Fabio Capello

Fabio Capello

Fabio Capello viene notato per la prima volta da Gipo Viani, allenatore del Milan ambizioso degli anni Sessanta. Vuole costruire uno squadrone e ha grande fiuto per i giovani calciatori.
Lui, di Treviso, predilige quelli dal carattere freddo e glaciale. Caratteristiche che ritrova in quel ragazzini di sedici anni originario di Pieris, che allora si trovava in provincia di Gorizia.
Viani si reca personalmente in quel paesino perché gli è stato segnalato un giovanotto niente male. Capello gioca a pallone dalla mattina alla sera, a scuola ci va poco. In casa vige ancora l’inflessibile gerarchia patriarcale: comanda papà Guerrino, maestro delle elementari.
L’allenatore del Milan si siede al tavolo della famiglia Capello di fronte ad un bicchiere di vino rosso e gli propone di mandare suo figlio a Milano sponda rossonera: diventerà grande, promette. Guerrino allarga le braccia e con quell’espressione da mitteleuropeo di provincia a metà tra il dispiaciuto e il rabbuiato si mette a scuotere la testa: “Mi spiace, ho già dato la mia parola alla Spal, al presidente Paolo Mazza”. Viani insiste (è pur sempre colui che ha costruito il primo grande Milan europeo), le prova tutte: “Insomma, faccia qualcosa, dica a Mazza che quel giorno era confuso, che non era in sé. Inventi una scusa, dica che aveva bevuto”. Guerrino dice ancora no e stavolta non ammette altre discussioni: “Ho dato la mia parola. La mia parola”.

Quelli di Pieris sono chiamati in dialetto friulano “bisiachi” perché sono strizzati in mezzo fra due fiumi, l’Isonzo e il Tagliamento. Sono luoghi dove ancora nel 1946 si respira l’aria della guerra: non la Seconda, ma la Prima, infinitamente più crudele per la popolazione di quelle parti. E’gente abituata a sopravvivere, a stare in equilibrio tra questi due fonti d’acqua, tra la cultura contadina e l’aria mitteleuropea di Trieste, snodo commerciale fondamentale per l’Europa dell’Est. E’una terra di tradizione italica, slava e tedesca. Le persone che vi abitano sono un misto di queste tre tradizioni.
Fabio Capello cresce lì, talento naturale. Nel Pieris ci ha giocato pure il papà, Guerrini, il testardo maestro che ha rifiutato il Milan. Il giovane Fabio ha solo 16 anni quando viene notato da Paolo Mazza, eccezionale fiutatore di talenti, ma caduto in disgrazia dopo la tragica spedizione azzurra al Mondiale ’62 (quello cileno), dove ha ricoperto il ruolo di ct insieme a Ferrari.
Capello va alla Spal per due milioni di lire, si fa un anno di gavetta nella Primavera di GB Fabbri e poi arriva in Serie A nel ’63-64. La stagione non è rosea, la Spal finisce in B. Paradossalmente, questo declassamento serve parecchio a Capello. In una serie minore, ancor più dura e crudele della maggiore, lui cresce e diventa la roccia del centrocampo. E’talmente bravo tecnicamente che, a 19 anni, viene promosso a rigorista della squadra. Come compagni ci sono anche Bagnoli e Reja, futuri suoi colleghi. Non è un team irresistibile, ma è concreto e unito. Quel che serve per riprendersi la Serie A.

