Lettera XXIX

NIZZA, 20 Febbraio 1765

Caro Signore, - Dopo aver visto tutte le attrattive di Firenze, ed affittato una buona carrozza per sette settimane, al prezzo di sette zecchini, qualcosa meno di

tre ghinee e mezza, partimmo per Roma passando per Siena, dove ci fermammo per la prima notte. La regione attraverso la quale transitammo è montagnosa ma piacevole. Di Siena non posso riferire nulla direttamente, eccetto che alloggiammo in una casa che puzzava come una latrina, e che cenammo in modo assai infelice. La città è grande e ben costruita: gli abitanti si piccano della loro pulizia e della purezza del loro dialetto. Certo è che alcuni stranieri risiedono in questo luogo proprio per imparare la miglior pronuncia della lingua Italiana.

Il pavimento di mosaico del duomo, o cattedrale, è stato molto ammirato; come la storia di Enea Silvio, dipinto all’epoca di papa Pio II sulle pareti della libreria, in parte opera di Pietro Perugino, in parte del suo pupillo, Raffaello d’Urbino.

Il giorno successivo, al Buon Convento, dove l’imperatore Enrico VII fu avvelenato da un frate con l’ostia sacramentale, rifiutai di dare dei soldi allo stalliere, che per vendicarsi mise due giovani stalloni alla carrozza: il risultato fu che dopo un quarto di miglio questi cavalli ed il postiglione stavano rotolando nella polvere. Fecero il possibile per uscire con meno danni possibili, e perciò scalciarono con una tale violenza da credere che tutto il nostro bagaglio fosse andato in pezzi. Ci lanciammo fuori dal veicolo, e per fortuna non riportammo alcun danno, solo tanta paura; neppure la carrozza aveva subito danneggiamenti. Invece i cavalli erano terribilmente illividiti, e quasi strangolati, prima che potessimo liberarli.

Furente per la villania dello stalliere, mi decisi a porgere un reclamo ad un ufficiale o ad un
magistrato del luogo. Ne trovai uno avviluppato in un mantellone vecchio, unto e logoro, seduto in un bruttissimo alloggio con le finestre senza vetri; non c’era neppure una parvenza di mobilio eccetto ad una coppia di sedie rotte e ad una miserabile brandina. Sembrava molto pallido e macilento, e aveva l’aria di un prigioniero mezzo morto di fame piuttosto che di un magistrato. Ascoltata la mia lagnanza, si infilò in una specie di cella campanaria dove fece risuonare una campana. Subito dopo arrivò l’ufficiale postale, che ritenni essere la vera autorità in quel luogo, visto che l’uffiziale stava di fronte a lui con il cappello in mano e ripeteva il mio reclamo con inequivocabili segni di umile reverenza. Questi mi assicurò, con un’aria di innaturale importanza, che lui stesso aveva già ordinato allo stalliere di fornirmi i migliori cavalli a sua disposizione; e che quell’evento sfortunato era dovuto alla mala condotta del postiglione, il quale non aveva condotto i destrieri ad una velocità proporzionata al loro ardore. Dal momento che si era preso la responsabilità di quell’ affare, e visto che aveva anche una certa influenza sul magistrato, fui lieto di affermare la mia convinzione che i cavalli erano stati messi apposta per recarci pericolo e spaventarci; inoltre, giacchè non riuscivo ad avere giustizia, avrei portato il mio reclamo formale dal ministro britannico a Firenze.

Quando poi passammo tra quelle strade con la carrozza ed i cavalli freschi, incrociai lo stalliere: avrei voluto bastonarlo con voluttà ma questo si accorse della mia intenzione, si girò sui tacchi e svanì nel nulla. Di tutte le persone che conobbi in Italia gli stallieri, i postiglioni e gli altri che gravitavano intorno alle stazioni di posta italiane, sono i più avidi, impertinenti e irritanti. Felici quei viaggiatori che hanno abbastanza flemma da non curarsi della loro insolenza e molestia: non hanno bisogno di cercare vendetta. Un gentiluomo Inglese a Firenze mi raccontò che uno di questi furbacchioni, che egli aveva battuto a causa della sua impertinenza, si avventò su di lui con un coltellaccio, e a stento riuscì a tenerlo buono sotto la minaccia di una spada. Tutti questi zotici possiedono armi del genere, e le usano alla minima provocazione. I loro attacchi non sono però così formidabili come i loro progetti di rivalsa; ciò mi fa concludere che gli Italiani sono egualmente infidi e crudeli.

