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La Tomba

La Tomba

Mentre alcuni prediligono il sole, altri l’ombra,
alcuni rifuggono la città, altri l’eremitaggio;
le loro mire sono varie, come le strade che imboccano
nel percorrere il viaggio della vita; - sia invece il mio compito
affrescare i foschi orrori della tomba;
il prefissato luogo d’incontro, dove tutti
questi viaggiatori si incontrano. – Imploro il tuo aiuto,
eterna sovrana! Il tuo potente braccio sostiene
le chiavi dell’Inferno e della Morte. – La Tomba, temuto luogo!

Gli uomini tremano quando vieni nominata: la Natura inorridita
si scuote di dosso la sua usuale risolutezza. Ah! Quanto oscuri
sono i tuoi smisurati reami ed i tuoi afflitti deserti!
Dove nulla regna eccetto il silenzio, e la notte, la notte più cupa,
cupa com’era il caos, prima che l’infante Sole
si muovesse per la prima volta, o lanciasse i suoi raggi
verso l’oscuro più profondo. – La debole candela,
rilucendo attraverso le tue basse volte avviluppate dalla nebbia
(impastate da umide muffe, e bave filamentose),
lascia intravvedere uno smodato scenario dell’orrido,
e serve soltanto a rendere la tua notte ancor più fastidiosa.

Ti riconosco facilmente vicino al tuo fedele tasso,
tetra, scontrosa pianta! Che ama dimorare
in mezzo ai teschi ed alle bare, tra gl’epitaffi e i vermi:
dove fantasmi lucenti, e ombre di visioni,
sotto la pallida fredda luna (come la sua reputazione riporta)
reincarnati, forti, si esibiscono nelle loro danze mistiche:
non hai nessun altro divertimento, cupo albero!
Guarda quel tempio consacrato – pia opera d’arte
di nomi un tempo famosi, ed ora incerti o dimenticati,
seppelliti fra le rovine delle cose che furono;
laggiù giacciono nella terra i morti più illustri.

Il vento s’è alzato: presta orecchio! Come urla! Mi sembra
di non aver mai udito un suono così terribile sino ad ora:
le porte cigolano, le finestre sbattono, e l’uccello della notte,
arroccato tra le cuspidi, grida rumoroso: le oscure navate
intonacate di nero, decorate da brandelli di stemmi,
e da laceri blasoni, rimandano indietro il suono,
gravato da melodie più profonde, si spande dalle basse volte,
le magioni dei morti. – Ridestati dai loro sonni,
in schiere sinistre si sollevano gli orrendi spettri,
sogghignano in modo agghiacciante, e, ostinatamente arcigni,
passano e ripassano, silenziosi come i passi della notte.

Lo strige strilla ancora: che verso sgradevole!
Finalmente non lo sento più; fa gelare il sangue ad ogni uomo.
Intorno ai tumuli una fila di reverendi olmi,
coevi a questi, si mostra in modo disordinato,
frustati dai venti feroci: alcuni quasi spaccati a metà
espongono i loro tronchi senza rami; altri così diradati in cima,
che a stento due corvi potrebbero alloggiare sulla stessa fronda.
Fatti singolari, dicono i villici, sono accaduti qui:
urla selvagge si sono levate dai cupi sepolcri;
i morti sono tornati, sono usciti dalle loro tombe;
la grande campana ha rintoccato senza essere suonata o toccata!
(Storie di questo genere nascono dalle dicerie della gente,
quando s’avvicina lo stregato tempo della notte).

Spesso io ho visto nel solitario cimitero della chiesa,
dal barlume del chiaro di luna occhieggiante tra gli alberi,
lo scolaro con la sua cartella in mano,
fischiettare forte per farsi coraggio,
e saltellare agilmente sulle lunghe pietre levigate
(costeggiate dalle ortiche, e quasi ricoperte dal muschio),
che raccontano con stile semplice chi giace sotto di loro.
Improvvisamente sobbalza! E sente, o crede di sentire,
il suono di qualcosa che ronza ai suoi piedi;
scappa via veloce, non osa neanche guardarsi indietro,
sino a che a corto di fiato non riesce a raggiungere i suoi amici;
che gli si raccolgono intorno, e si meravigliano al racconto
dell’orrida apparizione, nobile e spettrale,
del morto che cammina di notte, o va a prendere il suo posto
nella tomba appena scoperchiata, e, strano a dirsi,
svanisce al primo canto del gallo.

Anche la recente vedova ho talvolta spiato,
quale triste visione! Lentamente si muove sul suo morto:
apatica, ella striscia dentro al suo dolente abito nero,
mentre scoppi di dolore sgorgano dagli occhi,
e cadono dalle sue guance ora intonse.
China sulla umile tomba del suo uomo
si lascia cadere; mentre caotiche memorie s’intrecciano,
in barbara successione, e radunano
gli ormai lontani affetti delle ore più dolci trascorse insieme,
e continuano per molto tempo. Ancora, ancora ella crede
di vederlo, e, assecondando questo ingenuo pensiero,
si avvinghia ancora di più alla zolla inanimata,
e non si cura di coloro che le passano accanto e la osservano.