Nel 1967, dopo un brutto infortunio, decide di concludere l’avventura spallina e di tentare il salto in una metropoli. Va alla Roma, voluto dal mitico Oronzo Pugliese che sta costruendo una bella squadra: arrivano Jair, Pelagalli, Scaratti, Taccola e Cordova. Il “mago di Turi” parte forte in campionato, ma presto ridimensiona i suoi sogni di gloria chiudendo undicesimo.
Capello è ancora alle prese con i problemi fisici e fa solo 11 partite.
Nell’estate successiva alla Roma arriva Helenio Herrera, il “Mago”, che punta tutto sul giovane Fabio facendone il perno del centrocampo. La prima stagione è difficile, i giallorossi finiscono ottavi: unica soddisfazione la vittoria in Coppa Italia grazie a un doppietta proprio di Capello.
Nella capitale il “Mago” non riesce a mantenere le altissime aspettative. In più cambiano i vertici: la presidenza della società passa da Evangelisti a Ranucci e poi ad Alvaro Marchini. Il quale a parole ha grandi progetti, ma poi decide di vendere i pezzi pregiati facendo cassa: anche Capello è tra i gioielli destinati ad andarsene, nonostante l’opposizione ferma di Herrera.

Infatti, a 24 anni, eccolo approdare alla Juventus di Armando Picchi, del nuovo general manager Italo Allodi e del presidente Agnelli. La rosa è stata rimpolpata con giovani di belle speranze: Causio, Bettega, Spinosi. In bianconero diventa il perno del centrocampo, così com’era a Roma. Vince tre scudetti ma perde una finale di Coppa Campion nel 1973 contro l’Ajax di Cruijff.
Anche in Nazionale fa incetta di presenze importanti. In totale saranno 31, condite da 8 reti, la più importante delle quali segnata il 14 novembre del 1973 all’Inghilterra a Wembley grazie alla quale l’Italia batte per la prima volta la Perfida Albione. Sembra il preludio di un Mondiale ’74 da protagonista, ma non è così: “Uno dei ricordi più amari della mia carriera. Speravo di vincerlo, anche per dare una gioia ai nostri emigranti in Germania. Una pessima condizione fisica e il peso del pronostico ci misero fuori causa”.

L’anno successivo la Juventus, guidata dalla panchina da Parola e dal campo proprio da Fabio Capello vince un altro scudetto, stavolta ai danni del Milan che cade nella “fatal Verona”. E’uno sgarbo che i tifosi rossoneri dimenticheranno solo quando Fabio, diventato poi “Don Fabio”, ripagherà facendo incetta di trofei negli anni Novanta.
Nell’estate del ’76 le cose cambiano in modo inaspettato. Boniperti vuole Trapattoni sulla panchina juventina. Il nuovo tecnico ha le idee chiare: no Capello, sì Benatti. Scambio col Milan effettuato.
I problemi fisici si riacutizzano nell’anno in cui i rossoneri conquistano il decimo scudetto, quello della stella. Il meglio, come calciatore, l’ha già dato alla Juventus, e ancora una volta il Trap dimostra di averci visto lungo.

Il Capello allenatore comincia quando conosce Niels Liedholm, che più tardi affermerà con certezza: “Gli dissi che sarebbe diventato un grande allenatore. Mi sbagliavo. E’diventato il migliore”. Nel ’79-80, ultima stagione di Fabio Capello giocatore, il neo-allenatore Giacomini gli fa giocare gli ultimi minuti della carriera all’Olimpico contro la Lazio. A fine partita Rivera, Vitali e Felice Colombo chiesero che Fabio diventasse allenatore delle giovanili rossonere. Accontentati.
La sua scalata comincia dagli Allievi, poi passa dalla Beretti e dalla Primavera. Dall’aprile dell’86 si affianca al maestro Liedholm in prima squadra e un anno dopo ne prende il posto perché il “Barone” racimola solo un punto in 4 partite e viene pesantemente contestato (addirittura un sasso lanciato da un pseudo-tifoso raggiunge la sua panchina”). Per il grande mister è la fine dell’avventura rossonera e un’umiliazione personale. Va da Galliani e con la sua proverbiale signorilità sentenzia: “Per me è troppo. Vi occorre un altro allenatore, e ce l’avete in casa. Capello è pronto”. Ha ragione. Porta il Milan allo spareggio-Uefa con la Samp, lo vince e dopo il Mundialito saluta clamorosamente tutti: “Non allenerò più. Preferisco fare il manager”.

