Capitolo Terzo

Harry Truman, l’uomo che passò alla Storia perché prese la “tragica decisione” era nato l’8 maggio del 1884 da una famiglia contadina di origini irlandesi e olandesi. Un uomo duro, ostinato, a tratti cinico.

Ha servito nell’esercito degli States come capitano di artiglieria durante la Grande Guerra e dopo il congedo ha fatto ritorno a casa, in Missouri. La sua vita successiva non gli riservò molte soddisfazioni, anzi. Si imbarcò in un paio di progetti commerciali che si rivelarono dei fiaschi colossali e così trovò rifugio in politica, dalla parte dei Democratici. L’ascesa fu lenta ma inesorabile: quella è la sua strada. Il suo temperamento burbero ma sempre coerente, la sua smania di approfondire i problemi e la sua innata capacità di lavorare dieci-dodici ore al giorno l’avevano reso apprezzabile agli occhi del partito e soprattutto degli elettori. Era passato dal Missouri alla Casa Bianca, a fianco di Roosvelt, di cui divenne prima braccio destro e poi vicepresidente durante la Seconda Guerra Mondiale.
Della bomba atomica non sa letteralmente nulla. Ad informarlo è il ministro della Guerra, Henry Stimson, che a bruciapelo lo mette al corrente di quella bomba di straordinaria potenza che deve servire a far finire una volta per tutte quel conflitto. L’atomica, nata dalle intuizioni di Einstein, Fermi e Oppenheimer, era stata sviluppata tramite il “Progetto Manhattan” in gran segreto e testata nel deserto del New Mexico, nei dintorni di Los Alamos. Pochi capiscono la potenza distruttiva di quell’arma. Solamente Einstein, forse, la intuisce: e infatti fa di tutto per scoraggiarne l’uso, anche perché Hitler ormai è in ginocchio e il Giappone sta agonizzando.

Truman è incerto sul da farsi. Sa benissimo le condizioni dei Nipponici e nel contempo anche la “minaccia” dell’arrivo dei Russi. Alla fine di maggio (del ’45) convoca i suoi collaboratori più stretti per prendere la decisione definitiva. Tra di loro: William Clayton. assistente del segretario di Stato e figura chiave; James Conant, rettore dell’università di Harvard; Vannevar Bush, direttore dell’Istituto delle Ricerche e dello Sviluppo Scientifico; Karl Compton, presidente del Massachusetts Insitute of Technology; Ralph Bard, sottosegretario alla Marina; e, soprattutto, il “padre dell’atomica”, Oppenheimer.
Tendenzialmente tutti sono a favore dell’uso della bomba senza preavviso. L’unico che prova a proporre una soluzione alternativa è Compton, che suggerisce di avvertire i Giapponesi di sgomberare una determinata area e fare esplodere lì la bomba, in modo da dimostrare in modo incruento la sua potenza distruttiva. Oppenheimer replica stizzito che “la distruzione nel deserto è zero”. Senza contare che se la bomba non scoppiasse sarebbe un regalo per i fisici nucleari nipponici e una colossale figuraccia degli Stati Uniti. Dunque il concilio boccia questa proposta e si allinea su una decisione pressoché unanime: lanciare l’atomica su una città non ancora devastata dagli attacchi aerei.
Questa prima riunione non soddisfa appieno Truman, che un minimo di sentore della potenza distruttiva dell’arma ce l’ha. Incarica Stimson di convocare un secondo comitato dove partecipa anche il grande fisico Leo Szilard, facente parte del Progetto Manhattan ma, a differenza di molti suoi colleghi, con forti remore morali sull’utilizzo della sua creatura. Questa nuova commissione dà un parere contrario a quello della prima condannando decisamente l’uso della bomba. In un passo di questo parere si legge: “qualunque immanente necessità di ordine militare deve essere subordinata alle responsabilità civili e politiche, cioè al terribile pericolo di creare un precedente storico le cui conseguenze potrebbero risultare incontrollabili per le generazioni future”.
Intanto sessanta scienziati di Chicago chiedono ufficialmente che la bomba non venga usata: Truman intuisce che in troppi cominciano a sapere troppo di quell’arma che doveva rimanere segreta. Così decide di accelerare. E’in quel momento che si convince definitivamente di utilizzarla. Ordina una “prova generale”, una esplosione-prova, che viene effettuata ad Alamogrodo, dove nasce un nuovo, terribile, sole artificiale il giorno 16 luglio del 1945. In quel momento Truman è in Europa, a Potsdam. Gli arriva un telegramma: “I bambini sono nati magnificamente”. Truman informa subito Churchill. Il vecchio Winnie lascerà poi scritto: “Resta il fatto storico, e sarà giudicato nei tempi futuri, che la scelta dell’uso o del non uso della bomba per costringere il Giappone alla resa non fu nemmeno posta. Attorno al nostro tavolo l’accordo fu unanime, automatico, né mai sentii soltanto accennare che si sarebbe potuto agire diversamente”. In quel momento anche Stalin viene informato, ed esclama: “Una nuova bomba? Magnifico”.

