Josef Mengele
Josef Mengele

L’ultima volta che rischiò di cadere in trappola, il dottor Mengele, fu nel 1964. Da allora le sue notizie sono diventate rarissime fino a ridursi allo zero sino alla sua morte. Visse come un recluso, come un latitante, in una casupola piccola ma sempre pulitissima in mezzo ad una foresta del Paraguay, in un territorio militare disboscato da coloni tedeschi. Si sapeva anche esattamente il luogo: sulla strada Asuncion-San Paolo, tra Puerto San Vicente e il forte di frontiera Carlos Antonio Lòpez, sul fiume Paranà.
Attorno alla casa c’erano sempre quattro guardie private munite di radio e telefoni, armate fino ai denti. Oltre a questa sorveglianza privata, la polizia del Paraguay lo proteggeva dai curiosi che ogni tanto cercavano di avvicinare quella dimora sperduta: il loro destino era segnato dalle pallottole.
Mengele, logicamente, aveva molti nemici. I parenti delle vittime di Auschwitz, ad esempio. Perché lui, del campo di concentramento più (tristemente) celebre della storia, fu il sovrano assoluto.
Di contro, aveva anche moltissimi amici. I nostalgici nazisti erano la cerchia più numerosa, parecchi dei quali erano emigrati in Sud America proprio come i gerarchi e gli ufficiali scampati alla caccia dei Russi, degli Americani e dei Britannici. Tutti insieme tennero tra loro i contatti, tessendo una tela basata sull’omertà e sulla solidarietà di fronte alla quale la mafia nostrana impallidirebbe.
Mengele era sicuramente uno dei ricercati “di lusso”. Sulla sua testa pendeva una taglia di sessantamila marchi (valuta degli anni Sessanta) istituita dal governo della Germania Ovest, inferiore solo a quella del gerarca Martin Bormann. Il dottore nazista, pur essendo stato braccato come un cane, l’ha sempre fatta franca. Spesso, quando si arrivava a un metro dal prenderlo, c’era sempre qualcuno che lo avvisava o riusciva a nasconderlo. Del resto, se l’avessero catturato, avrebbe opposto una blanda resistenza: mingherlino, strabico, calvo, basso, scuro di pelle, con i denti da coniglio, non era esattamente il prototipo dell’ariano. Eppure questo modestissimo prodotto della gagliarda gioventù tedesca ebbe l’ambizione di tenere a battesimo una nuova razza umana, fatta di gente altissima, robusta, bionda, con gli occhi azzurri. Esattamente il contrario di lui. La psicologia spiccia di cui ci serviamo spesso spiega abbastanza facilmente il suo desiderio di colmare le lacune fisiche che lo affliggevano e lo incattivivano.

Quando entrò ad Auschwitz aveva trentadue anni, essendo nato il 16 marzo del 1911 a Gunzburg, una delle cittadine più graziose della Germania. La sua famiglia non era nobile, ma altoborghese. Da decenni la ditta “Karl Mengele e Figli” produceva macchine agricole dando lavoro a una buona parte della popolazione locale. Tra la fine degli Anni Venti e l’inizio dei Trenta, il giovane Mengele incominciò ad interessarsi di filosofia. Emigrato a Monaco, conobbe le teorie razziste di Rosenberg e soprattutto il demiurgo Adolf Hitler, che girava le birrerie per convincere i Tedeschi delle sue folli teorie.
Come a tutti i gerarchi nazisti, il Fuhrer entrò nelle vene. Josef, che era dominato da un immenso complesso di inferiorità dovuto al fisico meschino che si ritrovava, pensò di aderire a quel partito per cercare di raggiungere l’esercito. Patriota lo era di sicuro: naturalmente di quel patriottismo deviato che permeava purtroppo tutto il popolo tedesco del post-Prima Guerra Mondiale.
Quando nel 1939 scoppiò il conflitto, Mengele si arruolò nelle Waffen SS come ufficiale medico, essendo laureato in Medicina. Prestò il suo lavoro, dove era indubbiamente molto bravo, sia in Francia che in Russia, ma il suo obiettivo era ben altro. Da quelle parti, infatti, doveva salvare la vita a soldati feriti, non toglierla a prigionieri sani.
La sua occasione arrivò quando Himmler e Glucks (addetto al personale dei campi di concentramento) lo chiamarono ad esercitare ad Auschwitz la sua arte medica. E lì, in quel luogo infernale, compì i suoi esperimenti.
Si era messo nella testa di cambiare i connotati ai prigionieri. Iniettava del liquido velenoso negli occhi neri o castani per farli diventare azzurri come un vero ariano. Cercava di modificare i corpi umani per far diventare uomini le donne e viceversa. I rom, che odiava, erano i suoi bersagli preferiti (dopo gli ebrei, naturalmente): una volta prese due gemelli e cercò di unirli insieme per renderli siamesi, tentativo naturalmente fallito perché morirono entrambi.
Le sperimentazioni di quel pazzo si concentravano soprattutto sulla modifica del fisico e sui gemelli, una vera e propria ossessione per lui.
Per il resto del tempo, quando non praticava le sue stregonerie, si divertiva a uccidere personalmente i prigionieri o a vederli morire. Fu lui ad inventare il famoso detto: “Tu uscirai per il camino”, parole che sentirono decine di migliaia di ebrei e non solo.
Le camere a gas erano il suo gioco preferito. Un giorno decise di mandare a morte mille disgraziati per vedere se il ritmo di quelle stanze di morte reggevano abbastanza. Chi riteneva troppo basso di altezza, appena arrivava col treno nel suo lager, veniva spedito a morire immediatamente. Gli zingari, ritenuti una razza inferiore quasi peggio degli ebrei, costituivano delle vittime particolarmente divertenti perché, a differenza degli altri prigionieri, dimostravano una volontà strenua e ribelle, spesso minacciandolo di morte e cercando di fuggire. Solo che più lo facevano, più a Mengele si eccitava il suo perverso ego nazista.

