Un'immagine della battaglia di Verdun
Un'immagine della battaglia di Verdun

Verdun, la battaglia più lunga della storia moderna dell’uomo, si attiene in pieno a tutti questi aggettivi. Fu uno scontro totalmente inutile ai fini del risultato finale del conflitto, eppure Francia e Germania ci lasciarono centinaia di migliaia di truppe, macellate in nome della gloria militare di pochi, pazzi, uomini d’arme. Bene, proviamo a delineare le fosche tinte di questa tremenda battaglia, dopo la quale qualcosa (seppure poco) cambierà.

Erich von Falkenhain, capo dello stato maggiore tedesco nella Prima Guerra Mondiale, individua in Verdun, luogo sperduto tra le regioni francesi delle Argonne e della Lorena, il sito giusto per determinare il crollo del fronte occidentale. Caduta la piazzaforte, i Tedeschi marceranno su Parigi e la guerra sarà finita, pensava il grande generale.
Certamente la conquista di quella piazza avrebbe un valore simbolico e tattico impressionante: ritenuta imprendibile e fortificatissima, per i Francesi sarebbe il colpo mortale .
In realtà lo stesso stato maggiore francese già dall’inizio del Novecento ha abbandonato il fascino delle piazzaforti e in genere delle roccaforti: Verdun dunque è stata in parte smantellata. Falkenhain questo lo sa: però decide di attaccare lo stesso, non perché la crede debole, ma perché il popolo francese non sa che quella fortezza è stata indebolita. E’convinto che, pur di non perderla, i Francesi si lasceranno dissanguare “goccia a goccia”. Ha ragione.
E’tranquillo perché sul fronte orientale i Russi non sfondano e gl’Italiani sono fermi: l’Austria sta ben figurando e l’unità del vecchio Impero non ha ancora subito nessuna crepa. In più in Medio Oriente l’Impero Britannico cozza contro i Dardanelli e gli Ottomani in un conflitto ad armi pari.

Falkenhain, che è un tattico incredibilmente sagace, ha tenuto conto di una cosa fondamentale: i Tedeschi sono serviti da 14 linee ferroviarie, mentre due delle tre ferrovie francesi sono esposte al tiro dell’artiglieria. In quel conflitto l’approvvigionamento di viveri, uomini e mezzi è condicio sine qua non per la vittoria.
L’assalto si scatena il 21 febbraio 1916. C’è un gelo che ghiaccia anche i pensieri umani. Le operazioni sono affidate alla quinta armata tedesca, probabilmente la più forte, comandata dal Kronprinz, Guglielmo di Prussia, figlio del Kaiser, Guglielmo II. Può contare su 1220 cannoni tra cui: mortai da 420 (modello Grosse Bertha), mortai da 380 forniti dalla marina, mortai da 305 austriaci, mortai da 210, mortai da 150 e una serie di calibri minori di cui il più piccolo è il 77 da campagna. La densità di fuoco è una bocca ogni 12 metri: impressionante. In più ci sono 152 lanciafiamme, la novità tedesca. Le fanterie possono usufruire di speciali ricoveri in cemento armato chiamati stollen. L’aviazione fornita di 168 aerei di ultima generazione provvede alla ricognizione al dominio dell’aria. Si attacca sul fronte del fiume Mosa che con il suo corso da sud a nord-ovest taglia in due la città e l’intera regione.

I Francesi hanno smobilitato da Verdun, come detto, già dall’inizio del secolo. I forti sono stati privati di molta artiglieria e lasciato solo tre divisioni non ben addestrate. Verdun è considerata una sorta di settore di riposo. Notevole e sospetto che i Tedeschi abbiano potuto ammassare una tale quantità di uomini in quella zona senza farsi notare. Probabilmente molti abitanti del posto erano stati corrotti: non dimentichiamo che quella regione confinava direttamente con la Germania.

Il 24 febbraio si scatena la battaglia. A Samoigneux i Francesi vengono travolti dal fuoco tedesco e dalla fanteria. Poche ore dopo altra sconfitta a Beaumont. Il 4 marzo i teutonici si aprono la strada distruggendo i forti di Haudromont e di Douaumont, quest’ultimo preso con grande audacia da un piccolo nucleo di fanti. Tra i Francesi ci sono degl’episodi di eroismo (come sempre nel campo dei perdenti): i chasseurs del colonnello Driant muoiono tutti con i fucili in mano per difendere la posizione. In generale, però, l’attacco tedesco fa il vuoto e le truppe francesi si arrendono in massa.
Raggiunto l’obiettivo di sfondare le prime linee, Falkenhain dà l’ordine di fermarsi e di attendere rinforzi.
I Tedeschi si stoppano perché le condizioni meteo volgono al bruttissimo e su quel terreno fangoso le artiglierie fanno fatica ad essere trasportate. Il generale tedesco è convinto che i Francesi stiano agonizzando.

