Ritratto di Giulio Romano
Si trattava di un’eredità simbolica ma anche materiale, in quanto l’allievo migliore avrebbe ereditato i lavori affidati al maestro che ancora dovevano essere terminati. A spuntarla fu un giovane, poco più che ventenne, artista romano, Giulio Pippi, nato nel 1499, che aveva già affrescato la Farnesina e le Stanze Vaticane insieme all’equipe di Raffaello Sanzio. Dunque, era affermatissimo: la sua mano è diversa dagli altri, in primis l’altro enfant prodige, Giovanfrancesco Penni, che perderà per strada molto presto il suo talento.
Giulio Pippi, artista formidabile ma anche molto estroso e bizzoso, decise subito di cambiarsi nome chiamandosi “Romano” in ossequio alla capitale, dov’era nato a ridosso del Foto tra via Macel dé Corvi e via Loreto.
Nel 1515 aveva già partecipato all’esecuzione degli arazzi destinati alla Cappella Sistina: riconoscibile il suo tocco in particolare nell’Incendio di Borgo, nello Spasmo di Sicilia e nella Sacra Famiglia eseguita per Francesco I. Tra le prime sue opere personali la storiografia artistica assegna gli affreschi di sette riquadri delle Logge Vaticane dove egli lavorò insieme a Perin del Vaga e Giovanni da Udine.
Giulio Romano, però, non ammirava molto il maestro. Certamente apprezzava la ricerca della raffinatezza classica, ma vi aggiungeva un tocco personalissimo che spesso faceva intravvedere ombre di barocco. Si può dire assolutamente che egli fu il primo degli artisti manieristi, cioè coloro che cercarono di staccarsi dalla perfezione dei grandi maestri rinascimentali poiché questi avevano già raggiunto la perfezione, quindi era inutile imitarli. Giulio Romano si distacca da questa idea perché lui non riteneva che la perfezione fosse quella di Raffaello, ma la sua: il suo stile, nato dal classicismo fiorentino e romano, tenta di rinnovare i vecchi canoni. Vi aggiunge delle caratteristiche peculiari del Manierismo: l’accentuazione dei colori, i contorni più netti, la ricerca del grottesco e della drammaticità, la voglia di dipingere scene classiche in chiave crepuscolare (notevolissimi i suoi paesaggi della campagna romana con i resti delle architetture antiche attaccate dalla vegetazione selvaggia).
Il successo di Giulio Romano è subito notevole. Il completamento degli affreschi della Sala di Costantino in Vaticano, commissionati a Raffaello nel 1508, fu la sua prima grande opera in cui poteva esprimere il suo stile. Il possesso dei disegni originali dello schema decorativo gli assicurò l’incarico alle spese di Sebastiano del Piombo, che infatti lo odiò per sempre. Questi dipinti, terminati nel 1524, mostrano una forza e un carattere diversi da quelli delle altre stanze. In seguito dipinse quattro tavole d’altare – la Lapidazione di Santo Stefano, la Sacra Famiglia, la Madonna della Gatta, la Sacra Famiglia commissionata dai Fugger – che lo portarono agli allori dell’Italia cinquecentesca.
Prestissimo, sicuramente intorno al 1522, comincia ad interessarsi anche di architettura. Gli stessi schemi classici rivisitati in chiave manierista li traspone nelle sue opere architettoniche, quali emergono nei due edifici romani di Villa Lante (sul Gianicolo) e Palazzo Maccarani (a S. Eustachio). Purtroppo dei restauri avvenuti intorno al 1808 ad opera di Valadier hanno snaturato la Villa: invece l’altra opera di mantiene perfettamente intatta come da lui realizzata.
Ci sono elementi classici, come detto, ma anche elementi nuovi come le lunghissime ed esili lesene dei cortili. Certamente nuovissimi sono i suoi timpani e i suoi capitelli, nettamente diversi da quelli della tradizione classica romana.
