Paragrafo Dodicesimo - L'ultimo nel nome del primo

Dopo il fallimento della seconda spedizione africana nel 468, l’atteggiamento di Costantinopoli nei confronti di Ravenna era cambiato moltissimo. La causa scatenante,

naturalmente, era stata proprio la debacle della flotta di Basilisco vicino a Cartagine. L’Imperatore d’Oriente era pronto al trionfo, che si sarebbe preso in grandissima parte, lasciando solo le briciole ad Antemio. Quando seppe della disfatta, non volle crederci. Come noi, aveva grossi dubbi sull’effettiva superiorità dei Vandali. Certo, poteva accettare che la popolazione africana, dopo anni di egemonia romana, parteggiasse per i barbari; poteva anche credere ad un esercito di Genserico superorganizzato e addestrato al massimo livello. Ma Leone non era uno stupido, e non si limitò a queste supposizioni.
Le fonti in nostro possesso sono scarse e non riportano dati soddisfacenti, ma siamo convinti che l’imperatore avesse delle prove del tradimento orchestrato da Ricimero per delegittimare Antemio e riproporre sul trono di Ravenna il suo candidato, in accordo con Genserico. Non erano di certo delle prove schiaccianti: anche perché, in quel caso, si sarebbe avuta una guerra civile tra Oriente ed Occidente. Tuttavia, l’Imperatore e la sua corte erano convinti che la ragione principale della sconfitta fosse legata ad una congiura italica. D’altra parte, anche Maggioriano era stato tolto di mezzo nello stesso modo, dopo un’altrettanto incredibile disfatta contro i Vandali.
Alla motivazione, fondamentale, della perdita di prestigio, dobbiamo aggiungere quella economica. La spese per l’organizzazione della flotta e degli equipaggi era stata notevole, e sostenuta in massima parte dall’Impero d’Oriente, che ora doveva fare i conti con un deficit imponente. Benché l’economia di Costantinopoli fosse abbastanza robusta da sopportare anche questo esborso, Leone doveva tenere conto anche di questo fattore.
Prestigio e finanza, quindi. Sono queste le due chiavi di volta per capire il nuovo atteggiamento dell’Oriente nei confronti dell’Occidente: un atteggiamento di laissez faire naturalmente ben visto dalla nobiltà italica, ma molto, molto, pericoloso.

Il fango sulla porpora.