Qui sbagliò di molto. I comandi parigini non perdono la testa e organizzano immediatamente la risposta. Joffre, il comandante in capo, e il suo braccio destro de Castelnau scelgono di affidare la controffensiva a Philippe Petain, sessantenne ma vigoroso generale molto amato dalle sue truppe perché era uno dei pochi non “macellai”, uno dei pochi a risparmiare le vite dei suoi uomini il più possibile.
Il prescelto, però, a Parigi non si trova. Non c’è nel suo quartier generale di Noailles: dove cercarlo? Un suo capitano, che lo conosce bene, va diretto nell’albergo Terminus presso la Gare du Nord. Si fa dire dal portiere la sua camera e bussa con decisione. Petain è lì, in ottima compagnia femminile. Quando il suo subalterno gli comunica che gli alti comandi l’hanno mandato al fronte non fa neanche una piega. Il mattino dopo, alle otto, è già a Soully sul campo di battaglia, dentro ad un forte non riscaldato dove si becca una polmonite doppia che verrà tenuta segretissima.
Per alcuni giorni Petain dirige le operazioni dal letto, febbricitante, ma le dirige benissimo. Prima preoccupazione è assicurare il flusso di rifornimenti lungo la strada da Bar-le-Duc a Verdun, passata poi alla storia come la Via Sacra, la Voie Sacrée. E’una arteria insignificante, larga solo sette metri, neanche selciata. In due settimane i genieri e i reparti coloniali la inondano di pietrisco e si riesce a far passare il convoglio dei aiuti. Su quella strada che i Francesi venerano giustamente come sacra ci transitano 190.000 uomini e 25.000 tonnellate di materiali. Sui suoi ottanta chilometri ci passeranno 12.000 camion al ritmo di uno ogni 14 secondi.
Seconda preoccupazione, la più importante. Verdun è un inferno a cielo aperto. Petain sa che il morale degl’uomini è da mantenere alto. Decide che le truppe trascorrano al fronte solo un periodo limitato, detto di logorio: una o due settimane al massimo, poi si dà il cambio. Quasi tutte le 95 divisioni francesi, alla fine della guerra, avranno combattuto a Verdun.
Tutto il contrario succede nel campo tedesco, dove le 26 divisioni vengono solo rimpinguate quando subiscono troppe perdite.
Petain infine attacca poco e con risparmio. Sa bene che i Tedeschi sono molto più forti e meglio armati e cerca di limitare al massimo gli assalti destinati a macelli.

A metà marzo i Tedeschi ricevono rinforzi e puntano decisi sulle alture del Mort-Homme. I soldati del Kronprinz sono come un chirurgo che, dovendo estirpare un tumore ramificato, è costretto a estendere sempre di più l’incisione. Quella collina è importantissima perché da lì i Francesi bersagliano il saliente tedesco. Con enorme dispendio di vite umane la battaglia per il Mort-Homme viene vinta dai Tedeschi e la sconfitta sembra alle porte per i Francesi.
Petain, il 9 aprile, emana il famoso ordre general n. 94 che si conclude con le parole: “Courage, On les Aura”. Il 2 maggio viene promosso a comandante del gruppo d’armata e riceve il rinforzo di una seconda divisione guidata dall’astro nascente Nivelle. In realtà a Parigi si vorrebbe silurare Petain, considerato troppo attendista. Invece di ringraziarlo per la difesa organizzata sulla Mosa, che comunque ha limitato i danni, i “falchi” degli alti comandi vorrebbero metterci al suo posto proprio Nivelle, meglio “appoggiato” dalla politica. Soprattutto, ha la fama di offensivista e non di risparmiatore di uomini e di inutili macelli. Però Petain è amatissimo dalle truppe e si teme una diserzione di massa se dovesse essere retrocesso.
La voglia di sangue dei comandanti francesi, però, è irrefrenabile. Dall’alto arriva l’ordine (impossibile da ignorare) di attaccare Douaumont. Il tentativo di riprendere il forte si rivela la carneficina annunciata che qualunque persona con un minimo di raziocinio e umanità avrebbe presagito ed evitato. I Tedeschi falciano i poveri fanti francesi dopo pochissimi metri di avanzata e i cannoni distruggono le seconde linee. Dopo quell’episodio cominciano i primi atti di diserzione e indisciplina, che però vengono contenuti.

A giugno i Tedeschi riprendono l’attacco in massa. Falkenhain vuole la spallata finale, mentre il Kronprinz è titubante, vorrebbe aspettare. Alla fine i due trovano un compromesso: attaccheranno poderosamente solo in punti precisi.
Il 7 conquistano Vaux e Thiaumont, che però verrà ripresa il 30. L’assalto si sfalda anche a Souville, ma prosegue fino a luglio inoltrato, quando un bombardamento al fosgene non ottiene gli effetti sperati perché nel frattempo i Francesi hanno adottato un nuovo tipo di maschera antigas.
Nemmeno le truppe bavaresi di Kraft von Dellmensingen riescono a mantenere la conquista di Souville, dalla quale si intravvedono le guglie della cattedrale di Verdun, la meta diventata un miraggio, un’ossessione per i Tedeschi. I Francesi, in un impeto dal furore inumano, penetrarono dentro al forte e ammazzano tutti i Tedeschi, che lasciano sul campo fino all’ultimo uomo. In quell’estremo tentativo i teutonici confidavano nella spalla finale: la sconfitta lacera gli animi dei pur sempre rocciosi soldati del Kaiser.

