Carovane verso il Catai
Dunque anche l’Italia, dall’anno passato, è entrata a far parte del circuito cinese di commercio che coinvolge tutte le maggiori nazioni eurasiatiche.
Il piano, varato nel 2013, ha l’obiettivo di mettere al centro delle direttrici commerciali proprio la superpotenza cinese, ridisegnando quindi gli equilibri a livello economici a livello mondiale. La “Nuova Via della Seta” ricalca quella antica ma naturalmente in chiave moderna implementando una rete di collegamenti via terra e via mare che si snodano dall’Europa Occidentale sino all’Estremo Oriente. Vengono coinvolti ben 65 paesi che raccolgono il 65% della popolazione mondiale. La realizzazione del progetto avrà un costo totale di 900 miliardi di dollari.
Purtroppo lo scoppio della pandemia di Covid-19 ha frenato lo sviluppo di questo gigantesco piano di investimenti bloccando praticamente tutti i cantieri. Secondo l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, il blocco è stato determinato “dal modello di governance cinese che non mira a costruire capacità a livello locale, ma fa affidamento su lavoratori, fornitori, produttori ed esperti esportati direttamente dalla Cina”. Giocoforza, quindi, la mancanza di mobilità ha significato lo stop immediato di tutti i lavori.
Dunque, alla fine del 2020, il sogno di vedere una “Nuova Via della Seta” globale che ricalchi quello che fu l’originale di duemila anni fa è tramontato temporaneamente. In attesa che il mondo e l’economia possano ripartire lasciandosi alle spalle queste pandemia, ripercorriamo in questo articolo come nacque e cosa significò la Via della Seta per gli abitanti del nostro pianeta nei millenni passati. Sarà un viaggio interessante perché capiremo che l’esigenza di “globalizzazione” c’era anche allora.
GLI ALBORI
La Via della Seta ha una data di nascita, o meglio un periodo di nascita. Risale infatti al IV secolo a.C. all’epoca delle grandi conquiste di Alessandro Magno. E’a lui che dobbiamo la nascita di questa rete commerciale.
Il condottiero più celebre e formidabile di tutti i tempi aveva costruito un impero che andava dalla Macedonia sino alle rive del fiume Indo, riuscendo a fondere idee, culture, tradizioni e religioni. Benchè il regno fosse una costruzione artificiale ed effimera destinata a sopravvivere solo grazie ad Alessandro, la rete commerciale che collegava il mondo occidentale con quello orientale era destinata a sopravvivere. Così come rimasero anche i contatti con le due culture. Nel cuore dell’Asia occidentale, le regioni della Bactriana (il nord-est dell’Afghanistan), la Sogdiana (il territorio tra i fiumi Amu Darja e Syr Darja) ed il Gandhara (l’odierno Pakistan) vennero investite da una ventata di classicismo ellenistico. E, a sua volta, il mondo greco venne travolto dalle tradizioni asiatiche.
Alessandro si spinse anche verso Buchara e Samarcanda (residenza dei sovrani sogdiani), fondando sul fiume Jassarte (l’attuale Syr Darja) la più lontana delle città legate al suo nome: Alexandria Eschate (“ai limiti del mondo”), che oggi si chiama Xucand e fa parte del Tagikistan.
Il grande condottiero avrebbe probabilmente continuato la sua opera di conquista sino a toccare i confini dell’Impero Cinese. In quell’epoca la Cina era in crisi a causa delle frequenti lotte interne: era il periodo degli Stati Combattenti. Cosa sarebbe successo se Alessandro fosse riuscito a conquistare quel territorio? Forse la religione politeistica greca avrebbe impedito la nascita del Confucianesimo, forse la cultura ellenistica di Aristotele e Platone si sarebbe radicata anche nell’Estremo Oriente. Forse, utopisticamente, il mondo greco sarebbe arrivato a comprendere quasi tutto il mondo conosciuto di quell’epoca storica. Addirittura, si sarebbero fusi due Imperi.
