Lettera XXXII

NIZZA, 10 Marzo 1765

Caro Signore, - Il Colossaeum o anfiteatro costruito da Flavio Vespasiano è l’opera monumentale più stupenda del suo genere mai prodotta nell’antichità. Rimane in piedi

quasi metà del circuito esterno, composto da quattro serie di arcate adornate con colonne di quattro ordini, Dorico, Ionico, Corinzio e Composito. La sua altezza e la sua estensione possono essere desunte dal numero di spettatori che poteva contenere, cioè centomila; secondo la misurazione di Fontana, non poteva ospitarne più di trentaquattromila seduti, posto che ognuno di essi avrebbe occupato un piede e mezzo: da ciò si presume che l’intero edificio non supera i millecinquecentosessanta piedi. L’ anfiteatro di Verona ha una circonferenza di milleduecentonovanta piedi; quello di Nimes, invece, di milleottanta.

Il Colosseo venne costruito per volere di Vespasiano, che impiegò tremila schiavi Ebrei per il lavoro; ma venne terminato da suo figlio Tito (che poi naturalmente lo dedicò al padre iniziatore), il quale, nella prima giornata di apertura, mise in mostra cinquantamila bestie selvagge, tutte uccise nell’arena. I Romani erano di certo un popolo barbaro, che godeva nell’ammirare questi orribili spettacoli. Vedevano con piacere i corpi morti dei criminali trascinati lungo le strade o gettati dalla Scala Gemonia e dalla rupe Tarpea. I loro rostri erano generalmente abbelliti con le teste di alcuni cittadini celebri, come il Temple-Bar a Londra. Sopportavano perfino la vista della testa di Tullio sulle stesse Tribune dove egli così spesso incantava le orecchie degli astanti con tutti gli incanti dell’eloquenza, mentre perorava la causa degli innocenti o della pubblica virtù.

Si deliziavano anche nel vedere i loro simili fatti a pezzetti dalle bestie feroci nell’anfiteatro. Tutti loro gridavano di gioia mentre ammiravano un povero nano o uno schiavo ucciso; pure i mezzi di trasporto su cui arrivavano i prigionieri nell’arena erano strambi. Nerone fece combattere quattrocento senatori e seicento equestri nell’anfiteatro: persino le donne dovettero lottare con le bestie feroci, e anche tra di loro, spargendo sul terreno il loro sangue.

Tacito dice, “sed faeminarum illustrium, senatorumque filiorum plures per arenam faedati sunt”, “molti figli di Senatori, e finanche Matroni della più Alta Nobiltà, vennero esposte a questo vile spettacolo”. L’escrabile costume di sacrificare i prigionieri o gli schiavi sulle tombe dei loro padroni e dei grandi uomini, che ancora viene preservato tra i negri dell’
Africa, era molto di moda tra i popoli antichi, Greci e Romani. Io personalmente non posso leggere senza provare orrore e indignazione quel passaggio del ventitreesimo libro dell’Iliade, in cui si descrivono dodici valenti prigionieri Troiani sacrificati dall’inumano Achille sulla tomba del suo amico Patroclo.

Dodeka men Troon megathumon uias eathlous
Tous ama pantas pur eathiei.

Dodici generosi Troiani massacrati nel fiore dei loro anni,
per alimentare il Fuoco che consumi l’amato tuo Cadavere.

Perfino Virgilio fa sacrificare al suo pio Eroe otto giovani Italici in onore di Pallade. Non è molto chiaro per me il fatto che una popolazione sia tanto coraggiosa quanto abituata ai massacri durante i loro pubblici divertimenti. Il vero coraggio non è selvaggio ma umano. Parte di questo spirito sanguinario è stato ereditato dagli abitanti di una certa isola che rimarrà senza nome – ma, per ora, non dirò quale. Naturalmente supporrai che il Colosseo sia stato distrutto dai barbari che saccheggiarono la città di Roma: in effetti, essi derubarono molti dei suoi ornamenti e delle sue bellezze; ma in realtà sono stati i Goti ed i
Vandali della moderna Roma a smantellare l’edificio ed a ridurlo all’attuale, ruinosa, condizione.

Una parte venne demolita da papa Paolo II e utilizzata per costruire il palazzo di San Marco. Successivamente, per i medesimi propositi, furono i cardinali Riario e Farnese (che assunse la tiara con il nome di Paolo III) a continuare l’opera di smantellamento. Nonostante queste offese, rimane in piedi abbastanza per trasmettere una sublime idea di antica magnificenza.

