Eric Cantona

Eric Cantona

Il numero più importante del giuoco del calcio? Direte: bè, lo sanno tutti, è il 10. Il numero di Maradona, Pelè, Platini, Baggio.
In linea di massima avete ragione: ma non completamente.
C’è un posto dove il numero più importante non è il 10, ma il 7. E non è un posto qualsiasi, una città qualsiasi: è Manchester, sponda United, un club che ha vinto qualcosina nella sua pluricentenaria storica calcistica.
Da quelle parti il sette non è solo un semplice numero, ma un’icona, un simbolo, la storia. E’ appartenuto a Denis Law, scozzese. L’ha tenuto sulle spalle un nordirlandese matto come un cavallo ma con un talento che (non solo a sua detta) avrebbe potuto oscurare Pelè: il mitico George Best.
Dunque, quando nel 1992 quel numero viene assegnato ad un francese, perdipiù marsigliese purosangue, qualche migliaio di tifosi inglesi storce il naso (eufemismo). Il predestinato non è uno stinco di santo. Nel dicembre del ’91 era entrato a piedi uniti in scivolata su un avversario rischiando di spappolargli le tibie. Un’altra volta aveva lanciato il pallone contro ad un arbitro, reo di non aver gradito il suo gioco duro. Squalifica per un mese immediata e altrettanto immediata reazione del marsigliese, che definì “idioti” i componenti della commissione arbitrale. Reazione della commissione: altri tre mesi di squalifica. Reazione del marsigliese: mi ritiro.
In realtà fu un bluff, perché per lui il calcio non era solo uno sport, ma la ragione di una vita disagiata e l’occasione di riscatto. Il talento, infatti, l’ha sempre messo in mostra sin dai tempi dell’under 21 francese vincitrice di un europeo.

Eric Cantona esordisce in Nazionale maggiore nell’agosto dell’87, ad appena 21 anni. L’anno successivo passa dall’Auxerre all’Olympique Marsiglia, squadra per cui fa il tifo sin da bambino, per la cifra record di 5 miliardi di lire. Il ct francese è abbastanza fiducioso di poter trarre il meglio da questo pazzoide con talento illimitato, ma cozza contro il temperamento di quest’ultimo. Henri Michel, infatti, lo esclude per l’amichevole contro la Cecoslovacchia e Cantona reagisce definendo il suo allenatore “un sacco di merda”. Risultato: cinque turni di squalifica e sospensione per un anno dalla Nazionale.

A questo punto la carriera sembra finita, anche perché il giovane Eric paventa di ritirarsi. Il ragazzo sembra indomabile, ma Platini ci vede qualcosa in lui e lo “raccomanda” a Graeme Souness, allora coach del Liverpool, che però non vuole giocatori problematici. Cantona capisce che il suo futuro può essere l’Inghilterra, dove si gioca duro, e riesce a farsi prendere dal Leeds United, club di mezza classifica. Col suo arrivo la squadra svolta e arriva a vincere il titolo nel ’92, e lui segna anche una tripletta allo stesso Liverpool e “il gol dell’anno” al Chelsea.
Il ritorno in Nazionale non è però felice e la sua carriera arriva ancora ad un punto di stallo. Lo salva Sir Alex Ferguson, scozzese dal carattere vincente ma ispido che si conforma a quello di Cantona. Ha l’intuizione di dargli la numero sette e le chiavi della squadra. Scatta la scintilla. Eric diventa il leader indiscusso trascinando i suoi ai titoli del ’93 e del ’94, quest’ultimo insieme alla FA Cup. In queste due stagioni macina gol: 47 in 96 presenze. Bene anche in Nazionale: 20 reti in 45 partite.
I tifosi inglesi all’inizio lo odiano: un francese che veste la numero sette? Sacrilegio. Bè, non hanno visto niente. Su quella maglia numero sette Eric Cantona al posto del suo nome farà scrivere “Dieu”. Cioè Dio. In francese. La rivoluzione raggiunge la terra di Britannia. E’un cavallo, anzi un toro scatenato con talento immane, forza fisica, piede fatato e leadership prepotente. I suoi scudieri sono l’irlandese Roy Keane (un altro dal carattere piuttosto turbolento), il gallese Ryan Giggs e l’inglesissimo Gary Neville. In panca, come detto, quello scozzese di Aberdeen che risponde al nome di Alex Ferguson, destinato a diventare leggenda. E’la nidiata dei fenomeni dello United, da cui sta per arrivare anche un giovane biondino, piuttosto abile col piede destro, che tra qualche anno farà il botto: David Beckham.

Cantona è anche il giocatore più amato d’Inghilterra. Viene ingaggiato per un iconico spot della Nike ambientato nel Colosseo di Roma insieme a Rui Costa, Kluivert, Campos, Maldini e altri campioni. I calciatori umani devono giocare una partita contro i demoni dell’Inferno in un’atmosfera da bolgia dantesca. La scena è tutta per lui: Cantona riceve il pallone decisivo, si tira su il colletto della maglia e sussurra: “Au Revoir”. Subito dopo sferra una cannonata che buca letteralmente il portiere-diavolo. In tutti i campetti del mondo, compreso quello dove giocava il sottoscritto, i ragazzini lo imitano. La pubblicità diventa storica e viene rievocata, tra l’altro, nella mitica trasmissione “Mai dire gol”, con Claudio Lippi che inscena una parodia divertentissima conclusa dalla frase: “A sorreta”.
Eric però ha ancora il suo carattere da marsigliese matto. Il 25 gennaio del 1995, durante la partita contro il Crystal Palace, un tifoso continua ad insultarlo. In Inghilterra, a differenza che in Italia, non ci sono recinzioni. I supporters praticamente alitano sul campo da gioco. Cantona si avvicina e con una crudelmente geniale mossa di kung-fu a due piedi rischia di far secco il tifoso. Otto mesi di squalifica più due settimane di prigione, commutate poi in 120 ore di servizio civile.

Cantona torna l’anno successivo ed è migliorato. Nel ’96 arriva un altro double e nel ’97 porta i Red Devils ad un ennesimo titolo: il quarto in cinque anni. Non ha fatto cinque su cinque a causa della squalifica. Poi, a sorpresa, all’apice della sua carriera, dice addio, a trent’anni e con un talento ancora intatto.
Si ricicla come attore cinematografico, commentatore, ingrassato e barbuto giocatore-allenatore di beach volley.
Per quelli della mia generazione rimane il campionissimo che si tira su il colletto della numero sette con scritto “Dieu” sulle spalle, un pazzo (a volte criminale) che ha riscritto il ruolo del rifinitore. Degno interprete e custode di quel numero magico che al Manchester United ha vestito George Best. Il quale, infatti, ce l’aveva con tutti (ma proprio con tutti, pure con Pelé e Maradona), tranne che con quel marsigliese matto come un cavallo. Forse perché ci vedeva qualche somiglianza…

Le mie pubblicazioni

A vostra disposizione le mie pubblicazioni, buona lettura!

La guerra delle razze

Guarda il mio canale youTube

Ti piace?

Se apprezzi il mio lavoro e vuoi contribuire al mantenimento del sito: effettua una donazione!!!
Non esitare... qualsiasi importo sarà gradito :-)

Dona con PayPal