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Adone

Adone

1.
Piango per Adone – Adone è morto!
Piangete tutti per Adone! Sebbene le nostre lacrime
non scioglieranno il ghiaccio che incatena una testa così bella!
2.
Dov’eri tu, potente Madre, quando egli soffriva,
quando tuo Figlio soffriva, straziato dal dardo che vola
attraverso l’oscurità? Dov’era la solitaria Urania
quando Adone morì? Con gl’occhi velati di lacrime,
in mezzo alle sue eco, nel suo Paradiso,
ella sedeva, mentre lui, con i suoi dolci sospiri innamorati,
riaccendeva tutte le melodie che stavano spegnendosi,
con le quali, come fiori che sbeffeggiano il cadavere,
aveva adornato e nascosto l’enorme mole della Morte che arrivava.

3.
Oh, piangete per Adone – perché è morto!
Svegliati, Madre melanconica, svegliati e piangi!
Ma a quale scopo? Raffredda dentro al tuo giaciglio in fiamme
le tue lacrime feroci, lascia che il tuo cuore volgare rimanga,
come il suo, in silente e rassegnato sonno;
perché lui è morto nel luogo da cui discendono tutte le cose
sagge e belle; oh, non sognare che l’Abisso compassionevole
gli restituisca il soffio della vita;
la morte si nutre della sua voce muta, e ride della nostra angoscia.

4.
E voi, coro di prefiche, cantate, piangete ancora!
Versa ancora altre lacrime, Urania! E’morto
colui che era il Sovrano di una corte immortale,
cieco, vecchio e solo, mentre l’orgoglio della sua nazione,
i preti, gli schivi, e i liberticidi,
lo calpestavano e lo deridevano con i loro esecrati riti
di lussuria e sangue; egli è disceso, senza paura,
dentro al golfo della morte; ma il suo luminoso Spirito
ancora regna sulla terra; è il terzo tra i figli della luce.

5.
E voi, coro di prefiche, continuate a piangere!
Non tutti osarono ascendere a quel luogo di luce;
e ancor più felici coloro che conoscono la loro felicità,
le cui candele ancora bruciano nella notte del tempo
in cui anche i soli muoiono; altri più sublimi,
colpiti dall’invidiosa ira dell’uomo o del denaro,
sono stati dimenticati, disprezzati nel loro momento più fulgido;
altri ancora sono in vita, e camminano la strada cosprarsa di spine
che conduce, tra dolori e odi, verso la serena dimora della Fama.

6.
Ma adesso il tuo più giovine, il più caro a te, è morto -
Il prediletto della tua vedovanza, che crebbe
custodito dalle fanciulle più tristi come un pallido fiore,
nutrito dalle lacrime del vero amore, invece che dalla rugiada;
E voi, coro di prefiche, continuate a piangere!
La tua speranza più estrema, l’ultima, la più leggiadra,
il tuo germoglio in fiore i cui petali sfiorati dal tuo sospiro
è morto quando la vita era solo una promessa;
il giglio spezzato giace a terra – la tempesta è passata.

7.
In quella nobile Capitale, dove la regale Morte
mantiene la sua terrea corte splendidamente decadente,
egli giunse; e comprò, al prezzo del più puro respiro,
una tomba tra le eternità. – Vieni via!
Affrettati, la volta del ceruleo cielo Italiano
é il tetto più adatto del suo ossario!
Egli riposa nel suo sonno madido di rugiada;
non lo svegliate! Certamente si sta saziando
del profondo e liquido riposo, dimentico di tutti i mali.

8.
Non si risveglierà mai più, oh, mai più! -
Dentro la camera crepuscolare si riversano rapidamente
le ombre della Morte bianca, ed alla porta
l’Invisibile Corruzione attende per tracciare
la sua ultima strada verso la sua tetra dimora;
l’eterna Rabbia gli siede accanto, ma la pietà e il timore reverenziale
placano la sua pallida ira, non osando sfigurare
una preda così bella, sino a che il buio e la legge
del cambiamento faranno calare il sipario della morte sul suo sonno.

