L'imperatore Francesco Giuseppe
L'imperatore Francesco Giuseppe

Durante il suo lunghissimo regno fu testimone di guerre, invenzioni, scoperte. Attraversò le diverse epoche sopportando moltissime tragedie personali e familiari. Con la morte di Francesco Giuseppe, l’ultimo imperatore dell’Austria-Ungheria, si chiude davvero un capitolo della Storia umana.

Nacque il 18 agosto del 1830 a Vienna, nel castello di Schonbrunn, primogenito dell’arciduca Francesco Carlo d’Asburgo-Lorena, figlio minore dell’imperatore Francesco II d’Austria.
La sua famiglia, gli Asburgo, era l’ultimo retaggio della nobiltà europea che affondava le sue radici nel Medioevo. Negli ultimi secoli quella famiglia era sempre rimasta a galla pur avendo perduto molte guerre (due contro Napoleone) e pur governando un Impero Austro-Ungarico sull’orlo della rivoluzione. All’interno di quello che rimaneva del Sacro Romano Impero carolingio, infatti, già dalla fine del Settecento spiravano fortissimi venti di rivolte. Quell’Impero era un coacervo di popoli uniti ormai solo formalmente, ma tutti desiderosi di ottenere l’indipendenza o di staccarsi dal cordone ombelicale di Vienna. C’erano gli Ungheresi, i Cechi, gli Slovacchi, i popoli slavi, gli Italiani. Gli stessi Austriaci continuavano a scendere nelle piazze per chiedere la costituzione e la libertà.

In seguito alla rivolta del 1848, la corte asburgica fu costretta a scappare e rifugiarsi in Moravia, a Olomouc, mentre le truppe imperiali ammazzavano senza pietà gli insorti della capitale. Quando la situazione si “normalizzò” bisognava nominare un nuovo imperatore perché Ferdinando, un pover’uomo tarato ed epilettico, non era assolutamente in grado di tenere un impero. Non avendo figli, il trono sarebbe spettato a suo fratello, Francesco Carlo, che però non era molto meglio (spesso parlava con i suoi cavalli). Evidentemente, a furia di matrimoni tra consanguinei, il sangue asburgico si era deteriorato in modo quasi definitivo.
L’unico a dare qualche garanzia di stabilità mentale era il diciottenne Francesco Giuseppe. Rappresentava senza dubbio la novità in un momento delicatissimo per l’Impero Austro-Ungarico.

La ragione per cui il nuovo imperatore non presentava problemi di pazzia va ricercata in un “pettegolezzo”. Come già detto, suo padre era l’arciduca Francesco Carlo: ma solo ufficialmente. In realtà, in tutta la nazione, girava la voce che tra sua madre Sofia di Baviera e il duca di Reichstadt ci fosse una liacon sospetta e prolungata.
Ebbene, questo duca non era un nobile qualunque, ma nientemeno che un figlio di Napoleone Bonaparte, cioè Napoleone II, morto di tisi giovanissimo, a ventun anni, nel 1832. A riprova di questa diceria il fatto che Francesco Giuseppe tenne sempre un suo ritratto in camera. A ulteriore riprova, ancora più certa, un’innegabile somiglianza.
In effetti, cosa avesse in comune con i due tarati, Ferdinando e Francesco-Carlo, non sappiamo. Probabilmente niente.

Comunque sia, i due poveri idioti si ritrovarono la mattina del 2 dicembre 1848 nel palazzo vescovile di Olomouc per abdicare e rinunciare al trono in favore di Francesco Giuseppe. Dopo la lettura dei documenti ufficiali fatta dal principe Felix von Schwarzenberg (successore di Metternich e fautore della necessità di un nuovo sovrano forte e giovane), Francesco Giuseppe s’inginocchiò per chiedere la benedizione dell’imperatore abdicante. Il buon Ferdinando, che forse non aveva neanche capito cosa stava facendo, gli sorrise e gli disse: “Mochte der liebe Gott Dich segnen”, cioè “Il buon Dio ti benedica”. E di una benedizione aveva davvero bisogno vista la situazione dell’Impero.