E’uno sliding doors da paura. Berlusconi opta per Arrigo Sacchi ed il calcio entra in un’altra era.
Capello diventa quindi manager della Polisportiva Mediolanum: pallavolo, hockey sul ghiaccio, rugby e baseball. Full immersion di inglese, corso avanzato per dirigenti d’azienda, teoria dell’organizzazione aziendale, programmi di gestione e sviluppo delle risorse umane. Successi ne ottiene con il rugby (scudetto che mancava da Milano da un quarto di secolo), ma non ha dimenticato il calcio, che preferisce commentare alla tv.

Nel 1991, quando Sacchi lascia il Milan per contrasti con Van Basten e soprattutto per vincere il Mondiale con l’Italia, Berlusconi rispolvera Capello. Tantissimi pensano che il presidente sia impazzito perché come allenatore è totalmente raffreddato, gelido, arrugginito. Il calcio è cambiato parecchio in cinque anni, da quel 1986. C’è più tattica e lui probabilmente (pensano tantissimi) non la conosce per nulla. E’solo un manager che ha gestito burocraticamente delle compagni sportive, perdipiù non calcistiche, affermano molti giornali sportivi. Difficile dar loro torto se guardiamo la situazione con gli occhi del 1991.
Eppure lui si presenta alla sua prima conferenza stampa sicuro e pacato come sempre: “Sono orgoglioso di raccogliere l’eredità di Sacchi, l’allenatore più bravo del mondo”.
La diplomazia che ha imparato in questi anni serve, e anche parecchio. Deve gestire un gruppo coeso ma legato al “mago di Fusignano”, con due caratteri ribelli come Boban e Panucci, un genio sregolato come Savicevic, le colonne Baresi e Costacurta, e soprattutto il talento immenso di Van Basten.
Sotto la guida di Capello il Milan diventa ancora più forte di quello di Sacchi. Vince quattro scudetti di cui tre consecutivi, tre supercoppe italiane e soprattutto il suo capolavoro assoluto: la Coppa dei Campioni.
La stagione ’93-94 è stata trionfale. Record di soli 15 gol subiti in 34 partite, la cifra più bassa mai registrata nella Serie A a 18 squadre. Il portiere Sebastiano Rossi stabilisce il record di imbattibilità di 929 minuti senza prendere reti.Con lo scudetto vinto supera il numero di titoli dell’Inter, facendo diventare il Milan la seconda squadra più titolata d’Italia. Tutti prologhi di una Coppa Campioni da protagonisti.
In Europa la strada è in discesa: cadono nella serie Aarau, Copenaghen, Anderlecht, Porto e Werder Brema. In semifinale il Monaco viene demolito per 3-0. La stampa incensa Capello e la sua difesa granitica. Però, dice sempre la stampa italiana, adesso c’è il capolinea. In finale il Milan deve affrontare il Barcellona, chiamato giustamente “Dream Team”.
La squadra catalana è allenata innanzitutto dal miglior giocatore della Storia del Calcio (a parer mio, Maradona a parte): Johann Crujiff. Il quale ha messo su una discreta compagnia di talenti. In difesa la coppia centrale è formata da Nadal (zio del tennista Rafa) e Koeman (giustiziere della Samp in finale di Coppa Campioni del ’91-92). Le chiavi del centrocampo le tiene saldamente Josep “Pep” Guardiola supportato da capitan Bakero e Amòr. In attacco giostrano il miglior giocatore bulgaro della storia, Hristo Stoichkov, e “O Baixinho” Romario. Non proprio malaccio.
Il Milan, che parte già battuto per tutti i bookmakers, deve anche rinunciare a Baresi, Van Basten e Costacurta. Quindi, la coppia centrale e il giocatore migliore.
Capello non si butta giù e carica i suoi come nemmeno Sacchi avrebbe saputo fare. In difesa Maldini fa il centrale insieme a Filippo Galli, gregario di extra-lusso dal talento sopraffino. Le fasce vengono presidiate da Panucci, giovane ribelle savonese ma con una potenza fisica esplosiva, e Tassotti, cuore rossonero. A centrocampo, Albertini regista e metronomo, Desailly frangiflutti. Boban e Donadoni a fare i diavoli a quattro a supporto del duo Massaro-Savicevic.
Il match è a senso unico. Per il Milan. Massaro realizza una doppietta nel primo tempo su assist di Savicevic prima e di Donadoni poi. Al 47°, all’inizio della seconda frazione, il “Genio” montenegrino modella un pallonetto beffardamente demoniaco che sorprende Zubizarreta: 3-0. Tutti a casa? No, l’umiliazione di Crujiff prosegue col quarto gol, stavolta opera di Marcel Desailly, forse il migliore in campo.
E’il trionfo di Fabio Capello, il capolavoro assoluto, certamente la miglior partita mai giocata in Europa da una squadra italiana. Il Barca dei fenomeni viene letteralmente annientato dai rossoneri che mettono a segno un’impresa destinata a rimanere nella Storia del Football per i prossimi duemila anni. La concretezza di una squadra rocciosa e organizzatissima, nella sera mitica di Atene, si è coagulata con il puro spettacolo tecnico-tattico insegnato da Arrigo Sacchi. Per il presidente Berlusconi è l’apice della sua presidenza: è riuscito a unire Sacchi a Capello tirando fuori il meglio da entrambi. Chapeau, cavaliere.