9.
Oh, piangete per Adone! – E voi, rapidi Sogni,
alati meditabondi Ministri della passione umana,
che furono il suo gregge, che accanto ai ruscelli
del suo giovane spirito egli pascolava, e a cui insegnò
l’amore che poi divenne la loro musica, non vagabondate, -
non vagabondate più, fiammanti, da un cervello all’altro,
ma fermatevi e chinate il capo, e piangete il vostro destino
intorno al suo gelido cuore, dove, dopo una dolce pena,
non vi raccoglierete più per trovare la vostra casa.

10.
Uno, con mani tremanti, abbraccia la sua testa gelata,
e lo sfiora con le sue ali lucenti di luna, e grida;
“il nostro amore, la nostra speranza, il nostro dolore, non sono morti;
guardate, sulle ciglia di seta dei suoi occhi spenti,
come rugiada su un fiore dormiente, giace
una lacrima che qualche Sogno ha lasciato cadere dalla sua mente”.
O Angelo perduto di un Paradiso distrutto!
Non si rese neppure conto che era la sua lacrima; senza alcun segno
quella svanì, come una nuvola che ha riversato tutta la sua pioggia.

11.
Un altro da un’urna resa lucida da una rugiada di stelle
bagnò le sue membra leggere in quel liquido balsamico;
un’altra tagliò i suoi copiosi riccioli, e gettò
la ghirlanda su di lui, come un diadema,
decorato da lacrime ghiacciate invece che da splendide perle;
un’altra sul suo ghigno di dolore ruppe
il suo pettine, come per mitigare
una malattia che non poteva esser sanata;
e poi intorpidì il suo ispido fuoco contro la sua guancia gelida.

12.
Risplende un altro Splendore sulla sua bocca,
quella bocca da cui era solito attingere il respiro
che dava la forza per ferire il sorvegliato intuito,
e passare nell’ansante cuore
con fulmine e melodia: la sorda morte
estinse la sua carezza sulle sue labbra di ghiaccio;
e, come una meteora morente colora una ghirlanda
di vapore lucente di luna, che fende la gelida notte,
questo arrossisce attraverso le sue pallide membra, e si eclissa.

13.
E altri arrivano al capezzale… I Desideri e le Adorazioni,
le alate Persuasioni e i velati Destini,
gli Splendori, Le Tristezze, le luccicanti Incarnazioni
delle speranze e delle paure, e le crepuscolari Fantasie;
e il Dolore, con la sua famiglia di Singhiozzi,
e il Piacere, accecato dalle lacrime, guidato dal barlume
del suo sorriso morente invece che dai suoi occhi,
arrivano solennemente e lentamente; - un corteo che sembra
una soffusa nebbiolina autunnale che si diffonde su un ruscello.

14.
Tutto ciò ch’egli ha amato, e plasmato con le sue immagini,
dalle forme delle cose, dai colori, dagli odori, dai suoni,
piangono Adone. Il mattino cercava
la sua torre di guardia dell’oriente, con la chioma scapigliata,
bagnata delle lacrime che avrebbero dovuto adorare il terreno,
e offuscava l’aereo sguardo che infiamma il giorno;
da lontano gemeva il tuono della melanconia,
il pallido Oceano giaceva in un sonno inquieto,
ed i selvaggi Venti soffiavano tutt’intorno, singhiozzando sgomenti.

15.
La perduta Eco siede in mezzo alle montagne senza voce,
e nutre il suo dolore con il suo canto di rimembranza,
e non risponde più ai venti o alle sorgenti,
o agl’uccelli in amore che si posano sulle giovani frasche verdeggianti,
o al richiamo del pastore, o alla campana del giorno che muore;
perché neppure lei potrà mai imitare le sue labbra, più dolci
di quelle a causa del quale ella languì
sino a dissolversi in un’ombra di suono: - un terribile
mormorio, tra i canti di tutte le creature del bosco, ode il boscaiolo.

16.
Il dolore ha reso pazza la giovane Primavera, tanto che distrusse
i suoi germogli infuocati, come se fosse l’Autunno,
e quelli fossero delle foglie morte; visto che il suo piacere è svanito,
perché ella dovrebbe inaugurare il cupo anno?
A Febo non era così caro Giacinto
né Narciso era così caro a sé stesso, come lo eri
tu, Adone: esangui ora rimangono immoti e terrei
tra gli sfiniti compagni della loro giovinezza,
con la rugiada che si trasforma in lacrime e il profumo in sofferenza.

