Contenuto nascosto perché non hai accettato i cookie di marketing

Modifica il consenso

Riposo e poesia

Riposo e poesia

Che cos’è più gentile di un vento in estate?
Che cos’è più lenitivo della leggiadra ape
che rimane per un solo momento su un fiore,
e ronza felice da pergolato a pergolato?
Che cos’è più tranquillo di una rosa muschiata che nasce
in un’isola verdeggiante, lontana dagli occhi di tutti gli uomini?
Che cos’è più benefico dell’abbondanza di foglie delle valli?
Che cos’è più segreto del nido d’un usignolo?
Che cos’è più sereno del contegno di Cordelia?
Che cos’è più pieno di visioni di un nobile romanzo?
Che cosa, eccetto tu, Riposo? Delicato custode dei nostri occhi!
Umile sussurratore di tenere ninna-nanne!
Leggero aviatore intorno ai nostri felici cuscini!
Ghirlandatore di boccioli di papavero, e di salici piangenti!
Silenzioso intrappolatore dei riccioli della bellezza!
Sommamente felice spettatore! Il mattino ti benedice
perché restituisci la vita a tutti gli occhi felici
che guardano in modo così luminoso al nuovo sole nascente.

Che cos’è più nobile di te oltre il pensiero?
Cos’è più fresco delle bacche di un albero di montagna?
Più strano, più bello, più amabile, più regale,
delle ali dei cigni, delle colombe, dell’aquila a stento visibile?
Che cos’è? E a cosa può essere comparato?
Ha una gloria unica, e con null’altra cosa può essere divisa:
il pensiero di ciò è terribile, dolce, e santo,
insegue la mondanità e la follia;
arriva talvolta come terribili scoppi di tuoni,
o come le voci sommesse delle regioni sotterranee;
arriva talvolta come un dolce mormorio
di tutti i segreti delle cose meravigliose
che si diffondono nell’aria;
cosicchè noi ci guardiamo attorno con sguardo curioso,
forse per vedere forme di luce, aeree pitture,
forse per cogliere lievi canti d’inni così debolmente udibili;
forse per vedere la corona d’alloro, nell’alto sospesa,
ch’è la corona del nostro nome quando la vita sarà terminata.
Talvolta conferisce una gloria alla voce,
e si sprigiona dal cuore, e gioisce, e gioisce!
Suoni che raggiungeranno il Creatore di ogni cosa,
e che morranno in ardenti sussurri

Tutti coloro che hanno veduto una volta il glorioso sole,
e tutte le nuvole, e sentito il suo cuore sereno
grazie alla presenza del suo onnipotente Artefice, sanno
a cosa mi sto riferendo, e sentirà rifulgere il suo essere:
perciò non insulterò il suo spirito
raccontando ciò ch’egli vede.

O Poesia! Per te impugno la mia penna
anche se non sono ancora un glorioso abitante
del tuo immenso cielo – Dovrei invece inginocchiarmi
sulla punta d’una montagna sino a che io possa sentire
un infuocante splendore che aleggia intorno a me,
e che echeggia la voce della tua stessa lingua?
O Poesia! Per te impugno la mia penna
anche se non sono ancora un glorioso abitante
del tuo immenso cielo; tuttavia, con la mia accesa supplica,
offro al tuo santuario effluvi d’incenso,
ed essa sarà agevolata dalla fragranza profumata
delle baie in fiore, così che possa morire una morte
sfarzosa, e il mio giovane spirito seguire
i raggi di sole del mattino verso il grande Apollo
come un fresco sacrificio; o, se riuscirà a sopportare
le opprimenti dolcezze, mi porterà le stupende
visioni di tutti quei luoghi: un ombroso cantuccio
sarà l’eliseo – un eterno libro
da dove potrò copiare parole d’amore
sulle foglie, sui fiori – sui giochi
delle ninfe dei boschi e delle fonti; sull’ombra
che trattiene un silenzio intorno alla fanciulla che dorme;
e molti versi di una così particolare influenza
che noi dobbiamo ancora imparare come, e da dove
vengano. Anche le immaginazioni volteggeranno
intorno al mio focolare, e forse scopriranno
ricordi di bellezze solenni, in cui mi distrarrò
in gioioso silenzio, come il limpido meandro d’un fiume
attraverso le sue valli solitarie; e dove troverò un luogo
di ombra più solenne, o una grotta incantata,
o una verde collina coperta dalla veste punteggiata
di fiori, timorosa della sua stessa grazia.
Scrivo sulle mie tavole tutto quello che mi sarà permesso,
tutto quello che sarà consentito agl’umani sensi.
E poi gli eventi di questo mondo io carpirò
come un forte gigante, ed il mio spirito si tormenterà
sino a che alle sue spalle si potranno vedere
le ali che volano verso un’immortalità infinita.