I moti del ’48 avevano reclamato la costituzione. Lui, naturalmente, gliela diede, salvo poi ritirarla l’anno successivo. Quando, nel 1851, morì il principe Schwarzenberg, dichiarò che da allora avrebbe governato senza primo ministro. Gli piaceva parecchio l’assolutismo: nelle vene scorreva davvero il sangue di Napoleone. La repressione dei rivoltosi fu implacabile. Duemila persone, fra militari e civili, furono imprigionate o impiccate. Uno di questi condannati, un nobile ungherese molto ricco, lo maledisse invocando la giustizia divina a colpirlo in quanto aveva di più caro. Verrà esaudito. Nel corso degli anni Francesco Giuseppe perse il fratello Massimiliano, l’unico figlio maschio Rodolfo, la moglie Elisabetta e il nipote Francesco Ferdinando.
Probabilmente quella per cui soffrì di più fu Elisabetta, la leggendaria Sissi. La loro fu una vera storia d’amore, anche se il cinema e la letteratura la ingigantirono troppo. Infatti, in procinto di sposarsi con la cugina Elena di Baviera, decise di innamorarsi perdutamente della sorella di lei, Elisabetta (Sissi, appunto). Il cinema e la letteratura si inventarono che la madre di Francesco Giuseppe fece fuoco e fiamme, ma non è vero. L’opposizione della genitrice durò esattamente un giorno e mezzo, poi si piegò alla volontà del figlio. Il leggendario colpo di fulmine ebbe luogo nella villa di Ischl in mezzo ai laghetti e ai giardini. L’incontro venne tratteggiato come quelli di mille anni prima tra il cavaliere e la dama. Tuttavia è accertato che Francesco Giuseppe la scelse perché era più bella della sorella e perché poteva permettersi di fare di testa sua. Fu un matrimonio d’amore, quello sì, ma non così romanzesco come si è ricamato.

La principessa Sissi
La principessa Sissi

Le nozze avvennero il 24 aprile del 1854 e la loro consumazione non fu esattamente romantica. La casata degli Asburgo soleva servirsi di signore navigate e compiacenti, le “contesse igieniche”, per iniziare i rampolli della famiglia ai misteri del sesso. Francesco Giuseppe ebbe la stessa sorte; ma avvenute le nozze non gli passò per la testa di moderare la sua foga amatoria davanti a una ragazzina di sedici anni. Nell’Ottocento, come anche oggi molto spesso, le faccende sessuali venivano risolte in un solo modo: ignorandole. Però in questo caso la povera Sissi rimase traumatizzata, tanto più che proveniva da una famiglia, i Wittelsbach, molto squilibrata.
In seguito alla principessa vennero attribuite tantissime relazioni extraconiugali. Ed è vero. Probabilmente lei, che amava davvero Francesco Giuseppe, rimase delusa dal suo comportamento nel letto coniugale ed anche dal suo comportamento fuori dal letto coniugale, dove continuava bellamente le sue avventure con tutte le donne compiacenti.
Ad ogni modo, il suo dovere lo fece. Gli mise al mondo Sofia e Gisella, poi il figlio maschio Rodolfo, infine Maria Valeria. Però creava non pochi problemi a tutta la corte. Francesco Giuseppe, che nonostante le scappatelle e i modi un po’ bruschi era innamorato di lei, cercava sempre di compiacerla. Aveva fatto cambiare l’etichetta perché si sentiva intrappolata, le fece costruire una villa pacchiana a Corfù (l’Achilleion, piena di statue fasulle dove leggeva Omero e immaginava gli eroi greci), le permetteva di continuare a viaggiare anche da sola in tutta Europa (per un periodo della sua vita adorò l’Ungheria, ma poi il suo interesse si spostò sull’Irlanda e sulla Scozia, dove andava a caccia a sprezzo del pericolo).
Ossessionata dalla bellezza, utilizzava ogni unguento, crema e dieta per mantenersi bellissima (perché bellissima lo era davvero). In questa impresa riuscì alla perfezione: quando morì, a 61 anni, conservava quasi intatto il suo fascino.