Nell’estate del ’96 il presidente del Real Madrid, Sainz, ha un sogno: portare Fabio Capello, il miglior allenatore del mondo, alla Casa Blanca. Viene da un ennesimo scudetto vinto al Milan, non è facile. Però la stampa madrilena spinge per lui: l’unico in grado di togliere la polvere dai trofei di quella società gloriosa e ora decaduta.
Capello accetta la sfida. Berlusconi sa che non può trattenere uno che ha dato la sua parola.
Il Real, con lui alla guida, vola. Liga vinta al primo tentativo, per tutti diventa Don Fabio. Però il rapporto con Sainz, colui che l’ha voluto così tanto, è pessimo. Il perché lo spiega proprio Capello, senza fronzoli, come sa fare lui: “Ho avuto problemi col presidente. Voleva a tutti i costi che facessi giocare suo figlio, e io non tollero ingerenze nel mio lavoro. Se non ci fossero state queste incomprensioni, sarei rimasto di certo a Madrid, in una città e in una società che amo”.

Dopo la rottura con Real, eccolo di nuovo alla corte di Berlusconi, ma non è più la stessa squadra. Nel campionato ’97-98 il Milan finisce al decimo posto, una debacle umiliante per il tecnico di Pieris, che ammette i suoi errori senza trovare scuse: “Questa stagione mi ha insegnato tante cose. Innanzitutto che nelle squadre bisogna sempre mettere qualcosa di proprio nella formazione. Io certi giocatori me li sono ritrovati”. Dunque, meglio lasciare e prendersi un anno sabbatico, ideale per ricaricare le pile.

Nel suo buen retiro di Marbella ci rimane poco. A bussare alla porta è l’ambiziosissimo presidente della Roma: Franco Sensi. E’reduce dalla sbornia esaltante ma povera di trionfi targata Zeman: vuole concretezza, vuole risultati. I soldi da spendere ce li ha, perché la Serie A di quel periodo vuole concorrenza e le due squadre capitoline la garantiscono appieno. E’il campionato delle Sette Sorelle, il periodo aureo del calcio nostrano. Capello non può mancare.
La squadra ereditata da Zeman ha il suo perno principale in Francesco Totti, la stella nascente del calcio italiano. Sensi lo considera un figlio e chiede a Capello se la sua Roma nascerà a partire da lui. La risposta è affermativa. Però vorrebbe anche un innesto importante a centrocampo e un goleador vero. Cose che non ottiene alla prima stagione, che infatti si conclude al sesto posto.