Invidiosa tomba! Con quanto piacere laceri a brandelli
ciò che l’amore ha unito, e le reciproche affinità hanno legato!
Un vincolo di gran lunga più tenace di quello della natura.
Amicizia! Misterioso mastice dell’anima;
Dolcificante della vita, e cemento della società!
Ti sono debitore: tu hai guadagnato da me
molto, molto meno di quanto io possa mai ripagarti.
Spesso ho provato le fatiche del tuo amore,
e i caldi sforzi del cuore gentile,
ansioso di piacere. – Oh! Quando la mia amica ed io
abbiamo vagato spensierati in qualche fitto boschetto,
nascosti da occhi volgari, e ci siamo seduti
sulla sponda inclinata coperta dalle primule,
dove il diafano limpido ruscello scorreva
in grandiose lucentezze attraverso il sottobosco,
mormorando dolcemente, - mi è parso che il puntuto mughetto
avesse aggiustato la sua canzone d’amore; il fuligginoso merlo
avesse addolcito il suo fischio, e ammorbidito tutte le sue note;
la rosa canina profumasse più fragrante, e la rosa
avesse assunto un colore più acceso; mentre tutti i fiori
gareggiassero con le altre piante in fasto
d’abiti. – Oh! Allora il giorno più lungo dell’estate
sembrava svanire troppo in fretta: ancora il cuore sazio
non aveva comunicato abbastanza! Era una felicità
troppo raffinata per durare a lungo. Delle gioie svanite,
e che mai torneranno, quant’è penoso il ricordo!

Triste Tomba! Hai sciupato la danza del sangue giovanile,
hai cancellato le fossette dalla guancia dell’allegria,
ed ogni sorriso compiaciuto dal volto;
marchiando la nostra risata nel nome della follia.
Dove sono i giullari adesso? Dove sono gli uomini dalla salute
di ferro? Dov’è il buffone,
del quale ogni sguardo e ogni gesto si tramutava in celia
verso teatri applaudenti e folle urlanti,
e riusciva persino sulle spesse labbra dell’assorta melanconia
ad increspare la sua faccia in un sorriso
prima che se ne potesse accorgere? Ah! Ora sono tutti arcigni,
e muti come le verdi zolle che li ricoprono.
Dove sono ora i potenti tuoni della guerra?
I Cesari Romani, i comandanti Greci,
vanto della storia? Dove sono i giovani dalla testa calda,
che strappavano a loro piacimento la corona
dalla testa dei sovrani di tutto il mondo allora conosciuto,
e piangevano, in verità, solo quando le loro armi s’inceppavano,
o non avevano svolto abbastanza bene il loro lavoro? -
Ahimé! Quanto scarni, disonorevolmente scarni,
e stipati in quel luogo che ci vergogniamo di nominare!

Superba Regalità! Quanto è alterato il tuo sguardo!
Quanto pallide le tue fattezze, quanto esangue il tuo colorito!
Figlio del mattino, dove sei finito?
Dove hai nascosto la tua testa guarnita di innumerevoli lustrini,
e la minaccia maestosa dentro ai tuoi occhi,
che si percepiva da luoghi lontani? Ora sei docile e impotente,
come un neonato avvolto nelle sue fasce,
come una preda caduta a terra sulla schiena,
che palpita sotto al coltello del carnefice.
Muto devi sopportare le liti delle malelingue,
ed i codardi insulti della più infima plebaglia,
che invidia un privilegio mai posseduto,
mentre tu speri solo in una tomba tranquilla,
solo e senza essere molestato.
Le gomme Arabiche e le droghe odorifere,
e gli onori adeguatamente tributati dagli araldi
nei modi e nelle forme più adeguati:
oh, crudele ironia! Questi arrivano troppo tardi;
con il solo effetto di schernire colui che dovrebbero onorare,
certamente non vi è uno schiavo prigioniero che è sepolto
nella strada maestra, non avvolto e non posto nella bara,
ma comunque giace e dorme leggero come il suono che emette.

L’addolorata superiorità dell’alta discendenza,
al di sopra del volgo, marcisce qui!
Ma guarda! La bara piumata arriva ciondolando,
imponente e lenta; e decorosamente accompagnata
dall’intera tribù di zibellino che penosamente osserva
la porta dell’uomo malato, e vive sul morto,
affittando le prefiche un tanto all’ora,
per parodiare il dolore quando il cuore non è abbastanza triste.
Quanto ricchi gl’ornamenti, che adesso sono srotolati
e rilucenti al sole! Trionfanti ingressi
di conquistatori, e fasti delle corone,
eccedono nella gloria. Grandi scorpacciate di persone
ritardano questo goffo spettacolo; mentre dalle finestre
e dai tetti delle case, le bandiere schiera per schiera
pendono gonfiandosi. Ma diteci, perché tutto questo spreco?
Perché questo trambusto solo per interrare una carcassa
caduta in disgrazia, e che le nostre narici
impuzza così terribilmente? – Voi becchini, diteci,
in mezzo a tutte le meravigliose figure che esibite,
perché il vero protagonista si nasconde, colui per il quale
organizzate questo possente subbuglio? – E’presto detto;
questo offenderebbe l’occhio se dipinto in un bel quadro,
e così il pittore lo getta con discrezione nell’ombra.

Altero lignaggio! Ora appari così infimo!
Al di sotto dell’invidia degli uomini comuni!
L’onore, quella malattia intrigante ed importuna,
ti insegue perfino nella morte, e non si ferma di certo;
che singolare persecuzione! La stessa tomba
non ha protezioni dalle rudi sofferenze.
Assurdo pensare di ingannare il sepolcro,
assurdo pensare di salvare i nostri nomi dal naufragio!
I migliori progetti degli uomini per arrivare alla fama
muoiono velocemente: solo loro stessi muoiono più veloci.

