Pavel Nedved

Pavel Nedved

Grandissimo giocatore, Pavel Nedved. Uno di quei centrocampisti moderni in grado di ricoprire tutti i ruoli in modo perfetto, preziosissimo per tutti gli allenatori.
Non avesse avuto quel carattere robotico da mitteleuropeo teutonico avrebbe potuto diventare una superstar globale. Invece lui ha sempre preferito far parlare solo e soltanto il campo: mai uno sgarro, un colpo di testa, una cavolata. Mai un litigio con un mister, mai una parola di troppo: il suo premio è stato diventare dirigente della Juventus, la società savoiarda per eccellenza.

Pavel nasce a Cheb, paesino della provincia boema incastrato tra la Repubblica Ceca odierna e la Germania, a 170 chilometri dalla capitale Praga e a soli 50 da Karlovy Vary, luogo di villeggiatura dove soggiornarono Beethoven, Goethe e Bach. Il padre, Vaclav, aveva giocato a calcio, e neanche male: era arrivato in seconda divisione, poi ha dovuto scegliere se continuare con la sua passione oppure andare a lavorare come operaio. Scelse l’ultima strada, quella più razionale. Dal matrimonio con Ana ecco arrivare il piccolo Pavel. Il quale eredita l’amore per il calcio: si esercita per ore e ore contro il muretto di casa, talvolta accarezzandolo, talvolta malmenandolo con tiri violenti e precisi. Nel frattempo, mentre prende a calci il pallone, studia e si diploma in ragioneria. La testa è razionalissima, niente voli pindarici.
Lo nota una squadra piccola, il Pilsen, poi passa al Cheb, e diventa l’idolo dei suoi compaesani. Polmoni d’acciaio: quando gli altri sono spompati lui corre ancora ai mille all’ora, e questo fa differenza. Poi il tiro: preciso, potente, calcolato. Infine dimostra grande grinta da leader. Ci vuol poco prima che lo noti una vera squadra, il Dukla Praga, dieci titoli nazionali e sette coppe: la squadra dell’esercito ceco, da sempre rivale con quella della polizia, lo Sparta.
Solo che i giorni di gloria del Dukla risalgono a prima della caduta del Muro di Berlino. Nella stagione 91-92, quando Pavel vi approda, la squadra chiude undicesima. Lui però, a vent’anni, si mette in mostra: 19 presenze e 3 reti. Nell’estate successiva arriva la chiamata dall’altra squadra di Praga, quella più nobile: lo Sparta. Lui risponde presente. In Repubblica Ceca è il punto di arrivo per moltissimi giocatori, un’istituzione.
Nedved è il primo a presentarsi agli allenamenti e l’ultimo ad andarsene: sa che ha una chance e se la vuole giocare bene. Molti pagherebbero per arrivare dov’è arrivato lui. Durante i rigidi inverni praghesi si sottopone a sessioni suppletive di allenamenti, cerca sempre di migliorare, si struttura fisicamente. I compagni lo chiamano “il matto” non perché sia pazzo, ma perché si allena come un matto.

L’allenatore di quello Sparta, però, non sembra crederci. Gli dice in faccia, in modo brutale, che non ha il talento per far parte di quella squadra, che può farcela solo in una serie minore. Pavel, quando ricorda quella bocciatura, cerca di sorvolare: “Il nome di quell’allenatore? Tralasciamo. Tanto, ormai è chiaro che si era sbagliato”.
In realtà dimostra subito che quell’intuizione era infelice. Spostato più avanti, come centrocampista offensivo, parte da lontano e con la sua progressione mette a soqquadro le difese, mentre col suo tiro da lontano mette a segno parecchi gol. Vince il titolo con 18 presenze, che avrebbero potuto essere di più se quel mister avesse creduto in lui pienamente.

