Enrico Misley
Enrico Misley

Fu l’eroe della congiura estense ordita insieme a Ciro Menotti oppure il personaggio deplorevole che molti illustri “padri della patria italiana” ritenevano?

Enrico Misley nasce a Modena il 6 maggio del 1801. Figlio di un docente di veterinaria, cresce tra Milano e Pavia, poi si laurea a Modena in giurisprudenza il 14 maggio del 1822. I contemporanei lo descrivono come “di aspetto assai gradevole, alto, snello, signorile nei modi”. Noi aggiungiamo: loquace, arrivista, astutissimo, bravo a farsi ben volere.
Queste ultime capacità gli servono molto nella città modenese, dove non ha né le capacità economiche né quelle giuridiche di avviarsi alla professione forense. Riesce ad introdursi nell’entourage del duca Francesco IV d’Austria-Este, signore di Modena e Reggio Emilia grazie alla conoscenza con Gaetano Gamorra, uno dei cortigiani più influenti di quel piccolo ma fiorente staterello dell’Italia per-unitaria.
Con i soldi del duca, cioè di Modena, acquista grano dalla Lombardia, dalla Toscana e da Parma, che il sovrano spesso rivende per ottenere del profitto e pochissime volte immette magnanimamente sul mercato modenese a prezzi “politici”. Nel frattempo, il nostro Enrico Misley entra nella Carboneria, una delle sette segrete che infuriano all’inizio dell’Ottocento europeo. Quella loggia non è molto frequentata, così accetta tutti: dai conservatori ai progressisti, quindi sinistra e destra insieme.
Misley, che è un volpone, decide di mettersi in politica sempre affiancato dai suoi compagni carbonari. Probabilmente dal 1826 riesce ad entrare stabilmente nella cerchia dei protégées di Francesco IV. Questi non è uno dei quei nobilotti che si accontentano di andare a caccia, tradire la moglie e dare balli in maschera come la maggior parte dei conti, marchesi o duchi italiani ben descritti nella Certosa di Parma di Stendhal. Ha progetti molto ambiziosi, non vuole più rimanere nel suo “guscio di castagna” di Modena e Reggio. Ha sempre dimostrato una doppia personalità: sovrano illuminato che non impone balzelli esosi; bieco tiranno che impicca nel 1821 don Andreoli e ordina retate contro gli studenti di giurisprudenza sospettati di cospirare contro il suo regno. Però non è stupido, sa benissimo che in quell’Italia scossa dalle prime velleità unitarie bisogna stare col piede in due scarpe.
Misley, che conosce il suo pollo, gli propone di diventare monarca illuminato di un territorio più ampio, che dovrebbe comprendere la Toscana, le Legazioni pontificie nelle Marche e in Romagna, e soprattutto il Regno di Sardegna, dove il vecchio Carlo Felice sta per morire.
Francesco abbocca, o finge di abboccare. Il piatto gli fa gola e ci sta. Misley mette le ali ai piedi. Gira per mezza Italia a cavallo o in diligenza munito di una dozzina di passaporti con sigillo ducale e sacchetti di dobloni per incontrare massoni e carbonari, tessere la sua tela di contatti e spargere brutte dicerie su Carlo Alberto, erede al trono di Sardegna, tacciandolo come retrogrado e illiberale (cosa, tra l’altro, vera).
Si sposta anche fuori dalla penisola: a Ginevra si incontra con un degno compare, il conte Capodistria di Corvù, un agente segreto dello zar, che gli promette l’appoggio della Russia per aiutare Francesco a diventare padroni di mezza Italia. La ragione, ufficiale, è che i Russi desiderano entrare negli affari italiani con un loro uomo che faccia “quinta colonna” contro il Lombardo-Veneto austriaco, il Papa e il Regno di Sardegna manovrato dalla Francia. Proprio quest’ultimo è l’obiettivo “grosso”, cui aspirano Misley, Francesco e, a quanto pare, anche questo Capodistria di Corfù.