Il famoso scultore, il bardo cinto d’alloro,
audaci assicuratori di imperitura celebrità,
riforniscono invano i loro deboli tentativi di immortalità.
La piramide conica, orgoglio d’Egitto,
e meraviglia del mondo; la cui punta acuminata
ha ferito la spessa nuvola, ed è a lungo sopravvissuta
agli arrabbiati scossoni delle tempeste d’inverno;
anche se ha resistito a lungo alle ingiurie del cielo,
rovinato dall’età e solcato dagli anni,
il mistico cono, incrostato di geroglifici,
deve comunque cedere. Oh, che visione dolorosa!
La fatica di tutte le stagioni crolla a terra,
odiosa e deforme massa di rovine.
Le colonne sepolcrali lottano, ma invano,
con il Tempo che tutto soggiace: la sua mano incancrenente
con tranquilla e deliberata malizia le distrugge:
addobbati durante gli spigoli del passato, l’ottone si consuma,
i busti si sfaldano, ed il marmo profondamente intarsiato,
instabile all’acciaio, cede al suo compito.
L’Ambizione, quasi condannata dalla sua follia,
piega la testa, e arrossisce alla storia.

Qui, tutti i possenti turbatori della terra,
che nuotarono attraverso mari di sangue per il potere supremo;
i tirannici, risoluti, scellerati che distruggono la razza umana,
che devastarono interi regni, e distrussero degli imperi,
ed in una crudele sregolatezza di potere
ridussero degli stati alla metà della loro popolazione, e smisero
solo quando chiamati al riposo eterno; come la bufera passata,
ora giacciono inerti, e vilmente strisciano sotto al loro riparo.
Vano pensiero! Nascondersi dal disprezzo pubblico
che li insegue e li perseguita come un fantasma ferito
e implacabile. Insieme a loro, il meschino tiranno,
i cui miseri domini nessun geografo ha mai rilevato,
e, bene per i suoi vicini di latifondo, era sempre a corto di armi;
il quale fissò i suoi artigli d’acciaio sui più poveri,
e li ghermì come un superbo predatore;
sordo agli energici pianti della fame rosicchiante,
sordo alla commovente, lamentosa voce della miseria
(come se uno schiavo non fosse un brandello della natura,
della stessa identica specie del suo signore);
adesso addomesticato ed umile, come un bambino fustigato,
scuote le mani con la polvere, e chiama parente il verme;
si appella al suo rango e alla sua nobile nascita: sottoterra
il diritto di precedenza è una facezia; il vassallo ed il feudatario,
ora volgarmente amici intimi, si consumano fianco a fianco.

Quando l’amor proprio, o le adulazioni degli altri,
ci convincerebbero astutamente che siamo qualcosa
di superiore rispetto al comune livello del genere umano,
la Tomba nega queste lusinghe dal dolce aspetto,
e con rude sincerità ci informa di ciò che davvero siamo.
Bellezza, - tu grazioso giocattolo, amorevole inganno!
Che derubi così soavemente i cuori giovanili,
ma dai loro nuova linfa vitale, mai conosciuta prima,
la Tomba ti disonora: quando le tue grazie vengono distrutte,
le tue rose appassiscono, i tuoi gigli vengono insozzati,
di cosa continuerai a vantarti? I tuoi amanti
si riuniranno ancora intorno a te, per ammirarti e omaggiarti?
Mi sembra di vederti con la testa piegata,
mentre, ormai sazio sulla tua guancia damascata,
il verme ben nutrito, arrotolato in voluttuose spirali,
si attorciglia senza paura. Le tue fatiche sono servite a questo?
Sono serviti a questo i tuoi sforzi dolorosi davanti allo specchio?
Per migliorare i tuoi doni e tenerli al riparo,
per tutto questo non ti ringrazia di certo il corruttore. Sleale!
Un cibo dozzinale ed una carogna ti appagano in pieno,
e ti lasciano un sapore acre nella bocca.
Ma guarda come piange la bella! - Le lacrime consapevoli
cadono spesse come gocce di rugiada dalle campanule dei fiori:
quale pudica effusione! Il cuore rigonfio invano
tenta di dare lustro alla sua miseria.

Anche tu, Forza – rude e rozzo vanto
di coloro che ridono sonoramente nel cerchio del villaggio!
Un comune malanno ti abbatte a terra
con più facilità di quanto tu non abbia mai fatto con il ragazzino
che avventatamente ti ha sfidato in un combattimento impari.
E ora che gemito mi sovviene alle orecchie? – Un cupo gemito!
Gravato da una pesante angoscia; lascia che lo rintracci:
proviene da quel letto laggiù, dove l’uomo forte,
malmenato da un braccio più forte, rantola per respirare
come una bestia a lungo braccata. Quanto il suo grande cuore
batte pesantemente! La sua spaziosa cassa è troppo stretta
per contenere adeguatamente i suoi polmoni. A cosa servono
le sue robuste, vigorose membra, la sua schiena ben strutturata?
Guardalo come si dimena, inutilmente,
impazzito dalle sue infinite pene! – Bramoso egli afferra
ciò che gli s’avvicina alla mano, e l’afferra,
proprio come una creatura che sta soffocando; atroce visione!
Oh! Come si stagliano i suoi occhi, e ci fissano spettrali!
Mentre il fetido cimurro e il mortale veleno
colpiscono come una freccia di fuoco dentro alle sue budella,
e gli succhiano tutto il midollo. – Hai sentito quel lamento?
E’stato l’ultimo. – Guarda come il grande Golia,
come un bimbo che è andato a riposare dopo aver schiamazzato,
riposa tranquillo. – Cosa volevi fare, possente spaccone!
Vantarti della tua audacia? Cosa vuol dire per te uomo virile,
ma non conscio della sua forza, fare il codardo,
e fuggire di fronte ad un essere così debole come un uomo,
il quale, ben conoscendo la fragilità del suo braccio,
si affida solo al suo ben ingegnato coltello?