Il secondo anno allo Sparta segna un ulteriore passo in avanti: rivince il titolo stavolta da titolare fisso con sei reti. La stagione dopo migliora ancora: 14 realizzazioni nel ’95-96.
Arriviamo al 1996, anno degli Europei in Inghilterra. Sarà il suo trampolino di lancio, ma prima di questo palcoscenico bisogna aspettare ancora un attimo. Nedved, infatti, è seguito da un osservatore speciale ma non lo sa. Quell’osservatore è boemo come lui, ha sempre una sigaretta in bocca e una tattica nel cuore: il 4-3-3. Si chiama Zdenek Zeman. Il grande allenatore visionario si trova a dover visionare un altro giocatore ceco, Bejbl, che milita nello Slavia Praga. L’occasione è buona perché Bejbl deve vedersela con quelli dello Sparta. Il derby viene osservato da Zdenek come al solito in silenzio: taccuino in mano e sigaretta in bocca. Quando torna in Italia si è segnato il nome di Pavel Nedved. Lo comunica senza mezzi termini al presidente della Lazio Cragnotti. Aaron Winter sta partendo per l’Inter e al club biancoceleste serve un centrocampista tuttofare.
In quel momento il suo valore è basso: all’incirca un miliardo di lire. Il patron laziale però esita. Non è convintissimo. In più quel ragazzo biondo viene notato anche dal PSV Eindhoven, disposto a pagare sette miliardi. Siamo alle soglie di Euro 96.

La Repubblica Ceca è inserita nello stesso girone (il C) dell’Italia di Arrigo Sacchi. La squadra italiana è sostanzialmente quella della delusione di USA 94 con l’aggiunta dei giovani Del Piero e Nesta. Dopo la sconfitta contro la Germania, la Repubblica Ceca deve cercare di vincere per rimanere in corsa per il passaggio del turno. Il compito, a Liverpool, il 14 giugno, sembra proibitivo. Invece arriva l’impresa: gol di Nedved all’inizio, pareggio di Chiesa, rete decisiva di Bejbl. Nasce la leggende della Furia Ceca. Il biondo macina chilometri di qualità, segna e sforna giocate da fuoriclasse. Il pareggio nella partita finale contro la Russia vale alla Repubblica Ceca il passaggio del turno.
Ai quarti i boemi incontrano il Portogallo: gol di Karel Poborsky e via alla semifinale. Altro capolavoro contro la Francia, embrione di quella che vincerà il Mondiale di casa: ai rigori passano i Cechi anche grazie alla realizzazione di Pavel, che in quella partita fa il diavolo a quattro.
In finale c’è la Germania nel mitico stadio di Wembley. Il centrocampista Berger fa sognare, ma poi Bierhoff gela tutti portando il match ai supplementari. Come vuole la tradizione enunciata da Lineker, la Germania esce ancora una volta vincente: i teutonici mettono a segno il primo golden gol firmato ancora una volta Oliver Bierhoff.

Per Nedved è comunque una grandissima gioia tornare in Repubblica Ceca da vicecampioni d’Europa. Lo attende un contratto con la Lazio, che alla fine si è convinta e ha accontentato Zeman.

A 24 anni, Pavel si lascia alle spalle una bacheca ricca: tre titoli, due coppe nazionali, argento all’Europeo. Non tutti, in Italia, credono alla scommessa boema. Vero, quel biondino ci ha castigato, dicono i giornali, ma sarà difficile per lui fare il salto da un campionato minore al torneo più competitivo del mondo. A confermare che, in parte, avevano ragione è lo stesso Nedved: “All’inizio nulla è stato semplice. Avevo davvero il timore di non essere all’altezza di questo campionato, di un platea immensa come quella dell’Olimpico. Ma Zeman mi ha sempre incoraggiato e io non ho mai mollato. Ho dovuto ambientarmi, abituarmi a un altro tipo di calcio. Un altro mondo, dal punto di vista tattico. Senza contare la velocità: rispetto al calcio della Repubblica Ceca, quello italiano viaggi a ritmi elevatissimi”.
La prima stagione italiana fila via senza problemi. Nel 4-3-3 zemaniano Nedved è spesso costretto a sacrificarsi a centrocampo. I numeri sono dalla sua parte: 7 gol in 32 presenze, 2 reti in Coppa Uefa e una in Coppa Italia. Un buon bottino.
Nell’annata successiva però Pavel perde il suo estimatore, visto che Zeman si accasa dall’altra parte del Tevere, quella colorata di giallorosso. Lui vorrebbe anche portarsi dietro il suo pupillo, ma Cragnotti non lo molla. Arriva Sven Goran Eriksson, vecchia volpe svedese che lo lascia un po’ interdetto quando gli parla per la prima volta: “All’inizio restai ferito dalla sua sincerità. Mi disse che non mi conosceva abbastanza bene, che aveva bisogno di tempo per valutarmi”.
L’obiettivo del nuovo mister è quello di provare le tre punte ma con un centrocampo più equilibrato. Nedved non si butta giù e pian piano riconquista il suo posto da titolare. Anzi, scalza uno degli “inamovibili”: Boksic.