Questo non successe perché il grande Macedone decise di ripiegare verso sud, cioè verso l’India. Perché questa scelta? Probabilmente la ragione va spiegata nella scoperta della seta, chiamata serika dermata, cioè “pelle serica”. La parola serikon, come ipotizzava il geografo Strabone, era un vocabolo derivato dal nome dei produttori della seta, i misteriosi Seres, ricordati anche da Apollodoro di Artemita nella sua Storia dei Parti. Ebbene, quella stoffa pregiatissima fu una grandissima rivoluzione culturale per i Greci, abituati a vestirsi con le pelli. Coltivata nelle alte valli dell’Afghanistan e dell’Indo, ad Alessandro interessava particolarmente il controllo di queste prelibatezze commerciali: ci vide lunghissimo. La seta sarà per secoli un prodotto commerciale di valore altissimo, in certe parti del mondo i nobili pagavano qualsiasi prezzo per avere anche solo dei piccoli pezzetti. Quella coltivazione avrebbe fatto la fortuna dei suoi commercianti e dei regni dove essi risiedevano e dove, naturalmente, pagavano le tasse. Divenne così famosa che diede il nome a quella rete commerciale creata da Alessandro, cioè la “Via della Seta”.
Il fiume Indo
DOPO IL GRANDE MACEDONE
Con la morte di Alessandro Magno, avvenuta nel 323 a.C., si sfalda il sogno di un impero eurasiatico. I suoi successori, i diadochi, cominciarono a litigare e combattere tra loro. In breve tempo (nel 279) l’eredità alessandrina andò distrutta e nacquero tre grandi regni: la Macedonia (sotto la casata degli Antigonidi), la Seleucia e l’Egitto (sotto i Tolomei).
Mezzo secolo dopo, mentre stava emergendo la potenza di Roma nel Mediterraneo grazie alle vittorie contro i Cartaginesi, nell’odierno Iran si formava il regno dei Parti e in Cina prendeva il potere il re Ch’eng dello stato di Ch’in, primo Augusto Imperatore della Cina (221 a.C.).
Rimaniamo su Ch’eng. La sua conquista era stata facile perché combatteva con un esercito coeso contro dei feudatari deboli e profondamente divisi tra loro. Il consolidamento del territorio, invece, fu molto difficile. Eppure riuscì a creare uno stato strutturato e unitario e soprattutto cominciò un’opera ingegneristica che ebbe un’importanza incalcolabile nella storia cinese: la Grande Muraglia. L’obiettivo del sovrano era quello di tenere lontani dai confini nazionali i popoli “barbari” del nord, popolazioni nomadi delle steppe che dormivano sui cavalli, non sapevano scrivere ma avevano tanta voglia di distruggere e depredare.
La Grande Muraglia ebbe un effetto importantissimo anche sui feudatari e latifondisti cinesi. Il primo pericolo da cui dovevano guardarsi erano proprio quei “barbari” che spesso scendevano con le loro orde a razziare e saccheggiare. Quindi, un imperatore che iniziava a costruire un’opera del genere poteva fare bene a tutti. Per questo il consenso verso Ch’eng fu quasi unanime.
Dopo la morte del primo imperatore, si scatenarono le solite guerre dinastiche che non staremo ora ad elencare: le dinamiche sono le stesse tutte le volte, in tutto il mondo. Ne uscì vincitrice la dinastia Han che con il sovrano Wu-Ti (140-87 a.C.) aprì una nuova era di pace e prosperità. Il generale dell’Impero, Chang Ch’ien, venne mandato nelle regioni occidentali al di là del fiume Oxus (Amu Darja), in Sogdiana e in Bactriana, per aprire una nuova rotta commerciale.
Nuovi orizzonti si aprirono proprio in quel momento: quando la Cina volle entrare stabilmente in contatto con l’Occidente. Le armate degli Han cominciarono a costruire fortezze e stabilire guarnigioni lungo le rotte carovaniere. La seta era il bene più importante che veniva esportato ed importato.
I BARBARI
Nel secondo secolo a.C. le cose cambiano. I cavalieri barbari Hsiung-Nu, tenuti a freno dalla Grande Muraglia, cercano altre vie per poter espandere i loro saccheggi (li ritroveremo anche alle porte di Roma, qualche secolo dopo, con il nome di Unni e guidati dal terribile Attila, “flagello di Dio”). Le prede più ambite da questi predoni erano i regni ellenistici sopravvissuti a fatica alle guerre interne: in primis la Bactriana. Sotto il loro urto quegli antichi stati post-alessandrini vennero distrutti e la loro popolazione decimata. L’obiettivo dei predoni era solo uno: saccheggiare. Non erano capaci di stabilire un minimo di ordine, né in grado di governare. La loro mentalità era rimasta nelle steppe mongoliche da cui provenivano.