Pallido dagli studi, e dalle notti trascorse insonni,
il saggio sopravvissuto alle stelle, vicino al suo occhio
applica la fiala che rinvigorisce la vista;
e, viaggiando attraverso l’infinita distesa dello spazio,
segna alla perfezione il corso delle lontane orbite,
che laggiù si muovono in regolare confusione,
nell’estasi del pensiero. Ma, ah, uomo superbo!
Le grandi altezze sono un azzardo per una mente gracile;
presto, molto presto, le tue basi teoriche più sicure cadranno;
ed allo stesso modo tu cadrai nel più scuro dei luoghi,
dove non sono mai arrivati né marchingegni né conoscenze.

Qui giace la lingua del guerriero, ora resa inabile,
disarmata, disonorata, imbavagliata,
che non può neppure raccontare i suoi dolori ai passanti.
Grande uomo di favella! – Da dove viene questo mutamento,
questa cupa disperazione, questo piegar la testa?
Sebbene la forte persuasione penda dalle tue labbra,
e le ancor più delicate arti della maliziosa insinuazione
attendano in agguato accanto alla tua fluente loquela;
queste si mostrano sminuzzate adesso! Spesse nebbie e silenzi
riposano, come una stanca nube, sul tuo petto
ininterrottamente. – Ah! Dov’è il braccio sollevato,
il vigore dell’azione, la potenza delle parole,
il periodo ben tornito, la voce perfettamente ritmata,
conditi con tutti i minori ornamenti della frase?
Ah! Fuggiti via per sempre, come se ci non fossero mai stati;
rasi al suolo dal libro della fama; o, fatto ancor più fastidioso,
per caso qualche scribacchino da due soldi morso dalla fame
prende ad insultare la tua memoria, ed insozza il tuo sepolcro
con una lunga e piatta narrazione, o con rime più insipide,
con un goffo zoppicante ritmo che si strascica pesantemente;
abbastanza per far ridestare un uomo morto alla collera,
e per accendere di rosso astio la pallida guancia.

Qui ci sono i grandi maestri dell’arte medica,
potenti defraudatori ed ingannatori della tomba,
che a dispetto dei loro giulebbi e delle loro panacee,
si arrendono al destino. – Superbo figlio di Esculapio!
Dove sono i tuoi glorificati strumenti d’arte,
e tutte le tue riviste ben fornite di salute?
Né colline né valli, per quanto lontana può spingersi una nave,
né lembo di ruscello ricoperto di ghiaia,
sfuggì alla tua mano ricercante; - dagli ostinati cespugli
hai spremuto tutte le loro virtù più recondite,
e le hai tormentate nel fuoco: nè mosca, né insetto,
né dimenante serpente, è riuscito a sottrarsi ai tuoi esperimenti.
Ma perché tutto questo spreco di risorse?
Narraci, ardito guardiano della tomba,
dove sono le tue ricette ed i tuoi cordiali adesso,
insieme alla lunga lista di ricevute attestanti le tue cure?
Ah! Tu non parli più. – L’audace impostore
sembra ancora più stupido quanto i suoi trucchi sono scoperti.

Ecco qui l’emaciato spilorcio, il peggiore dei criminali,
che ha sempre rubato (che trucco vergognoso!)
di nascosto, e con sotterfugi, l’altrui allegria,
grazie a una tassa che turba non poco il misero che deve pagare
per la propria carcassa, adesso alloggia a buon mercato.
Non più tormentato da vocianti appetiti,
da noiose cambiali o risarcimenti.
Ma, ah! Dove sono ora le sue rendite, le sue entrate?
Sì! Adesso che l’uomo ricco è diventato povero,
spogliato delle sue sostanze, che cosa lascia dietro di sé?
Maledetta libidine d’oro! Per il tuo benessere
gli sciocchi gettano al vento i loro interessi nei due mondi;
nel primo ne sono soggiogati, nel secondo ne sono condannati.
Quanto scioccanti devono essere le tue convocazioni, Morte!
Per colui che è a suo agio nei suoi possedimenti;
che, contando su lunghi anni di piacere sulla terra,
è abbastanza inconsapevole del mondo dove sta entrando!

In quel terrificante momento, quanto la frenetica anima
delira intorno alle mura del suo corpo umano in affitto,
corre per tutte le strade, urla chiedendo aiuto,
ma urla invano! – Con quanto desiderio lei guarda
tutto ciò che sta per lasciare, e che ora non sarà più suo!
Ancora un po’ di tempo, solo un poco più di tempo,
oh! Potesse rimanere ancora, per pulire le sue macchie,
e prepararsi adeguatamente al passaggio. – Triste visione!
I suoi stessi occhi piangono sangue; - ed ogni lamento
che innalza abbonda di orrore: ma l’antagonista,
come un sicario integerrimo, fermo nel suo proposito,
la insegue da vicino per ogni viottolo di vita,
non ne perde le tracce, la incalza d’appresso;
fino a che, portata al suo limite più invalicabile,
finalmente affonda nella rovina perpetua.
Dev’essere davvero una cosa seria morire! Anima mia,
che attimo particolare dev’essere, quando ti avvicini
alla fine del viaggio, quando vedi l’abisso!
Quel terribile abisso che nessun mortale ha mai ripassato
per raccontare che cosa si faccia dall’altra parte.