17.
Il tuo spirito affine, il solitario usignolo,
non si dispera con così melodiosa pena per la sua compagna morta;
anche l’aquila, che come te potrebbe salire sino
al cielo, e potrebbe nutrire nel dominio del sole
la sua possente forza con la luce del mattino, si dispera,
librandosi in volo e urlando intorno al suo nido ormai vuoto,
come Albione si dispera per la tua morte: la maledizione di Caino
si illiumina sulla sua testa perché trafisse il tuo cuore innocente,
e atterrì l’angelo che era il suo ospite divino!

18.
Ah, pena sia per me! L’inverno arriva e poi se ne va,
ma il dolore torna sempre, ogni anno;
l’aria e i fiumi rinnovano i loro suoni gioiosi;
le formiche, gl’insetti, le rondini, riappaiono sempre;
foglie e fiori freschi pavimentano la bara della Stagione dei morti;
gli uccelli innamorati amoreggiano in ogni boschetto,
e costruiscono le loro case di muschio nei campi e tra le eriche;
e la verde lucertola, e il serpente dorato,
come fiamme liberate, si svegliano dal loro letargo.

19.
Attraverso le foreste, i fiumi, i campi, le colline, l’Oceano,
un brulicare di vite sorge dal cuore della terra
come mai prima d’ora, sempre rinnovandosi e muovendosi,
dal primo mattino del mondo quando per la prima volta
Dio portò l’alba sul Caos; immersi nei loro ruscelli,
i lumi del Paradiso balenano con luce più tenue;
tutte le cose più umili palpitano della sacra sete di vita;
e su tutto si diffonde la luce; e si sparge sull’amore,
sulla bellezza e sulla gioia di una rinnovata onnipotenza della natura.

20.
Il cadavere lebbroso, toccato dal suo tenero spirito,
si trasforma in tanti fiori che effondono il loro salubre profumo;
come incarnazioni di stelle, quando lo splendore
viene cambiato in fragranza, illuminano la morte
e deridono l’allegro verme che si risveglia;
niente che conosciamo muore. Quando si muore
si é come una spada consumata nella sua custrodia
da una luce senza vista? – L’intenso atomo rifulge
un momento, poi viene raffreddato in un gelido riposo.

21.
Ah! Tutto quello che abbiamo amato di lui
eccetto nel momento del dolore, é come se non sia esistito
e il dolore stesso dovrebbe essere mortale! Sventura!
Perché, cosa siamo noi? Di quale scena
siamo attori o spettatori? Il grande e il potente
s’incontrano nella morte, che prendono ciò che viene prestato dalla vita.
Fino a che i cieli saranno azzurri, i campi saranno verdi,
la sera accompagnerà la notte, la notte precederà il giorno,
i mesi seguiranno i mesi, e gli anni si succederanno.

22.
Egli non si risveglierà più, oh, mai più!
“Svegliati”, gridò la Miseria, “Madre senza figli, svegliati
dal tuo sonno, e spegni la ferita nel tuo cuore,
più profonda e dolorosa della sua, con lacrime e singhiozzi”.
E tutti i Sogni che guardarono negli occhi Urania,
e tutte le Eco che cantarono per la loro sorella
che continuava a rimanere in religioso silenzio, gridarono: “Alzati”!
Rapido come un Pensiero punto dal serprente della Memoria,
dal suo giaciglio d’ambrosia si sollevò il morente Splendore.

23.
Si innalzò come una Notte d’autunno, che nasce da lontano,
dall’Orientre, a cui seguì, selvaggio e terribile,
il giorno Dorato, il quale, sulle ali dell’eternità,
come un fantasma che abbandona un feretro,
aveva lasciato sulla Terra il suo cadavere. Dolore e paura
avevano raggiunta, svegliata e rapita, Urania;
così rattristato si profuse intorno a lei, come un’atmosfera
di nebbia temporalesca; era come un vento che spazzava
perfino il dolente luogo dove giaceva Adone.