Il primo di questi Hsiung.Nu che tentò di costruire qualcosa di simile ad uno stato fu Kanishka II della dinastia dei Kushana, che adottò molto enfaticamente diversi titoli: Maharaja (in lingua indiana “grande re”), Rajatiraja (in persiano “re dei re”), Devupatra (“figlio degli dei del cielo”, come l’imperatore cinese”) e infine Cesare (come gli imperatori romani). Quest’ultimo titolo ci dà la certezza che egli conoscesse il mondo romano: poi, che Roma lo trattasse col rispetto dovuto ad un re, questo non sappiamo. Comunque sia, il suo regno fu grande e prosperoso. E lo fu proprio grazie alla rotta commerciale che ci passava in mezzo. Il traffico per via terrestre delle carovane e delle merci si svolgeva lungo quell’itinerario chiamato “Via della Seta”.
Precisiamo che da quel momento la “Via della Seta” non fu un unico tragitto, ma diversi tragitti che insieme andavano a formare un circuito di strade lungo le quali transitavano uomini, cibi, prodotti, animali e armi.
La “Via della Seta” partiva dalla capitale degli Han occidentali, Ch’ang-An (oggi X’ian), una metropoli paragonabile a Roma, nella quale confluivano tutti i prodotti, poi proseguiva nelle regioni cinesi del Kansu e del Sinkiang. Le carovane percorrevano tutti i tipi di terreni: deserti, steppe, pianure fertili. Spesso durante quei viaggi si scatenavano delle violentissime tempeste di sabbia, chiamate Kara-buran (“uragani neri”). Nelle zone desertiche l’escursione termica era impressionante: di giorno si arrivava anche a 45 gradi, mentre di notte si scendeva sottozero.
Visto che si attraversavano territori spesso pericolosi e popolati da spiriti e fantasmi, ogni carovana che si rispettasse aveva il suo sciamano per allontanare o propiziarsi le entità ultraterrene. Tutti i commercianti erano anche degli eccellenti guerrieri e sapevano manovrare le spade: spesso i più ricchi ricorrevano anche a delle scorte di mercenari. Nelle oasi sorsero ben presto delle piccole fortificazioni tavolta controllare da guarnigioni fisse di soldati.
La “Via della Seta” proseguiva fino a Tung-huang, ai bordi del deserto del Taklamakan (“là dove non si torna”, letteralmente), tappa obbligata dei monaci buddisti che stavano cominciando a predicare il loro verbo religioso. A pochi chilometri da quei luoghi si possono ammirare le 492 grotte di Mogao, chiamate dalla tradizione buddista “le grotte dei Mille Buddha”, uno straordinario complesso di monasteri scavati nell’arenaria, con cappelle e celle affrescate al cui interno di si trovano migliaia di sculture. Proprio queste meraviglie architettoniche testimoniano il miscuglio di culture avvenuto nel corso dei vari secoli. Sulle pareti e sui soffitti degli edifici sacri si ammirano dipinti raffiguranti Buddha e le innumerevoli divinità indiane, oltre che ritratti di re, profeti ed eremiti.
A occidente di Tung-huang la Via della Seta di dipartiva in due grandi strade carovaniere.
La prima arrivava alle città di Miran e Niya, nel Khotan, per poi proseguire verso Yarkand e i passi del Pamir, verso il Kashmir e i mercati di Taxila.
La seconda passava da Turfan e dalle grandi oasi disposte lungo i Monti del Cielo, dove arrivava a Karashahr (l’antica Agni), Kucha (famosa per i suoi cento templi e un per un lago dove abitavano dei dragoni) e Aksu (dove si produceva il feltro e si coltivava il cotone).
Entrambi gli itinerari evitavano accuratamente di passare in mezzo al deserto del Taklamakan.
Le due strade si riunivano poi a Kashgar, che infatti divenne una città gigantesca e ricchissima, nelle vicinanze degli altipiani del Pamir.
Da qui i percorsi si dividevano ancora. Il primo tragitto, quello più importante, proseguiva verso nord attraversando la catena del Tien Shan, poi passava dal fertile bacino del Fergana (dove si allevavano i cavalli migliori, resistentissimi a tutte le fatiche di quei viaggi), arrivava a Tashkent e infine terminava il suo cammino a Samarcanda e Buchara.
