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Fantasie pastorali

Fantasie pastorali

Il dolce tempo antico qui intrattiene la mia mente,
dimorando nel piacere, e nelle gioie che sfamano il cuore,
incontrando in questo felice giorno le pianure variopinte,
le fanciulle che cantano in coro, i paffuti ragazzi ridenti,
che l’estate impiega per la raccolta del fieno, -
il mio bastone e la mia corda giacciono inoperosi;
una felicità più nobile dissolve il mio vecchio passatempo:
oggi la natura getta l’amo, ed io
sono felice di essere il suo pesce.

Questa erba di seta, questi splendidi fiori che nascono,
in mezzo a queste zolle di terra che riposano
come cuscini estivi, per tutti gli ospiti che qui arrivano;
questo piccolo popolo piumato, che canta e vola
sopra questi alberi, in questo cielo così puro,
dove neppure una nube osa macchiare la sua luce celeste;
e questo immoto fiume che soffice langue -
tutto riempie i miei occhi con visioni così eteree
da farmi sospirare che non torni mai la notte.

Davvero penso che l’esistenza che dovrei apprezzare di più
dimori in questi prati,
in nessun altro luogo godrei di queste gioie paradisiache,
di questa tranquillità che insaporisce il passare del tempo,
con la coscienza serena, che sempre porta il pascolare,
e che viene fornito dalla Natura meditabonda,
che non lascia spazio ad ansie o preoccupazioni:
qui penserei per tutto il giorno, per tutta la notte,
il fieno sarebbe il mio giaciglio, il cielo la mia trapunta.

Così vivrei, come la natura mi comanda,
saziandomi del salubre cibo della Provvidenza;
strappando il gustoso pisello dalla nuda terra,
dove il ragazzo di campagna spesso ruba la cena.
Berrei da quel piccolo ruscello, nascosto dal muschio,
che così timidamente sgorga alla luce del sole,
poi mi sdraierei ad ascoltare le gioiose melodie provenienti
dalle lontane campane – e tutti gli altri suoni;
infine corteggerei le Muse sin all’arrivo del nuovo giorno.

Qui le più nobili gioie ripagherebbero la mia umile scelta;
come giardino personale, sceglierei questo prato fiorito;
qui selezionerei i fiori più deliziosi,
i fiocchi degli agnellini, la pallida primula:
l’allegra cicala terrebbe il suo discorso solo per me,
nei momenti in cui mi sentirò solo; e quando vorrò pregare,
i piccoli uccellini saranno i miei coristi,
e vestiranno un solo abito per adorare e per cantare,
e renderanno tutto l’anno una lunga domenica di festa.

Una collina odorosa di mirto sarà il mio guanciale;
un antico biancospino, intrecciato con luppoli selvatici,
sarà il mio pergolato, sotto cui mi riposerò nel mezzodì;
una cupa quercia mi proteggerà dal vento,
oppure, se dovesse capitare, troverei rifugio
in quel luogo gentile, intersecato da pochissimi sentieri,
dove sorge la capanna del pastorello, grinzata da vimini:
laggiù sarò l’inquilino della Solitudine,
cercherò le più dolci gioie della vita e rifuggirò dal volgo.

Darò un lungo addio ad ogni ansia,
all’invidia e all’odio che accomuna tutti gl’uomini;
vedrò attenuarsi le preoccupazioni, raddoppiare la felicità,
e tutto quello che ho perduto lo ritroverò.
Il futuro è invisibile; solo il passato è conosciuto:
nessuna relazione materiale dovrà mai avere la mia mente,
nulla mi attirerà ancora nell’affollata spelonca del mondo;
qui voglio vivere e morire, e desidero solamente
che questa casa che mi sono scelto sia anche la mia tomba.


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