Passammo la notte in un posto chiamato Radiocofani, un villaggio e al contempo una fortezza, situata sulla vetta di una montagna molto alta. La locanda rimane ai piedi della cittadina. E’stata costruita a spese del granduca di Toscana; è molto ampia, molto fredda e molto scomoda. Ci si potrebbe immaginare che era stato studiato apposta per le temperature più fredde, sorgendo in una posizione in cui anche d’estate un viaggiatore sarebbe contento di trovare un fuoco in camera. Ma poche, o nessuna di esse, lo possiede, ed i letti non hanno tende o baldacchini. Il terzo giorno entrammo nei territori del papa,
alcuni dei quali sono davvero graziosi. Dopo aver oltrepassato Aqua-Pendente, una città meschina, collocata sulla cima di una rocca, dalla quale ricade una romantica cascata da cui prende il nome, viaggiammo lungo le sponde del lago Bolsena, un bellissimo specchio d’acqua di trenta miglia di circonferenza, con due isole nel mezzo, gli argini ricoperti di nobili piante, querce e cipressi.

La città di Bolsena che rimane accanto alle rovine dell’antica Volsinium, luogo di nascita di Seiano, è un villaggio molto misero; e Montefiascone, famoso per il suo vino, una povera città in decadenza situata su un lato di una collina, che, secondo l’autore del Grand Tour, l’
unica guida che avevo con me, sarebbe la Soratte degli antichi. Se dobbiamo credere ad Orazio, Soratte era visibile da Roma: per questo, nella sua nona ode, indirizzata a Taliarco, egli afferma,

Vides, ut alta stet nive candidum
Soracte -
Guarda, come Soratte solleva la sua canuta testa,
ammantata di neve,

eppure, per vedere davvero Montefiascone, il suo sguardo dev’ essere penetrato attraverso il Monte Cimino, ai piedi del quale ora sorge la città di Viterbo. Plinio ci riferisce che Soratte non era lontana da Roma, haud procul ab urbe Roma; mentre Montefiascone si trova a cinquanta miglia dalla metropoli. Desprez, nelle sue note sulla traduzione di Orazio, dice che ora viene chiamata Monte S. Oreste. Addison asserisce che lui l’ha visitata in Campania. Io non posso pensare senza indignazione alla bigotteria di Matilda, che regalò questa bella regione alla diocesi di Roma, sotto il cui dominio non prosperò mai.

A circa metà strada tra Montefiascone e Viterbo, una delle nostre quattro ruote si staccò, insieme ad un grosso frammento dell’asse; e se uno dei postiglioni non fosse stato per nostra fortuna un vero genio, ci saremmo trovati in un grande pasticcio, dal momento che non v’erano città, né case, se non distanti diverse miglia. Riporto questa disavventura per
avvertire altri viaggiatori che provvedano loro stessi a portarsi dietro martello e chiodi, un perno di ferro, un coltello, ed una vescica d’olio: tutti strumenti utilissimi in casi come questo di assoluta sfortuna.

La montagna di Viterbo è ricoperta di belle piantagioni e ville appartenenti alla nobiltà Romana, che vengono in questi luoghi per passare la villeggiatura in estate. Di Viterbo non posso dire nulla, eccetto che è la capitale di quella regione donata da Matilda alla diocesi Romana. La città è molto ben costruita, ornata da fontane pubbliche e da un gran numero di chiese e conventi; ben lungi dall’esser popolosa, essendo il numero di abitanti non superiore a quindicimila. La stazione di posta è una delle peggiori locande dove sia mai entrato.