Filippo Buonarroti
Filippo Buonarroti

Misley si reca poi a Parigi, la patria delle logge segrete, dove a dominare è Filippo Buonarroti. Pur essendo piuttosto avanti con l’età, il vecchio giacobino percepisce il pericolo di quel sobillatore e cerca di contrastarlo, ma inutilmente. Avendo a disposizione parecchi dobloni si possono compare altrettanti uomini.
Quei soldi, Misley li investe non solo in affari, ma anche in questioni personali, come donne, roulette e champagne costoso (Parigi offriva, e offre tuttora, tutti questi diversivi in abbondanza).
Il Buonarroti, moralista convinto, tanto da lasciare a Pisa una fortuna per abbracciare le idee giacobine (nella capitale francese campava dando lezioni di musica), si fa in quattro per screditarlo presso tutte le logge segrete. Pare che i due siano anche arrivati quasi alle mani. Misley però si muove da furbo e non propone mai Francesco come monarca di un regno italico costituzionale da instaurarsi tramite insurrezione popolare. Da astuto millantatore com’è, gira la frittata. Dice che sarà lui, Misley, a manovrare a suo piacimento Francesco dopo che avrà preso il potere. Fatto sta che molti gli credono, in quelle società segrete.

Da Parigi, si sposta poi a Londra, al Comitato degli esuli italiani, dove stavolta incontra Mazzini, altro “pezzo da novanta”, più di Buonarroti. Con lui non si scherza. Nella capitale britannica lo prendono per un mezzo pazzo: lui capisce che non è aria e ritorna nella Ville Lumiere con la coda tra le gambe.
Lì conosce (o millanta di conoscere) La Fayette, l’economista Sismondi, Benjamin Constant e Louis Blanc. Nel frattempo riprende a girare come una trottola per le logge massoniche e carbonare, che pendono dalle sue labbra. Siccome, dice, a Londra si è bruciato, bisogna mandare un altro a fare da intermediario alla “corte” di Mazzini, uno “pulito”. Viene scelto il giovanissimo Camillo Ludovico Manzini, modenese pure lui, per bene e credibile, che infatti a Londra ottiene successo e viene creduto. L’impresa, anche per gli esuli italiani londinesi, si può fare e viene appoggiata.

Misley torna a Modena nel 1829, dopo quattro anni passati a trescare, congiurare, sperperare denaro e seminare zizzania. Però torna da vincitore. Dopo qualche settimana lo raggiunge Manzini, che conferma l’appoggio incondizionato dei fuoriusciti italiani liberali, in primis dei londinesi, appunto. Francesco non crede alle sue orecchie: avrà un regno tutto suo, e anche bello grande, senza perdere un soldato del suo piccolo esercito.
E Ciro Menotti? Fa il suo ingresso ora. Incontra Manzini, amico di suo fratello Celeste, che lo informa del golpe in favore di Francesco IV. Dice che è pronto e che il piano sta per scattare. Conferma che gli appoggi massonici ci sono tutti.
Sulle prime ci rimane di sasso, ma poi vuole conoscere Misley per entrare anche lui nella cospirazione. E’un suo confratello, anche se non carbonaro, ma frammassone. Al momento, pare, è a corto di quattrini e la famiglia non ne vuol più sapere nulla di lui. Caratterialmente, a differenza di Misley, è un idealista, un romantico. Infatti ispira a Stedhal la figura di Fabrizio del Dongo, protagonista della Certosa di Parma.
Che non abbia sete di denaro, non è del tutto vero. In casa sua verranno rinvenuti diversi “cartocci di ducati” col sigillo di Francesco IV. Però principalmente è in cerca di un po’ di azione per scacciare la noia e anche un po’ di prestigio personale.