A fine stagione (97-98) Pavel chiude con 11 gol: sembra il preludio di una annata vincente, ma rimane deluso. Ha subito un infortunio al ginocchio e non si rimette al meglio. Per il trionfo è ancora presto.
La stampa capitolina non lesina critiche, ma Cragnotti fa ancora una volta la mossa giusta: contratto quinquennale a 4 miliardi e 700 milioni l’anno. Proprio in quei giorni di trattative irrompe l’Atletico Madrid che offre uno stipendio faraonico al giocatore e 35 miliardi alla Lazio: lo vuole Arrigo Sacchi in persona, che si ricorda di quel gol subito nel ’96. Addirittura è il presidente Gil che chiama Pavel per convincerlo. Risposta: “No, grazie”. Da quel momento diventa l’idolo dei tifosi biancocelesti.
Cragnotti dimostra di aver fatto la scelta giusta quando Nedved decide la finale di Coppa delle Coppe contro il Maiorca a nove minuti dalla fine. Le mani sulla coppa, per primo, le mette lui. La Lazio è matura per vincere il titolo. Quell’annata conta su giocatori che oggi sarebbero titolari inamovibili in ogni Nazionale del mondo, soprattutto quella italiana. In porta Marchegiani, difesa affidata a Nesta, Negro e Sinisa Mihajlovic. Sulle fasce giostrano Favalli, Pancaro, Lombardo e Conceicao. Centrocampo stellare con Almeyda, Veron e Simeone. In attacco direttore d’orchestra Mancini a guidare Salas e Boksic. Poi, certo, c’è lui, il biondo bionico, la Furia Ceca.
Il campionato è un duello tra Lazio e Juventus, anche se i bianconeri a otto giornate dalla fine guidano con ben 9 punti di vantaggio. Sembra finita, ma Nedved sa che non bisogna mollare mai. Guida la rimonta portando i biancocelesti a meno due all’ultima giornata. Ci vuole un miracolo, ma la Furia Ceca ci crede.
Chiusura al fotofinish. Mentre la Lazio regola facilmente la già tranquillamente slava Reggina, la Juventus gioca a Perugia, dove è in corso un nubifragio. L’arbitro Collina sospende l’incontro: il campo è più adatto ad un match di pallanuoto che ad uno di football. Vengono praticati dei fori per drenare la pioggia, ma i risultati sono penosi. Tutti pensano ad un rinvio, ma dopo ben 70 minuti la terna arbitrale decide che si può continuare. Inspiegabile. Il pallone non rimbalza quasi mai, s’impantana. Si è ai limiti della regolarità, ma i due capitani si accordano per proseguire.
L’esito è noto. All’inizio del secondo tempo Calori segna in mischia e la Juventus non riesce più a recuperare lo svantaggio nonostante abbia diverse occasioni, soprattutto con Inzaghi.

Per i bianconeri è una beffa atroce: lo scudetto prende la via di Roma, sponda biancoceleste. Il campionato 1999-00, l’ultimo del vecchio millennio, è stato spasmodico come un thriller.

Tra i laziali, il migliore è lui, Pavel Nedved. Continuo, determinante, leader. Eriksson gli ha ritagliato un posto su misura, sulla sinistra del centrocampo a quattro e lì si è scatenata la Furia Ceca con strappi improvvisi, tiri al fulmicotone, ma anche presenza difensiva e pressing asfissiante sui portatori di palla. E’un centrocampista totale tra i migliori della sua generazione. E’anche poliedrico, la dote che piace di più a quasi tutti gli allenatori: “Lo puoi mettere in qualunque zona del campo, ti darà sempre qualcosa in cambio”.
Nedved è uno che in allenamento non si risparmia mai e trascina gli altri. E’lui stesso a rivelare il suo segreto: “Vengo da un paese di decatleti, e siamo bravi in quella specialità massacrante perché da noi c’è gente che sa soffrire. Il mio popolo la sofferenza ce l’ha nel DNA”.