Niente paura, il trionfo è solo rimandato di un anno. Alla sua seconda annata a Roma il mister decide di imporre le sue richieste. Ed è qui che il presidente Sensi si supera in generosità. Il mercato che apre la stagione 2000-01 è a dir poco sontuoso. La Roma spende esattamente 164 miliardi per i suoi acquisti, contro ai 16 miliardi di entrate (garantite soprattutto da Vagner venduto al Celta Vigo).
Stavolta Don Fabio non ha alibi. Ha avuto, innanzitutto, il suo goleador. E’ il “Re Leone”, Gabriel Batistuta, chiomato attaccante della Fiorentina che ha voglia di vincere. Poi ecco il difensore roccioso e coriaceo che gli serve per puntellare la difesa: Walter Samuel dal Boca Juniors. A centrocampo manca un leader: Capello lo individua in Emerson, proveniente dal Bayer Leverkusen.
Per il resto la squadra è quella dell’anno precedente. Chiavi in mano a Totti, ma la leadership è affidata a Emerson, Batistuta e Samuel. In mezzo al campo il mister vuole uomini di tecnica ma anche e soprattutto di temperamento: Cristiano Zanetti e Damiano Tommasi fanno al caso suo. Sulle fasce due crack: Candela sulla sinistra e Cafù sulla destra. Antonioli è una mezza scommessa, ma non tradirà le aspettative. In attacco c’è abbondanza: Montella, Delvecchio, l’esperto Poggi e il giovanissimo D’Agostino.
Obiettivo unico: scudetto.

La stagione comincia bene: 2-0 al Bologna, gol di Totti e autorete di Castellini. Poi altre due vittorie prima della sconfitta inattesa contro l’Inter del neo-allenatore Tardelli. Subito critiche. Luigi Ferrajolo, vicedirettore del Corriere dello Sport: “Bocciata anche la Roma, il campionato sembra smarrirsi. Gli manca tanto una protagonista, magari anche piccola piccola. La Roma ambiva a questo ruolo, dopo tante spese e tante promesse da marinaio”. Don Fabio ormai ha capito che l’ambiente romano è bollente. Non per nulla in cent’anni ha vinto solo due scudetti. L’ultimo, quasi vent’anni prima, proprio con Niels Liedholm in panca, uno a cui Capello somiglia parecchio.
Don Fabio capisce che certa stampa romana può far più male che bene ed isola il gruppo creando un mondo a parte. L’intento è quello di far concentrare i giocatori solo sul campionato. Una sconfitta non deve buttarli giù, così come una vittoria non deve esaltarli.

Grazie a questa mentalità la Roma riprende a volare. Alla fine del girone d’andata si attesta al primo posto a + 6 dalla coppia Juve-Lazio. E’febbraio ed è appena scoppiato lo scandalo dei passaporti. Don Fabio dice senza mezzi termini che chi ha sbagliato deve pagare. Difficile dargli torto, ma purtroppo non andrà così.
La squadra macina punti anche nel ritorno. Alla ventesima, sul difficile campo del Vicenza, i giallorossi passano per 2-0 grazie all’”Aeroplanino” Montella e a Emerson, ottimo viatico per il big match della ventunesima giornata. Si gioca all’Olimpico Roma-Inter: all’andata i nerazzurri avevano vinto. La partita è spigolosa ma spettacolare, una delle migliori di Recoba in maglia interista. La squadra di Tardelli va in vantaggio al 10° con Vieri, ma poi Assuncao e Montella la ribaltano in pochi minuti. Ancora Vieri pareggia il conto e la sfida sembra destinata a finire in parità. Sembra, perché Vincenzo Montella si erge ancora come salvatore della patria e mette a segno all’87° il gol del 3-2. Olimpico in visibilio e Capello che gongola: ha trovato il suo attaccante di riserva che si fa sempre trovare pronto.

