Carlo Ancelotti

Carlo Ancelotti

Carlo Ancelotti da Reggiolo arriva nel calcio che conta in punta di piedi, come un vero signore ottocentesco, con il garbo e la compostezza di coloro che nascono in una famiglia di contadini ma che dentro hanno un cuore da nobili.
Cresce con un pallone ed un muretto, quello di via Vallicella, che ora non c’è più, perché abbattuto e annientato come quegli angoli del passato ormai inutili nel mondo moderno. Ancelotti cresce tirando il pallone contro quel muretto. Lo dice lo stesso papà, Giuseppe, un uomo temprato dalla fatica silenziosa che impone la campagna ai suoi figli, a coloro che devono coccolarla per farla rendere al meglio: “Carlo ha passato l’infanzia prendendo a pallonate quel muretto. Cresceva forte, ci dava una mano nei campi, ma ogni tanto sentiva il bisogno di immergersi in quella passione. E io lo lasciavo fare. Figurarsi, ero malato di pallone forse più di lui”.
La sua strada è diventare calciatore, lo si capisce fin dai primi passi sul campo del Reggiolo. Sulle spalle ha il numero nove, ma la sua propensione è quella di fare il ragionatore di gioco, lo smistatore, il regista. E’lui stesso a consigliare al mister di arretrarlo davanti alla difesa.
Nelle giovanili lo segue la Reggiana, che decide di provarlo. Test non passato, dicono gli osservatori. Così si fa avanti il Parma, che invece decide di tesserarlo. La squadra ducale ha buone ambizioni: innanzitutto salire dalla serie C alla B. Dalla stagione ’78-79 Ancelotti diventa un perno fondamentale della squadra allenata da Cesare Maldini. Schierato dietro le punte, manda in gol gli attaccanti Bonci e Scarpa. Il secondo posto conquistato nel girone A della C1 porta il Parma allo spareggio contro la Triestina. In quella partita è proprio lui l’eroe della promozione: doppietta e titolo di migliore in campo. Per il Parma è serie B, per Ancelotti è la consacrazione. Sugli spalti, infatti, a tenerlo d’occhio c’è lo stato generale della Roma al completo: il presidente Viola, l’allenatore Liedholm, il ds Moggi.
I giallorossi devono duellare con l’Inter per accaparrarsi il gioiellino, e alla fine la spuntano grazie alla “capacità manageriale” di Lucky Luciano. E’proprio lui ad impuntarsi a prenderlo, perché ci intravvede un centrocampista-tuttocampista utile alla causa di una squadra ambiziosa. Poco importa che non abbia fatto tutta la trafila passando dalla serie B.

La Roma in cui sbarca Carletto è un capolavoro in divenire. Il Barone Liedholm ha carta bianca in panca e le sue idee innovative spesso vengono poco digerite dalla perfida stampa capitolina. La difesa è imperniata su Di Bartolomei, il capitano, su Nela e su Pietro Wierchowod: granitica ma senza grandi fenomeni. I quali invece abbondano in mezzo al campo, il reparto preferito dal mago svedese. Sì, perché a Carletto si aggiungono il fuoriclasse brasiliano Falcao e Herbert Prohaska. Ala destra, un certo Bruno Conti. In attacco, si fa riferimento al “Rey di Crocefieschi”, Roberto Pruzzo.
E’uno squadrone che centra il secondo scudetto della storia del club e che vale ad Ancelotti la consacrazione come uno dei centrocampisti italiani più forti.

Non tutto, però, procede per il verso giusto. L’anno successivo, nella partita contro la Juve, Ancelotti si scontra con Cabrini: è un contrasto duro ma pulito, tipico del calcio anni Ottanta. Il ginocchio sinistro di Carletto però salta e lui è costretto ad un anno di inattività. Nel frattempo la Roma conclude la cavalcata in Coppa Campioni perdendo ai rigori contro il Liverpool: con lui in campo forse la “Maggica” avrebbe una coppa dalle grandi orecchie nel proprio palmares internazionale piuttosto scarno.
L’idillio tra Viola e Liedholm finisce. In panca siede Eriksson, svedese pure lui, che stravede per la stella nascente del calcio romano, Giuseppe Giannini. Naturale che il primo a saltare sia lui, Carletto, che pure è rientrato alla grandissima dall’infortunio.
Il presidente Viola commette uno dei pochissimi errori di valutazione della sua vita ritenendolo ormai spremuto al massimo e lo vende al Milan del neo-presidente Berlusconi e del santone Arrigo Sacchi.