I Circhi e la Naumachia, se considerati come edifici e bacini artificiali, sono ammirevoli; ma se esaminate come aree intese per le corse di cavalli e di cocchi, e come mari artificiali
per esibizioni e battaglie navali, sembrano provare che gli antichi Romani erano abilissimi sia nelle arti cavallerizze sia in quelle nautiche. Il circo dell’imperatore Caracalla offre un bellissimo pezzo d’architettura per un turista Inglese. Il Circus Maximus, di gran lunga l’arena più grande in Roma, non era lungo quanto il Mall; ed io mi azzardo ad affermare che St. James Park é di maggiore impatto scenico. Immagino che un vecchio Romano sarebbe molto sorpreso di vedere una corsa Inglese sulla strada del New Market. Il Circus Maximus misurava solo trecento iarde di ampiezza. Una buona parte di esso era tenuto dalla spina, o spazio mediano, adornato da templi, statue, e due grandi obelischi; l’euripus, o canale, realizzato per ordine di Giulio Cesare, conteneva i coccodrilli e altri animali acquatici, che venivano uccisi occasionalmente. Questo era così largo che Eliogabalo, dopo averlo colmato di vino eccellente, organizzò degli scontri navali per il divertimento del popolo. Circondava tre lati della piazza, cosicché l’intera estensione del percorso non superava un miglio Inglese; e mi chiedo, quando Probo lo riempì di abeti per trasformarlo in foresta e cacciare le bestie selvatiche, se questo bosco fosse più esteso della piantagione di St. James Park, sul lato sud del canale: lascio a te giudicare quale ridicolo re d’Inghilterra si arrischierebbe a convertire questa parte del parco in un’area dove cacciare la selvaggina.

Gli imperatori Romani sembravano più disposti ad elevare e sorprendere, più che a condurre i pubblici svaghi secondo le regole della ragione e del decoro. Si potrebbe immaginare che è stato in base a questa visione che instituirono le loro naumachie, o battaglie navali, in cui si esibiva una dozzina di piccole galee in un bacino artificiale o nel mare aperto. Queste galee suppongo non fossero più grandi dei comuni semali, visto che erano mossi da due, tre, o quattro rematori per lato secondo se biremi, triremi, o quadriremi.

So che questo è un punto nodale non ancora determinato; e che alcuni antiquari credono che le galee Romane avessero diverse file di remi o di ponti; ma questa è una nozione molto mal supportata, e di parecchio contraria a tutti disegni di navi preservati sulle monete e sulle medaglie antiche. Svetonio, durante il regno di Domiziano, parlando di queste naumachie, dice, “Edidit navales pugnas, pene justarum classium, effosso, et circumducto juxta Tyberium lacu, atque inter maximas imbres prospectavit”, “Egli mise in mostra battaglie navali tra flotte quasi complete, nel Lago artificiale realizzato all’uopo vicino al Tevere, e le guardò in mezzo a piogge incessanti”. Questo lago artificiale non era più largo di uno specchio d’acqua in Hyde Park; eppure gli storici affermano che era abbastanza largo da contenere intere flotte. Come riuscirebbe un marinaio inglese a gustarsi il divertimento di un finto combattimento tra due navi lungo il fiume Serpentine? Come potrebbe svagarsi vedendo le imbarcazioni catturate ad un nemico e portate in processione da Hyde Park sino a Tower-wharf? Lucullo, ad esempio, durante uno dei suoi trionfi, condusse in corteo centodieci navi da guerra (naves longas) lungo le strade di Roma.

Nulla può dare una più spregevole idea del potere navale di questa testimonianza degli storici romani, i quali asseriscono che i loro marinai venivano addestrati nelle pozze d’acqua su piccolissime barche. Eppure avevano il mare a poche miglia da loro, e il fiume Tevere scorreva attraverso la loro capitale! Perfino quest’ultimo poteva essere più adatto per l’esercizio dei loro barcaioli, rispetto ad uno stagno di acqua immota, non molto più grande di una vasca da bagno. In tutta coscienza ritengo che mezza dozzina di fregate Inglesi sarebbero state in grado di sconfiggere entrambe le flotte rivali della celebre battaglia di Anzio, così tanto celebrata negli annali dell’ antichità come un evento decisivo per il fato dell’impero.

