Hitler e i suoi gerarchi alla Tana del Lupo
Hitler e i suoi gerarchi alla Tana del Lupo

Non era un semplice bunker, era un complesso di bunker costruiti per resistere ad intensi bombardamenti. Nei sotterranei correva un labirinto di cunicoli e vie di fuga, oltre che sale, cucine, camere da letto. Una vera e propria cittadella che doveva essere l’avamposto di una conquista nazista nell’est Europa sino alla grande Russia guidata dal nemico storico Stalin. Non fu così.

Il luogo scelto per la costruzione di quest’immane opera fu la cittadina di Gierloz (in tedesco Gorlitz), nella regione dei laghi Masuri, nell’odierna Polonia occidentale. In questi luoghi, trent’anni prima, i Tedeschi comandati da Paul von Hindenburg distrussero l’esercito russo di Suvorov in una battaglia rimasta nella Storia perché i teutonici diedero una lezione di tattica e di abnegazione davvero importante. Nella testa di Hitler, le sue armate dovevano ripercorrere quelle orme battendo ancora una volta i Russi.
I primi lavori cominciarono agli inizi del 1940, dopo la rapida conquista tedesca della Polonia. Alcuni battaglioni di lavoratori militarizzati della Organizzazione Todt arrivarono sul posto e piantarono le loro baracche. Intorno al luogo deputato alla costruzione c’era solo una grande foresta e una casupola di un contadino. Gl’ingegneri della Todt suddivisero un’area di otto chilometri quadrati in tre zone alle quali si poteva accedere per mezzo di una sola strada. Fu abbattuto il minor numero possibile di alberi per non creare squarci nella foresta visibili dall’alto.
I battaglioni della Todt, però, non bastarono. Si aggiunsero anche alcune squadre di diverse società private, tra cui architetti italiani provenienti da Milano e da Roma: gli Italiani erano considerati dei maestri nell’uso del cemento armato. Lunghissimi treni merce portarono nella foresta montagne di cemento e di tondini di ferro, oltre che granito da Breslavia e basalto dalla Grecia per rinforzare i muraglioni. In totale furono quasi cinquemila gl’operai che presero parte ai lavori.
L’opera si presentava colossale. Quanto costò, non si seppe mai. Si dice qualche decina di milione di marchi, cioè centinaia di milioni di euro attuali. Ma probabilmente si spese molto di più.
Tutta la zona intorno venne minata per una fascia di 150 metri di profondità con delle mine che, esplodendo, lanciavano anche delle schegge di metallo. Molti soldati polacchi sono morti cercando di risanare quella zona, alla fine della guerra, vittime di queste esplosioni. Lungo le zone minate furono piazzate delle batterie contraeree mimetizzate con delle reti sulle quali venivano poste, a seconda della stagione, foglie verdi o cataste di rami secchi. Naturalmente non mancava il filo spinato: così fitto che neppure le lepri riuscivano a passare.
Il quartier generale, la “tana del lupo”, era collegata con Berlino tramite una centrale elettrica.
Nei sotterranei si snodavano labirinti di corridoi che portavano ad altrettante innumerevoli stanze. Il riscaldamento era centrale e all’interno si trovava qualsiasi tipo di comodità (in senso militare, si intenda): bagni con acqua calda e fredda, frigoriferi, cambuse, telefoni, ventilatori, sale per le riunioni. L’acqua veniva prelevata dal vicino laghetto Moj e naturalmente depurata per l’uso potabile.
Nonostante queste suddette comodità gli ufficiali tedeschi che dovevano passarci delle giornate e delle nottate la odiavano: la consideravano una specie di prigione.