Il secondo tragitto invece superava le barriere centrali dell’Asia del Pamir e raggiungeva la Torre Lapidea descritta da Tolomeo e Bactra, un tempo capitale del regno di Bactriana. Proprio questa torre era un importantissimo luogo di scambio e di “riunione” dei commercianti. Le carovane proseguivano poi per gli altipiani dell’Iran controllati dai Parti e arrivavano a Baghdad.
Le Grotte dei Mille Buddha di Bezeklik
LUNGO LA VIA DELLA SETA
Lungo la Via della Seta non circolarono solamente beni materiali e deteriorabili, ma anche idee, culture, religioni. Il Buddismo, di cui abbiamo già accennato, trovò terreno fertile. Non era solo una religione, ma anche uno stile di vita che portava con sé letteratura, filosofia, architettura, scultura, pittura. I suoi monaci insegnavano non solo a pregare, ma anche a scrivere, a realizzare ceramiche, a cucire broccati. Grazie a loro la nuova dottrina di diffuse sempre di più in tutta l’Asia.
Allo stesso modo si propagò il Manicheismo, ma anche il Nestorianesimo e il Cristianesimo. In particolare fu grazie ai monaci nestoriani che venne introdotta la coltura del baco da seta in Europa. Questo avvenne probabilmente all’inizio del VI secolo d.C.: questi religiosi portarono nei loro bastoni di bambù dei piccoli bozzoli, appunto i bachi da seta.
La rivoluzione di quei monaci fu incredibile. La Cina proibiva categoricamente di far conoscere la coltura della seta in Europa, vietando il contrabbando di questi bozzoli. Invece grazie a loro la nostra civiltà potè conoscere il segreto di questo tessuto fantastico che in breve si sviluppò in tutta Europa togliendo il monopolio ai mercanti cinesi.
Nei secoli successivi la Via della Seta divenne proprietà quasi esclusiva degli Arabi, poi apparvero i cavalieri mongoli che dilagarono spingendosi anche alle spalle dell’Europa. Verso la metà del 1200 un mercante italiano, Marco Polo, grazie alla Pax Mongolica, scriverà il suo capolavoro contribuendo al mito della Via della Seta.
Che fu davvero mitica, leggendaria. Alcuni la avversavano: tra questi Plinio, preoccupato perché molti nobili romani cominciavano a spendere un po’ troppi sesterzi per acquistare quei beni non necessari. Ma la maggior parte del mondo conosciuto, quando arrivavano quelle bellezze, ne era contentissimo, soprattutto perché gli scambi erano reciproci: e, di conseguenza, erano reciproci anche le soddisfazioni che i clienti trovavano nei prodotti.
L’imperatore del Giappone Shomu, vissuto nella metà dell’VIII secolo d.C., possedeva delle splendide coppe di vetro fabbricate in Italia. Da Costantinopoli giunsero in Cina dei cani di piccola taglia, chiamati “cani di Bisanzio”, una razza prediletta dall’imperatrice Irene e che evidentemente dovette piacere moltissimo anche ai “colleghi” cinesi.
Nelle collezioni di un famoso tempio giapponese, lo Shoso-in del Todiji, a Nara, si ammirano ancora oggi, in mezzo a oggetti provenienti dalla Cina, anche delle coppe di vetro trasparente di colore giallo bruno, senza piede, con decorazione tagliata e sfaccettature rotonde, che provengono chiaramente dal bacino orientale del mar Mediterraneo.
Certo, a parlare di arte romana inserita in quella giapponese o cinese ce ne passa: ma senza dubbio una piccola parte di quegli stili e di quelle attitudini artistiche si andava pian piano ad inserire nelle menti degli scultori, dei pittori e dei ceramisti nel corso dei secoli.
Come si vede, la Via della Seta non è solo scambio di oggetti destinati ad una vita effimera e fugace, ma anche scambio di credenze religiose, modi di pensare, vizi e virtù. Nel suo piccolo contribuì ad avvicinare in modo decisivo il mondo occidentale con quello orientale. E tutto cominciò grazie a Alessandro Magno, grande, anzi grandissimo, anche in questo. E, in questo, simile a Cristoforo Colombo, che nel 1492 unì il mondo antico dell’Asia, dell’Africa e dell’Europa con il mondo nuovo delle Americhe.

