Francesco Giuseppe, d’altra parte, non aveva molto tempo da dedicare alle fisime di Sissi. Nel 1859 la guerra d’indipendenza italiana gli era costata la Lombardia. Il Veneto gli fu strappato nel 1866 sebbene gli Austriaci avessero stravinto quella guerra. La sconfitta contro la Prussia a Sadowa fu un altro brutto colpo.
Quanto a conflitti, dunque, non era un vincente. Però aveva capito che l’Impero necessitava di un ammodernamento: l’Ungheria entrò nella monarchia asburgica alla pari con l’Austria, andando quindi a formare l’Impero Austro-Ungarico (fu il famoso Ausgleich).
Risolta così la questione più difficile, quella ungherese, si cercarono degli sbocchi alternativi per allargare i domini della casata. L’occasione si presentò con la corona del Messico. Francesco Giuseppe la propose al fratello Massimiliano, il quale fu ben felice di accettarla. Purtroppo la sua missione in America si risolse in un disastro concluso con la fucilazione del povero erede al trono.
Quanto soffrì Francesco Giuseppe per la perdita del fratello, non sappiamo. Alcuni storici sostengono che l’aveva incoraggiato ad accettare per levarselo di torno, e forse è vero. Ma che poi abbia anche gioito per la sua morte non crediamo. Era un uomo d’acciaio, con zero (o quasi) sentimenti, come tutti i nobili teutonici di allora, ma sicuramente gli provocò un dolore immenso.
Vent’anni dopo lo attendeva un dolore ancora più grande: il suicidio del figlio Rodolfo.
Anche su quest’ultimo il cinema e la letteratura hanno ricamato tantissimo, come sulla madre Sissi. Aveva ereditato da lei la malinconia, la continua ricerca del viaggio (che poi era continua ricerca di fuga), la predilezione per il passato, la morbosa attrazione per l’occulto. Solo che la madre, essendo oltre che bella anche intelligente, coltivava le sue passioni in modo sano. Lui, al contrario, ne era rimasto soggiogato.
Al contrario di Sissi, poi, non era neanche bello. Anzi: piccolo, fragile, dai capelli radi già in giovane età. Però era un ragazzo curioso, amante dei libri e delle lettere, con idee democratiche che mal si addicevano all’etichetta asburgica. E infatti i dissidi violenti con il padre erano all’ordine del giorno.
Proprio questa sua impossibilità di scappare dal suo destino di erede al trono lo fece virare verso la droga e gli fece amare la morte più che la vita. Proprio per la morte aveva una attrazione morbosa. Spesso proponeva alle sue amanti di accompagnarlo nel “viaggio senza ritorno”. Tutte gli risposero che ci andasse pure, ma da solo. Tranne la giovanissima (diciotto anni) Maria Vetsera, che accettò di buon grado il destino. Rodolfo, nel padiglione di caccia di Mayerling, scaricò prima la pistola su di lei fracassandole la testa e poi la rivolse verso di lui sparandosi alla tempia.
Per salvare le apparenze di una fine scandalosa, si cercò di diramare la notizia che l’erede al trono era morto in una battuta di caccia. Solo al papa Leone XIII venne comunicata la verità. Poi, però, si decise di far uscire la notizia, anche se a metà. Rodolfo, si disse, si era tolto la vita in un momento di “alienazione mentale”. Di Maria, invece, neanche una parola. Il cadavere venne portato via in fretta e furia, rivestito alla meglio con un bastone infilato nella schiena per tenerlo dritto e fingere che fosse viva; infine, sbattuto in una fossa senza nome nel cimitero di Heiligenkreutz. Solo dopo molti anni alla madre verrà concesso di porre una lapide in quel luogo.

