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Gondoline

Gondoline

La notte era calma, la luna risplendeva
serena sul mare,
le onde ai piedi della roccia squarciata
mormoravano di piacere,
quando Gondoline si aggirava sulla spiaggia,
era una bellissima fanciulla che tutti potevano notare;
sebbene l’amore avesse reso pallida la rosa sulla sua guancia,
e l’avesse dipinta d’un bianco di morte.

I suoi pensieri erano tristi, la silenziosa lacrima
riempiva i suoi occhi d’azzurro languido,
quando le sembrò di udire
l’ultimo singhiozzo del suo Bertrand.

Il suo Bertrand era il giovine più coraggioso
tra tutti gli uomini del nostro sovrano,
ed era partito per la Terrasanta
per combattere il Saraceno.

E molti mesi erano trascorsi,
e molti anni erano passati,
ma la fanciulla dalla Palestina
non ebbe più notizie del suo amato.

Spesso invano tentò di trafiggere
il nebbioso volto dell’oceano;
spesso credette che il brigantino del suo amato
stesse per comparire all’orizzonte.

Ed ogni notte metteva una lampada
sulla solitaria torre dell’alta scogliera,
così che questa potesse guidare il suo amato sino a terra,
e superare la tremenda tempesta sul mare.

Ma ora la disperazione si era impadronita del suo cuore,
si era infiltrata nel suo sguardo;
“Oh ditemi solo se Bertrand è ancora vivo,
poi potrò morire in pace”.

Mentre vagava sulla spiaggia romita,
ed il chiurlo urlava sopra di lei,
udì il grido di un cuore malato,
e sperò che fosse il suo amore.

Ancora continuò a camminare sulla sua raminga spiaggia,
e continuò a piangere.
“Oh! Ditemi solo se Bertrand è ancora vivo,
poi potrò morire in pace”.

Arrivò accanto ad una orribile spaccatura
su un lato della scogliera rocciosa,
una tetra e disseccata quercia copriva
l’intera caverna che s’apriva immensa.

Pendente dalla sua lugubre cima
penzolava la mortale morella;
la cicuta e l’aconito
si lanciavano attraverso l’apertura della grotta.

E tutto al suo interno era scuro e spaventoso,
e tutto fuori era tranquillo;
tuttavia Gondoline entrò, la sua anima era sostenuta
da qualche invisibile incanto.

Appena entrata nella grande caverna,
il raggio della luna brillò pallido,
e vide un serpente su una roccia scavata,
aggrappato solo con la sua viscida coda.

Il suo piede scivolò, e lei si spaventò,
perché calpestò un rospo rigonfio;
tuttavia, ancora aiutata dall’incantesimo segreto,
mantenne ancora la sua strada.

Ed ora al suo freddo orecchio
arrivarono suoni misteriosi;
sulla cima coperta di pini della montagna
il furioso vento del nord imperversava.

Poi violenti fragori di forti risate
potè udire distintamente con rumore di tuono,
sino a che non morirono in dolce decadenza,
morendo sussurranti sul terreno.

Tuttavia la fanciulla avanzò ancora,
la magia la conduceva sempre avanti,
sebbene entrambi i globi oculari
sembravano bruciarle nella testa.

Vide una pallida luce azzurra
provenire da lontano;
la seguì sino a che la sua vista
esplose in un fiotto di fuoco.

Rimase inorridita; e tuttavia l’incantesimo
sostenne la sua anima che stava per cedere;
le sue ginocchia cominciarono a tremare,
e gli occhi a colmarsi di paura.

E allora le si aprì davanti una visione
a cui nessun mortale era stato mai testimone prima,
e allora le si aprì davanti una visione
a cui nessun mortale sarà mai testimone in futuro.

Un calderone fumante era nel mezzo,
la fiamma brillava feroce e alta,
e tutta la grotta così vasta e immensa
era chiaramente visibile grazie ad essa.

E intorno al grosso calderone
stavano dodici vecchie streghe;
i loro petti erano legati da serpenti vivi,
i loro capelli rinsecchiti dal sangue.

Anche le loro mani erano lorde di morte; e rossi
e fieramente fiammeggianti i loro occhi:
e tutte mormoravano confusamente
le loro invocazioni infernali.