Alla giornata numero 24 la Roma assapora per la prima volta lo scudetto. I giallorossi vincono in casa contro il Verona in caduta libera dopo essere andati sotto a causa del gol segnato dal futuro juventino Camoranesi. L’anno prima la Roma sarebbe andata in crisi, non avrebbe avuto la forza di cambiare la partita. Ora, invece, è a tutti gli effetti una creatura di Don Fabio: reagisce con veemenza e cattiveria agonistica trascinata da uno strepitoso Tommasi e da un insaziabile Batistuta, che raggiunge quota 15 nella classifica marcatori.
Nel frattempo la Juventus inciampa in casa contro il Brescia. E’il minuto 86 quando Roberto Baggio s’inventa un gol da cineteca. Lasciamo al meglio attrezzato verbalmente Franco Arturi, vicedirettore della Gazzetta, il racconto della segnatura: “Stop di collo morbidissimo con battuta di dribbling incorporata, portiere evitato, palla depositata in rete. Il tutto quasi al rallentatore, di una bellezza suprema. Quando ci siamo svegliati di colpo da quel sogno, lo scudetto era già quasi piantato a Roma”.
I giallorossi scappano a + 9 sui bianconeri e in effetti tutti pensano ad un campionato chiuso.

Ma questa, non lo dimentichiamo mai, è la mitica Serie A delle Sette Sorelle. Nel turno successivo la Fiorentina dell’ultimo Cecchi Gori attende la Roma. Per i viola è l’ennesima stagione da buttare nonostante tanti campioni in rosa (Rui Costa, Chiesa, Toldo, Di Livio, Torricelli). Vuole rifarsi facendo uno scherzetto al grande ex, Batigol. Ci riesce soprattutto grazie ad una doppietta di Chiesa. Risultato: 3-1 per la Fiorentina. Il tutto mentre la Juve vince di misura a Verona grazie al rigore realizzato da Del Piero. Lo fa con una prestazione non bella, ma di grinta e carattere, come chi siede su quella panchina, cioè Carlo Ancelotti.

La mini-crisi della Roma continua alla 26° con il pareggio sofferto contro il Perugia. La squadra di Gaucci va addirittura avanti 2-1 e solo al 90° l’autorete di Tedesco salva i giallorossi dalla seconda sconfitta consecutiva.
Al contempo la Juve regola l’Inter 3-1, stavolta convincendo sino in fondo.

La sensazione è che i bianconeri ne abbiano di più. Si portano a -4 e hanno intenzione di mettere la freccia al più presto. Capello compie il capolavoro di estraniare ancora di più i suoi dalle critiche che piovono dai media. Il risultato è la meritata vittoria per 3-1 a Udine mentre la Juventus si ferma ancora, stavolta a Parma. Vantaggio di +6 ripristinato.

Il 27 maggio 2001 la Roma riesce a riprendere il Milan strappando un punto importante per mantenere il vantaggio di sicurezza sulla Juventus, che però si è affievolito a 4 punti. Anche i bianconeri hanno il fiato cortissimo e il direttore di Tuttosport Xavier Jacobelli se ne accorge: “I giallorossi protendono già le mani verso lo scudetto”.
Alla penultima di campionato la Roma può festeggiare il suo terzo scudetto. Sembra il giorno giusto: a Napoli i giallorossi riescono a ribaltare la rete di Amoruso grazie a Batisuta e Totti. In quel momento il titolo sarebbe matematicamente certo. Solo che Pecchia, all’81°, fredda tutti gli entusiasmi e regala un pareggio insperato ai partenopei, in piena lotta salvezza. Finisce 2-2, Capello litiga con Montella e sembra che qualcosa possa andare storto.
Italo Cucci, sulle pagine del Corriere dello Sport: “Il dramma della Roma – adesso che è esploso in tutta la sua complessità, perché parte da una clamorosa vittoria mancata e arriva a inquinarsi con le immagini di violenza degli ultras di Fuorigrotta – dà a questo campionato un tocco epico in più”.
Si sfiora lo psico-dramma anche perché la Juve non tradisce e batte il Vicenza per 3-0. Svantaggio dimezzato a 2 punti. La Roma, all’ultima, deve vincere per essere certa di appuntarsi lo scudetto sulla maglia.