La Natura scappa e rabbrividisce alla sua vista,
ed ogni filamento di vita sanguina al pensiero della morte;
e tuttavia devono dividersi: corpo e anima devono dividersi;
che tenera coppia! Uniti più strettamente di una coppia sposata.
Questa vola per la sua strada verso la Fonte Onnipotente,
testimone di tutte le sue azioni, ed ora suo giudice supremo:
l’altro invece precipita nella oscura e fetida tomba,
come una brocca rotta ormai inservibile.
Se la morte non fosse nulla, e non ci fosse nulla dopo la morte;
se quando gli uomini morissero, subito cessassero di esistere,
ritornando nello sterile grembo del nulla,
da dove sono nati; allora i depravati potrebbero
entrare senza paura nel cielo: allora il beone potrebbe
scolarsi tutto il suo bicchiere, e, quando questo è vuoto,
riempirlo ancora fino all’orlo, e ridere di gusto
del povero spauracchio della Morte: allora potrebbe l’infelice
che è stanco del mondo, ed esausto della vita,
finalmente dare alla sua inquietudine il meritato riposo,
rubando la propria essenza per dare piacere a sé stesso,
in qualsiasi modo, con una corda, o con l’acciaio.
Le migliaia di porte della Morte sono aperte. – Chi può forzare
lo sgradito ospite a prendersi il suo tempo,
oppure biasimarlo se fugge via? Di certo fa la cosa giusta,
che aiuta se stesso, più tempestivamente possibile,
quando è in grado. – Ma se ci fosse davvero un Aldilà;
e che ci sia, la coscienza, non influenzata,
e costretta a testimoniare, lo dice ad ogni uomo;
allora deve essere una cosa terribile morire:
e ancora più orrenda morire per mano propria.

Il suicidio! Non nominatelo mai: vergogna della nostra isola,
che porta il discredito degli stati confinanti.
La natura, deviando dalla sua legge primordiale,
l’auto conservazione, ha mai pensato di togliersi la vita?
Impedisci questo atto, Cielo! – Non lasciare che
una mano senza vergogna arrossisca vilmente
del sangue del proprio padrone. – Terribile sforzo!
Puzzare della propria carneficina, nella smania
di arrivare velocemente alla presenza del nostro Giudice;
come se lo sfidassimo al fare del Suo peggio,
e non ci preoccupassimo della Sua ira! Supplizi inenarrabili
devono essere riservati a questa gente: raggruppati insieme;
i dannati comuni devono scansare questa infame società,
e guardare sè stessi come demoni meno disgustosi di loro.

Il nostro tempo è già fissato; i nostri giorni già numerati;
quanto lungo, quanto corto, non sappiamo: - sappiamo solo,
che il dovere ci impone di attendere con calma la chiamata,
e non di accelerarla sino a che il Cielo non dia il suo permesso:
come sentinelle che devono tenere la loro posizione,
e aspettare l’ora prefissata, sino a che non siano sostituite.
Così devono essere i coraggiosi che svolgono il loro dovere,
e che lo svolgono fino alla fine. Fuggire
è solo un trucco da codardi: schivare
le brutture del mondo, che alla peggio
spariranno molto presto, credendo di salvarsi,
avventurandosi audacemente in un mondo sconosciuto,
gettandosi a capofitto nel buio; - è follia!
Non c’è motivo di una frenesia così disperata.

Diteci, voi morti! Nessuno di voi, per pietà
verso coloro che avete lasciato indietro, ci svelerà il segreto?
Oh! Magari qualche spettro educato ci spifferasse qualcosa;
che cosa siete diventati, e quindi cosa diventeremo noi tra poco.
Ho sentito che le anime abbandonate talvolta hanno
avvisato alcuni uomini della loro morte: - sarebbe cosa gentile
bussare, e darci l’allarme. – Ma cosa significa
questo lesinato atto di carità? – Solo una cortesia imperfetta
che lascia il lavoro a metà. – Perché non potete
dirci quando moriremo? Le restrittive leggi
del vostro sodalizio vi proibiscono di parlare
di un punto così importante? – Non lo chiederò più allora:
arcigna, come un lume nei sepolcri, la vostra luce
illumina solo voi stessi. Ebbene, non ci importa;
tra pochissimo tempo sarà tutto chiaro,
e anche noi sapremo cosa siete, e saremo vicini.
I dardi della Morte volano fitti! Adesso muore il contadino,
ora il suo viziatissimo signore! La ruota gira;
e chi è così abile da fermarla?

E’così grande perché la morte ha la maggioranza di questa;
tuttavia, è strano! La parte vivente è minima.
Guarda quel creatore di letti per gli uomini morti,
il Becchino, cronista dalla testa cauta;
dal volto duro, impassibile, che non ha mai rubato
una sola lacrima compassionevole; col piccone in mano
scava la fossa ad intere schiere di parenti e conoscenti,
anche più giovani di lui. – A malapena spunta un teschio,
ma lui sa benissimo a chi appartiene, e può riferire
alcuni passaggi della sua vita. – Così piano piano
quest’ubriacone ha camminato con la morte per quarant’anni;
e nessun giovanotto sotto l’erba gli ha mai riso dietro,
o l’ha mai canzonato: quando i beoni si incontrano,
nessuno intona una canzone allegra, o aiuta l’altro
a riempire la sua coppa. – Povero disgraziato! Non considera
che presto qualche suo confratello d’affari
farà per lui ciò che lui ha fatto per migliaia di persone.
Da quella parte, e da quell’altra, gli uomini vedono i loro amici
abbandonati, come le foglie d’autunno; tuttavia si lanciano
in splendidi progetti, che i più longevi,
i più robusti e i più disciplinati del mondo
farebbero fatica ad aver tempo per metter in pratica. – Sciocchi!