Dopo aver passato questo monte, il Cimino degli antichi, costeggiammo una parte del lago, che ora viene chiamato de Vico, ed i cui argini offrono le più deliziose vedute agresti delle
colline e delle valli, delle foreste, delle paludi, e delle terre. Oltrepassammo molti luoghi d’importanza trascurabile, e arrivammo nella Campagna di Roma, ch’è quasi un deserto. La vista di questa regione così ridotta non può che produrre sensazioni di pietà ed indignazione nella mente di tutte le persone che mantengono ogni idea delle sue antiche coltivazioni e fertilità. Ora non è niente di più che una distesa arida, brulla, desolata e squallida, quasi priva di confini, campi, siepi, alberi, cespugli, case, capanne o abitazioni; qua e là esibisce rovine di antichi castelli, tombe o templi, ed in alcuni punti i resti della via Romana. Avevo sentito molto parlare di questi antichi lastricati, e quando li vidi fui molto deluso. La Via Cassia o Cimina è pavimentata da grandi e solide pietre di selce, che dovevano essere davvero molto scomode per gli zoccoli dei cavalli che le percorrevano, ed allo stesso modo pericolose per le vite dei loro cavalieri vista la scivolosità del lastricato: inoltre, è così stretto che due carrozze moderne non possono passare insieme senza il pericolo di finire capovolte nel terriccio. Rimango della mia idea: noi siamo molto superiori agli antichi Romani nel comprendere le comodità della vita.

Il Grand Tour dice che entro quattro miglia da Roma si vede una tomba su un lato della strada, che si dice sia quella di Nerone, con una scultura in bassorilievo alle due estremità.
Tuttavia noi siamo informati da Svetonio che il corpo di Nerone, dopo il suicidio, venne rimosso dal sepolcro della Gens Domitia, vicino alla Porta del Popolo, dalla sua concubina Atta e da due aiutanti: cioè precisamente nel luogo dove ora sorge la chiesa di Santa Maria del Popolo. Questa tomba era perfino distinta da un epitaffio che è stato conservato da Grutero. Giacomo Alberici riferisce in modo molto serioso nella sua Storia della Chiesa, che un gran numero di diavoli impegnati a sorvegliare il sepolcro dell’imperatore dannato,
presero possesso, nella forma di corvi neri, di un albero di noce, che crebbe in quel posto; e da quello insultavano i passanti, sino a che papa Pasquale II, dopo una festa solenne ed una rivelazione, si recò laggiù con la sua corte di cardinali, fece abbattere l’albero, e lo diede alle fiamme, mentre le ossa di Nerone vennero gettate nel Tevere: poi egli fece erigere un altare, e successivamente fu costruita una chiesa.

Puoi indovinare come mi sono sentito alla prima vista della città di Roma, che, nonostante tutte le calamità sopportate, mantiene ancora un aspetto augusto ed imperiale. Si trova sulla sponda più lontana del Tevere, che noi attraversammo dal Ponte Molle, anticamente chiamato Pons Milvius, a circa due miglia dalla porta dalla quale entrammo. Il ponte venne fatto costruire da Emilio Censore, ed originariamente portava il suo nome. Quella era la strada che così tanti eroi avevano percorso tornando dai territori conquistati, lungo la quale così tanti re furono condotti prigionieri a Roma e verso cui gli ambasciatori di così tanti regni si diressero per rivolgersi al trono dell’impero, per condannarne l’ira, sollecitarne l’amicizia, o supplicarne l’aiuto. E’parimenti famoso per la sconfitta e la morte di Massenzio, qui sconfitto da Costantino il Grande. Lo spazio fra il ponte e Porta del Popolo, sulla destra, che ora è occupato da giardini e ville, faceva parte dell’antico Campo Marzio, dove venivano tenuti i comitiae; e dove il popolo Romano si abituava a tutti i tipi di esercizi; era abbellito da portici, templi, statue, terme, circhi, basiliche, obelischi, colonne, statue e boschetti. Gli autori differiscono nelle loro opinioni circa la sua estensione; ma tutti sono d’accordo che contenesse il Pantheon, il Circus Agonis, ora Piazza Navona, il Bustum ed il Mausoleum Augusti: gran parte della città attuale é stata edificata sul vecchio Campo Marzio. La strada principale che conduce dal ponte alla metropoli è parte della via Flaminia, che si estendeva sino a Rimini; è molto ben lastricata, come una strada moderna. Non rimane nulla dell’antico ponte eccetto i piloni; non rimane nulla che meriti attenzione neppure degli altri cinque ponti romani sopra il fiume Tevere. Non ho visto neanche un ponte, sia in Francia che in Italia, comparabile a quello di Westminster in bellezza, magnificenza e solidità; e quando il ponte dei Black Friars verrà
completato, allora sarà un monumento di architettura che non avrà paragoni nel mondo. Anche il Tevere, comparato al Tamigi, non è più di un fiumiciattolo irrilevante, fangoso,
profondo e dal rapido corso. E’navigabile da piccole imbarcazioni, brigantini e chiatte; per il carico e lo scarico delle merci è stato approntato un bel molo vicino alla nuova dogana,
dal Porto di Ripetta, provvisto di scale da ogni lato ed adornato da una elegante fontana che stilla copiose quantità d’acqua.

