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Sera agreste

Sera agreste

Il sole sprofonda dietro le foreste ammantate di verde,
pagliuzze cinguettanti ardono tra le foglie,
così lucente e abbagliante gioca con lo sguardo
come se il calore del mezzogiorno abbia attizzato un incendio,
ma presto s’offusca in tinte scarlatte e vermiglie,
e mostra alla nostra vista le immagini più selvagge e fantasiose.
Un umidore simile a una nebbiolina s’innalza dal suolo,
e chiarori bluastri macchiano la lontana sfera di luce.
Ogni momento l’occhio, quando si solleva verso il cielo,
perde di vista l’oggetto che prima aveva focalizzato;
le lontane foreste divengono cangianti come nuvole,
le punte degl’alberi si rannicchiano sotto i mantelli della sera;
sino a che le forme delle cose, e i colori delle foglie e dei fiori,
in ombre più profonde, come guidate da un potere magico,
infusi di luce, in un tramonto a stento percepibile,
indossano la sobria e grigia veste della sera tranquilla.

Ecco, ora nell’oscurità dormiente che tutto offusca
muoiono i tanti ronzii che cullano la campagna tutt’intorno,
provenienti dalle porte dei cottage, dalle aie, dai viali polverosi,
dove il pastorello trascina con fatica il suo carro verso casa.
O dal fronzuto leccio, sotto cui si trovano i ragazzi del villaggio,
schiamazzando tutti intenti nei loro giochi serali,
sino a che la notte risveglia la paura della superstizione
e li conduce prigionieri verso un letto insonne.
Non più ci saranno sere come questa, tre volte felici!
Chi avrebbe pensato ad un tale cambiamento?
Quando, simile ai ragazzi che ora vengono circondati dal buio,
inseguivo il cervo, o cacciavo la volpe con i miei cani,
o vagabondavo per i viali con i molti miei compagni
e giocavo all’altalena accanto al cancello del pascolo,
o sedevo sulla soglia di qualche cottage
ad osservare i volteggi del pipistrello urlante,
il quale, felice di schernire il nostro insidioso sguardo,
si sarebbe gettato in picchiata su di noi, sfiorandoci,
mentre vanamente ancora le nostre speranze di divertirci
avrebbero limitato la sua rotta, e circondatoci ancora, -
sino a che, stanchi dalle molte convincenti chiamate
che la fanciullesca superstizione ama berciare,
egli dirige il suo ululante canto nel volo,
lasciandoci confusi nella notte miope.
Quei giorni sono volati via, sono scappati lontani da me:
io soffro della loro perdita, mentre loro non se ne curano;
ma sicuramente queste privazioni fanno soffrire tutti i cuori
quando ripensiamo ai piaceri che non ritroveremo mai più.

Ora dai pascoli giungono le fanciulle che hanno munto le mucche,
ciascuna con un pastorello che conduce il proprio fardello,
che spesso riescono a convincerli durante la piacevole strada
a camminare piano, con la scusa dell’amore;
mentre su un cumulo di terra, su un riposante cavalcasiepe,
i rozzi rustici affinano le loro arti seduttive
con sorrisi scintillanti frammisti di speranze e paure,
strappando un bacio per rendere evidenti le loro intenzioni:
e tutto quello che le loro lingue sono in grado di fare,
le parole mielate che la natura insegna a corteggiare,
i selvatici fiori del linguaggio, “amore” e “tesoro”,
le più calde espressioni incontrano le orecchie delle fanciulle;
le quali, come incantate da una magia, non sapendo il perché,
grazie allo sguardo caldo che attende la desiderata risposta,
languono timorose nel piacevole deliquio dell’amore
proprio come i germogli sfioriscono al sole di mezzogiorno;
mentre i singhiozzi a stento repressi dal palpitante petto,
e le parole interrotte che dolcemente tremolano sulle labbra,
e le guance, incendiate di rossore, si scostano restie,
tradiscono chiaramente ciò ch’ella si ingegna a nascondere.
Il contadinello innamorato s’avvede del simulato inganno,
s’accorge dell’affetto che dapprima sembrava essergli negato,
e con tutte le passioni che possono muovere l’amore e la verità
la fanciulla sorridente sollecita più fortemente ad amare;
più apertamente utilizza i suoi stratagemmi per vincere -
i segnali che echeggiano dentro all’anima -
sono i pizzichi delle sue tenere mani, che bruciano d’ardore,
e, timidamente, reclama il suo trionfo;
e poi furtivamente opera con innocente inganno,
allenta il suo fazzoletto;
e poi la sua cuffia ch’egli provvederà a slacciare,
lasciando cadere i suoi riccioli scuri sulla fronte,
per rubare un bacio nel suo decoroso simulato inganno,
mentre l’amore vien preso da una gentile sorpresa:
mentre quasi conquistata ella non si discosta,
e infine, tra lacrime e singhiozzi, ama.
Con le più dolci sensazioni che questo mondo concede
ora l’uno verso l’altra dischiudono le loro anime più profonde,
e si consacrano; e per essere sicuri l’uno dell’altra
ripetono le loro parole d’amore e se le giurano ancora;
e terminano di parlare solo per proclamare
quei piaceri più puri, ancora senza un nome:
e mentre, nella più alta estasi della beatitudine
il pastore stringe la sua mano arrendevole in quella di lei
egli si rivolge al cielo per testimoniare ciò che sente,
e silenziosamente mostra ciò che la mancanza di parole cela;
poi prima che giunga il momento della separazione,
e la notte faccia cadere il suo sipario con i colori più scuri,
sino a che l’arrivo della sera successiva allieterà lo sguardo,
egli giura il suo amore, e lo sigilla sulle sue labbra.