Nella stagione successiva lo scudetto rimane a Roma, ma stavolta plana sulla sponda giallorossa. Per la Lazio è una buona annata, ma per Nedved non basta. Lui, adesso, vuole volare molto più in alto.
Dall’Inghilterra si fanno sotto l’Arsenal e soprattutto il Manchester United. Pavel non fa mistero di preferire i Red Devils: “Sarebbe un onore giocare per il Manchester, voglio vincere la Champions’ League e per farlo avrei bisogno di una squadra come quella”. Però ci sono anche le sirene spagnole, come al solito provenienti da Real Madrid e Barcellona. I tifosi della Lazio sono in subbuglio perché sentono che il loro giocatore simbolo sta per lasciarli. Cragnotti vorrebbe trattenerlo, ma è difficilissimo.
Ad aprile il suo procuratore, Mino Raiola (già, il “solito” Mino Raiola”) si mette a trattare con la Juventus, che cerca il sostituto di Zidane passato al Real. Per i bianconeri sarebbe il rinforzo ideale a centrocampo, ma la concorrenza è agguerrita. Il patron Cragnotti sa benissimo come vanno queste cose, ma cerca di fare uno sforzo per accontentare il suo fuoriclasse offrendogli un contratto da sei miliardi e mezzo a stagione. In realtà sarebbero 500 milioni in meno rispetto al contratto precedente perché il club comincia a navigare in acque poco tranquille. E’comunque un esborso notevole e Nedved ha un debito di riconoscenza con la Lazio. Il 15 giugno 2001 firma il nuovo contratto. A sorpresa, uno dei pezzi pregiati del calciomercato decide di decurtarsi lo stipendio e di rimanere a casa.

Non è finita, però, visto che il 4 luglio un aereo privato preleva Nedved a Praga e lo recapita direttamente a Torino, dove firma con la Juventus. Cosa è successo?
E’successo che la Lazio aveva già un accordo con la Juve per la cessione del giocatore a 75 miliardi, con tanto di carte già firmate. Successivamente Cragnotti si è tirato indietro ed ha offerto il rinnovo al giocatore, che ha accettato. I bianconeri, tuttavia, non si sono arresi e hanno trattato ancora con il patron, offrendogli il tesoretto che voleva: parallelamente, hanno contattato di nuovo Nedved, che stavolta ha deciso di accettare. Una di quelle storie complicate da calciomercato italiano anni ’90-2000. Ma tant’è: Nedved se ne va da Roma da mezzo traditore.
Lui stesso cerca di difendersi, ma non se la cava bene: “Ho deciso di andare via, non sentivo più la fiducia della società. Mi chiedo come mai, dopo il mio rinnovo, non sia stato stracciato l’accordo tra la Lazio e la Juventus per la mia cessione. Insomma, mi sono accorto di non essere più così importante ed ho pensato allora di andare alla Juventus, una grande squadra che mi voleva tantissimo. Forse Cragnotti è rimasto deluso perché di tutto questo non ho parlato prima con lui, ma ieri mattina mi sono svegliato e mi sentivo di voler andare a vedere Torino, di verificare alcune cose, e così ho fatto”. In realtà il club degli Agnelli gli offre dieci miliardi a stagione e la possibilità di competere per la vittoria in Coppa dei Campioni.