24.
Fuori dal suo romito paradiso Urania uscì d’improvviso,
attraversò campi e città rugate di pietre, e ferro,
e cuori umani, che alla sua aerea corsa
non si piegarono, ferirono gl’invisibili
Palmi del suo tenero piede dove mai era caduta:
e le lingue uncinate, e i pensieri più acuminati di quelli,
laceravano la soffice Forma che non poterono mai ripugnare,
il cui sangue sacro, come le giovani lacrime di Maggio,
pavimentò con fiori eterni quella strada immeritevole.

25.
Per un momento, nella camera mortuaria, la Morte,
oscurata dalla presenza di quella Possenza vivente,
arrossì di vergogna, ed il respiro
fece di nuovo visita a quelle labbra, e la pallida luce della Vita
balenò attraverso quelle membra, ma troppo tardi.
“Non lasciarmi sola, triste e sconsolata,
come il silente fulmine lascia la notte senza stelle!
Non lasciarmi”! gridò Urania, piangendo: la sua angoscia
risvegliò la Morte: si alzò in piedi, sorrise e l’accarezzò.

26.
“Rimani ancora un poco! Parlami ancora una volta;
baciami: così a lungo può vivere un bacio;
e nel mio petto senza più un cuore e nella mia mente in fiamme
quella parola, quel bacio, faranno rivivere tutti i pensieri,
e con il cibo della più triste memoria li terranno in vita,
ora che tu sei morto, come se fossi una parte
di te, mio Adone! Darei
tutto quello che sono per essere quello che sei tu ora!
Ma sono incatenata al Tempo, e non posso staccarmi da lui!

27.
O figlio gentile, bellissimo come eri,
perché hai lasciato gli usuali sentieri degli uomini
così presto, e con mani deboli sebbene con un cuore possente
hai osato sfidare il drago smorto nella sua spelonca?
Indifeso com’eri, oh, dov’era allora
la saggezza, il tuo scudo per respingere la paura?
Hai tu atteso il pieno ciclo, quando
il tuo spirito avrebbe riempito la sua sfera crescente,
e avresti fatto fuggire i mostri della vita come cervi selvatici?

28.
“I lupi radunati, audaci solo nell’inseguire;
gli osceni corvi, che schiamazzano sul cadavere;
gl’avvoltoi che si cibano della bandiera del conquistatore,
dopo che la Desolazione, per prima, ha squassato la carogna,
e le cui ali recano con loro malattie contagiose; - come scapparono,
quando, come Apollo, dal suo arco dorato
la vecchia Fiziana scoccò un dardo
e sorrise! – I devastatori non hanno il coraggio di colpire ancora,
ora adulano quel piede orgoglioso che li scalciò e li umiliò.

29.
“Il sole sorge, e molti altri rettili vengono fuori;
e poi tramonta, ed ogni insetto effimero
viene chiamato alla morte senza neppure aver visto un’alba,
e le stelle immortali si risvegliano ancora;
è così il mondo degli esseri umani:
una mente divina si erge sopra tutti,
rendendo la terra brulla e oscurando il cielo, e quando
questa muore, gli sciami che offuscarono o si divisero la sua luce
lasciano alle sue infuocate lampade l’orribile notte dello spirito”.

30.
Così finì di parlare: e arrivarono i pastori dalle montagne,
portavano ghirlande di fiori avvizziti, con i magici mantelli strappati;
il Pellegrino dell’Eternità, la cui fama
sulla sua testa vivente come il Cielo è piegata,
un primo ma duraturo momento,
arrivò, velando tutte le luci della sua canzone
di dolore; dalle sue foreste selvagge mandò
i più dolci lirici a cantare,
e l’Amore insegnò al Dolore a cadere come la musica dalla sua lingua.

31.
E tra tutte le note più sommesse, ne uscì una, dalla fragile Forma,
un fantasma tra gli uomini; era sola, senza alcun compagno,
come l’ultima nube di una tempesta che si sta esaurendo,
il cui tuono è il rintocco funebre della bufera; ella, io credo,
ha guardato la bellezza della Natura nuda,
come fece Atteone, ed ora è fuggita e si è smarrita
nel deserto del mondo, e cammina con passo flebile e incerto,
e i suoi pensieri, lungo quella strada piena di pericoli,
inseguono, come un cane da caccia, il loro padre e la loro preda.