La sfortuna continua ad attanagliarlo in Nazionale. Nell’88, dopo un Europeo da protagonista agli ordini di Vicini, subisce un’operazione al ginocchio destro che gli costringe a saltare le Olimpiadi di Seul, dove la compagine under-21 rimedia una figura di palta di proporzioni abnormi contro lo Zaire.
Le soddisfazioni arrivano con il Milan, dove da titolare inamovibile vince due campionati, una supercoppa italiana, due Coppe Campioni, una coppa Intercontinentale, una supercoppa europea. I rossoneri hanno nei tre tulipani i fuoriclasse del calcio totale sacchiano, ma alla regia c’è lui, Ancelotti.

Dopo i trionfi di Sacchi sulla panchina rossonera arriva Fabio Capello, che gli preferisce il più giovane Albertini. Ancelotti capisce che il meglio è alle spalle e 17 maggio del ’92 disputa la sua ultima partita. Contro il Verona si commiata da San Siro siglando una fantastica doppietta che manda in visibilio la Fossa dei Leoni.
Sacchi, che lo considera il suo prediletto, lo chiama nella sua Nazionale come assistente. Ancelotti studia il suo maestro e tiene i collegamenti tra mister Arrigo, uomo geniale ma pieno di spigoli, e la squadra. E’un compito prezioso, che lui, da uomo equilibrato e intelligente qual è, svolge alla perfezione. Il meglio lo dà nell’esperienza bellissima ma sfortunata di USA ’94, quando Baggio calcia il rigore sopra la traversa di Pasadena dando al Brasile il risarcimento per la morte di Ayrton Senna.

La prima esperienza è alla Reggiana, proprio dove l’avevano scartato tanti anni prima. Parte in salita, ma poi si riprende e centra la promozione in serie A. Lo nota il Parma dell’ambiziosissimo Callisto Tanzi, proprietario del gioiellino Parmalat. L’accordo si chiude in poche ore.
A Parma, inaspettatamente, non la prendono bene. Non prendono bene il fatto che Carletto venga da Reggio Emilia, storica rivale. In più i ducali hanno imparato presto a farsi il palato fino e puntano decisi allo scudetto che nemmeno il mago Scala è riuscito a raggiungere. In effetti la proprietà vuole quell’obiettivo e Ancelotti non si nasconde.
A metà stagione ’96-97 è già vita dura: si parla di silurare il novizio per prendere qualche vecchio santone tipo Boskov o Eriksson. Carletto resiste e nel girone di ritorno la squadra ingrana la quinta. Alla fine del campionato è secondo posto: raggiunta la storica partecipazione alla Champions’ League.

A Parma, però, ci si complica le cose. Tanzi ha tra le mani Roberto Baggio, genio incompiuto e scaricato dal Milan. Il proprietario della Parmalat va a dare la notizia a Carletto, il quale però aggrotta il sopracciglio più del solito e risponde: “Per correttezza con chi è qui da tempo, per me Baggio parte alla pari con Chiesa e Crespo”. Il Divin Codino con ineffabilità buddistica firma con il Bologna: meglio idolo nella provincia che non vince nulla piuttosto che non apprezzato in una squadra da scudetto.
Per il Parma è una stagione deludente. Sesto in campionato, malissimo in Champions’ League, curva in rivolta. I tifosi ducali si sono innamorati di Alberto Malesani, non voglion più vedere Ancelotti.

Che però non rimane disoccupato per molto. Suona il telefono. E’il Fenerbahce, club turco pronto a riempirlo di soldi e ad allestirgli una signora squadra. Ancelotti ringrazia ma rifiuta: ha già in mano l’accordo con la Juve. La carriera bianconera di Marcello Lippi è arrivata al capolinea e i dirigenti, Moggi, in testa, pensano a Carletto.
Con la Vecchia Signora è un rapporto difficile. I tifosi non lo amano. Vengono da un Lippi che è stato artefice della vittoria in Champions e di scudetti a ripetizione. Non amano la sua scontrosità, che in quel periodo torinese è davvero diventata tale. Il rapporto con Del Piero non è dei migliori. Infine in due campionati la Juventus perde lo scudetto all’ultima giornata.
Succede nel ’99-00, quando il fango di Perugia smonta le ambizioni di una squadra costruita per vincere tutto. Succede ancora l’anno dopo e stavolta gode un’altra compagine romana, la Roma.
Ancelotti paga aver puntato su Van der Sar, che sbaglia tante partite, tra cui quella decisiva contro i giallorossi.