Mai pensare alla morte ed a noi stessi
nello stesso momento: imparare a morire
non è affare nostro. – E’più che stupido,
per noi creature di un solo giorno, nel nostro periodo felice,
folleggiare sul terribile argine dell’eternità
senza aver paura; dal momento che, senza neppure accorgerci,
alla prima bufera verremo spazzati via!
Pensiamo, o non pensiamo, che il tempo scorre veloce
con una corrente senza sosta, senza perdono;
e pur tuttavia cammina più leggero di un ladro a mezzanotte,
che fa scivolare la sua mano sotto il cuscino del taccagno,
e così ottiene il suo premio. – Che cosa è questo mondo?
Cos’è se non un vastissimo camposanto senza mura,
disseminato delle spoglie della morte, dei resti degli animali
selvaggi e domestici, e pieno delle ossa degli uomini morti!
La stessa zolla su cui ora passeggiamo una volta viveva;
e noi che viviamo dobbiamo prestare le nostre carcasse
per coprire la nostra stessa stirpe: a loro volta
i nostri discendenti copriranno noi. – E qui ci incontreremo!

Il tremante Islandese, e il Moro cotto dal sole;
uomini di tutte le latitudini, che non si sono mai conosciuti;
di tutte le religioni, Ebrei, Turchi, Cristiani.
Qui il superbo principe, ed il suo più superbo favorito,
il suo luogotenente, e il flagello degli uomini,
raggomitolato fuori dalla vista. – Qui giacciono umiliati
i grandi negoziatori della terra,
ed i celebrati maestri del bilancio dello stato,
ferratissimi negli stratagemmi e nelle astuzie delle corti.
Inutile ora la loro abilità politica: la morte sprezza le trattative.
Qui lo stracarico schiavo getta via il suo fardello
dalla sua schiena scorticata; - e quando il crudele tiranno,
con tutte le sue guardie e le sue marionette intorno a lui,
si mette a meditare nuove inaudite sofferenze,
si fa beffe della sua impotenza, - veloce come il pensiero, fugge
dove i tiranni non vessano nessuno, e gli esausti si riposano.
Qui il caloroso amante, lasciando la fresca ombra,
l’eco narrante, ed il mormorante ruscello
(senza dubbio i luoghi preferiti dell’amore),
si precipita a giacere accanto alla sua signora,
non più inaridito da una lingua disonesta. – Qui amici e nemici
riposano vicini; incuranti delle loro antiche contese.
Il prelato dall’abito verde prato ed il comune presbitero,
che in passato stavano lontani, timorosi di incontrarsi,
qui si mescolano come amici intimi, come fiumi gemelli
che qualche rude roccia aveva in precedenza diviso.

Qui giace il bifolco dalle grosse membra; - qui il bambino
lungo solo una spanna, che non vide mai il sole,
non strinse mai un capezzolo, strangolato nel portico della vita.
Qui c’è una madre, con i figli e le figlie;
qui la moglie sterile; qui la fanciulla a lungo esitante,
le cui bellezze solitariamente inappropriate
profumavano come un gruppo di primule sulla scogliera,
troppo lontane per le mani che volevano ghermirle.
Qui stanno i pudici moralisti, insieme alla gioiosa civetta,
alla sobria vedova, alla giovane vergine,
raccolta come una rosa prima di essere sbocciata,
o quasi dischiusa. Quale strana mescolanza!
Qui il loquace vecchietto narra al vento la sua storia;
ed il giovanotto, dal cuore frivolmente vacuo,
i cui giorni furono intrisi di melodie,
ora non ride più. – La bisbetica dalla lingua tagliente,
ora discreta come una tortorella, dimentica le sue rampogne.

Qui ci sono i saggi, i generosi ed i coraggiosi;
i giusti, i buoni, gli inutili, i profani;
il buffone sincero, e perfettamente educato;
lo stupido, lo zotico, il farabutto, l’infame;
i servili uomini di stato, e l’austero patriota;
le rovine delle nazioni, e le spoglie del tempo,
con tutto il ciarpame di seimila anni.
Povero uomo! Quanto eri felice nel tuo stato originale!
Quando ancora calda dalla mano del tuo grande Creatore,
ti ha impresso a sua immagine, e, ben soddisfatto,
sorrise al suo bellissimo lavoro. – Allora tutto era perfetto.
Sano era il corpo, serena l’anima;
come due dolci strumenti, mai in disaccordo tra loro,
che facevano la loro parte. – Né mente, né cuore,
erano esposti al male: né avrebbero dovuto;
tutto era puro all’interno: nessun rimorso,
nessuna paura per il futuro,
disturbava il loro cuore colmo di pace. – I mari d’estate
sarebbero apparsi meno calmi, quando baciati dai venti del sud
sono pronti a respirarne l’aroma. – Mai molestato,
il generoso suolo, guidato da una mano benefica,
offriva i più vari prodotti per l’intero anno,
e tutto si presentava nella sua massima perfezione.
Benedetti! Tre volte benedetti giorni! – Ma ah, così brevi!
Benedetti come i piacevoli sogni degli uomini santi;
ma sfuggenti come questi, e velocemente svaniti.

O effimero stato delle cose! – Quanto rapidamente cambi!
Quali strane vicissitudini in questa prima pagina
della triste storia del genere umano! Un giorno felice,
e prima che il sole tramonti, sommamente afflitto!
E quanto insufficiente lo spazio tra questi due opposti estremi!
Così accadde con il nostro progenitore: - per poco godette
del suo paradiso. – A stento il felice inquilino
di quel luogo bellissimo ebbe il tempo di provare le sue gioie,
tutte insieme, quando fu costretto giustamente ad andarsene,
per non più ritornare. – Doveva per forza accadere questo?
Niente è in grado di ricomporre quella prima terribile offesa
dell’uomo peccatore? Come colui che è condannato,
volentieri egli contratterebbe
e patteggerebbe la sua pena. Ma tutto è inutile:
non tutti i copiosi profumi del luogo,
offerti nell’incenso, possono ottenere il suo perdono,
o mitigare la sua condanna. Un possente angelo,
con la spada fiammante, gli vieta di rimanere un attimo di più,
e guida il temporeggiatore fuori; non riesce neppure a dare
un ultimo dolce saluto. D’improvviso egli ha perduto
la sua gloria ed il suo Dio. Se ora è divenuto mortale,
e dolorosamente ferito, non deve stupirsi! – L’Uomo ha peccato.