32.
Uno Spirito simile ad un leopardo, bellissimo e veloce -
un Amore mascherato da desolazione; - un Potere
cinto di debolezza; - può a stento sollevare
il peso dell’ora incombente;
è un lume morente, una pioggia che cade,
un flutto che s’infrange; - anche ora, mentre parliamo,
non si rompe? Sulla foresta che inaridisce
il sole assassino sorride lucente: su una gota
la vita può bruciare nel sangue anche quando il cuore si distrugge.

33.
La sua testa era cinta di viole del pensiero,
di violette appassite, bianche, e multicolori, e azzurre;
ed una lancia di luce tappata da un cono di cipresso,
intorno alla cui rude asta crescevano scuri riccioli d’edera
ancora gocciolanti della rugiada del mezzogiorno della foresta,
vibrava, come il cuore che per sempre batteva
scosse la debole mano che la teneva; di quell’equipaggio
ella arrivò da ultima, trascurata e sola,
simile ad un capriolo abbandonato e colpito al cuore dal cacciatore.

34.
Tutti stavano a distanza, e al suo gemito
sorrisero attraverso le loro lacrime; era ben nota a quella gentile banda
che nel destino di un altro ora piangevano il proprio,
come nelle lingue di una terra sconosciuta
egli cantava un nuovo dolore; la triste Urania scorreva
l’aspetto dello Straniero, e mormorò: “chi sei tu”?
Non rispose, ma con una mano improvvisamente
denudò la suo marchiata ed insanguinata fronte,
che era simile a quella di Caino e di Cristo – oh! Che sia così!

35.
Quale voce più dolce mormora sul morto?
Quale fronte viene velata con quello scuro mantello?
Quale forma poggia tristemente sul bianco letto della morte,
in scherno alla pietra monumentale,
avendo il cuore pesante senza un gemito?
Se fosse Lui, che, più gemtile del saggio,
insegnò, adulò, amò, onorò il dipartito,
non infastidire, con singhiozzi poco armoniosi,
il silenzio di quel sacrificio di cuore accettato.

36.
Il nostro Adone ha bevuto il veleno – oh!
Quale insensibile e viperino assassino riempirebbe
la coppa della giovane vita con un tale liquido di sventura?
Il verme senza nome ripudierebbe sé stesso:
avrebbe sentito, se avesse potuto fuggire, la melodia magica
che prelude tutte le invidie, gli odi e gli sbagli,
ma la cosa che stava urlando da sola in un petto,
in silenzio in attesa della poesia,
la mano del cui maestro è gelida, la cui argentea lira è senza corda.

37.
Vivi tu, la cui infamia non è la tua fama!
Vivi! Non temere altro castigo da me,
non temere altra infamia su questo nome da ricordare!
Ma sii te stesso, e sappi chi sei!
E per sempre nella tua stagione sarai libero
di versare il veleno quando le tue zanne trabocheranno;
il Rimorso e lo Spregio si impregneranno dentro di te;
la bollente Vergogna brucerà sulla tua fronte,
e come un animale inseguito dai cani da caccia tremerai.

38.
Non piangiamo perché la nostra gioia è fuggita
lontana da questi avvoltoi che gridano;
egli si sveglia o dorme con la morte;
non riuscirai a librarti in volo dove si sta sedendo ora -
polvere alla polvere! Ma il puro spirito fluirà
e tornerà dalla fontana di fuoco da dove è sgorgato,
una parte dell’Eterno, che deve ardere
nel tempo e nei cambiamenti, senza mai estinguersi,
mentre le tue gelide braci soffocheranno il lercio fuoco dell’infamia.

39.
Pace, pace! Egli non è morto, egli non sta dormendo -
egli è di nuovo sveglio, si è svegliato dal sogno della vita -
Siamo noi che, persi in visioni di bufere, continuiamo
nella nostra lotta contro i fantasmi,
e in matta estasi, colpiamo con il coltello del nostro spirito
il nulla invulnerabile. Noi ci decomponiamo
come cadaveri in un ossario; paura e dolore
ci sconvolgono e ci consumano, giorno dopo giorno,
e gelide speranze sciamano come vermi nella nostra creta vivente.