L’idillio nell’Urbe si interrompe nel 1524, quando il papa Clemente VII seppe di una faccenda delicata riguardante Giulio Romano. Egli, infatti, aveva realizzato dei disegni erotici con argomento i versi di Pietro Aretino: se non conoscete questo poeta, vi consiglio di leggerlo perché è veramente unico. Dunque, essendo il pontefice particolarmente attento a questi disguidi, decise di cacciare Giulio Romano, il quale da parte sua non vedeva l’ora di andarsene da Roma perché si era fatto troppi nemici tra i colleghi artisti.
Fu estremamente fortunato e lungimirante, perché tre anni dopo arrivarono i lanzichenecchi.
Si stabilì a Mantova, dove era stato voluto fortemente dal mecenate Federigo Gonzaga, consigliatogli da Baldassarre Castiglione. Trasferito tutto il suo patrimonio di oggetti antichi e schizzi, Giulio ricominciò la carriera in una città che all’epoca era in netta decadenza artistica dopo i fasti di Mantegna. Il suo mecenate, d’altronde, era un uomo molto intelligente ma anche molto irascibile e petulante.
Il primo lavoro che gli venne commissionato furono le stalle sull’isolotto del Te, nella paludosa campagna mantovana. Ci si aspetterebbe un contraccolpo per l’artista, abituato alla “metropoli” romana, ora alle prese con una realtà assolutamente campagnola. E invece Giulio trovò a meraviglia in quell’ambiente meno chic e decisamente adatto al suo stile teatrale-crepuscolare. Da quelle stalle nacque il Palazzo del Tè, la più bella dimora patrizia del Cinquecento mondiale.
Nell’arco di dieci anni, con tutte le difficoltà di un clima malarico che fiaccava i suoi lavoranti e infracidiva la malta e gli stucchi, Giulio Romano modificò profondamente il volto di tutta la città di Mantova. Sorsero la Villa di Marmirolo, la Palazzina della Paleologa, l’Appartamento di Troia ed il Gabinetto dei Cesari nel castello dei Gonzaga. Vennero ammodernati i macelli, le opere di irrigazione, le stalle dei celebri cavalli mantovani (che erano la passione ma anche il guadagno della famiglia Gonzaga, visto che venivano venduti a peso d’oro alle corti di tutta Europa).
Mantova divenne in brevissimo tempo una delle capitali della cultura italiana grazie a lui e al suo sodalizio con Federigo Gonzaga, che non lesinò mai denaro per assecondare i suoi grandiosi progetti. Quando, nel 1541, il Vasari lo andò a trovare alla corte mantovana conobbe un uomo ricchissimo e felice perché quella era la sua dimensione, lì era davvero il “sovrano” della pittura italiana.
Il Palazzo del Tè rimane il suo capolavoro, naturalmente, con le sue scene ricavate dai miti pagani: i membri della famiglia Gonzaga volevano assurgere ad eroi greci e romani e Giulio li assecondò rendendoli immortali proprio come loro.
Menzione particolare per alcuni suoi allievi che lo aiutarono in quelle imprese artistiche: Pagni da Brescia, Rinaldo Mantovano, Figurino da Faenza. Sapeva scegliere benissimo i suoi aiutanti e non aveva difficoltà ad accettare consigli. Lasciava molto spazio alle idee e allo stile di questi discepoli, che poi si metteranno in proprio diventando a loro volta molto ricchi e famosi nella zona del Mantovano.
L’atmosfera che i dipinti del Palazzo del Tè comunicano è quella di un elegante bizantinismo e insieme di una carnalità classica, come testimoniano le Veneri grasse e sensuali della sala dove viene narrata la Favola di Amore e Psiche. Anche un tema di monito morale come quello della Caduta dei Giganti viene affrontato tra meraviglia e spavento mediante delle studiatissime illusioni prospettiche che rendono l’opera lugubremente rilucente.
Tanta abilità nel coniugare insieme spirito, abilità artistica e grottesca solennità, sarebbe piaciuta a William Shakespeare, il quale, raggiunto dalle lodi profuse soprattutto dal Vasari, nel suo Winter’s Tale dedicò l’unica sua citazione di un artista rinascimentale proprio a Giulio Romano: lo chiamò “That fine Italian master”, quel raffinatissimo maestro italiano.

