Stanco della sua beatitudine, propenso a nuovi rischi,
ha avuto bisogno di provare il male: ed è riuscito a provarlo.
(Terribile esperimento! Quale atto distruttivo!
E’successa la cosa peggiore che potesse accadere).
Ah! Troppo in alto ha osato: - la felicità che egli ha disprezzato
lo ha abbandonato con riluttanza, come uno spettro maltrattato,
per non tornare più; o, se ritorna, le sue visite,
come quelle degli angeli, sono brevi e lontane tra loro:
mentre il nero Demonio, con tutta la sua corte infernale,
lo ha accolto nella sua stanza migliore,
crescendo forte e ribelle, radicandosi dentro di lui;
ha insozzato il primo uomo: ed ora questi troppo tardi
vede distintamente il malaccorto errore a cui non v’è rimedio:
un errore che perseguiterà non solo lui,
ma anche tutti i suoi figli, eredi del suo destino.
Che schiavitù ingloriosa! La natura umana geme
assoggettata ad un vassallaggio così vile e crudele,
e tutta la sua stirpe sanguina da ogni vena.

Quale scempio hai prodotto, tu, Peccato, fetido mostro!
Il primo e più grande dei mali: fertile genitore
di tutti i dolori: per te
non c’è mai stata pena, - bestia nociva all’umanità,
della specie più abietta! Altri tipi di dolori
sono graziosamente circoscritti, ed hanno i loro limiti.
Il vulcano infernale, dalle sue interiora brucianti
che erutta pietre fuse e globi di fuoco,
avvolti da nubi impeciate di fumo e fetori,
deturpa i campi più vicini per parecchie leghe,
ma poi smette. L’inondazione gonfiata a dismisura,
foriera di danni distruttivi, che ruggisce rumorosa,
seppellisce interi tratti di nazioni, minacciandone altri;
ma anch’essa ha un suo raggio che non può oltrepassare.
Ancor più terribile di queste calamità! Il Peccato ha distrutto,
non solo le nazioni, ma il mondo intero:
recando il suo messaggio, con fendente d’estensione generale,
all’intero genere umano; distruggendo
tutte le bellezze dell’intero creato con le sue mani rudi;
disperdendo il prosperoso grano, i rami carichi di frutti;
e segnando il suo intero percorso del marchio della rovina.
Bestia maledetta! Oh! Dove troverà la fantasia
un nome adeguato a te, che possa esprimere
tutti i tuoi orrori? Grembo incinto di mali!

Così straordinariamente maligno
che i rospi ed i serpenti delle più mortifere specie
a te paragonati sono inoffensivi. - Malattie
di ogni forza e dei più svariati sintomi, pene tormentose,
e le piaghe più infime, sono tue. – Guarda come il demonio
sparge diffusamente intorno il contagio!
Mentre divora a piene fauci, mugghiando sulle sue vittime,
sguazza nel sangue appena spillato; e tuttavia per l’indomani
plasma ancora nuovi grandi progetti,
e si strugge sino a che non assesta un altro colpo mortale.

Ma, aspetta! Sono andato troppo oltre; ho scoperto troppo
della nudità di mio padre, e della vergogna della natura.
Lasciate che mi fermi, che cada una lacrima sincera,
uno scoppio di dovere filiale e di condoglianza,
sopra tutti quegli immensi deserti che la Morte ha disperso,
su questo caos dell’umanità. – O grande mangiatore d’uomini!
Per te ogni giorno è carnevale, non sei mai sazio!
Incurante di epicuro, senza un amico!
Il più famelico dei ghiottoni non si rimpinza sempre;
qualche intervallo di astinenza sono cercati
per affilare l’appetito: invece tu non ne cerchi nessuno.
Mi pare che le innumerevoli folle che hai divorato,
e le migliaia che hai ingoiato ad ogni singola ora,
ti possano rimpinzare a dovere!
Ma, ah! Sei ancora rapace, sei ancora a bocca aperta:
come colui che, defraudato per interi giorni dei suoi pasti,
sul quale allunga la sua mano scheletrica la scarna Fame,
ed acutizza con più intenso ardore le sue folli voglie:
come se morbi, massacri, veleni,
carestie, guerre, non fossero tuoi sufficienti approvvigionatori.

Ma so che devi ricambiare con la stessa moneta i tuoi morti,
ed anche con gli interessi più alti. - Non sono tuoi,
ma solo di tua proprietà per una stagione,
sino al grandioso giorno della promessa di restituzione;
quando il sonoro diffuso suono della tromba d’ottone
del cherubino dai forti polmoni avvertirà i tuoi prigionieri,
e risveglierà i dormienti alla vita,
alla luce del giorno, alla libertà. -
E allora le tue porte si apriranno, e riveleranno
le miniere che si dipartono sottoterra,
murate nelle loro celle oscure; ma ora pronte,
e pure come l’argento del crogiolo,
che per due volte ha sostenuto la tortura del fuoco
e l’inquisizione della forgia. Noi sapremo che,
l’illustre Salvatore dell’umanità,
il Figlio di Dio, ti ha sconfitto. Nel tuo potere
non riuscirai a tenerLo: ancora più forte s’innalzerà,
e, liberandosi delle tue catene, presto riconquisterà
quelle spoglie che ha volontariamente sottomesso:
(garanzia sicura del nostro riscatto dalla tua schiavitù!)
per quaranta giorni Egli ha soggiornato sulla terra,
e si è mostrato vivo di fronte ai suoi testimoni prescelti,
portando le prove più convincenti, tanto che i più increduli
non ebbero più neppure il minimo dubbio. Dopo di ciò,
Egli salì al cielo. Mi sembra di vederLo
scalare le altezze eteree, e volare
sopra le nubi: ma il debole occhio,
gettato al suo inseguimento, presto cede lo sguardo;
spossato si distoglie, sfiancato dall’inseguimento.