Fermati a pensare per un momento! La vita dura un giorno solo;
fragile goccia di rugiada che percorre il suo tragitto pericoloso
dalla punta di un albero; il riposo di un povero Indiano
mentre la sua barca si affretta verso la mostruosa erta
di Montmorenci. Ma perché un così triste lamento dunque?
La vita è la speranza della rosa non ancora sbocciata;
la lettura di un’avventura che cambia sempre;
la luce che si solleva del velo di una fanciulla;
una colomba che vola festosa nella tersa aria d’estate;
uno scolaretto che ride, senza angosce o preoccupazioni,
mentre si arrampica sui rami in fiore di un olmo.

Fà che per dieci anni io possa immergermi
nella poesia; così che possa compiere le azioni
che la mia stessa anima ha per sé stessa decretato.
E allora viaggerò nelle nazioni che ora vedo
così lontane, e potrò per sempre
assaggiare l’acqua delle loro limpide fonti. Per primo il regno
di Flora, e dell’antico Pan: dormirò sull’erba,
mi nutrirò di mele rosse, e di fragole,
e sceglierò tutti i piaceri che la mia immaginazione vedrà;
agguanterò le ninfe dalle candide mani in luoghi ombrosi,
per strappare dolci baci dai loro volti, -
giocherò con le loro dita, toccherò le loro bianche schiene
facendole rabbrividire di piacere con il morso
più duro che possono le mie labbra: fino a che
potremo leggere una bellissima storia di vita umana.
E qualcuno insegnerà ad una docile colomba come al meglio
possa soffiare il suo fresco respiro sopra il mio riposo;
e un’altra, preoccupata di affrettare il suo passo,
metterà un mantello verde intorno alla sua testa,
e così ballerà le più svariate danze,
ridendo sopra fiori e alberi:
un’altra mi sedurrà, e continuerà a sedurmi
tra i fiori di mandorle e il fecondo cinnamono;
e ancora nel grembo del mondo fronzuto
riposeremo in silenzio, come due gemme incastonate
nei recessi d’una conchiglia perlacea.

Potrò mai dire addio a queste gioie?
Sì, devo tralasciarle per una vita più nobile,
dove possa trovare le agonie, le liti
dei cuori umani: ecco per cosa! Io vedo da lontano una carrozza
solcare le azzurre montagne
e i suoi cavalli con le loro criniere ondeggianti – l’auriga
guarda verso i venti con glorioso timore:
ed ora il rumoreggiante corteo rabbrividisce lucente
lungo il crinale di una enorme nube; ed ora con le veloci
ruote risale verso cieli più eterei,
costeggiando l’argento dei lucenti globi del sole.
Con vortici di spazio scivolano verso la terra,
posso vederli sulla verdeggiante collina
in ventoso riposo fra i sonnecchianti gambi dei fiori.
L’auriga con mirabile gestualità parla
agli alberi ed alle montagne; e subito appaiono
forme di bellezza, di mistero, di paura,
che passano davanti all’oscuro spiazzo
formato dalle possenti querce: sembra che vogliano inseguire
qualche perennemente fugace melodia sulla loro strada.
Ecco! Guarda come mormorano, come ridono, come piangono:
alcuni con le mani sollevate e la bocca seria;
alcuni con i volti velati sino alle orecchie
tra le loro braccia; alcune, libere nella loro fioritura giovanile,
proseguono liete e ridenti, per vie traverse verso l’oscurità;
alcune si guardano indietro, altre tengono lo sguardo fisso avanti;
sì, migliaia in migliaia di strade differenti
volteggiano oltre – adesso un’amabile ghirlanda di fanciulle
danzano con la loro chioma lucente in riccioli scompigliati;
e volano verso i cieli più alti. Solennemente intento
l’auriga, su quei cavalli è sempre piegato,
e sembra ascoltare: fà che io possa conoscere
tutte le sue composizioni di questo bagliore accecante.

Le visioni svaniscono – il carro è fuggito
dentro la luce del cielo, ed al loro posto
giunge ancor più forte la percezione delle cose reali,
e, come un fiume torbido, questo condurrà
la mia anima verso l’inutilità: ma io lotterò
contro tutto questo, e manterrò vivo
il pensiero dello stesso cocchio, e dello strano
viaggio che ho intrapreso.