Mi ci vorrebbe un mese intero per descrivere le terme o i bagni pubblici, rovine dei quali possono esser ammirate entro le mura di Roma, come vestigia di cittadelle separate. Le terme Diocleziane potrebbero essere definite un’augusta accademia per l’istruzione della popolazione Romana. La pinacoteca di questo edificio era un museo vero e proprio, completo di tutte le rarità dell’arte e della natura; in più vi erano le scuole pubbliche per tutte le scienze.

Secondo me, però, le terme Antoniane costruite da Caracalla erano più ampie e più spettacolari; contenevano celle sufficienti per duemilatrecento persone; le camere erano disposte in modo che nessuno dei fruitori potesse vedere nell’antro dell’altro. Erano poi adornate con le bellezze della pittura, della scultura e dell’architettura. Le tubazioni che portavano l’acqua erano d’argento. Molti dei lavacri erano di marmo e venivano illuminati da lampade di cristallo. Tra le statue, vi erano quelle raffiguranti Toro ed Ercole Farnese.

Fare il bagno era certamente una pratica necessaria per la salute e per la pulizia, soprattutto in una nazione calda come l’Italia, specialmente prima che fosse conosciuto l’uso del lino: ma il proposito di lavarsi avrebbe potuto esser assecondato anche immergendosi nel Tevere, invece che andando alle terme, che divenne solamente un lusso preso in prestito dagli effeminati Asiatici, e che tende a infiacchire le fibre già rese deboli dalla calura del clima.

Vero è che in estate facevano bagni con acqua gelida: ma usavano anche latte caldo e spesso profumato: parimenti indugevano tra i vapori, allo scopo di godersi momenti di rilassamento, che venivano acuiti e valorizzati da unguenti aromatizzati.

Le thermae consistevano in grandi complessi con diverse comodità; le natationes, o piscine; i portici, dove le persone camminavano, discorrevano e discutevano, come asserisce Cicerone, In portici bus deambulantes disputabant; le basilicae, dove si assembravano i bagnanti, prima di entrare nelle terme e dopo che ne erano usciti; gli atri, o corti, ornati da nobili colonnate di marmo di Numidia e granito d’Oriente; gli ephibia, dove i giovani uomini si addestravano alla lotta o ad altri esercizi fisici; i frigidaria, luoghi matenuti gelati da un costante tiraggio d’aria fredda, favorita dalla disposizione e dal numero delle finestre; i calidaria, luoghi dove invece l’acqua era molto calda; i platanones, o deliziosi boschetti di sicomori; gli stadia, atti alle prestazioni degli atleti; le exedrae, o luoghi di riposo, forniti di sedie per tutti coloro che si sentivano stanchi; le palestrae, dove ognuno sceglieva l’allenamento che più gli aggradava; i gymasia, dove poeti, oratori e filosofi recitavano le loro opere e le loro arringhe; gli eleotesia, dove venivano tenuti gli oli e gli unguenti utilizzati dai fruitori dei bagni; e i conisteria, dove i lottatori venivano imbrattati di sabbia prima di iniziare a combattere. Alcune terme, a Roma, erano a pagamento, mentre altre erano gratuite. Marco Agrippa, quando era edile, inaugurò centosettanta bagni pubblici per il popolo. Nelle terme a pagamento si pagava un quadrano a persona, circa mezzo penny, come osserva Giovenale,

Caedere Sylvano porcum, quadrante lavari.

Sacrifica un Maiale per il Dio Silvano,
e sciacquati al bagno per un misero quadrante.

Tuttavia dopo l’ora di chiusura, il costo aumentava, secondo Marziale,

Balnea post decimam, lasso centumque petuntur
quadrantes –

L’ora è passata, l’acqua scarseggia,
cento soldi sono richiesti.

Sebbene non vi fosse distinzione in quei luoghi tra i più nobili patrizi e i più miseri plebei, tuttavia i nobili utilizzavano i loro piatti e la loro argenteria per lavarsi, mangiare e bere nelle terme, insieme ai loro preziosi asciugamani di lino. Parimenti facevano uso dello strumento chiamato strigile, una specie di raschietto; Persio allude a tale pratica in alcune sue rime,

I puer, et strigiles Crispini ad balnea defer.
Qui, Ragazzo, porta a Crispino questo strigile.

Le persone di ceti umili si accontentavano delle spugne. Il periodo del giorno in cui si frequentavano i bagni andava da mezzodì alla sera, quando i Romani consumavano il loro pasto principale. L’avviso di apertura, e di chiusura, veniva dato da una campana, come impariamo da Giovenale,

Redde Pilam, sonat Aes thermarum, ludere pergis?
Virgine vis sola lotus abdire domum.