Le porte del Paradiso si sono spalancate per lasciarlo entrare;
né i suoi amici sono lasciati fuori: come alcuni grandi principi
non solo per sè stessi si procurano l’ingresso,
ma anche per tutta la loro corte. Fu il suo volere regale
che dove ci fosse Lui, ci fossero anche i Suoi seguaci.
La Morte è solo un intermezzo: un sentiero oscuro,
reso ancora più tetro dalle nostre vigliacche paure;
ma non poco frequentato, non noioso: tutta la fatica
sparirà presto. Inoltre, non sarà addio
alla felicità. E allora perché, come bambini malati,
partiamo con transitorie pene per questa strada
che ci porta al cielo più puro, agli azzurri più delicati,
e verso un sole che non tramonta mai? – Che schiocchi siamo!
Desideriamo essere dove crescono i fiori che non appassiscono;
ma ci rifiutiamo, e non vogliamo andare in quel luogo.

Allo stesso modo ho visto, una sera d’estate,
un bambino giocare accanto all’orlo di un ruscelletto:
con quanto desiderio esitava a tuffarsi nell’acqua!
Un momento era deciso a farlo, un attimo dopo si ritraeva:
alla fine immerse un piede; in quel momento,
le sue paure si duplicarono, e scappò via
dall’inoffensivo rivolo, senza notare
tutti quei fiori che dipingevano l’argine,
sorridendo dolcemente. – Che sia tre volte benvenuta la morte!
Che dopo innumerevoli passi dolorosi e sanguinosi
ci conduce a casa nostra, e ci fa sbarcare sicuri
sulla riva così a lungo desiderata. – Portentoso cambiamento!
La nostra sventura diventa una benedizione! La Morte, innocua,
perde tutta la sua crudeltà. – Tutti i nostri ringraziamenti verso
chi ha flagellato il male! Certamente la fine ultima
dell’uomo onesto è la pace! Quanto sarà tranquillo il suo addio!
La rugiada della notte non scorre più dolcemente sul terreno,
i più fiacchi, esausti, venti non soffiano più soavemente.

Guardalo nella sera della vita,
una vita ben spesa, la cui preoccupazione più importante fu che
i suoi anni più maturi non rimproverassero la sua giovinezza:
egli si sveste con movimenti impercettibili;
tuttavia, come il sole, sembra più grande al suo tramonto.
Nobile nella fede e nella speranza, guarda come raggiunge
il suo premio! E, come un uccello
che viene ostacolato, lotta con tenacia per liberarsi:
mentre le liete porte della visione si aprono completamente
per lasciar entrare nuove glorie, i primi splendidi frutti
del raccolto che s’avvicina veloce. – Ed allora!
Ogni gioia terrena diventa ignobile, o scompare,
ridotta ad una cosa da nulla. – Oh! Quanto brama
ottenere il suo lasciapassare, ed essere congedato!
Ecco fatto! Adesso è finalmente felice! L’anima contenta
non ha più desideri non soddisfatti. – Perfino la carne
riposa, nella speranza di incontrarsi ancora una volta
con la sua metà migliore, per non dividersi mai più.
E questa speranza non sarà vana: - il tempo avanza inesorabile,
per quando ogni singolo angolo della terra sepolcrale,
sia sulla terraferma, sia nel vasto mare,
dovrà restituire la polvere per lungo tempo custodita
del tutto inviolata! – E lealmente
ritorneranno una cosa sola; senza che un solo atomo
venga perso, o smarrito, dell’intero essere umano.

Tutte le anime avranno un corpo perfetto;
ed ogni anima riavrà il proprio. – Perciò, voi profani!
Non chiedete come può essere possibile? – Lo stesso potere
che ha creato il tutto, e che poi l’ha smontato,
può assemblare nuovamente le parti sparpagliate,
e rimetterle al loro posto. – Dio Onnipotente
ha fatto molto di più; il suo braccio non è indebolito
da tutti i giorni trascorsi: e ciò che egli vuole, può fare:
la sua accuratezza è concentrata nel vedere ciò che ha fatto.
Quando la terribile tromba suonerà, la polvere dormiente,
solerte alla chiamata, si risveglierà;
ed ogni articolazione riprenderà il proprio posto,
con una nuova forma di eleganza, sconosciuta
al suo primo stato primordiale. Né la consapevole anima
sbaglierà il proprio compagno, ma, in mezzo alla folla,
scegliendo la sua metà, nelle sue braccia
si ritufferà, con tutta l’impazienza di un uomo
che sta tornando a casa; e, dopo essere stato assente a lungo,
più velocemente possibile corre in tutte le stanze,
per controllarle. Tre volte felice incontro!
Neppure il tempo, neppure la morte, li divideranno ancora.
E’solo per una notte, una lunga notte senza luna;
rendiamo il sepolcro il nostro letto, poi saremo liberi.
In tal modo, al termine della sera, l’uccello affaticato
si congeda con la vasta atmosfera, ed in qualche solitaria foresta
si va a riparare, e sonnecchia sino al sorgere del giorno,
poi batte le sue ali piumate, e si lascia trasportare dal vento.


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