C’è una catena montuosa
nella attuale forza dell’umanità, che la nobile
immaginazione non potrebbe superare
se è abituata a farlo? Può preparare i suoi cavalli,
lasciare che scalpitino verso la luce, che ci conducano
al di sopra delle nubi? Non è quello che ci ha sempre dimostrato?
Dai puri spazi dell’etere, sino al più insignificante
respiro dei boccioli germoglianti? Dall’aspetto
delle grandi sopracciglia di Giove, al tenero verde
dei pascoli d’Aprile? Qui il suo altare risplende,
anche su quest'isola; e chi potrebbe paragonare
il fervido coro che innalza una melodia
d’armonia, verso il luogo dove per sempre bilancerà
il suo possente egoismo di suono coinvolgente,
enorme come un pianeta, e come questo vi gira intorno,
in un sempiterno vertiginoso vuoto?
Sì, in quei giorni le Muse non erano mai sazie
di onori; né avevano altra preoccupazione
se non quella di cantare e lisciarsi le loro chiome fluttuanti.

Può dunque tutto questo essere dimenticato? Sì, uno scisma
allevato dalla vanità e dalla barbarie
ha fatto vergognare il grande Apollo.
Gli uomini considerati saggi erano coloro che non capivano
le sue glorie: con la forza di un infante piagnucolante
vacillavano di fronte ad un cavallo,
e lo credevano Pegaso. Ah, che anime misere!
I venti del cielo soffiavano, gli oceani si muovevano
nei loro moti ondosi – e loro non lo sapevano. L’azzurro
mostrava il suo eterno grembo, e la rugiada
delle notti d’estate si raccoglieva per rendere
il mattino ancor più prezioso: la bellezza era sveglia!
Ma perché voi non eravate svegli? Eravate morti
per le cose che non conoscevate, - eravate sposati
ad antiquate leggi scritte da un comando disgraziato
e da una bussola volgare: cosicché voi insegnavate ad una scuola
di stolti a levigare, ad intarsiare, a tagliare, a montare,
sino a che, come le bacchette dello spirito di Giacobbe,
i loro versi si attagliavano perfettamente. Facile era il compito:
migliaia di artigiani portavano una maschera
di Poesia. Sfortunata, empia razza!
Che ha maledetto il proprio lucente Suonatore di Lira,
senza neppure saperlo, - e ha continuato a farlo,
perseverando in quello stile povero, decrepito,
marchiato da frivoli motti, e per la maggior parte
nel nome di Boileau!

O voi, la cui accusa
è quella di librarsi sopra le nostre piacevoli colline!
La cui raccolta regalità così riempie
la mia sterminata reverenza, che non posso tracciare
i vostri venerati nomi, in questo luogo sacrilego,
così vicino a quella folla comune; le loro vergogne
non vi spaventavano? Il nostro lamentevole Tamigi
non vi dilettava? Non vi raggruppavate mai intorno
al delizioso Avon, con suono luttuoso,
e piangevate? Non dicevate addio
a regioni dove non cresce più l’alloro?
Non rimanevate per dare il benvenuto
a alcuni spiriti solitari che potevano cantare con fierezza
la loro gioventù svanita, e morire? Era così:
ma lasciate che dimentichi quei tempi di disgrazie:
adesso viviamo in una stagione migliore; avete sospirato
ricche benedizioni su di noi; avete coronato
fresche ghirlande: dolci melodie possono esser udite
in molti luoghi; - alcune sono state mosse
dalla sua dimora cristallina nel lago,
accanto ad un cigno d’ebano; da un folto bosco,
romito e tranquillo nella mite valle,
zufola un flauto: bellissimi suoni nuotano selvaggi
sulla terra: e tutti sono felici e lieti.

Queste sono cose fuor di dubbio: anche se in verità abbiamo avuto
strani tuoni dalla potenza della poesia;
mescolati comunque con ciò che è dolce e forte,
dalla regalità: ma in tutta sincerità le composizioni
sono cattivi circoli, i Poeti Polifemi
che disturbano il grande mare. Una incessante pioggia
di luce è la poesia; è il potere supremo;
e dorme beata e cinta dal nostro braccio destro.
Gli stessi archi della bellezza della sua palpebra
sono migliaia di agenti a cui dobbiamo obbedire:
e ancora lei ci domina con il più mite dei governi:
ma la forza da sola, sebbene nata dalle Muse,
è come un angelo caduto: gli alberi lacerati,
l’oscurità, i vermi, i sudari, i sepolcri,
la dilettano; si nutre delle asperità,
delle spine della vita; dimenticando il più grande fine
della poesia, che dovrebbe essere quello di un’amica
pronta a lenire le preoccupazioni, e innalzare i pensieri umani.