Per Carletto si chiude la porta juventina e si apre quella milanista.
E’il ritorno di un grande amore e si vede subito. Prende Pirlo, dall’Inter, come rifinitore e lo fa diventare il regista migliore del nuovo millennio (insieme a Xavi e Iniesta). Vince due Champions’ League, dimostrandosi allenatore da competizione secca. La prima, nel 2002-03, a spese della Juventus, che in finale a Manchester deve rinunciare a Nedved squalificato. L’ultimo rigore lo calcia e lo segna Andriy Schevchenko, micidiale bomber ucraino. La sua squadra è imperniata sui “senatori” Maldini e Costacurta, ma al suo fianco c’è Tassotti, presenza silenziosamente importantissima.
La seconda Champions’ è figlia della delusione cocente della serata di Istanbul. Il Milan arriva in finale coi favori del pronostico dopo aver stracciato il Manchester United, l’Inter (un derby storico, in cui la partita di ritorno ha segnato la sconfitta a tavolino dei nerazzurri a causa di un petardo che aveva colpito il portiere rossonero Dida) e il PSV. La squadra è all’apice della sua potenza calcistica. Sulle fasce Maldini e Cafù, al centro della difesa Nesta e Stam davanti a Dida, dimostratosi dopo mille critiche iniziali un grandissimo estremo difensore. Centrocampo galattico con Pirlo diretto d’orchestra, Seedorf e Kakà splendidi numeri dieci e Gennarino Gattuso a far legna. In attacco la coppia Crespo-Schevchenko.
Di fronte c’è il Liverpool migliore degli ultimi vent’anni. In attacco Kewell e Baros, centrocampo con il capitano Gerrard (uno dei migliori tuttocampisti degli anni 2000) e Xabi Alonso, difesa imperniata su Carragher. E, soprattutto, in porta un polacco su cui non scommetteresti una lira bucata: tale Jerzy Dudek.
Il Milan spacca subito il match: punizione di Pirlo, Maldini insacca nell’angolino con Dudek attonito. Al 15° raddoppio di Sheva, ma il guardalinee alza erroneamente la bandierina. Liverpool in balia dei rossoneri: un superlativo Kakà dà il via all’azione del 2-0 conclusa da Crespo. A fine primo tempo, al 44°, ecco il terzo sigillo: ancora Kakà inventa un pallone filtrante che il solito Crespo infila per una doppietta fulminante.
Sembra fatta, dicono i rossoneri all’intervallo. Sembra. Benitez striglia i suoi e nel secondo tempo è un altro Liverpool. Mentre i tifosi Reds fanno risuonare “You’ll Never Walk Alone” Gerrard batte Dida di testa. 3-1.
Al 56° ecco il 3-2, firmato Smicer con un gran tiro da fuori che sorprende il portiere brasiliano.
Adesso il Milan ha le gambe gelate e si vede. Passano quattro minuti e Xabi Alonso usufruisce di un calcio di rigore. Dida stavolta è superlativo e respinge, ma Xabi Alonso rimedia ribattendo in rete. 3-3.
L’epilogo è scritto negli annali. Ai supplementari Schevchenko spara un missile terra-aria nell’area piccola che Dudek, non si sa con quale legge della fisica, intuisce e respinge. Si va ai rigori e il portiere polacco si esibisce nella danza di Grobelaar, il sudafricano che stregò la Roma nella finale di Coppa Campioni dell’83. Dal dischetto spadellano i big: Scheva, Pirlo e Serginho.
La Champions’ League del 2003 va all’incredibile Liverpool. “You’ll Never Walk Alone” si tramuta in un inno tragico per i tifosi rossoneri.

Da questa debacle nasce la vittoria del 2007. Nel frattempo Carletto ha vinto un campionato, ma la sua testa è sempre sulla coppa dalle grandi orecchie.
La centra per la seconda volta grazie alla vittoria strepitosa contro il Manchester United per 3-0 con un sontuoso Kakà in semifinale e poi con altro perentorio 3-0 ad Atene il 23 maggio del 2007 (doppietta di Pippo Inzaghi).
E’la sua vittoria, la vittoria dell’uomo rimasto umile, silenzioso, leader che trasmette tranquillità ad un gruppo di campioni.

Il resto della sua carriera è ancora costellato di straordinarie imprese che lo rendono uno degli allenatori più vincenti e stimati della storia recente.
Vince un campionato al Chelsea, uno al Paris Saint Germain, la Decima Champions’ League del Real Madrid, un campionato al Bayern Monaco.
Dopo le parentesi non fortunate al Napoli ed all’Everton, nel giugno del 2021 fa ritorno alla Casa Blanca.

Per Carletto da Reggiolo, partito da quel paesino di provincia a tirare calci al pallone contro un muretto ormai abbattuto, il futuro è ancora pieno di trionfi.

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