Ci hanno riferito che il letto di questo fiume è stato notevolmente sollevato dall’immondizia della vecchia Roma, e questa è la ragione addotta per spiegare i frequenti
straripamenti. Un cittadino romano mi disse che un suo amico intento a scavare per posare le fondamenta di una nuova casa nella parte bassa della città, vicino all’argine del fiume, ha
scoperto il selciato di una strada antica alla profondità di trentanove piedi rispetto all’attuale superficie del terreno. Perciò ha concluso che la moderna Roma si trova quasi
quaranta piedi al di sopra di quella vecchia, e che il letto del corso d’acqua si è sollevato di conseguenza; un fatto incredibile.

Se l’alveo fosse stato quaranta piedi più sotto rispetto a oggi, ci dovrebbero essere delle cascate o delle cateratte in alcuni tratti, visto che non è possibile che si sia alzato in tutte le parti della città; inoltre un tale sollevamento avrebbe ostruito il suo corso e poi avrebbe sicuramente inondato l’intera Campania.

In realtà non v’è nulla di straordinario negli attuali straripamenti: erano frequenti anche nel periodo classico, e hanno sempre causato parecchi danni. Appiano, Diomede, ed altri storici, descrivono un’inondazione del Tevere subito dopo la morte di Giulio Cesare provocata dall’improvviso scioglimento di una grande quantità di neve dagli Appennini. Questo disastro è menzionato da Orazio nell’ode ad Augusto.

Vidimus flavum Tiberim retortis
littore Etrusco violenter undis,
ire dejectum monumenta regis,
templaque Vestae:
iliae dum se nimium querenti,
jactat ultorem; vagus et sinistra
labitur ripa, Jove non probante
uxorius Amnis.
Livio afferma specificatamente, “Ita abundavit Tiberis, ut Ludi Apollinares, circo inundato, extra portam Collinam ad aedem Erycinae Veneris parati sint”, “Ci fu una tale inondazione del Tevere che, essendo stato allagato il Circo, i Ludi Apollinari furono tenuti fuori dalla porta Collina, molto vicina al tempio di Venere Ercina”. Riguardo all’uso di spostare i Ludi Apollinari in altro luogo in caso di straripamento del Tevere e conseguente allagamento del Circo Massimo, Ovidio allude nei suoi Fasti.

Altera gramineo spectabis equiriacampo
quem Tiberis curvis in latus urget aquis,
qui tamen ejecta si forte tenebitur unda,
Coelius accipiet pulverulentus equos.
Un’altra razza intratterrà la tua vista
dove le sponde del Tevere rasentano le erbose pianure;
altrimenti il nomade corso che inonda la piana,
avrebbe mostrato il polveroso corso del colle di Celio.

La Porta del Popolo (nell’antichità, Flaminia) dalla quale facemmo il nostro ingresso in Roma, è un elegante pezzo d’ architettura, adornato con marmo, colonne e statue, realizzate secondo il disegno di Buonarroti. Oltrepassata, vi troverete in una nobile piazza, dalla quale si diramano tre delle principali strade di Roma. Questa è abbellita dal famoso obelisco egizio, portato qui dal Circo Massimo, ed eretto dall’architetto Dominico Fontana durante il pontificato di Sisto V.

Qui si trova anche una bella fontana progettata dallo stesso artista; ed all’ inizio delle due strade principali vi sono due chiese molto eleganti, una di fronte all’altra. Una tale augusta entrata non può fallire nell’impressionare un turista con un sublime ideale di questa venerabile città. Dopo aver fatto i nostri nomi dalla porta, ci spostammo alla dogana, dove i nostri bauli e le nostre valige vennero controllate; qui fummo circondati da una moltitudine di servitori de piazza che ci offrirono i loro servigi con la più spiacevole insistenza. Sebbene dissi loro, diverse volte, che non avevo bisogno di nulla, tre di questi presero possesso della carrozza, uno montando davanti e due dietro; e così procedemmo verso la Piazza d’Espagna, dove viveva il proprietario della casa dov’ero diretto. Gli stranieri che arrivano a Roma raramente alloggiano nelle locande pubbliche; vanno invece direttamente nelle pensioni, di cui v’è grande abbondanza in questo quartiere.