Improvvisamente unirono le mani,
e lanciarono un grido di gioia,
e intorno al grosso calderone
iniziarono a danzare allegramente.

Poi si fermarono; ognuna si preparava
a pronunciare la sua formula magica,
dal momento che la signora della notte
aveva cominciato la sua pallida corsa.

Dietro ad una roccia si nascondeva Gondoline,
cercava di celarsi dietro agli spessi vestiti,
così potè ascoltare le terribili megere,
ed imparare le loro orribili storie.

La prima: disse che aveva avuto
poco tempo da quando il gatto cieco aveva miagolato,
era stata in mare su un colabrodo che faceva acqua,
ed aveva preparato una festosa tempesta.

Aveva chiamato a raccolta i venti alati,
ed evocato una bufera demoniaca;
aveva riso così forte che i tuoni furono uditi
tutt’intorno per più di quindici leghe.

Disse che c’era una piccola barca
che navigava su quelle onde ruggenti,
e che c’era una donna
che aveva visitato la tomba del marito.

E aveva un bambino nelle sue braccia,
il suo unico bambino,
e spesso il piccolo si burlava
del suo pesante cuore ingannato.

E su quella barca c’erano anche
un padre e suo figlio:
il ragazzo era malato, mentre il genitore
era vecchio e triste.

E quando la tempesta divenne più forte,
e la barca non riuscì più a reggere,
lei disse che fu bellissimo ascoltare
il pianto di quei poveri diavoli.

La madre strinse il bambino
al petto e pianse;
e dolcemente stretto tra le sue braccia
il pargoletto si addormentò tranquillo.

E lei raccontò come, dentro quella tempesta
che ruggiva ancora più valorosamente,
la madre passò la mano tra i capelli del bimbo,
e lo gettò nel mare.

E vedere gli spasimi della donna,
quale gloriosa visione fu;
l’equipaggio la trattenne a stento
dal gettarsi lei stessa nel mare.

La megera si mise una ciocca di capelli nella mano,
e questa era leggera e bella:
doveva essere stato un così incantevole bambino,
per avere una chioma così incantevole.

E poi disse che il padre nelle sue braccia
stringeva il figlio malato,
e che i suoi dolori di morte si sollevarono nell’aria,
perché le sue pene erano quasi terminate.

La megera soffocò il giovane tra le sue mani robuste,
e il suo volto prese il colore bluastro della morte;
e il padre si strappò i fini capelli grigi,
e baciò quel colorito livido.

Poi la strega raccontò di come abbia perforato
la barca, accelerando la sua distruzione:
quale privilegio sentire i marinai imprecare
altri innalzare voti ed altri pregare.

L’uomo e la donna morirono subito,
mentre i marinai ebbero bisogno di tutto il loro vigore;
ma i marosi che schioccavano erano i loro sudari volanti,
e i venti cantavano il loro lamento funebre.

Ella gettò i capelli del bambino nel fuoco,
la fiamma vermiglia si sollevò in alto,
e intorno al grosso calderone
ripresero tutte a danzare con gioia.

La seconda: disse che aveva portato a termine
il lavoro che la Regina Ecate le aveva commissionato,
e che il diavolo, il padre del male,
non sarebbe riuscito a realizzarlo meglio.

Disse che c’era una donna anziana,
che aveva una bellissima figlia,
le cui malvage abitudini riempivano il suo cuore
di miseria e preoccupazioni.

La figlia aveva un drudo,
un uomo sommamente immorale,
e spesso la donna contro di lui
protestava in modo angoscioso.

E la strega aveva incitato la ragazza
ad uccidere la vecchia madre,
così da poter mettere le mani su tutti i suoi beni,
e attuare i suoi licenziosi progetti con l’amante.

Ed una notte la decrepita
s’ammalò e fu costretta a letto.
E mentre rimuginava sulla vita
che la dissoluta figlia aveva condotto sino a quel momento,

udì i suoi passi sul pavimento,
e alzò la pallida testa,
e vide la ragazza, con un coltello,
che s’avvicinava al suo giaciglio.