Alla Juventus trova Marcello Lippi, quello che più di tutto lo ha voluto. E’un cavallo di ritorno, alcuni dicono una “minestra riscaldata”: ma il mister di Viareggio sa come si vince e nei due anni di Ancelotti i bianconeri sono rimasti all’asciutto. Due stagioni senza vittorie (cui si aggiunge quella del ’98-99) per la triade e per la famiglia Agnelli sono veramente troppe. La squadra viene rifatta da capo a piedi spendendo 300 miliardi ma incassandone al contempo ben 278: merito delle cessioni illustri di Zidane (al Real Madrid per 150 miliardi) e Inzaghi (al Milan per 80).
La fisionomia della Juventus cambia in modo sostanziale. In porta, al posto del vituperato Van der Sar, arriva il portierone della Nazionale italiana, Gigi Buffon, dal Parma. In difesa, sempre dal club ducale, ecco Lilian Thuram. A centrocampo le chiavi vengono date a Pavel. In attacco confermati Del Piero e Trezeguet. Poi, vabbè, ci sarebbe anche l’acquisto di Cristian Zenoni per 40 miliardi (!) dal Milan, ma ogni tanto anche Lucky Luciano sbaglia.
La squadra è competitiva sin da subito, ma la concorrenza è agguerrita. Sulla carta la battaglia è contro l’Inter e la Roma, le più attrezzate per la vittoria. La Lazio orfana della Furia Ceca stenta a carburare.
Si arriva al marzo 2002 con le prime tre in un punto: merito di Pavel, che decide un match difficilissimo contro il Verona mantenendo in scia i bianconeri, poi replica siglando la rete decisiva sul campo del Piacenza. Nell’ultima partita, a Udine, è tra i migliori e contribuisce a regalare uno storico e beffardo scudetto alla Juve, che approfitta dello scivolone targato “5 maggio”.
La stagione successiva è ancora bagnata dalla vittoria in campionato, stavolta agevole, con il bottino di nove reti e una media voto da capogiro. Ma è in Champions’ League a firmare i capolavori. Nella semifinale di ritorno al Delle Alpi mette a segno un gol decisivo che distrugge il morale del Real Madrid, consentendo ai bianconeri di approdare a una finale tutta italiana nel catino dell’Old Trafford contro il Milan. Purtroppo, però, la Furia Ceca in quella sera magica rimedia una ammonizione incredibilmente ingenua ed al contempo immeritata: essendo diffidato, è costretto a saltare la partita più importante della sua vita.
Proprio a Manchester, all’epilogo della competizione, il Milan di Carletto Ancelotti porta i bianconeri ai rigori, decisi ai calci di rigore. Per Pavel è una delusione cocente, amplificata dalla sofferenza che patisce in tribuna. Per uno come lui non scendere in campo in un match così decisivo è una lacerazione interna che non cancellerà mai. Probabilmente quella Juve, leggermente superiore al Milan, con lui in campo avrebbe potuto vincere la coppa dalle grandi orecchie e regalare a mister Lippi il bis. Ciò non è successo e questo, come detto, rimane una macchia nel passato del campionissimo ceco.

Nelle due stagioni successive, con Capello in panchina, la Furia Ceca trascina la sua squadra ad altri due scudetti, meritati sul campo ma tolti dalla giustizia sportiva nella incredibile estate del 2006. L’onda di Calciopoli travolge tutti in casa della Vecchia Signora, annega la vecchia dirigenza e spinge tanti campioni (Cannavaro, capitano della Nazionale campione del mondo, in primis) ad abbandonare la nave che affonda. E’l’estate di Zlatan Ibrahimovic che comincia la preparazione allenandosi con le scarpette slacciate in attesa che si concretizzi il passaggio all’Inter.
Molti vogliono andarsene, ma molti decidono di restare. E’il caso di Buffon, Camoranesi e Trezeguet, come naturalmente quello di Alex Del Piero. Rimane anche lui, la Furia Ceca, che ha un debito di riconoscenza verso la Juventus. Si fa tutto il campionato 2006-07 in Serie B senza fiatare, come un anonimo calcatore (non calciatore) di campi della cadetteria su campetti di patate e con avversari talvolta improbabili. Lui ci mette la stessa grinta e la stessa dedizione di sempre, come se giocasse ancora contro il Real o il Milan o il Barcellona. E’sempre lui, la Furia Ceca.

La Juve torna dritta in Serie A e Nedved è ancora un punto di riferimento. Il 9 dicembre del 2007 festeggia la sua partita numero trecento segnando all’Atalanta. Chiude nel 2009, a maggio, ma sa che la sua carriera alla Juve è solo all’inizio.
Entra in società come consigliere d’amministrazione perché la famiglia Agnelli non vuole privarsi di lui neppure come dirigente. Il 23 ottobre del 2015 viene promosso a vicepresidente. Nedved oggi è uno dei tre che decidono nella sede della Juventus. Un plenipotenziario saldamente inserito nel tessuto bianconero della Vecchia Signora. Il suo obiettivo è uno solo, anche se lui non lo ammetterà mai: quello di far vincere la Champions al suo club. Quella maledetta Champions sfuggita a causa di quella maledetta ammonizione contro il Real Madrid, in un giorno del 2003 che lui e i tifosi bianconeri vogliono ricordare sempre e nel contempo dimenticare presto.

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