Alla fine della guerra, sembra incredibile, il dottore di Auschwitz tornò tranquillamente a Gunzburg, come se nulla fosse accaduto. I suoi concittadini certamente sapevano dei suoi orrori, ma furono complici. Questo buffo ometto campò per parecchi anni in territorio tedesco liberato dagli Americani grazie alla protezione della famiglia (resa ancora più ricca dalla guerra) e dal silenzio omertoso della popolazione locale.
Ci vollero, appunto, parecchi anni prima che qualcuno si accorgesse di cosa aveva fatto Mengele nella sua militanza nazista. Nel 1951 qualcuno, probabilmente un ex-SS che lo odiava per questioni personali o cominciava ad avere dei sensi di colpa, lo denunciò alla polizia della Germania Ovest, e così venne spiccato un mandato di cattura.
Mengele dovette tagliare la corda. Ben protetto dalla famiglia, riuscì a fuggire in Italia, poi passò in Spagna e infine in America Latina, il rifugio preferito dagli ex nazisti. Pare che ad aiutare lui e moltissimi suoi sodali sia stata l’Organizzazione Odessa.
Finì, nel 1952, in Argentina, dove dominava il dittatore Pèron. Almeno, Mengele ebbe la decenza di cambiarsi nome: Friedrich Edler von Breitenbach. Non esercitò mai la professione di medico, ma comunque era in salvo.

Quando cadde il peronismo cercò casa altrove. Tutto il baraccone di nazisti protetti dal regime argentino si trasferì nel 1955 in Paraguay, dove governava un oriundo tedesco, il generale Stroessner. Questi era un personaggio pittoresco che si circondava di guardie altissime costrette a marciare sempre a passo d’oca, con un debole per Hitler.
La vita in Paraguay, però, era meno comoda di quella argentina. Così ancora una volta cambiando nome tornò in Argentina per dirigere la filiale della “Karl Mengele e Figli” dislocata a Buenos Aires. In questo periodo ebbe finalmente la certezza di essere un ricercato, e anche uno dei più importanti. I cambi di identità furono parecchi: Gregor Gregori, Fausto Rondon, Fritz Fischer, Karl Geuske, Ernst Sebastian Alvez. Nel contempo, però, una parte della polizia sudamericana lo contattò per garantirgli la propria protezione, e lui si sentì invincibile.
Nel ’59, addirittura, si arrischiò a tornare in Germania per assistere al funerale del padre. L’errore avrebbe potuto essere fatale perché il Ministero degli Esteri tedesco chiese per lui l’estradizione. Le autorità argentine, naturalmente, finsero di collaborare. Andarono anche a bussare alla porta dell’indirizzo giusto, ma il dottor Mengele non era in casa. Con questa magra scusa il governo di Buenos Aires chiuse il caso e segretamente aiutò Josef a scappare di nuovo in Paraguay.