40.
Egli si è librato sopra l’ombra della nostra notte;
invidia e calunnia e odio e pena,
e quell’agitazione che gli uomini chiamano impropriamente piacere,
non possono più toccarlo né torturarlo;
egli è al sicuro dal lento contagio delle malattie
del mondo, e non può più piangere
per un cuore divenuto gelido, una testa divenuta canuta invano;
non può neppure, quando lo spirito ha cessato di ardere,
alimentare le ceneri ormai fredde in una silente urna.

41.
Egli vive, egli vive – è la Morte che è morta, non lui;
non piangete per Adone. – La tua giovine Alba
rivelerà lo splendore della tua rugiada, perché da te
lo spirito di cui noi piangiamo non se ne è mai andato;
Voi grotte, voi foreste, smettete di piangere!
Smettete di piangere, effimeri fiori e sorgenti, e tu, Aria,
che hai gettato sulla Terra derelitta il tuo sudario,
come un perenne velo sul mattino, puoi adesso mostrare tutto
anche alle gioiose stelle che sorridono sulla sua disperazione!

42.
Lui è diventato tutt’uno con la Natura: potremo ascoltare
la sua voce in tutta la sua musica, dal ruggito
del tuono, alla più dolce melodia dell’uccello della notte;
è una presenza che dev’essere percepita e conosciuta
nell’oscurità e nella luce, dai prati alle cave,
e si riversa ovunque il tuo Potere divino può dimorare,
quel Potere che ha sottomesso tutto al proprio volere;
che domini il mondo con un amore instancabile,
che lo sostieni da sotto, e lo irradi da sopra.

43.
Egli è una parte della bellezza
che un tempo contribuiva a rendere ancor più splendida: egli è
parte della bellezza, mentre il suo Spirito
piange attraverso il sordo e cieco mondo, lamentandosi
di tutte le nuove creature che si addobbano per lui;
torturando tutte le scorie che ostacolano il suo volo
verso la perfezione;
e bruciando nella sua bellezza e nella sua possenza
dagli alberi alle bestie agli uomini nella luce del Cielo.

44.
Gli splendori del firmamento del tempo
possono essere oscurati, ma non estinti;
come le stelle ascendono alla loro vetta,
e la morte è una sommessa nebbiolina che non può macchiare
la lucentezza, ma può solo velarla. Quando il nobile pensiero
si innalza da un giovane cuore sopra il suo covo mortale,
e l’amore e la vita se lo contendono, per quale
sarà la sua dimora materiale, i morti vivranno
e si muoveranno come venti di luce nell’oscura e tempestosa aria.

45.
Gli eredi di una fama inappagata
si solleveranno dai loro troni, costruiti dai mortali,
lontani dal Trascendente. Chatterton
si alzò pallido, - la sua solenne agonia non l’aveva
ancora reso terreo; Sydney, sempre mansueto nel
combattimento, nella sconfitta, nella vita e nell’amore,
sublimamente, uno Spirito senza una casa,
si innalzò; e Lucano, approvato dalla sua morte:
l’oblio che innalzarono affondò come una cosa reproba.

46.
E molti altri, i cui nomi sulla Terra sono oscuri,
ma la cui trasmessa emanazione non può morire
così a lungo come il fuoco può sopravviere alle ceneri,
si innalzarono, avvoolti in baluginante immortalità.
“Tu sei divenuto uno di noi”, gridarono,
“grazie a te la sfera senza sovrano
cantò nella sua inarrivata maestà,
silente, sola, in mezzo al Paradiso della Poesia.
Siedi sul tuo trono alato, tu Vespero della nostra corte”!

47.
Chi piange per Adone? Oh, vieni fuori,
povera sventurata innamorata! Fatti vedere.
Stringi con la tua anima palpitante la Terra pendula;
come da un centro, dardeggia la luce del tuo spirito
sopra tutte le parole, sino a che la sua immensa potenza
sazi la vuota circonferenza: e poi ritirati
in un punto tra giorno e notte;
e mantieni la tua luce accesa
insieme alla speranza.