Dopo la morte di Ricimero, la carica di magister militum era passata al nipote Gundobado. Quest’ultimo provvide a disfarsi di Anicio Olibrio sostituendolo con il comes domesticorum (responsabile della polizia imperiale) Glicerio. Il popolo romano se ne accorse solo perché sulle monete era cambiata l’effigie.
L’unico che alzò la voce contro questa elezione fu il magister militum della Dalmazia, Giulio Nepote, imparentato con Leone. Discendeva da una famiglia di generali dell’Illiria, ed aveva a disposizione un buon esercito. Certo, non il migliore dell’Impero, ma fedele e devoto al suo comandante. Tanto bastava per far paura a Ravenna.
Alla fine del 473 Giulio Nepote informò l’Imperatore d’Oriente della sua intenzione di spodestare Glicerio e di riconquistare Ravenna in nome di Costantinopoli. Leone accettò l’autocandidatura e diede il benestare all’invasione.
Fu la sua ultima decisione, perché il 18 gennaio del 474 morì di dissenteria. Aveva cercato di fare l’interesse anche di Ravenna, ma come risposta aveva ottenuto solo congiure.
Siccome il suo successore, il nipote Leone II, aveva solo sei anni, la reggenza passò nelle mani dei genitori, Zenone ed Ariadne. Il momento non era più delicato, perché ormai tutto dipendeva da Nepote, che aspettava la riapertura dei porti per calare sull’Italia.
Gundobado cercò di organizzare un esercito degno di tal nome, ma le milizie italiche erano mediocri e i mercenari scarseggiavano. Cercò di convincere i suoi Burgundi con la promessa di terre ed oro, ma non vi riuscì. La tribù burgunda era un gruppo minoritario: forse in grado di affrontare e sconfiggere Nepote, ma certamente non di tenere l’Impero d’Occidente. In più, proprio alla fine del 473 era morto re Gundioc, ed ora si apriva la lotta alla successione tra i quattro figli: Chilperico, Godomar, Godigisel e lo stesso Gundobado, il quale doveva decidere se rimanere a Ravenna a fare l’eroe oppure governare il suo popolo. Con saggezza optò per la seconda soluzione.
Quando Nepote sbarcò ad Ostia, non ebbe bisogno di combattere. Depose Glicerio e lo nominò vescovo di Salona, in Dalmazia. Il 19 giugno del 474, a Roma, si autoproclamò Imperatore Romano d’Occidente. La sua mossa più significativa fu cedere la città di Clermont ai Visigoti. Chi ci tramanda il fatto, Sidonio Apollinare, rappresenta uno degli ultimi epigoni della cultura gallo-romana, il quale, naturalmente, aborriva la prospettiva di finire sotto dei barbari. Ma la realpolitik imponeva questa decisione, visto che l’esercito di stanza in Italia era sempre più debole e diviso.
Il comando dell’ultima armata imperiale dell’Occidente era affidato al magister militum Flavio Oreste. Contrariamente a quanto si crede, non era un barbaro. Originario della Pannonia, era diventato suddito unno quando Valentiniano aveva deciso di cedere quella provincia al “flagello di Dio”. Quindi, pur essendo nato romano, era regredito alla cittadinanza barbara. Si era tuttavia adattato benissimo ai nuovi governanti, diventando uomo di fiducia di Attila, il quale riponeva grande fiducia in lui: lo testimonia il fatto che fu Oreste a presentarsi a Costantinopoli, per ben due volte, come ambasciatore ufficiale.
Aveva una personalità abbastanza complessa. Voleva ottenere il potere, come Ricimero. Ma, al contrario di quest’ultimo, ammirava molto la civiltà romana. Si era sposato con Flavia, una cittadina romana a tutti gli effetti: dalla loro unione nacque il personaggio forse più famoso della Storia. Certamente, colui che rappresenta simbolicamente il passaggio da un’era all’altra: Romolo Augusto.
Nel 475 Oreste si rese conto della forza del suo esercito e della debolezza di Nepote. La naturale conseguenza fu una guerra, che per fortuna dell’Italia fu di brevissima durata. Nepote scappò senza combattere, tornò in Dalmazia e richiese l’aiuto dell’Imperatore d’Oriente. Sul trono di Costantinopoli sedeva ora Zenone perché il figlioletto Leone era morto. Il nuovo regnante, in quel momento, doveva preoccuparsi di salvare la pelle, perché a Costantinopoli si era creato un forte sentimento razzista nei confronti della minoranza isaurica, della quale faceva parte anche lo stesso Zenone.
A capo dei cospiratori troviamo quel Basilisco responsabile della sconfitta navale nelle acque di Cartagine, insieme a Verina, vedova del defunto Leone I. Zenone, invece di combattere, preferì fuggire, lasciando campo libero ai rivoltosi. I quali, però, finirono per scannarsi tra loro, favorendo il rientro del legittimo imperatore.

Questo spiega il perché dell’inerzia dell’Oriente nei confronti di Nepote, che era pur sempre un generale romano capace e meritevole. Le vicissitudini della corte di Costantinopoli incontrarono il favore della classe senatoria italica, che preferiva un’indipendenza teorica piuttosto che una supremazia dell’odiata capitale greca. Non dobbiamo dimenticare che l’Impero Romano d’Occidente resisteva praticamente solo in Italia, e nella penisola cominciava a prendere sempre più potere il Papa, notoriamente avverso al Patriarca di Costantinopoli.
Romolo Augustolo, come veniva chiamato l’Imperatore fantoccio, ebbe un’importanza ridottissima nella millenaria storia romana. Tuttavia, spesso, e anche in tempi recenti, si è cercato di elevare la sua figura ad una condizioni migliore rispetto alla realtà storica che, suo malgrado, dobbiamo registrare. Durante il suo regno la distanza tra l’autorità imperiale e le città (o meglio, i paesini) della penisola si accentò ancor di più.