L’imperatore Francesco Giuseppe continuò a lavorare sempre, nonostante le tragedie e le morti. Era di una precisione e di una puntualità impiegatizie. Sveglia alle 4; alle 5 iniziava a lavorare; 6,30 prima colazione; lunga passeggiata nel parco; qualche udienza; alle 11 di nuovo alla scrivania; pranzo alle 12,30. Stessa routine nel pomeriggio. Andava a dormire prestissimo, intorno alle 9, su un lettuccio di ferro di tipo militare, lo stesso su cui poi morirà, incurante dei fasti delle 1441 stanze del suo castello di Schonbrunn.
Francesco Giuseppe non amava assolutamente la musica, salvo quella di Strauss. L’unico suo hobby era la caccia, ed in quella eccelleva davvero. Considerato uno dei migliori tiratori d’Europa, conservò l’occhio sino all’ottantina. Nelle battute, si atteneva scrupolosamente al codice di Sant’Uberto: ripudiava i fucili a cannocchiale, non abbatteva mai animali giovani, usava solo armi in uso nella sua gioventù.
Era refrattario a qualunque miglioria tecnica. Odiava il telefono, non usava l’ascensore, non salì mai su una macchina. In una parola, viveva nel passato.

Rodolfo, il figlio suicida di Francesco Giuseppe e della principessa Sissi
Rodolfo, il figlio suicida di Francesco Giuseppe e della principessa Sissi

Dopo la morte del figlio, Sissi peggiorò notevolmente. Quando andò in Grecia nella sua villa gettò nel mare le sue perle. Si mise in testa di dover cambiare stanza ogni notte. Le prese una paura matta per i cavalli. Si vestì sempre di nero. E, soprattutto, si staccò completamente dal marito. Non sappiamo se Francesco Giuseppe fu felice di non dover più badare a quell’anima in pena: sappiamo invece che fu molto contento della nuova compagnia che aveva preso a frequentare, cioè l’ex ballerina Katharina Schratt.
Non fu semplicemente un’amante: divenne ben presto un’amica, anzi, soprattutto un’amica. Francesco Giuseppe aveva un bisogno umanissimo di confidarsi e lei sapeva ascoltare. Lui andava a trovarla a tutte le ore e continuava a parlare e confidarsi. Lei, solo lei, riusciva a trovare le soluzioni ai piccoli e grandi problemi quotidiani, col suo buon senso da borghese. Probabilmente Katharina amò davvero Francesco Giuseppe. Non pretese mai di farsi vedere con lui, né volle mai aspirare alla posizione di favorita. Conosceva benissimo Sissi, ne era amica, e per questo non voleva farla soffrire, anche se alla principessa non importava ormai più niente del marito.
Katharina morirà nel 1940, sola, povera e rovinata dalla guerra. In tutta la sua vita non cercò mai i titoli dei giornali, che pure se la contendevano, avidi di particolari sulla vita privata dell’imperatore. La loro intimità rimase sempre avvolta nel più geloso riserbo.

Quando, il 10 settembre 1898, Francesco Giuseppe venne a sapere della tragica fine di Sissi, andò proprio da Katharina per piangere in silenzio. La povera principessa era a Ginevra, sul lungolago, davanti all’hotel Beau-Rivage, dove era giunta in incognito. Purtroppo per lei qualcuno aveva saputo della sua presenza ed aveva informato gli anarchici del luogo, tra cui Luigi Lucheni, il quale la pugnalò al petto. Quando, catturato dalla polizia, seppe che Sissi era morta, disse: “Sono molto contento”. Qualche anno dopo un altro anarchico avrebbe ucciso un’altra testa coronata, Umberto I.
Francesco Giuseppe reagì con compostezza, ma il suo cuore era spezzato. Lo udirono mormorare: “Nessuno saprà mai quanto ho amato quella donna”.