Andiamo via, la Campana delle Terme suona – che aspetti?
forse quella fanciulla ti sta ancora strigliando.

Vi erano due zone separate per i due sessi; invero vennero aperte delle terme riservate solo alle donne, volute e pagate da Agrippina, madre di Nerone, e da altre matrone dell’alta società. L’uso delle terme era divenuto così abituale per i Romani che Galeno, nella sua opera De Sanitate tuenda, menziona un tal filosofo, che, se anche solamente un giorno non faceva il bagno, era certo che avrebbe contratto la febbre. Allo scopo di preservare il decoro delle terme, vennero emanate delle serie di normative e di leggi, con le quali esse venivano poste sotto il controllo specifico di un censore, che diventò col tempo una delle cariche più importanti a Roma.

Agrippa lasciò ai cittadini Romani i suoi giardini e i suoi bagni: tra tutte le statue che abbellivano questi luoghi vi era quella di giovane nudo colto nel momento di entrare nella vasca, così squisitamente plasmato dalla mano di Lisippo, che Tiberio, colpito dalla sua bellezza, ordinò che fosse trasferito nel suo palazzo: tuttavia la popolazione si ribellò a questa imposizione e questi dovette rassegnarsi a riportarlo dove l’aveva preso. Questi eleganti bagni vennero ristrutturati da Adriano; ma attualmente non ne rimane nulla. Per quanto riguarda gl’antichi acquedotti, posso dirti poco. Ho visto solo le rovine di quello che portava l’aqua Claudia, vicino alla Porta Maggiore, e quello nella Piazza del Laterano. Sai bene che si contavano quattordici di questi nobili acquedotti, alcuni dei quali portavano acqua a Roma da una distanza di quaranta miglia.

I canali erano abbastanza larghi da lasciar passare un uomo armato a cavallo; e perciò quando Roma venne assediata dai Goti, che si erano preoccupati di tagliare i rifornimenti d’acqua, Belisario li fortificò e li sigillò per evitare circostanze sfavorevoli. Dopo quest’assedio, suppongo che gli acquedotti siano stati lasciati andare in rovina, e quindi in secca. Senza dubbio, i Romani debbono essere grati ai loro antichi benefattori, che innalzarono tali stupende opere per il loro beneficio e per l’abbellimento della loro città; nondimeno, avrebbero potuto rifornirsi della stessa quantità di acqua costruendo delle tubature e spendendo meno di un centesimo di quello che spesero in realtà; e in quel caso i nemici non avrebbero avuto vie d’entrata.

Quei papi che hanno provveduto a regalare alla metropoli acque eccellenti, sono da elogiare per tutta la cura e il denaro che hanno investito nel riportare all’antico splendore l’acqua Virgine, l’acqua Felice, e l’acqua Paolina, che assicurano tale abbondanza d’acqua da soddisfare città molto più grandi della moderna Roma.

