William Beckford (1760-1844) nacque in una famiglia ricchissima e molto influente. Il padre, due volte sindaco di Londra, era uno dei latifondisti più agiati della Gran Bretagna, con possedimenti anche in Giamaica.
La fortuna del giovane William fu quindi quella di potersi dedicare alle sue attività artistiche senza dover preoccuparsi di null’altro.
Beckford, non apertamente omosessuale pur intrattenendo una relazione fissa con William Courtenay, altro nobile inglese, nel 1783 accettò un matrimonio di comodo con Margaret Gordon, figlia del quarto conte di Aboyne.
Autore del romanzo gotico Vathek, collezionista di vasi e porcellane cinesi, architetto estroso, commerciante di quadri italiani, fu un fine esteta, un decadente ante litteram, ma soprattutto un grande osservatore ed ammiratore della nostra nazione. Nel 1782, quando visitò l’Italia, aveva solo ventidue anni, e questo traspare chiaramente nel tono idealizzato, delicato, leggiadro e raffinato di tutta la narrazione. A differenza di Tobias Smollett, si occupa pochissimo di descrivere la società civile, le problematiche delle strade, delle città, delle regioni in cui soggiorna: in breve, non si sofferma quasi mai sulle questioni pratiche.
Al contrario, si lascia trasportare dalla magia della nazione più invidiata del mondo, quella che aveva sognato sin da bambino di ammirare. L’estasi decadente, rococò e quasi surreale vela tutta il suo resoconto, che diviene un vero e proprio canto all’Italia. La magia della nostra penisola penetra nei suoi occhi di bardo nordico e lo rende simile ai poeti della nostra nazione.
Infatuato della lirica, dell’arte, della società italiana, egli è soprattutto un attento osservatore dei paesaggi dove sorgono le antiche rovine della civiltà che ammira e che non critica quasi mai. La delicatezza, la raffinatezza, il rispetto con cui parla sempre dell’Italia fanno di William Beckford il cantore più autentico dello spirito che mosse i nobili inglesi ad effettuare il Grand Tour.