Altri dolori erano destinanti a funestare la vecchiaia del grande imperatore. Il nuovo erede al trono, Francesco Ferdinando, figlio di suo fratello Carlo Ludovico, si stava rivelando un terribile guerrafondaio. D’altronde i maggiori generali dell’esercito asburgico spingevano per una guerra, visto che ormai da decenni non ne scoppiava una vera.
Francesco Giuseppe un giorno lo prese per la collottola e gli gridò: “Tu hai mai visto una guerra? Io sì che l’ho vista, e so quello che vuol dire”.
Eppure quella guerra che lui non voleva scoppiò proprio perché venne ucciso Francesco Ferdinando, il 28 giugno del 1914, a Sarajevo. Il conflitto mondiale era inevitabile, lo sapeva, ma aveva comunque sempre cercato di evitarlo. Vedeva che in tutta Europa i nobili e i militari erano presi da una frenesia bellica da pazzoidi. Lui, saggio e prudente, sapeva a cosa si andava incontro. Sapeva benissimo, soprattutto, che l’Austria-Ungheria non era assolutamente pronta a quella guerra totale, così diversa dalle precedenti. Fu l’unica volta in cui Francesco Giuseppe si dimostrò attaccato al presente e non al passato. Anzi, si dimostrò lungimirante.
I suoi ufficiali, dopo l’attentato di Sarajevo, riuscirono a nascondergli l’effettiva portata dell’ultimatum alla Serbia. Lo convinsero che la questione era circoscritta solo a quell’episodio e che non sarebbe scoppiata alcuna guerra, in quanto la Russia avrebbe lasciato da soli i Serbi. Mentivano spudoratamente, accecati dalla loro sete di gloria. Francesco Giuseppe lo sapeva benissimo ma non aveva più la forza per opporsi a quella marea di gente che desiderava la morte. Firmò la dichiarazione di guerra alla Serbia dicendo: “Se dobbiamo cadere, cadiamo almeno con onore”. Sapeva già come sarebbe andata a finire.

Dio gli risparmiò almeno il dolore di vedere la sconfitta e la distruzione del suo Impero. Alle 9 di sera del 21 novembre 1916 si spense nel suo letto. Da alcuni giorni soffriva di una forte bronchite, ma si ostinava a continuare il suo lavoro con i ritmi di sempre. Il 19 novembre aveva chiesto e ricevuto i sacramenti, ma poi era tornato, tossendo, alla scrivania. Incurante dei consigli dei medici, aveva continuato a esaminare e sottoscrivere documenti per tutto il 19 e il 20. Poi, il 21, ebbe una sorta di collasso. Trasportato sul suo solito lettuccio di ferro, morì.

Il 30 novembre, giorno dei funerali, la bara giunse nel sepolcro degli Asburgo, la Cripta dei Cappuccini. Il Principe di Montenuovo, severo custode dell’etichetta di corte, bussò, secondo il costume antico, alla porta. Il Priore, dall’interno, domandò: “Chi chiede di entrare”? Il Principe snocciolò allora il Grande Titolo, cioè l’elenco delle dignità imperiali, reali e feudali detenute da Francesco Giuseppe. “Non lo conosco” rispose il monaco. Allora il Principe bussò ancora e di nuovo il Priore gli domandò: “Chi chiede di entrare”? Stavolta gli snocciolò il Piccolo Titolo, l’elenco delle cariche più importanti. Stessa risposta di prima: “Non lo conosco”. Infine, per la terza volta, il Principe di Montenuovo bussò alla porta e alla domanda del monaco stavolta rispose: “Un povero peccatore”. Finalmente i battenti di bronzo di spalancarono e Francesco Giuseppe potè trovare riposo nella cripta della casata.