Dal fronte orientale giungono notizie nere: le truppe russe di Brussilov hanno travolto gl’Austriaci, mentre sulla Somme gli Inglesi hanno attaccato di nuovo con uomini freschi. Per Falkenhain è la fine della guerra d’attacco. A settembre il grande generale viene silurato e sostituito con Hindenburg che di concerto con il Kronprinz decide di mettersi sulla difensiva. I Francesi, che hanno visto lo spettro della disfatta, si riprendono Voux e Douamont tra il 2 e il 12 ottobre, poi Louvemont e Bezonvaux tra il 12 e il 18 dicembre.
I Tedeschi erano rimasti per troppo tempo su posizioni indifendibili ma che non si voleva lasciare perché simboliche e costate fiumi di sangue.

Il 19 dicembre le due potenze, Francia e Germania, decidono di stoppare le operazioni per il sopraggiungere dell’inverno. Il bilancio dei morti dopo undici mesi di combattimento ininterrotto è il seguente: 217.000 vittime francesi e 278.000 tra i Tedeschi.
La sofferenza di Verdun è tratteggiata con ardore, calma e precisione da Remarque, Zweig, Barbusse e Romains. Per capire cosa fu quella battaglia insensata bisogna leggere le loro opere. I racconti, al lettore di adesso, sembreranno delle storie quasi lunari, totalmente irrazionali. L’orrore che si prova scorrendo le loro pagine è quasi vomitevole.
Il rancio doveva essere consumato tra pidocchi e ratti, in mezzo a cadaveri putrefatti e bombe destinate a scoppiare da un attimo all’altro. L’acqua mancava spessissimo e molte volte i soldati dovevano bere dalle pozzanghere dove si stavano decomponendo i morti. L’assenza totale di latrine comportava malattie che poi diverranno mortali nel corso della battaglia e della guerra. Poi c’erano i gas: invisibili, silenziosi, facevano morire tra atroci sofferenze; spesso i soldati preferivano morire all’assalto, crivellati dalle pallottole o fatti scoppiare da una granata, piuttosto che uccisi dal fosgene.
Le truppe capivano di essere carne da macello, in stragrande maggioranza contadini. Lo capivano perché gli ufficiali arrivavano al campo con i sacchi pieni di croci di guerra al valore. I medici in generale non curavano i feriti, li lasciavano morire. Soprattutto i Francesi avevano un servizio medico che faceva ribrezzo a tutti, in particolar modo ai Britannici, molto più organizzati anche in quel settore.
Gli elogi a Petain sono da prendere con le molle. Sì, risparmiava i suoi uomini, ma non per pietà umana, ma perché gli serviva tenerli buoni. Nivelle, al contrario, non aveva alcuna cura di loro, li disprezzava e forse li odiava perché non riuscivano ad avanzare. Difficile pensare con la testa disumana di questi ufficiali (non solo francesi, erano tutti così): probabilmente li vedevano come i soldatini di ferro con cui giocavano da piccoli.
Il ruolo della contraerea tedesca fu, indubbiamente, ininfluente. Doveva essere l’arma in più e invece si rivelò assolutamente disorganizzata. Ciononostante, le imprese del Barone Rosso e degli altri aviatori arrivava al “grande pubblico” molto di più degli sforzi dei fanti, giudicati infinitamente meno romantici. Sì, perché nei cieli si ingaggiavano dei duelli uno-contro-uno davvero entusiasmanti. In quella guerra dove il singolo non contava più nulla si cercò proprio negli aviatori quegli eroi romantici di un tempo ormai perduto, quando la differenza tra vittoria e sconfitta la facevano i guerrieri. Nella morte di un aviatore c’era la gloria, la caduta di un grande: veniva guardato con invidia dai poveri fanti contadini che morivano nella melma. Quegli aviatori morivano, sì, ma morivano da eroi, avvolti nel caldo giaccone di pelle, senza pidocchi, e magari la notte prima l’avevano vissuta tra le braccia di una donna.
Significativo che a soli 220 chilometri da quel cimitero ci fosse la capitale della Francia, la Ville Lumiere, Parigi, a quel tempo la città più sfarzosa del mondo. I ristoranti brulicavano di persone, i locali erano pieni, alle Folies-Bergere la ballerina-cantante Jeanne Bourgeois faceva faville, all’Odeon c’era Sarah Bernhardt a riscuotere applausi. Nei caffè parigini infuriavano le canzoni inglesi It’s a long Way e Roses of Picardy.
Forse, lontano dal campo di battaglia, la vita era anche più bella perché c’era la speranza di vincere. A Parigi, a Berlino, a Roma, a Londra, la gente viveva con la voglia di battere i propri avversari: un gioco, ma un gioco molto serio. Non sapeva quasi nulla di quello che in realtà succedeva. Non sapeva che ai soldati, di quella guerra irrazionale, non interessava nulla. Tutti i soldati erano fratelli nel dolore: lontanissimi dalla vita, vicinissimi alla morte.