Intanto, le cose si cominciano a fare difficili. Metternich a Vienna mugugna perché sospetta qualcosa. I suoi delatori stanno facendo il loro dovere e probabilmente gli hanno spifferato che Francesco vuole fare il grande colpo. Misley lo capisce perché il duca, con lui, è diventato freddo come un ghiacciolo. Il Capodistria di Corfù, l’agente zarista, scompare dalla scena.
Francesco, apparentemente, mostra di essere interessato ed entusiasta più che mai, ma in realtà sta già facendo il doppiogioco. Si è reso conto di stare giocando col fuoco, cioè con Metternich, che viene quindi messo in conoscenza del piano dei cospiratori.
Misley non lo capisce perché è troppo convinto di essere invincibile, mentre Menotti invece intuisce il doppiogioco del duca. Segretamente va a Firenze da Maroncelli (reduce, con una gamba in meno, dalla prigione dello Spielberg) per proporre alle logge altri due nomi al posto dell’inaffidabile Francesco: e quei nomi sono i fratelli Bonaparte, Napoleone Luigi e Carlo Luigi Napoleone, figli di Ortensia Beauharnais. Sono nomi molto più illustri e certamente irraggiungibili, ma Menotti li vuole portare dalla sua parte. Non è un piano razionale, è assolutamente utopistico: e questo dimostra il suo idealismo romantico.
La congiura si fa molto intricata. In questo momento Menotti e Misley sono a busta paga presso Francesco e quindi dovrebbero fare il suo interesse. Menotti, però, segretamente tesse una trama per chiamare quei due suoi avversari, di grande peso, a spodestarlo dal trono.

Ciro Menotti
Ciro Menotti

Arriva il luglio del 1830 e Parigi si infiamma. La rivoluzione deve portare sul trono Luigi Filippo. Misley è nella capitale dove rimane sempre un personaggio conosciutissimo. Addirittura riesce a parlare proprio con Luigi Filippo: gli propone di dare in sposa sua figlia al figlio di Francesco IV, così da unire le due dinastie. Lo informa naturalmente della imminente sollevazione modenese.
Qui siamo nel campo delle ipotesi. E’stato Luigi Filippo a contattare direttamente Francesco IV per intimargli di lasciare perdere? Oppure in realtà Misley non ha mai parlato con Luigi Filippo e si è inventato tutto?
Fatto sta che Francesco IV non è proprio convinto di quella rivoluzione. E qui altri dubbi. Forse ha saputo del doppiogioco di Menotti? Forse teme che quell’allargamento del suo territorio, così desiderato, sia solo una pazzia? Propendiamo per quest’ultima. Metternich probabilmente l’aveva già messo in guardia dal tentare colpi di testa, e Francesco non se l’è sentita di continuare sulla strada dell’insurrezione a suo favore.
Certamente Francesco, da quel momento, abbandona il progetto e quindi anche Menotti e Misley. Si fa addirittura prestare dei cannoni da Carlo Felice, il quale è ben contento di fornirglieli.

Menotti, all’oscuro di tutto, decide che la rivoluzione deve partire il 6 febbraio. Lo scrive, in una lettera in inchiostro simpatico, a Misley il 28 gennaio del 1830. Solo che il 3 febbraio già tutta Modena sa del golpe. Lo sanno anche nei “luoghi volgari”, cioè nei bordelli e nelle osterie, e quindi lo viene a sapere pure Francesco, che reagisce arrestando Menotti.
I congiurati, una sessantina, vengono catturati tutti. La rivolta scoppia ugualmente a Carpi e nelle campagne, così il duca scappa con la guardia personale, i ciambellani e l’argenteria, rifugiandosi in Lombardo-Veneto.

A Modena si fa un governo provvisorio con dittatore l’avvocato Biagio Nardi, un prete spretato, zio di Anacarsi Nardi che morirà in Calabria coi fratelli Bandiera. La rivoluzione modenese attende i rinforzi da Bologna, che però non arrivano. Così le armate del duca Francesco rientrano in possesso della città senza particolari problemi.
Misley, in tutto questo, è ancora a Parigi a farsi gli affaracci suoi. Il 9 marzo Francesco rientra a Modena portando con sé Menotti incatenato. La commissione militare e il pubblico ministero Ercole Zerbini condannano tutti i congiurati prigionieri e contumaci. Tranne Misley. Menotti viene impiccato la mattina del 26 maggio.