Non dobbiam meravigliarci che M. Agrippa, genero, amico, e favorito di Augusto, sia stato un vero e proprio idolo per il popolo, visto che contribuì ai divertimenti, alle comodità e ai piaceri dei suoi cittadini. Fu lui che volle l’acqua Virgine: fece costruire settecento bacini idrici nella città; fece erigere centocinquanta fontane; centotrenta castella, o condotti, che abbellì con trecento statue e quattrocento colonne di marmo, nello spazio di un solo anno. Portò a Roma l’aqua Julia, e ristrutturò l’acquedotto dell’aqua Marzia, che era caduto in disuso. Ho già menzionato il grandioso numero di bagni che inaugurò per la popolazione, e le magnifiche terme, con i loro spaziosi giardini, che lasciò in eredità alla cittadinanza. Ma queste opere buone, nobilissime e generose, non sono state le cose più importanti che egli fece edificare per la città di Roma. Le prime fognature erano state realizzate per volere di Tarquinio Prisco, e non erano additate come un monumento alla pulizia, visto che passava sotto al Velabrum, ed allo scopo di portare via l’acqua stagnante, che rimaneva nelle sue parti più basse, dopo le grandi piogge. Le diverse diramazioni di queste canalizzazioni si univano con il Foro e da qui alla Cloaca Massima, e i suoi contenuti venivano convogliati
nel Tevere. Questa grande cloaca era opera di Tarquinio il Superbo. Altre fogne vennero realizzate da Marco Catone e Valerio Flacco, i censori. Essendo questi impianti intasati e semi-distrutti, vennero purificati e restaurati da Marco Agrippa, che scavò sotto l’intera città una rete di canali dello stesso tipo per trasportare tutta la sozzura; rafforzò e ampliò la cloaca massima, così da rendere capace di ricevere un grande carro colmo di fieno; e direzionò sette sorgenti di acqua pura in questi passaggi sotterranei allo scopo di mantenerli sempre puliti e aperti. Se, nonostante tutti questi sforzi, Vespiasiano dovette
spendere molto denaro pubblico per rimuovere la lordura che deturpava le strade, dobbiam concludere che gl’antichi Romani non amavano la pulizia più di quanto la amino i moderni Italici. Dopo i mausolei di Augusto e di Adriano, di cui ho già già parlato, i più notevoli sepolcri antichi a Roma, sono quelli di Caio Cestio e Cecilia Metella. Il primo, che rimane accanto alla Porta di San Paolo, è una splendida piramide alta centoventi piedi, ancora perfettamente integra, con una camera a volta al suo interno adornata con degli antichi dipinti quasi completamente cancellati. La costruzione è di mattoni, ma alleggerita con del marmo. Questo Caio Cestio era stato console, era un uomo molto ricco, ed era anche uno dei sette Epulones, che sovrintendevano la festa degli dèi chiamati Lectisternia e Pervigilia. Lasciò la sua intera fortuna all’amico M. Agrippa, che fu così munifico da rinunziare a questo lascito. Il monumento di Cecilia Metella, comunemente chiamato Capo di Bove sorge fuori dalle mura, sulla via Appia. Questa donna era figlia di Metello Cretico, e moglie di Crasso, che eresse questo nobile monumento alla sua memoria. Consiste di due ordini, o piani, il primo dei quali era di pietra intagliata: il secondo era una torre circolare, con una cornice, ornata da teste di bovini in bassorilievo, e da qui prende il nome di Capo di Bove. Si suppone che il bue fosse uno degli animali più graditi, come sacrificio, agli dei.
Plinio, parlando di tori e buoi, dice,

Hinc victimae optimae et laudatissima deorum placatio.

Erano infatti considerati come le Vittime sacrificali migliori per placare l’ira delle Divinità.

Questa torre era sormontata da una nobile cupola o duomo, arricchito con tutti gli ornamenti dell’architettura. La porta della costruzione era in ottone; al suo interno si trovavano le ceneri di Cecilia, deposte in una urna marmorea scanalata, di curiosa fattura, che viene ora conservata nel Palazzo Farnese. Attualmente la superficie del terreno si è innalzata di molto, e copre il primo ordine dell’edificio: ciò che noi possiamo vedere è solo la torre, non più la cupola, non più gli ornamenti; la seguente iscrizione rimane vicino alla sommità, sulla via Appia.

CAECILIAE Q. CRETICI F. METELLAE CRASSI.

A Cecilia Metella, Figlia di Q. Criticus: moglie di Crasso.

Ora che parliamo di iscrizioni sepolcrali, concluderò questa mia missiva con la copia di una singolare volontà, di Favonio Giocondo, che morì in Portogallo, riguardante il famoso tempio di Silvano.

“Jocundi. Ego gallus Favonius Jocundus P. Favoni F. qui bello
contra Viriatum Succubui, Jocundum et Prudentem filios, e me
et Quinta Fabia conjuge mea ortos, et Bonorum Jocundi Patris
mei, et eorum, quae mihi ipsi acquisivi haeredes relinquo; hac
tamen conditione, ut ab urbe Romana huc veniat, et ossa hic
mea, intra quinquennium exportent, et via latina condant in
sepulchro, jussu meo condito, et mea voluntate; in quo velim
neminem mecum, neque servum, neque libertum inseri; et
velim ossa quorumcunque sepulchro statim meo eruntur, et
jura Romanorum serventur, in sepulchris ritu majorum
retinendis, juxta volantatem testatoris; et si secus fecerint, nisi
legittimae oriantur causae, velim ea omnia, quae filijs meis
relinquo, pro preparando templo dei Sylvani, quod sub viminali
monte est, attribui; manesque mei a Pont. Max; a flaminibus
dialibus, qui in capitolio sunt, opem implorent, ad liberorum
meorum impietatem ulciscendam; teneanturque sacerdotes dei
Silvani, me in urbem referre, et sepulchro me meo condere.
Volo quoque vernas qui domi meae sunt, omnes a praetore
urbano liberos, cum matribus dimitti, singulisque libram
argenti puri, et vestem unam dori. In Lusitania. In agro XVIII.
Cal Quintilis, bello viriatino”.