Il Fuhrer considerava la sua “tana del lupo” un’oasi di felicità e di tranquillità, oltre che il simbolo del suo potere. Voleva che fosse una solitudine militaresca non disturbata da nessun altro. Ne era gelosissimo. L’aveva fatta costruire proprio perché la reputava la porta verso l’est Europa, verso la preda russa. Hitler possedeva almeno altri otto rifugi-bunker, di cui parleremo dopo, ma la Wolfsschanze rimaneva sempre la sua preferita.
Eva Braun non era ammessa. Lo stesso Fuhrer considerava quel bunker una specie di convento militaresco di clausura. Il capo del Nazismo stava alzato quasi tutte le notti e andava a dormire verso le sei-sette del mattino. Si spogliava, indossava la camicia da notte e si buttava sul letto (si addormentava quasi subito). Verso mezzogiorno il cameriere privato Heinz Linge gli posava la colazione davanti alla porta, su una sedia in corridoio, per non svegliarlo.
Le piccole aperture del bunker erano tutte rivolte verso nord: Hitler non amava il sole, era una specie di pipistrello. Rifiutava anche di camminare nella foresta, cosa che gli avrebbe fatto bene al suo fisico e alla sua psiche ampiamente debilitati (come gli aveva prescritto il suo medico personale).
Fuori dall’edificio sorgeva un piccolo bar dove i gerarchi sorseggiavano vermuth e fumavano sigari o sigarette.
Annesso al bunker era anche un piccolo ospedale militare attrezzato in casi di emergenza. Lo abitava il dottor Morell, che prescriveva al Fuhrer il “Testoviron”, un farmaco in uso ancora oggi, molto potente, per cercare di fermare la decadenza fisica e psicologica di Adolf Hitler. Oltre all’uso assiduo di stupefacenti, il capo del Nazismo aveva una dipendenza anche di quella medicina.

Nella “tana del lupo” Hitler ricevette una delle notizie più brutte della sua vita, cioè il crollo del regime fascista. Fu proprio in questo bunker che il Fuhrer organizzò la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso insieme al generale Student. Fu proprio in questo bunker che lo stesso Mussolini venne accolto, magro e depresso, dal suo alleato. L’incontro tra i due fu particolarmente affettuoso: il Duce voleva ritirarsi dalla vita politica, ma Hitler lo convinse a ripensarci.
Tra Gorlitz e Berlino era in uso un treno speciale che trasportava medicinali, documenti, ufficiali. Il treno partiva alle 14.45 da Berlino-Grunewald ed arrivava a notte inoltrata, esattamente tredici ore dopo. Subito dopo ripartiva col favore delle tenebre.

Hitler mentre esalta la folla durante un comizio
Hitler mentre esalta la folla durante un comizio

La scelta del Fuhrer di tapparsi molto spesso in quella “tana del lupo” fu criticata da moltissimi gerarchi: da là non poteva avere il polso della situazione militare che stava divenendo sempre più critica. Hitler l’aveva fatto apposta. Non voleva vedere la distruzione della sua Germania, del suo progetto di gloria. Sapeva dei bombardamenti sulle città tedesche, sapeva dei morti innocenti tra i civili, sapeva che le sue armate erano mandate al macello. Sapeva tutto. Ma voleva starne lontano, voleva far finta che nulla stesse accadendo. Si era sistemato in quell’angolino di Europa dove nessuno l’avrebbe cercato e aveva volutamente perso il contatto con la realtà tragica della guerra. Da uomo delle piazze era diventato un pipistrello.

Il 20 novembre del 1944, finalmente, decise di rientrare a Berlino nel vero quartier generale tedesco, dove i gerarchi nazisti lo richiedevano. Aveva capito che tutto gli stava sfuggendo di mano e cercò di posticipare il più possibile il ritorno a casa. Nel luglio di quell’anno alcuni ufficiali, tra cui Rommel, avevano cercato di prendere il potere. Per rappresaglia, gli fece fuori tutti.
Sempre nella “tana del lupo” approvò una delle ultime, ma sicuramente la più crudele, sue misure militari: l’istituzione della Volksturm, l’armata di ragazzini e di vecchi che avrebbe dovuto fungere da ultimo baluardo per arginare le ondate sovietiche e americane, ma che in realtà si tradussero in carne da macello.
Prima di andarsene (lo sapeva che sarebbe finita) da quel luogo prediletto diede l’ordine ai genieri della Wermacht di distruggere tutto. Il generale Hossbach, che conduceva le operazioni, fece sistemare le cariche e gli ordigni esplosivi tutto intorno all’immenso bunker. Per posizionare le mine ci vollero due mesi. Il 24 gennaio 1945 tutte le cariche vennero fatte detonare, ma non successe quasi niente. La “tana del lupo” resisteva. Il bunker tremò un poco, qualche parete cadde, ma nel complesso quell’enorme monumento all’idiozia di un uomo rimase intatto. I genieri non fecero altri tentativi e lasciarono per sempre quel luogo spettrale. Ne avevano abbastanza di Hitler e delle sue pazzie.