Sono felice: un mirto più fertile di
ogni altro cresciuto in Pafo, dalle amare erbacce
innalza la sua dolce testa verso il cielo, e nutre
il silente spazio con verde sempre germogliante.
Tutti i più teneri uccelli qui trovano il loro luogo ideale,
strisciano nell’ombra con eleganti svolazzi,
brucano i piccoli fiori e cantano.
E allora lasciate che ripuliamo dalle puntute spine
il suo gambo delicato; lasciate che i giovani cerbiatti,
partoriti nei tempi passati, quando fuggono da noi,
trovino una fresca distesa d’erba, ricoperta
di semplici fiori: lasciamo che nulla sia
più impetuoso dell’amante in ginocchio;
nulla è più volgare del placido sguardo
di colui che reclina su un libro chiuso;
nulla di più tranquillo dei declini erbosi
tra due colline. Tutti salutino le piacevoli speranze!
Com’era avvezza, l’immaginazione
si perde tra i suoi leggiadri labirinti,
che saranno enumerati dai migliori cantori
che semplicemente racconteranno le cose più belle per il cuore.
Fà che queste gioie siano mie prima che muoia.

Nessuno osa definire presuntuose
le mie parole? Che dalla disgrazia
sarebbe meglio nascondere il mio stupido volto?
Che il piagnucolante bambinetto dovrebbe fare la riverenza
prima che il tuono possa raggiungerlo?
Se mi nasconderò, sarà per farlo
nel vero tempio, la luce della Poesia:
se cadrò, almeno potrò riposare
protetto dal silenzio e lontano dalla vergogna del popolo;
e sopra di me cresceranno prati ancora più verdi;
e ci sarà un grazioso memoriale scolpito.
Ma spesso arriva lo Sconforto! Miserabile sventura!
Non dovrebbero conoscerti, loro che sono assetati di guadagnare
una nobile morte, e ne sono sempre assetati.
Sebbene io non sia fecondo del talento
di intelaiare saggezza; sebbene non conosca
i cambiamenti dei possenti venti, che soffiano
qua e là tutti i mutevoli pensieri
degli uomini: sebbene nessuna ragione metta in ordine
i misteri più oscuri delle anime umane
per pulire le immaginazioni: tuttavia per sempre si muove
una vasta idea davanti a me, ed io ricavo
da ciò la mia libertà; da quel luogo ho visto
la fine e lo scopo della Poesia. E’chiaro
come tutte le cose vere: come l’anno
è formato da quattro stagioni - chiaro
come una enorme croce, come le guglie di certe cattedrali,
proiettate verso le candide nuvole. Perciò io dovrei
essere solo l’essenza della deformità,
un codardo, le mie stesse palpebre brillano
quando parlo di ciò che ho osato pensare.
Ah! Meglio lasciarmi correre come un pazzo
verso un precipizio; lasciate che il caldo sole
sciolga le mie ali da Dedalo, e che mi faccia precipitare
tra le convulsioni verso la terra! Ecco! Un cipiglio
di coscienza cerca di rendermi almeno un po’ di calma.
Un oceano incerto, spruzzato di molte isole,
si staglia terribile davanti a me. Quale duro lavoro!
Quanti giorni! Quale disperato subbuglio!
Prima che possa esplorarne la vastità.
Ah, quale arduo compito! Sulle mie ginocchia piegate,
posso ritrattare tutto – no, impossibile!
Impossibile!