E disse, Figlia Mia, sono molto malata,
non ho ancora molto da vivere,
dammi un bacio sulla guancia, cosicché prima di morire
possa dimenticare tutti i tuoi peccati.

L’omicida si piegò per baciarle la guancia,
sollevò il lucente coltello affilato,
ma la madre s’accorse del suo crudele intento,
e chiese pietà con quanta più forza poteva.

Ma le preghiere non le servirono,
urlò con tutta la voce che aveva,
ma era sola in casa, e le terribili grida
non potevano raggiungere orecchi umani.

Sebbene fosse malata, e vecchia,
lottò con tenacia, e combattè;
l’omicida riuscì a tagliarle tre dita
prima di poter raggiungere la gola.

E la strega sollevò le mani al cielo,
la pelle fu lacerata dolorosamente,
e tutti furono d’accordo che una morte più nobile
non era mai stata data prima.

Poi la megera buttò le tre dita nel fuoco,
la fiamma vermiglia s’alzo in alto,
e intorno al grosso calderone
ricominciarono a danzare con gioia.

La terza: disse che era stata
nella santa Palestina;
e aveva veduto più sangue in un solo giorno
che in tutte loro in nove.

Ora Gondoline, con passi timorosi,
si avvicinò alla fiamma,
perché ebbe paura di sentire
il nome del suo amato.

La strega raccontò allora gli svaghi
di quel giorno pieno di eventi,
quando sul campo di battaglia
rimasero quindicimila soldati.

Disse che nel sangue umano
sguazzava immersa sino alle ginocchia,
e che nessuna lingua avrebbe potuto fedelmente raccontare
gli inganni che aveva giocato.

C’era un valente giovane dalle membra robuste
che combatteva come un eroe;
baciava un braccialetto sul polso,
e non si preoccupava del pericolo.

Trasmutata nelle sembianze di un vassallo,
si avvicinò al cavaliere,
e gli disse che veniva dalla Britannia,
e che recava spiacevoli notizie.

Lo informò che tre giorni prima di imbarcarsi
la sua amata era andata in sposa
ad un ricco Thane: - perchè credeva
che il suo amato fosse morto in Terrasanta.

E vedere come egli fremeva
ascoltando la sua storia
avrebbe fatto il sangue di un mago
raggelare nel suo cuore.

Allora il giovane spronò il suo destriero,
e lasciò il campo di battaglia;
ma presto tutto triturato dalle ferite
sanguinò sul freddo terreno.

E dal suo cadavere fumante ella spiccò
la testa, quasi spaccata in due parti.
Ella scappò via, e sempre sottoforma di vassallo
si portò via il suo trofeo sanguinante.

Gli occhi uscivano dalle orbite,
la bocca digrignava una smorfia spettrale,
c’era un taglio che attraversava le sopracciglia,
e lo scalpo era quasi scuoiato.

Era la testa di Bertrand! Che terribile urlo
emise la fanciulla
e dal suo pauroso nascondiglio
si lanciò nel cerchio delle streghe.

Le luci sparirono – il calderone si inabissò,
improvvisi tuoni scossero la cupola della grotta,
e cupi fragori di risate cominciarono
a risuonare nell’oscurità.

La ragazza cadde svenuta
sul terreno infernale,
mentre ancora suoni misteriosi provenivano
dall’interno ad intervalli prolungati.

Si risvegliò – cercò di rialzarsi – e selvaggio
lanciò un orrido sguardo feroce,
i rumori erano terminati, le luce spente,
e tutto era immoto.

E attraverso una fessura nella roccia
la luna riluceva dolcemente,
mostrando un fiume nella grotta
che gemeva cupamente.

Il ruscello era nero, rumoreggiava profondamente
mentre scorreva tra le rocce,
offriva la sua sorgente per calmare la pazzia
dentro al cuore di Gondoline.

Si immerse, il torrente gemette
con il suo suono abituale,
e cupi fragori di forti risate
ancora riecheggiarono tutt’intorno.

La fanciulla non fu mai più vista. – Ma spesso
si dice che il suo fantasma scivoli
nel silenzio della mezzanotte, l’ora solenne,
lungo la sponda dell’oceano.


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