L’immane opera ancora in piedi, anche se deturpata dal tempo e dalle acque del lago che sono penetrate dentro ai sotterranei, oggi inaccessibili. Gli abitanti delle cittadine vicine cercarono di portare via quanto possibile: mobili, rame, infissi, acciaio. Intorno al bunker la foresta continuò e continua ancora oggi a crescere: ma non riesce a inghiottire del tutto la “tana del lupo”, destinata a rimanere per sempre un monito alla follia omicida dell’essere umano.

GLI ALTRI RIFUGI DI ADOLF HITLER

Wolfsschlucht II. Lo mettiamo per primo perché è altamente simbolico perché fu progettato come avamposto per l’invasione della Gran Bretagna dal mare. Si trovava a Margival, a nord di Soissons, nel nord della Francia. Il nome, si capisce, significa “Covo dei Lupi”. Se davvero il Fuhrer avesse voluto un attacco dalla Manica, questo bunker sarebbe entrato nella Storia dalla porta principale.

Wolfsschlucht I. In ordine di tempo fu costruito per primo, ma non ha l’importanza di quello che abbiamo descritto sopra. Sorgeva in Belgio, a Bruly de Peche.

Adlerhost. Il “Nido dell’Aquila”, forse il più celebre fra i rifugi di Hitler. Sorgeva presso la tenuta della famiglia Ziegenberg, nella regione tedesca dell’Assia. Venne costruito dalla Todt nel 1939.

Felsennest. Il “Nascondiglio tra le Rocce” si trovava nella regione del Bad Munstereifel, alle spalle della linea Sigfrido. Consisteva in un fortino di cemento armato e venne usato sporadicamente dal Fuhrer, in particolare durante le operazioni del 1940 contro i Francesi.

Reichskanzlei. Il bunker della Cancelleria di Berlino, dove il Fuhrer passò gli ultimi suoi giorni e dove si suicidò con Eva Braun e la famiglia Goebbels.

Berghof. Questa era la casa di Hitler presso Berchtesgade, accanto a Salisburgo. Una rete di gallerie scavate nella montagna gli garantivano protezione in caso di bombardamenti aerei.

Werwolf. Il “Lupo Mannaro” si trovava nel mezzo di una foresta di querce di pini nei pressi del villaggio ucraino di Vinnycja, in Ucraina. Era composto da due bunker di cemento armato. Hitler lo utilizzò dal luglio all’ottobre del ’42 e poi nel febbraio-marzo del ’43.

Tannenberg. Non era un fortino unico ma una serie di fortezze di medie-piccole dimensioni dislocate nella Foresta Nera, a ovest di Freudenstadt.

Fuhrersonderzug. Anche questo non era un bunker, ma un treno blindato composto da una carrozza con sala per riunioni, una carrozza-letto riservata a Hitler, una carrozza-ristorante e due vagoni con cannoni contraerei in testa e in coda al convoglio. Venne utilizzato durante la campagna (brevissima) di Polonia, nel ’39, e aveva come base la stazione di Polzin. Successivamente fu impiegato come “quartier generale mobile” per pianificare l’attacco contro la Grecia e la Jugoslavia (aprile 1941) avendo come base la stazione di Monichkirchen.