Il lager di Auschwitz
Il lager di Auschwitz

Per un periodo soggiornò a Bariloche, un villaggio sulle montagne andine con un paesaggio bellissimo. Un giorno capitò in quel luogo sperduto una donna ebrea di 48 anni che doveva far visita alla madre anziana. Questa ebrea conosceva benissimo Mengele perché ad Auschwitz l’aveva sterilizzata. Quando questa entrò in una sala da ballo, dove solitamente il dottor Josef usava corteggiare le donne (si credeva un latin-lover), praticamente gli sbatté contro. Lei lo riconobbe, lui anche, perché sull’avambraccio aveva tatuato il numero che la contraddistingueva nel lager. Ebbene, pochi giorni dopo la povera ebrea moriva in un misterioso incidente di montagna.
Nel giugno del 1960, Mengele sentì ancora il fiato sul collo. Si spostò quindi in Egitto (non si sa come), ma non voleva accasarsi lì. Così subito dopo prese una nave ed emigrò in Grecia, nell’isoletta di Kythnos, non lontana da Creta. Quella volta rischiò grosso: l’ispettore Wiesenthal, che aveva fatto della caccia ai criminali nazisti la sua ragione di vita, arrivò vicinissimo a stanarlo, ma Mengele venne informato all’ultimo e riuscì ancora una volta a scappare come un coniglio. A Barcellona prima e ad Asuncion poi fece perdere nuovamente le sue tracce.
Nella capitale paraguaiana il dottor Josef si stabilì in via Fulgencio Morena numero 507. Il governatore di Bonn, saputa questa informazione, telefonò personalmente al governo del Paraguay per indagare se effettivamente Mengele abitasse lì. Risposta: sì, il dottor Mengele abita lì ed è regolare cittadino paraguaiano con illibata fedina penale.

Dimostrato che delle autorità non ci si poteva fidare, Wiesenthal assoldò sei giustizieri per arrivare finalmente allo scopo. Arrivò una dritta: sul finire del ’63, uno dei figli di Mengele era a Milano per incontrarsi con il padre ricercato. L’informazione era giusta, ma in ritardo. Mengele era partito due giorni prima.
Marzo del 1964, stessa procedura. Soffiata perfetta: il dottore della morte si trovava nell’Hotel Tyrol, nel Paraguay orientale, per trascorrere il week-end. L’arredamento dell’albergo era quello che lasciava presagire il nome: legno, tendine, ferri battuti. La città che lo ospitava, Hohenau, era strapiena di immigrati (spesso non regolari) tedeschi. Caratteristica non convenzionale, in quell’hotel si servivano dei crauti eccezionali, saporitissime salsicce e una birra da leggenda.
In quel luogo piombarono i sei giustizieri assoldati da Wiesenthal: di notte, verso l’una, arrivarono alla stanza di Mengele, aprirono la porta e fecero irruzione. Ad accoglierli non c’era lui, ma un letto sfatto. A sentire il trambusto, accorse il padrone del locale, il quale disse molto chiaramente che Mengele era là fino a dieci minuti prima, ma poi era andato via velocemente dopo aver ricevuto una telefonata. Da parte di chi, naturalmente non si sa.

Wiesethal non si diede per vinto e architettò un piano diabolico.
Per vie traverse aveva saputo che Mengele cercava una governante per la sua casa in Paraguay. Per combinazione anche Wiesenthal in quel periodo cercava una donna delle pulizie. Si presentò nel suo ufficio una donna tedesca, massaia, per cercare lavoro. Due piccioni con una fava.
Wiesenthal arruolò la donna come una propria poliziotta spiegandole cosa doveva fare. Primo: recarsi a Gunzburg, paese del dottore dove tutti lo adoravano ancora. Secondo: andare in una birreria e fingere di ubriacarsi. Terzo: insultare a gran voce gli ebrei dicendo che erano una razza di schifosi, pervertiti e imbroglioni.
La donna, che doveva essere una volpe, fece tutto giusto, tanto che quando la sentirono parlare a quella maniera divenne l’idolo del locale. Le si avvicinò un dipendente della “Mengele e Figli”, che le disse di essere pienamente d’accordo con lei sulla questione ebrea e di avere in serbo un lavoro ben retribuito. Appuntamento al giorno successivo per discutere i dettagli.
L’indomani, davanti a un bel piatto, le chiese se aveva voglia di fare un bel viaggio. Certo, rispose la donna. “Senta, le andrebbe di fare la governante di Mengele”? Lei rispose di sì.
Altri quindici giorni, altro incontro. Questa volta il dipendente della “Mengele e Figli” le disse che partirà, ma più avanti. Intanto le chiese se le farebbe una cortesia. Quale? Prendere contatto con Wiesethal per scoprire quanto sapeva su Mengele.
La donna mangiò la foglia e rispose di no, imperturbabile. Però capì che il piano ormai era saltato.

Talvolta qualche reporter cercò di forzare la cortina di ferro del silenzio che separava la magione di Mengele con l’esterno. Tutto inutile. In tanti, tantissimi, volevano mettere le mani su quel dottore. Il Paraguay, negli ultimi anni, ufficialmente non lo coprì più. Il governo tedesco che aveva chiesto di nuovo l’estradizione voleva a tutti i costi quel criminale, vivo o morto. Così Josef si adattò a vivere come un recluso in quella piccola casupola in mezzo alla foresta guardato dalla sua polizia personale e protetto dall’organizzazione, ancora attiva, di nostalgici tedeschi del regime nazista. Fino alla fine dei suoi giorni, nel 1979.