48.
Andate a Roma, dov’è il suo sepolcro,
ma non per lui, ma per godere della nostra gioia:
le epoche, gli imperi e le religioni
sono sepolti nella devastazione che hanno essi stessi causato;
egli prese trutto in prestito, - ma non la loro
gloria, da coloro che hanno reso il mondo la loro preda;
ed egli è adunato insieme ai sovrani del pensiero
che condussero le guerre nel loro tempo di decadenza,
e del passato sono tutti quelli che non possono passare.

49.
Vai a Roma, - un tempo il Paradiso,
la tomba, la città, e la distesa desolata;
e dove i suoi naufraghi si innalzano come montagne frastagliate,
come erbacce rigogliose, dove fragranti cadaveri vestiti
della nudità delle ossa della Desolazione
camminano, sino a che lo spirito del luogo condurrà
i tuoi passi ad un declivio di un recondito boschetto
dove, come il sorriso di un bambino, sui morti
una luce di fiori ridenti verrà sparsa sull’erba;

50.
E grigi muri si sgretolano tutti intorno, di cui il sordo Tempo
si nutre, come un fuoco lento su una ruggine canuta;
e una acuta piramide con cuneo sublime,
che fornisce di padiglione la polvere di colui che ha progettato
questo rifugio della sua memoria, rimane in piedi
come una fiamma trasformata in marmo; e sotto,
si apre un campo, sul quale una nuova banda
ha piantato il suo campo di morte davanti al sorriso del Cielo,
dandoci il benvenuto con respiro a stento estinto.

51.
Qui fermati: queste tombe sono tutte troppo giovani ancora
per essersi liberate del dolore che venne consegnato
ad ognuna di loro; e se il sigillo è stato posto,
qui, su una fonatana di una mente mattutina,
tu non distruggerlo! Troppo certamente troverai
la tua sorgente piena, se torni a casa,
di lacrime e rancore. Dall’amaro vento del mondo
cerca riparo nell’ombra della tomba.
Abbiamo forse paura di diventare come Adone?

52.
L’Unico rimane, i molti cambiano e passano;
la luce del Cielo risplende per sempre, le ombre della Terra volan via;
la vita, come una cupola decorata con vetrate multicolori,
macchia la bianca radianza dell’Eternità,
sino a che la Morte la calpesta, riducendola in frammenti, - Muori,
se vuoi essere con chi hai sempre cercato!
Seguili dove ogni cosa è svanita! – L’azzurro cielo di Roma,
i fiori, le rovine, le statue, la musica, le parole, sono deboli
in confronto alla gloria che porta la verità.

53.
Perché indugiare, perché voltarsi indietro, perché urli, Cuore mio?
Le tue speranze sono andate via: da tutte le cose qui
sono partite; anche tu devi andartene ora!
Una luce è passata dall’anno roteante,
e l’uomo, e la donna; e ciò che è terribile
attrae alla fine, repelle.
Il soffice cielo sorride, - il sommesso vento sussurra:
è Adone che chiama! Oh, affrettiamoci,
non lasciamo che la Vita divida ancora ciò che la Morte può unire.

54.
Quella Luce il cui sorrise accende l’Universo,
quella Bellezza in cui tutte le cose convivono e si muovono,
quella Benedizione che la Maledizione eclissante
della nascita non può spegnere, quell’Amore
che attraverso la ragnatela dell’essere ciecamente intreccia
l’uomo, la bestia, la terra, l’aria e il mare,
brucia lucente o fosca, come ognuno degli specchi del
fuoco di cui tutti sono assetati; ora balugina su di me,
consumando le ultime nuvole della gelida mortalità.

55.
Il respiro che invocai nella poesia
discende su di me; il mio spirito è guidato,
lontano dalla spiaggia, lontano dalle ansie,
dalle vele che non vedono mai la tempesta;
la massiccia terra e i cieli tra le sfere sono lacerati!
Sono nato oscuro, pauroso, lontano;
mentre, bruciando nel velo più intimo del Cielo,
l’anima di Adone, come una stella,
illumina dalla dimora dove sono gli Eterni.


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