Il 17 giugno del 2001 l’Olimpico è preparato per la festa. Arriva il Parma, vittima sacrificale che non ha più nulla da chiedere al campionato. La pratica viene archiviata già nel primo tempo con Totti (che corre ad esultare sotto la Sud) e Montella. Nella seconda frazione triplica Batistuta prima del gol della bandiera targato Di Vaio.
Pochi minuti prima del 90° una folla immensa si riversa sul terreno di gioco. Sembra incredibile, ma qualcuno ha aperto i cancelli e praticamente un terzo dei tifosi giallorossi occupa il campo. Capello è imbestialito, fuori di sé: sa benissimo che, in teoria, quella sarebbe invasione di campo bella e buona. Lui stesso spinge alcuni tifosi, urla, impreca, si incazza. Pochi gli danno a mente e quella bagarre dura parecchi interminabili minuti. Finalmente si riesce a convincere i supporters giallorossi a far terminare la partita, altrimenti invece della festa vivranno un dramma. Il match si trascina alla fine e la Roma porta a casa il 3-1 che vale lo scudetto.

E’il trionfo di Don Fabio, l’allenatore che ricorda Liedholm. A Roma è difficilissimo vincere, pressoché impossibile. La squadra, è vero, conta dei campionissimi. Ma la pressione mediatica è quasi insostenibile. La sua bravura, in quell’anno magico, è stata proprio quella di aver isolato i suoi uomini chiudendoli in una sorta di caserma, dandogli un unico obiettivo: vincere il titolo. Ha messo su uno zoccolo duro di fedelissimi: Emerson, Samuel, Totti. Montella, l’unico che ha provato a contestarne le decisioni, è stato “motivato” dalla squadra a lasciar perdere per non inficiare l’atmosfera dello spogliatoio.
Poi, dobbiamo dirlo perché c’entra parecchio nella carriera di Don Fabio, il merito va diviso equamente con il grande presidente Franco Sensi, figlio di Silvio fondatore della Roma e costruttore del Testaccio. Quando prende il club giallorosso nel ’93 ha l’idea fissa di farla risorgere dalle ceneri. Prima prende Mazzone per risollevarla: la leggenda di Totti nasce da lì. Poi cerca l’avventura esotica con Carlos Bianchi: il quale vuole Litmanen al posto del “Pupone”, e per questo viene silurato. Infine, prima di Capello, si affida a un altro sogno, l’utopia del gioco bello e dannato di Zeman.
Il capolavoro di Sensi-Capello poggia sulle colonne Totti, Emerson, Cafù, Carlos Zago (grandissimo protagonista inaspettato), Antonioli, Batistuta. Senza dimenticare Montella, il ribelle domato, Tommasi, il giapponese Nakata decisivo contro la Juventus.

Il capolavoro indiscusso della carriera di Don Fabio è a Roma. In quella città entra davvero nella Storia. Alla Juve è normale vincere, il nome viene ricordato ma non idolatrato. Nella capitale chi vince lo scudetto viene considerato un sovrano. Assoluto. Come, appunto, è Fabio Capello. Uno che non tollera ingerenze esterne, né della stampa né della TV. A Roma ha dovuto raddoppiare i suoi sforzi per andare contro questi “quinti poteri” e al suo secondo anno ha raccolto i frutti.

L’anno successivo, nonostante l’aggiunta di Antonio Cassano, la Roma scudettata non fa strada in Champions’ League e chiude seconda in campionato (complice la debacle interista). Le cose non migliorano nelle due stagioni successive. Capello capisce che l’aria nella Capitale è diventata irrespirabile e vuole andarsene. Il rapporto con Franco Sensi è sempre intatto, da gentiluomini.

