendere il potere e creare una diarchia tutta barbara. Usarono la stessa tattica con i soldati barbari alle sue dipendenze, affermando che il loro comandante li avrebbe abbandonati portando con sé solamente i Goti. Siccome l’esercito era formato da molte etnie diverse, questa accusa fece presa sulla massa della soldataglia. Il 22 agosto del 408 Stilicone venne catturato in una chiesa, a Ravenna. Dapprima gli fu detto che se si fosse arreso avrebbe avuta salva la vita; poi, invece, venne decapitato senza pietà.
Il figlio Eucherio seguì la stessa sorte, infelice, di colui che moltissimi vedevano sul trono dell’Impero, a sua totale insaputa. Anche gli ufficiali più fedeli al magister furono vittime di questa purga.

Non c’è traccia, nella storia di Roma, di un omicidio così vigliacco e insensato. Stilicone era stato il baluardo contro le prime invasioni barbariche di massa, che aveva sempre respinto. Deteneva il potere assoluto, e se davvero avesse voluto usarlo contro i figli di Teodosio avrebbe potuto farlo in qualsiasi momento.
Ecco quello che era diventato lo Stato Romano: un covo di serpi manipolatrici di ragazzini viziati. Con Alarico saldamente stabilito nell’Illiria, con Costantino padrone delle Gallie, con la minaccia sempre attuale della Persia ad Oriente, l’unica azione concreta che la corte ravennate (con il benestare di quella bizantina) aveva partorito era stata quella di uccidere il proprio paladino.
Stilicone credeva di poter unire in un unico popolo barbari e romani, ariani e cattolici. Il risultato che ottenne fu di accentuare il solco tra Occidente ed Oriente.




Le mie pubblicazioni

A vostra disposizione le mie pubblicazioni, buona lettura!

La guerra delle razze

Capitoli

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Paragrafo Secondo - Sei nuovi Augusti

Uscito di scena il capo indiscusso, i mastini cominciarono ad azzannarsi a vicenda. Nel 305, il primo giorno di maggio, Diocleziano abdicò a favore di Leggi tutto »


Paragrafo Terzo - Costantino, il paladino della cristianità

Nel 312 d. C. la guerra civile pareva terminata. Costantino divideva il potere con Licinio, nominato direttamente da Diocleziano, e quindi Leggi tutto »


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Costantino morì lasciando un’eredità che tutti i suoi figli e nipoti dilapidarono in tre decenni.
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Paragrafo Quinto - Giuliano, l'imperatore dei pagani

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Quando si affronta questo gigante, bisogna andare cauti. Il Romanticismo Leggi tutto »


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Quando la notizia della morte di Silicone giunse al campo di Alarico, questi dovette pensare più o meno questo: “Via libera”! Leggi tutto »


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