Il 26 luglio i governi degli Stati Uniti, Gran Bretagna e Cina presentano congiuntamente l’ultimatum al Giappone con i termini della resa, senza fare naturalmente accenno alla bomba atomica. Il Giappone il giorno stesso, tramite trasmissione radio, risponde un secco “no”.
Truman il 3 agosto dà l’ok per la missione Dimples.

Ora ci spostiamo a Tinian, nelle Marianne Settentrionali, uno dei quartier generali dell’esercito americano sul fronte del Pacifico. La missione Dimples vede al comando il colonnello Paul Tibbets, uno dei migliori piloti di caccia americani e del mondo, nervi d’acciaio, un uomo tipicamente yankee che non sa cosa sia la paura. E’reduce da alcune rischiosissime missioni di bombardamenti sulle città tedesche e sul Mediterraneo. Il capo sarà lui, e lui decide come chiamare il bombardiere che trasporterà la bomba: Enola Gay, il nome della madre. L’aereo lo sceglie lui: è una Superfortezza Volante Boeing B-29.
Il secondo è Robert Lewis, 27 anni. Il terzo uomo, in ordine d’importanza, è lo scienziato e capitano William Parson, montatore della bomba. Poi, come in tutti gli aerei, c’è il “disturbatore dei radar giapponesi”, Jacob Beser, ebreo, che avrebbe naturalmente preferito piazzare l’arma totale nei pressi di Berlino…
Tibbets parla ai suoi con toni chiari e trasparenti: “La bomba che lanceremo fra un paio di giorni sul Giappone è molto più terribile di quanto possiate immaginare. Dovrete addirittura mettere degli occhiali speciali per proteggervi dal suo lampo abbagliante, se non volete diventare ciechi”.
Parson porta le cifre dell’”investimento”: “La bomba è costata più di un miliardo di dollari, ma era un investimento che il nostro governo doveva fare. Crediamo che la bomba farà il vuoto su una superficie di quattro o cinque chilometri. L’obiettivo primario è Hiroshima”. E indica la città sulla carta. Poi su un proiettore compare una veduta aerea della città-obiettivo. Ha la forma di una mano a sei dita: le sei isole che si allungano nel delta del fiume Ota.
Riprende la parola Tibbets: “Tre B-29 partiranno verso l’una e trenta (di notte) del 6 agosto diretti rispettivamente su Hiroshima, Nagasaki e Kokura. Il loro compito sarà quello di registrare tutti i possibili dati delle condizioni meteo in quelle località: visibilità, pressione, velocità del vento, densità atmosferica. Attaccheremo dove si sarà bel tempo perché l’ordine è quello di bombardare a vista, non col radar.

Nella base di Tinian, ecco presentata la bomba. E’formata da una carica di Uranio 235, un cilindrone di piombo lungo 63,5 centimetri e del diametro di 45 inserito in una struttura lunga tre metri e dal diametro di ottanta centimetri. Viene ribattezzata Little Boy, “ragazzino”.

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Capitolo Primo

Un avvenimento come lo scoppio della bomba atomica a Hiroshima non può essere certamente analizzato solo con i freddi numeri. Leggi tutto »


Capitolo Secondo

Il 12 aprile 1945 muore Franklin Delano Roosvelt, 32° presidente degli Stati Uniti d’America. La Seconda Guerra Mondiale è ormai al crepuscolo. Leggi tutto »


Capitolo Terzo

Harry Truman, l’uomo che passò alla Storia perché prese la “tragica decisione” era nato l’8 maggio del 1884 da una famiglia contadina di origini irlandesi e olandesi. Un uomo duro, ostinato, a tratti cinico. Leggi tutto »


Capitolo Quarto

All’una e 37 di Tinian – le 0,37 del Giappone – si alzano in volo i tre aerei ricognitori. Dopo un’ora stacca le ruote dalla pista Enola Gay. La missione Dimples comincia. Leggi tutto »


Capitolo Quinto

Su Enola Gay si attende con frenesia e impazienza lo scoppio della bomba. Il tenente Jeppson, addetto ai controlli elettronici di Little Boy, esclama: “Ma perché non scoppia”? Leggi tutto »


Capitolo Sesto

Un quarto d’ora dopo il terribile scoppio Keisuke Hiroki, comandante della base navale di Kure, a una ventina di chilometri da Hiroshima, telefona a Tokyo, al quartier generale: “Alle 8,16 abbiamo osservato un lampo di incredibile luminosità su Hiroshima, e subito dopo una altissima colonna di fumo con in cima un largo pennacchio. Leggi tutto »


Capitolo Settimo

Ci vorrà un’altra bomba, un’altra immane tragedia, per costringere i Giapponesi ad accettare la resa. La mannaia americana cala ancora alle 11,01 del 9 agosto del 1945, stavolta sulla città di Nagasaki. Leggi tutto »


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