La Piazza d’Espagna è ampia, ariosa, e deliziosamente collocata nella parte alta della città,
proprio sotto la Colla Pinciana, ed è adornata con due vistose fontane. Qui risiede la maggior parte degl’Inglesi: gli alloggi sono generalmente spaziosi e ben arredati; gli inquilini sono ben riforniti di provviste e di tutti i beni di prima necessità. Ma, se fossi ferrato in economia, sceglierei un’altra parte della città piuttosto che la Piazza d’Espagna, che si trova a grande distanza dalle principali antichità. Pagai non più di uno scudo (cinque
scellini) al giorno per un appartamento su due piani con due camere da letto. La nostra tavola era arricchita di trenta paoli, circa sedici scellini. Presi a noleggio una carrozza (prezzo quattordici paoli, o sette scellini, al giorno); ed un servitore di piazza (tre paoli, o diciotto pence). Il postiglione gode anche di un abbuono di due paoli al giorno. Le cibarie a Roma sono a buon prezzo e di qualità; la vitella montagna è la carne di vitello più delicata che abbia mai assaggiato, ed è molto cara, due paoli (o uno scellino) alla libbra.

Sono di qui i corposi vini di Montepulciano, Montefiascone e Monte di Dragone; ma quello
che solitamente si beve durante i pasti è quello di Orvieto, un vino bianco, dal gusto amabile. Agli stranieri viene di solito raccomandato d’assumere un antiquario allo scopo d’istruirli su tutte le rarità di Roma; e questa è invero una spesa necessaria quando una persona vuole divenire un conoscitore della pittura, della scultura e dell’architettura. Da parte mia non ebbi una tale ambizione. Desideravo vedere le vestigia dell’antichità che contraddistinguono questa metropoli; e ammirare gli originali di molti quadri e statue che avevo solo contemplato in stampe e descrizioni. Perciò scelsi un servo, che mi fu raccomandato come giovane sobrio, intelligente ed edotto in queste materie: al medesimo tempo mi rifornii di mappe e piantine della Roma antica e moderna, insieme ad un piccolo manuale chiamato Itinerario istruttivo per ritrovare con facilita tutte le magnificenze di Roma e di alcune città, e castelli suburbani. Ma trovai ancora più soddisfazione nell’esaminare il libro in tre volumi intitolato Roma antica e moderna, che contiene una
descrizione di tutto ciò che è notevole dentro e fuori la città, illustrato con un gran numero di incisioni di rame, e con molte curiose annotazioni storiche. Questo prontuario mi costò uno zecchino; ma cento zecchini non sarebbero sufficienti a comprare tutti i libri e le pubblicazioni riguardanti Roma. Celebratissime sono le placche di Piranesi, che non solo è un ingegnoso architetto e incisore, ma è anche un notissimo antiquario, sebbene sia propenso a far sorgere animate dispute con le sue congetture; e per quanto riguarda l’arte dell’antica Roma, egli ha toccato nel vivo alcune dottrine, ideando teorie che avrà difficoltà a sostenere.

I nostri giovani gentiluomini che visitano Roma devono fare ben attenzione ai truffatori (alcuni di loro nostri compaesani), che commerciano in quadri e oggetti d’antiquariato, e che spesso ingannano lo straniero poco informato vendendogli della spazzatura, spacciandola per opere dei più celebrati artisti. Gl’Inglesi sono più degli altri esposti a una tale angheria. Si suppone difatti ch’essi abbiamo più soldi da gettare via; e perciò un grande numero di trappole sono preparate per loro.

D’altra parte loro stessi confermano con superiorità la teoria della maggiore ricchezza, lanciandosi in tutte le più disparate spese superflue: ma, e ciò è ancor più pericoloso, nel momento in cui metton piede in Italia, vengono afferrati dall’ambizione di diventare conoscitori di pittura, musica, statuaria e architettura; e gli avventurieri di questa nazione non si lasciano scappare l’occasione di blandirli per il loro vantaggio. Ho visto in diverse parti d’Italia tanti ragazzi stupidi, che la Britannia sembra aver riversato allo scopo di portare il nostro carattere nazionale al vilipendio, all’ignoranza, all’impazienza, all’imprudenza e all’immoralità, senza curarsi della loro patria, senza curarsi della loro condotta morale.