Le milizie di Oreste non erano soddisfatte del trattamento loro riservato. Si sentivano prigioniere di una etichetta che non prevedeva in alcun modo spartizione di terre e ricchezze. Ora, siccome, i colleghi soldati della Spagna, della Britannia, della Gallia, della Germania e dell’Africa, avevano costituito regni indipendenti e sovrani entro i loro confini, i barbari al soldo di Oreste si sollevarono per ottenere gli stessi privilegi.
Il capo della rivolta fu Odoacre, capotribù degli Eruli: un popolo che finora abbiamo incontrato pochissimo, e di relativa importanza, ma che fu decisivo per l’ultimo atto della storia romana, o meglio di ciò che dell’Impero rimaneva. Egli venne proclamato re, attenzione, non Imperatore Romano d’Occidente. Più verosimilmente, lui stesso decise di farsi proclamare tale della sua tribù: con la promessa non di servire Ravenna (o Costantinopoli), ma di distribuire i fertili terreni dell’Italia.
L’idea fu grandiosa. Poco contava l’oro in un mondo che stava ritrovando il baratto e la cui economia si chiudeva sempre più entro confini limitatissimi, tra le mura dei piccoli borghi. Invece, di terra ce n’era in abbondanza, e buona da coltivare. I soldati barbari erano, appunto, ancora barbari, ma i loro calcoli li sapevano fare, se guidati dall’uomo giusto.
Oreste potè opporre una resistenza ridicola. La stragrande maggioranza delle sue truppe passò al nemico e la guerra che sancì la fine dell’Impero d’Occidente fu in realtà ridotta ad una sola, insignificante, battaglia presso Piacenza.
A settembre, Odoacre faceva il suo ingresso trionfale a Ravenna. La corte accettò la nomina, anche se siamo convinti che al condottiero erulo non importasse molto l’opinione di una decina di eunuchi. Oreste fu giustiziato, mentre Romolo Augustolo ebbe salva la vita. Con una mossa magnanima ma calcolata, l’ultimo Imperatore Romano d’Occidente fu esiliato a Napoli e mantenuto vita natural durante con un sostanzioso vitalizio che arrivava direttamente dalle casse di Ravenna.
Probabilmente, Odoacre fu così accomodante perché l’imperatore-ragazzino accettò di scrivere a Zenone per suggerirgli di accettare la nuova elezione: in questo modo, sia Romolo stesso che Nepote (in teoria ancora regnante), decadevano dalla carica.
Viene da sorridere pensando a tali questioni ridicolmente formali in un momento difficilissimo per quasi tutta la popolazione italica. Ma evidentemente, salvare le forme importava di più.

Il comando nuovo.

In apparenza, nulla era cambiato. Anzi, da un certo punto di vista le cose erano migliorate. Odoacre non si autoproclamò imperatore, né impose un suo fantoccio sul trono. Rimandò le insegne imperiali a Costantinopoli, esprimendo la sua volontà di comandare l’Italia in nome e per conto di Zenone, il quale rispose affermativamente.
Certamente nessuno dei due protagonisti poteva immaginare cosa avrebbe significato a lungo termine. Entrambi, però, sapevano che era l’unica soluzione sensata. L’Impero d’Occidente non esisteva più, e anche l’Italia doveva seguirne il destino. Come le sue province, anch’essa era condannata a scontare il suo purgatorio di barbarie. Costantinopoli non era in grado di fare da balia a due città piene di serpi, quali erano diventate Ravenna e Roma.
La storia romana si chiude in modo dolce, tenue, senza spargimento di sangue innocente.

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La guerra delle razze

Capitoli

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Nel 312 d. C. la guerra civile pareva terminata. Costantino divideva il potere con Licinio, nominato direttamente da Diocleziano, e quindi Leggi tutto »


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