Io, Gallo Favonio Giocondo, figlio di P. Favonio, morto nella
guerra contro Viriato, dichiaro che i miei figli Giocondo e
Prudente, e mia moglie Quintia Fabia, diventino Eredi del mio
Patrimonio, reale e personale; a condizione, tuttavia, che
vengano in questo luogo entro cinque anni dalla data di questo
testamento, e trasportino le mie vestigia a Roma così da esser
depositate nel mio Sepolcro costruito sulla via latina su mio
comando e ssecondo la mia direzione: ed è mia volontà che
né schiavi né uomini liberi siano con me sepolti in tale tomba; e
se questo dovesse succedere, debbono esser rimossi, al fine di
preservare l’antica Forma del sepolcro secondo il volere del
Testatore. Se dovessero agire diversamente senza giusta causa,
è mia volontà che l’intero patrimonio, che ora lascio ai miei figli,
sia utilizzato per la Riparazione del Tempio del Dio Silvano, ai
piedi del Monte Viminale; e sui miei Mani [I Mani erano degli
Dei che si credeva potessero venire a conoscenza di tali
avversità] imploro l’assistenza del Pontefice massimo, e dei
Flaminisdiales nel Capitolo, per vendicare l’Empietà dei miei
figli; e i preti di Silvano dovranno impegnarsi a portare i miei
resti a Roma e depositarli nel mio
Sepolcro. E’mia volontà che tutti i miei schiavi domestici
vengano liberati dal Pretore della città, e resi liberi insieme alle
loro madri, dopo aver ricevuto vestiti e una
libbra di argento puro dai miei eredi e dagl’ Esecutori.- Nella
mia fattoria in Lusitania, 25 Luglio, durante la guerra Viriatina.

Il mio foglio ha poco spazio per dimostrarti quanto sia tuo per sempre, - Caro Signore, Tuo Fedele, etc.

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Capitoli

Lettera XXVI

Nizza, 15 Gennaio 1765

CARO SIGNORE, - Non senza ragione Genova viene chiamata La Superba. La città è imponente al massimo grado; i nobili sono Leggi tutto »


Capitolo XXVII

NIZZA, 28 Gennaio, 1765

CARO SIGNORE, - Pisa è una città bellissima e antica che ispira la stessa venerazione della vista di un tempio classico recante i Leggi tutto »


Lettera XXVIII

NIZZA, 5 Febbraio 1765

Caro Signore, - La tua bellissima lettera del cinque di questo mese è stata un dono generoso e gradevole: ma i tuoi sospetti sono infondati. Ti assicuro, sul mio onore, Leggi tutto »


Lettera XXIX

NIZZA, 20 Febbraio 1765

Caro Signore, - Dopo aver visto tutte le attrattive di Firenze, ed affittato una buona carrozza per sette settimane, al prezzo di sette zecchini, qualcosa meno di Leggi tutto »


Lettera XXX

NIZZA, Febbraio 28, 1765

Caro Signore, - Nulla può essere più gradevole agli occhi di uno straniero, specialmente nelle calure d’estate, del gran Leggi tutto »


Lettera XXXI

NIZZA, 5 Marzo 1765

Caro Signore, - Nella mia ultima missiva diedi la mia libera opinione riguardo ai moderni palazzi Italiani. Azzarderò ora le Leggi tutto »


Lettera XXXII

NIZZA, 10 Marzo 1765

Caro Signore, - Il Colossaeum o anfiteatro costruito da Flavio Vespasiano è l’opera monumentale più stupenda del suo genere mai prodotta nell’antichità. Rimane in piedi Leggi tutto »


Lettera XXXIII

Nizza, 30 Marzo 1765

Caro Signore, - non immaginarti che io abbia visto metà delle statue e dei dipinti di Roma; c’è una tale vastità di capolavori e Leggi tutto »


Lettera XXXIV

Nizza, 2 Aprile 1765

Caro Signore, - Non ho nulla da comunicare riguardo la libreria del Vaticano, che, con rispetto agli appartamenti e ai loro Leggi tutto »


Lettera XXXV

NIZZA, 20 Marzo 1765

Caro Signore, - Essendo ormai la stagione molto avanzata, ed essendo il tempo divenuto tempestoso, rimasi poco tempo a Firenze, e Leggi tutto »


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