Eccone uno che si mette a giocare d’azzardo con un infame biscazziere, e viene denudato di quasi tutto: eccone un altro che viene razziato da una antiquata cantatrice; eccone un terzo che viene bollito da un briccone d’antiquario; ecco il quarto che si fa sottomettere da un trafficante di quadri. Alcuni diventano degli strimpellatori, e pretendono di comporre: altri si spacciano per intenditori. Il più notevole, senza dubbio, fenomeno di questo tipo, che io ho avuto modo di vedere, è un ragazzino di settantadue anni (ora in viaggio attraverso l’Italia), che va in giro sotto la protezione di un altro ragazzo di ventidue.

Appena arrivate a Roma, riceverete tutte le cartoline d’invito da parte dei vostri conterranei che soggiornano in città in quel periodo: tutti s’aspettano che li andiate a trovare il giorno dopo, quando loro danno ordine di non essere a casa; e così non avrete più occasione di parlarvi. Questa è una raffinatezza che gli Inglesi hanno inventato senza alcuna assistenza da parte dei Francesi, degli Italiani o dei Lapponi.

Nessun Inglese di un grado superiore al pittore o al cicerone frequenta i caffè di Roma; e visto che non vi sono pubblici divertimenti, eccetto nel periodo di carnevale, l’unica possibilità che avete di vedere i vostri compatrioti è quando visitate le antichità, o nelle conversazioni. Gl’Italiani sono molto scrupolosi nell’ammettere gli stranieri nei loro salotti, eccezion fatta per coloro che sono ben introdotti e ben accetti: ma se mai succede che a Roma ci sia una signora Inglese alla moda, questa generalmente organizza un ricevimento dove partecipano anche Britannici. Nella mia prossima missiva ti comunicherò le mie osservazioni riguardo a Roma, sempre senza cerimonie o affettazioni, senza tuttavia pretesa di conoscitore, titolo che non mi spetta, - Caro Signore, Vostro Amico e Servitore.

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Capitoli

Lettera XXVI

Nizza, 15 Gennaio 1765

CARO SIGNORE, - Non senza ragione Genova viene chiamata La Superba. La città è imponente al massimo grado; i nobili sono Leggi tutto »


Capitolo XXVII

NIZZA, 28 Gennaio, 1765

CARO SIGNORE, - Pisa è una città bellissima e antica che ispira la stessa venerazione della vista di un tempio classico recante i Leggi tutto »


Lettera XXVIII

NIZZA, 5 Febbraio 1765

Caro Signore, - La tua bellissima lettera del cinque di questo mese è stata un dono generoso e gradevole: ma i tuoi sospetti sono infondati. Ti assicuro, sul mio onore, Leggi tutto »


Lettera XXIX

NIZZA, 20 Febbraio 1765

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Lettera XXX

NIZZA, Febbraio 28, 1765

Caro Signore, - Nulla può essere più gradevole agli occhi di uno straniero, specialmente nelle calure d’estate, del gran Leggi tutto »


Lettera XXXI

NIZZA, 5 Marzo 1765

Caro Signore, - Nella mia ultima missiva diedi la mia libera opinione riguardo ai moderni palazzi Italiani. Azzarderò ora le Leggi tutto »


Lettera XXXII

NIZZA, 10 Marzo 1765

Caro Signore, - Il Colossaeum o anfiteatro costruito da Flavio Vespasiano è l’opera monumentale più stupenda del suo genere mai prodotta nell’antichità. Rimane in piedi Leggi tutto »


Lettera XXXIII

Nizza, 30 Marzo 1765

Caro Signore, - non immaginarti che io abbia visto metà delle statue e dei dipinti di Roma; c’è una tale vastità di capolavori e Leggi tutto »


Lettera XXXIV

Nizza, 2 Aprile 1765

Caro Signore, - Non ho nulla da comunicare riguardo la libreria del Vaticano, che, con rispetto agli appartamenti e ai loro Leggi tutto »


Lettera XXXV

NIZZA, 20 Marzo 1765

Caro Signore, - Essendo ormai la stagione molto avanzata, ed essendo il tempo divenuto tempestoso, rimasi poco tempo a Firenze, e Leggi tutto »


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