Bobby Charlton

Bobby Charlton

Sir Bobby Charlton, il 30 luglio del 1966, chiede al fratello Jack: “E adesso, cos’altro può darci il calcio”?
L’Inghilterra si è appena laureata campione del mondo in casa, nel suo stadio di Wembley. Probabilmente nessuno dei quegli inglesi pensava che il calcio avrebbe dato ancora moltissimo.

Bobby Charlton, il più grande giocatore inglese della storia, nasce ad Ashington, in quella che anticamente era conosciuta come Northumbria, la regione più a nord della Britannia inglese, appena sotto al confine scozzese. Il padre, Bob, si guadagna da vivere come minatore. Una famiglia umile e modesta, che però ha la fortuna di esprimere due ragazzi toccati dal Dio del calcio: Bobby e Jack.
A scoprirne i talenti è Joe Armstrong, talent scout che in precedenza aveva segnalato Brian Kidd e Duncan Edwards. Tra i due sceglie Bobby, che rispetto al fratello è più basso e meno dotato fisicamente (Jack infatti cresce subito tantissimo, tanto da guadagnarsi il soprannome di “giraffa”), però tecnicamente ha qualcosa in più. E’il delegato speciale di un manager speciale: Matt Busby, il capo del Manchester United. Da quelle parti i Red Devils sono un’istituzione che va aldilà del calcio. Papà Bob accompagna personalmente il figlio Bobby al provino, che viene naturalmente passato a pieni voti.
Busby sta creando la sua nidiata di campioni che poi passerà alla storia come “Busby Babes”. Nel ’56 Bobby è già titolare e guida la squadra, da attaccante, alla conquista del titolo nazionale. E’l’inizio di una dinastia.

L’Inghilterra sino a quel momento non ha mai iscritto le sue squadre alle coppe europee ed internazionali. La patria del football, fino alla metà degli anni Cinquanta, mostrava ancora un fortissimo snobismo contro “gli altri” che giocano a calcio. Gli Inglesi si considerano ancora i maestri e non ritengono nessuno degno di competere con loro.
A Busby però la platea nazionale va stretta e spinge per far partecipare il suo Manchester alla Coppa Campioni. Ottiene la deroga e porta i Red Devils in semifinale contro il grande Real Madrid di Di Stefano.
Charlton, sotto la gudia del suo maestro, diventa un attaccante completo, forte fisicamente, abile in zona gol e dalla tecnica sopraffina. In teoria, il titolare del ruolo sarebbe Tommy Taylor, ma il giovane Bobby lo scalza quasi subito prendendosi la maglia numero nove.

I Red Devils hanno il grande sogno di vincere la Coppa dei Campioni, e nel 1958 avrebbero anche l’occasione di farlo. Ci si mette di mezzo, come a Superga, un destino aereo maledetto. Il 5 febbraio del ’58 il Manchester United sta tornando da Belgrado, dove ha giocato contro la Stella Rossa. Deve fare scalo a Monaco di Baviera: il bimotore che trasporta i Red Devils si alza per pochi secondi e poi si schianta rovinosamente al suolo. La tragedia porta via ventidue vite, tra cui quelle di otto giocatori: Edwards, Taylor, Colman, Jones, Byrne, Bent, Whelan e Pegg. Matt Busby e Bobby Charlton sono in fin di vita, ma si salvano.

Bisogna ricostruire una società. Busby non si dà per vinto e rende il Manchester ancora più forte. La squadra, stavolta, è costruita attorno a Bobby Charlton. Accanto a lui arrivano lo scozzese Denis Law e il nordirlandese George Best, che si prende la numero sette e ne fa leggenda.
Nel ’63 vince la Coppa d’Inghilterra, due anni dopo si riprende il titolo. Nel 1966 ecco il trionfo che, pare, insuperabile. L’Inghilterra vince il Mondiale in casa dopo una finale piena di polemiche con la Germania Ovest.
E’questione di due anni, poi Charlton solleva anche la tanto agognata Coppa dei Campioni, il 15 maggio del 1968 sconfiggendo il Benfica di Eusebio. La partita è un inno al grandissimo Bobby Charlton: è lui a segnare una doppietta e trascinare alla vittoria i suoi.

Quando si ritira, è ancora in splendida forma. Dirà nel giorno del suo sessantesimo compleanno: “Come giocatore ho ottenuto il massimo. Dovrei essere appagato, invece la passione è ancora intatta. E il fisico è curato: potrei ancora reggere una novantina di minuti in campo”. Il simbolo dell’Inghilterra calcistica oggi ha 84 anni e magari qualche decina di minuti potrebbe ancora giocarla…

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