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Il pettirosso d'autunno

Il pettirosso d'autunno

Dolce piccolo uccello dal rossiccio mantello,
livrea dell’anno che si chiude!
Io amo la tua solitaria e mesta melodia,
amo ascoltare la tua canzone sommessamente sussurrata.
Mentre siedo sul cavalcasiepi o in giardino
guardo le foglie cadere,
odo la tua voce ripetere le gioie di tutti i giorni,
alleggerendo la mia solitudine.

E tante sono le menti solitarie
che ascoltano, e ti danno ancora una volta il loro benvenuto;
non solo quelle nobili, ma anche quelle umili,
si dilettano a lodarti e ad amarti.
Il contadino più ignorante, accanto al suo carro,
smette di canticchiare con un sorriso,
per guardarti saltellare sul filare di arbusti,
e cantare sul cavalcasiepe.

Il pastorello seduto sull’albero caduto
salta giù per ascoltare il tuo laio,
e rimprovera il suo cane che siede alle sue ginocchia,
che abbaiando ti mette paura.
Il piantasiepi si ferma, prima di battere
il picchetto dentro il prato -
il ragazzo, che prende in giro ogni uccello canoro,
ti rispetta ed applaude.

Quando nella siepe che cela il riparo
egli osserva il tuo rude cuore, -
accarezzato dalla sua canzone, perso nell’estasi,
egli si ferma e borbotta brani di lode,
la fanciulla si accorge, al declinare del giorno,
di te nel cortile, sull’aratro rotto,
e ferma la sua canzone, per ascoltare la tua,
mentre munge la mucca striata.

La tua fede semplice nella stima degli uomini
riesce ad ingraziarsi il favore di tutti i cuori;
i pericoli non ti sembrano tali -
sembra che tu li corteggi invece d'evitarli.
Il rozzo pastorello nell’inverno prende la sua pistola,
ammassa nel fienile gli uccelli da uccidere,
tu dovresti correre via
quando volge verso di te la sua canna.

Il ragazzo vagabondo, che cerca con allegria
le more per un pasto prelibato,
ride sonoramente appena ti vede,
e ti chiama a gran voce, e si avvicina.
Certamente egli si immagina che tu riconosca il richiamo;
e nonostante la sua fame può risparmiarsi di cogliere
quel frutto, non ne prenderà altri,
e li condividerà insieme a te.

Sulla vanga dello scavafosse tu saltelli,
in cerca di bruchi e vermi intrecciati;
dove i boscaioli tagliano nella foresta,
ti vai a posare senza paura sopra i loro fagotti;
anzi, quando mi fermo vicino al campo dei gitani
ti guardo seduto
lisciarti le piume delle ali, poi saltelli,
per catturare i piccoli vermetti.

Domestico uccello! Il tuo simpatico viso
elogia la tua comune veste;
incontrarti in un luogo sconosciuto
equivale ad incontrare un vecchio amico.
Seguo le oscurità del boschetto,
e là, come restio ad andartene, ancora
tu arrivi, come se conoscessi il suono
ed amassi la compagnia degli uomini.

La più cupa foresta che un uomo può percorrere
diventa per te una casa confortevole;
in tutte le città e in tutti i luoghi affollati
vive il divertente e domestico pettirosso.
Vai dove vuoi, in ogni luogo,
apparirà sempre il tuo piccolo e benvenuto amico;
e, come il destino della margherita,
tu lo incontrerai ovunque.

La rondine sul gradino del camino,
o il cinguettante balestruccio sui cornicioni,
con metà dell’amore e metà della paura
intrecciano la loro dimora.
I passeri si ripareranno nella paglia;
tuttavia essi, per quanto possono,
cercheranno di costruire dei ripari
lontani dagli uomini.

Ma tu sei meno timido dello scricciolo,
o uccello domestico e fiducioso!
E le macchie boscose, i luoghi preferiti dai cacciatori,
sono spesso i tuoi spazi preferiti.
Sui muri dei giardini costruirai il tuo nido,
vicino a dove cresce il viluppo di finocchio,
che perfino un bambino potrebbe riuscire a cogliere
con le sue piccole manine.

Dolce mio uccello preferito! Le tue sommesse note
sono sconosciute nello spartito dell’estate,
il concerto di migliaia di gole
ti lascia cantare da solo;
nessun orecchio di pastore,
neppure l’umile aratore ti nota,
e poi accanto a tutti i tuoi amici d’autunno
ti perdi e vieni dimenticato.

L’usignolo, lontano dall’esser celebre, condivide
la gelida lode pubblica da ogni lingua,
la popolare voce della musica,
e ingiuria la tua umile cantica:
eppure i miei passi salutano il tuo canto;
trovo che tu sia l’ospite preferito dell’autunno,
gaiamente cinguettante sulle radici del nocciolo
sopra quel nido coperto di muschio.

E’sbagliato che tu venga spregiato
quando appaiono i volubili e felici uccelli;
questi cantano quando i fiori d’estate sono già nati -
tu invece canti nel periodo cupo e morente dell’anno.
Bene! Lascia che gli spensierati e i felici
lodino la voce di canti rumorosi,
la gioia che tu suggi dai giorni del Dolore
vale ogni lode che possa esser fatta.

Le mie note non potranno vincer nulla da te,
le mie parole non posson imitare la tua melodia,
il tempo non può lasciare il suo dovere,
non si possono gettare questi versi,
ma sempre in questo tempo mielato,
egli dovrebbe prolungare la tua lode autunnale
e condividere il felice principio
della tua eterna canzone.


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