Per cercare il dolce sollievo risiederò
in più umili pensieri, e lascerò che questo strano saggio
cominciato con cortesia muoia nello stesso modo.
Persino ora tutto il tumulto nel mio cuore sembra svanire:
ritorno incoraggiato verso gli amichevoli aiuti
che levigano il sentiero dell’onore; la fratellanza,
e la benevolenza infermiere del bene comune.
La stretta sincera che manda un piacevole sonetto
dentro al cervello prima che uno possa pensarci sopra;
il silenzio quando le rime arrivano;
e quando sono arrivate, piacevolmente se ne vanno:
pronte per l’indomani.
E’forse come dovrebbe essere quando prendiamo in prestito
qualche libro prezioso dal suo più riparato rifugio,
quando ci raccogliamo intorno ad esso, quando ci incontreremo di nuovo.
Riesco a stento a scribacchiare; perché piacevoli arie
stanno fluttuando intorno alla stanza come coppie di colombe;
molti piaceri di quel giorno felice sto richiamando alla memoria,
quando per primi i miei sensi presero il loro tenero volo.
E con queste arie arrivano forme di eleganza
che chinano le loro schiene sulle selle dei cavalli,
spensierate, e magnifiche – indicano
ciocche di lussuriosi riccioli; - e agile Bacco
procede con il suo cocchio, mentre il suo sguardo
fa arrossire la guancia di Ariadne.
Io ricordo tutto il piacevole flusso
delle parole che s’aprivano a ventaglio.

Cose come queste sono sempre messaggere
di cortei di immagini quiete: i tumulti
del collo di un cigno non visto tra i flutti:
un fanello che svolazza tra i cespugli:
una farfalla, con le dorate ali aperte,
accoccolata in una rosa, agitata e bruciante
di piacere – ancora, e ancora,
posso indulgere in tutta questa provvista
di sfarzi: tuttavia non debbo dimenticare
il riposo, la quiete con il suo diadema papaveraceo:
per ciò che può essere degno in queste rime
sono grato a lui: e così, gli scampanii
di voci amiche hanno già dato spazio
al mellifluo silenzio, in cui posso rintracciare
il felice giorno, disteso in ozio su un divano.
E’ nella casa di un poeta che sono riposte le chiavi
del tempio del piacere. Intorno sono appese
le gloriose attrattive dei bardi
dei tempi lontani – freddi e sacri busti
che sorridono gli uni agli altri. Felice colui che affida
ai Posteri la sua gloria prediletta!
Laddove fauni e satiri prendono la mira
per prendere le mele con un vispo balzo
e per raggiungerle, in mezzo ad un saporito mucchio
di foglie di vigna. E poi si alzano per vedere un tempio
di rugoso marmo, verso il quale un corteo
di ninfe si avvicina sulla distesa erbosa:
una, più amorevole, tenendo il suo bianco nastro verso
il sole abbagliante: due dolci sorelle
con le loro graziose figure sino a che si incontrano
sui saltelli di un bambino:
e alcune stanno ascoltando, avidamente, la selvaggia
fremente liquidità dei balsamici zufoli.
Guarda, in un altro dipinto, le ninfe che asciugano
adoranti le pudiche membra di Diana; -
un gregge di candido lino nuota sguazzando
sulle sponde della pozza d’acqua, e con passo gentile mantiene
la cristallina profondità: come quando l’oceano
solleva calmo la sua immensa superficie piatta sopra
il suo margine roccioso, e bilancia ancora meglio
le pazienti erbe; che ora non più brillato dallo splendore
percepisce tutta la propria casa adulante.

La mite testa di Saffo sorride
per un nulla; come se il più severo cipiglio
del sovrappensiero fosse arrivato in un attimo
dalla sua fronte, e l’avesse lasciata tutta sola.

Anche il grande Alfredo, con gl’occhi pieni d’ansia e inquietudine,
come se avesse sempre ascoltato i singhiozzi
del mondo pungolato; ed il consumato Kosciusko
dalla orrida sofferenza – disperatamente sconsolato.

Petrarca, uscendo dall’ombroso boschetto,
si ferma alla vista di Laura; né può distogliere
gli occhi dal suo dolce viso. Sommamente felici!
Perché sopra di loro una splendida veduta
di stormi volteggianti, e tra di essi risplendeva
il volto della Poesia: dal suo trono
sorvegliava cose che a stento potrei descrivere.
La stessa percezione di dove fossi potrebbe
tenere a distanza il Sonno: ma più di quello verrà
un pensiero dopo l’altro per alimentare la fiamma
dentro al mio petto; così che la luce del mattino
mi sorprese perfino dopo una notte senza sonno;
ed io mi alzai riposato, e lieto, e felice,
risoluto a cominciare la giornata
con quei pensieri; e comunque sia,
li lasciai come un padre lascia il proprio figlio.


Contenuto nascosto perché non hai accettato i cookie di marketing

Modifica il consenso

Ti piace?

Se apprezzi il mio lavoro e vuoi contribuire al mantenimento del sito: effettua una donazione!!!
Non esitare... qualsiasi importo sarà gradito :-)

Contenuto nascosto perché non hai accettato i cookie di marketing

Modifica il consenso