Alla stessa ora, nella tregua delle fatiche, è dolce
per questi figli del lavoro nei campi incontrarsi,
sulla banchina, accanto alla porta del cottage,
plasmata di limo e pietre e ricoperta di zolle;
dove l’agreste eleganza con tranquillità ordinatamente intreccia
la rosa e lo sparpagliato caprifoglio alle grondaie, -
e sull’affollata aiuola che impallidisce si assiepano
le bianche e scarlatte pratoline che crescono a schiere, -
addestrando i piselli a strisciare in folti mazzetti,
profumando la sera di un dolce sfarzo, -
e i girasoli a mostrare la loro veste d’oro,
che quadrettano le grate delle finestre mentre ondeggiano,
e poi guardano divertiti gli abitanti nelle casupole,
fanno capolino dalla lastra diamantina con le loro teste dorate:
oppure presso la bottega dove giacciono erpici e aratri,
ben noti ad ogni bambino che vi passa accanto
dalle schegge scintillanti che si spandono sul pavimento;
e la lettera bollata bruciata sopra la porta,
dove ragazzi curiosi, tormenti della strada,
preparano le loro armi da fuoco
per bersagliare il balestruccio mentre riposa
e che spesso si risveglia in un nido ormai distrutto;
o i passeri, che invitano i loro piccoli a volare via
e fluttuare tra i pulviscoli nella frescura della sera.
In questi momenti la pettegola abbandona la sua dimora,
e i figli del lavoro accendono le loro pipe, e si assemblano
a parlare di salari, se son troppo bassi o son troppo alti,
e borbottano notizie che mantengono segrete;
quando, incurante di riposarsi,
l’invitato amante accenna alla fanciulla,
e a distanza molte ore si ritrovano
e gelosamente sussurrano le loro deliziose composizioni;
mentre i bambini tutt’intorno prolungano i loro giochi,
roteando la trottola, o saltando il cerchio,
o gridando in tutta la strada il loro “uno prende tutti”,
o danno la caccia agli insetti dalle pareti dei cottage.

Ora vicino alla parrocchia dal muro coperto di terriccio,
dove si ritrovano tutte le nullità della vita,
dalla bassa porta che si incunea tra due puntelli,
alcune fievoli trottanti dame esaminano la scena;
ricordano la loro giovinezza ormai da
lungo tempo passata, e continuano a cantare;
e, volgendo ancora il ricordo a quelle penose scene,
ricordano i lamentosi cambiamenti che incontrarono da allora,
il loro cuore dolente, il contrasto così acuto con l’oggi,
e singhiozzano un desiderio di vita che non han mai vissuto.
Ancora vanamente peccando, mentre lottano per pregare,
il quasi represso malcontento prosegue la strada
nella sussurrante Provvidenza, quanto benedette sarebber state
se le ultime preoccupazioni della vita fossero trascorse invisibili;
se, prima di aver strisciato per l’orgoglio,
avessero condiviso le gioie dell’infanzia, e poi fossero morte.
E mentre così parlano, ecco che alcuni passanti
si allontanano da loro,
così quelle si rivolgono verso l’eco dei loro anni giovanili,
e pizzicano i loro nasi con le lacrime.


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