Per questo quando nel maggio del 2004 passa alla Juve il presidente romano ci rimane male, così come tutti i tifosi romanisti.
Nella Torino bianconera trova la triade Moggi-Giraudo-Bettega reduce dalle sconfitte (secondi posti) di Ancelotti e il presidente Agnelli che vuole rivincere lo scudetto a tutti i costi.
Alla Juve rimane due anni in cui coglie due titoli, che però verranno revocati a seguito delle vicende legate a Calciopoli.
Nell’estate del 2006 Capello torna a Madrid, rivince il campionato e poi si accorda con la Nazionale inglese per portarla a vincere il secondo Mondiale. E’una avventura ambiziosa. I britannici sono reduci dall’esclusione dall’Europeo 2008 (immagine simbolo: l’ombrello del ct McClaren mentre la sua squadra perde contro la Croazia).
La compagine inglese è probabilmente la più forte degli ultimi vent’anni. Il centrocampo è semplicemente stellare: Gerrard, Lampard, Joe Cole e Beckham (anche se in fase decadente da Spice Boy). La difesa è imperniata su Terry, mentre in attacco c’è Wayne Rooney. Mica male. Le premesse sono buone.
Il girone di qualificazione è trionfale, si va in Sudafrica con la voglia di centrare il secondo Mondiale. Il gruppo C mette gli Inglesi di fronte a USA, Algeria e Slovenia. Teoricamente arrivare al primo posto sarebbe una formalità. Sarebbe.
I britannici cominciano male pareggiando contro gli Statunitensi (paperona del portiere Green). Proseguono peggio con uno 0-0 umiliante contro gli Algerini. La vittoria arriva all’ultima giornata, di misura sugli Sloveni. Non proprio un buon viatico per gli ottavi di finale.
Essendo arrivati secondo agli Inglesi toccano i Tedeschi, in una riedizione della finale del ’66. Germania in vantaggio 2-0 (Klose e Podolski) dopo 32 minuti di dominio teutonico, poi l’Inghilterra si scuote e arriva il gol di Upson. Al tramonto del primo tempo Lampard segna ma l’arbitro non convalida perché ritiene che il pallone non abbia superato interamente la linea bianca. Il contrappasso storico è servito (vedi finale Mondiali ’66). Nella seconda frazione gli Inglesi cercano il pari ma si espongono ai contropiedi (due) tedeschi conclusi da Thomas Muller. Delusione immensa per il ct Capello, che però deve fare il mea culpa. Se avesse chiuso il girone al primo posto avrebbe trovato il morbido Ghana.

Per l’Europeo del 2012 Capello non è più in piena sintonia con la federazione inglese. Decide di dimettersi perché Terry, coinvolto in un fattaccio a stampo razzista, viene privato della fascia di capitano. In realtà ad attenderlo c’è una nuova sfida: la Nazionale russa. Don Fabio conduce la squadra (tecnicamente poverissima) alla qualificazione ai Mondiali del 2014, conclusi due soli punti, frutto di due pari e una sconfitta.
Nel 2017 la sua ultima avventura. Lo Jiangsu Suning, stessa proprietà dell’Inter, lo assume come allenatore-capo. Al suo fianco Zambrotta e Brocchi assistenti. Dura poco: appena una stagione, conclusa al 12° posto. L’anno successivo dopo tre partite rassegna le dimissioni.

Per Don Fabio la carriera si conclude qui. Riprende a fare il commentatore TV, sempre puntuale, garbato e competente. Non lesina critiche e staffilate (vedi intervista con Conte dopo l’eliminazione dell’Inter dalla Champions’ subito contro lo Shaktar). E’sempre lui, il figlio del maestro Guerrino. Quello che tanti anni prima aveva dato la sua parola. Una parola che niente e nessuno gli avrebbe fatto rimangiare.

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