Napoleone Bonaparte
Napoleone Bonaparte

Per i 12.188 elbigeni fu un terremoto vero e proprio. In tutta la piccola comunità ci si divise tra pro-Napoleonici e anti-Napoleonici.
In molte caserme ci furono delle rivolte sfociate in violenze dei soldati contro gli ufficiali, che lamentavano di non ricevere la paga da mesi. Moltissime truppe avevano tirato fuori dalla polvere degli armadi le vecchie bandiere dei passati regimi, tra cui i Borbone di Sicilia. Sull’isola le varie città decisero di schierarsi chi con gli Inglesi, chi con i Francesi del nuovo corso anti-napoleonico, chi con i Boncompagni di Piombino, chi con Ferdinando di Toscana. Solo pochi, gli abitanti di Portoferraio, rimasero fedeli a Bonaparte.
Sì, perché l’Elba era ancora, in teoria, possedimento francese e napoleonico. Il governatore, Dalesme, nominato nel 1810, fu costretto a proclamare lo stato di assedio. Correva il 16 aprile del 1814. La stella fortunata dell’imperatore si era eclissata e le potenze aristocratiche europee, prima tra tutte l’Austria, riprendevano il potere minacciato dal grande conquistatore. A Fontainebleau, dodici giorni prima, Napoleone aveva firmato la sua abdicazione al trono e si preparava a lasciare la Francia.
Dalesme, colto alla sprovvista dai moti insurrezionali, ci mise il pugno di ferro. Violenze e vendette private seguirono al solito repulisti fatto alla bell’e meglio. Il governatore fece appena in tempo a sedare il caos che il 28 aprile approdava a Portoferraio una corvetta britannica proveniente dalla Provenza con a bordo un rappresentante del ministro della guerra francese mandato direttamente dal nuovo re, Luigi XVIII. L’incarico: consegnare a Dalesme la lettera con cui si annunciava il ritorno dei Borbone a Parigi e l’assegnazione a Napoleone del mini-stato dell’Elba.

Giuseppe Ninci, un attento cronista dell’epoca, raccontò che “la pace venne annunciata dal suono dei sacri bronzi, dalle salve dell’artiglieria e dall’innalzamento di un gran padiglione bianco sul forte Stella di Portoferraio”.
Tuttavia, i disordini erano ben lungi dall’essere terminati. Sempre Ninci aggiunse che “ai momenti di gioia seguirono nuove inquietudini suscitate da alcuni nemici del buon ordine”. Per fortuna degli elbigeni, il sottoprefetto Giuseppe Balbiani riuscì a ristabilire la legalità ed organizzare, con l’aiuto del sindaco Pietro Traditi, l’accoglienza in pompa magna del grande esule. Considerando che in tesoreria c’era la miseria di 3.547 franchi, si dovette fare un po’ di economia.
Questione logistica: dove far alloggiare Napoleone? Si dice che Traditi andasse in giro per Portoferraio ripetendo come un mantra: “Dove si ficca? Dove si ficca”? Alla fine si decise di ficcarlo nella vecchia e cadente casa municipale, il cui pianterreno era chiamato “biscotteria” perché ai tempi di Cosimo I dei Medici vi si cuoceva il pane e i biscotti per i carcerati che edificavano la città di Cosmopoli, cioè Portoferraio. Per l’arredamento venne interpellato un maggiorente elbano, Vincenzo Foresi, il quale diede con generosità mobili, suppellettili, cassettoni, stoviglie e luminarie.
Il sindaco era quasi soddisfatto. Quasi, perché mancava una cosa fondamentale in tutta la cerimonia: la consegna delle chiavi della città. Semplicemente, le chiavi non esistevano. Ma Traditi non volle rinunciare a quel momento che sarebbe stato immortalato da qualche pittore di provincia. Prese un chiavistello della sua dispensa e lo immerse nella porporina. Ne venne fuori un pezzo di oreficeria degno del Cellini.

Il 3 maggio del 1814, alle ore 18,30 la fregata inglese Undaunted gettava l’ancora nella rada di Portoferraio con a bordo in grande Napoleone Bonaparte con il suo braccio destro, Enrico Bertrand, e il nuovo governatore dell’isola, Antonio Drout. Sull’imbarcazione britannica. Ad accompagnare l’imperatore in esilio c’erano anche due commissari alleati, l’austriaco August von Koller e l’inglese Neil Campbell.
Il diritto di usufrutto di Napoleone sull’isola d’Elba nasceva dall’articolo 3 del trattato di Fontainebleau: “L’Elba, adottata per luogo del suo soggiorno, formerà, sua vita durante, un principato a parte che sarà posseduto da lui in piena sovranità e proprietà. Sarà inoltre assegnato all’imperatore un reddito di due milioni di franchi”. Notare che di quei milioni Bonaparte non ne vide neppure mezzo.
La destinazione dell’Elba, è certo, venne imposta a Napoleone. La “rosa” delle papabili comprendeva le isole di Corsica e di Corfù, oltre appunto a quella elbigena. Fu proprio Bonaparte a sceglierla, come scrisse lui personalmente a Maria Luisa: “Ho scelto l’Elba considerando la dolcezza dei costumi degli abitanti e la bontà del clima”.

La sera stessa dell’arrivo del grande ospite-imperatore le autorità di Portoferraio salirono sulla nave inglese per compiere atto di sottomissione a Napoleone.
Nel ricevere le consegne da Damesne, Drouot fu messo al corrente dei disordini scoppiati nei giorni precedenti e di quelli, probabili, che sarebbero divampati nei giorni successivi. Il nuovo governatore riferì a Bonaparte, il quale rispose che non bisognava darvi troppa importanza, dato che “tutto il mondo è paese”. Poi bisognava risolvere subito la questione della bandiera: fu adottata quella degli Appiani, aggiungendo però tre api d’oro sulla diagonale rossa in campo bianco.

Alle 15,30 del 4 maggio Napoleone sbarcò sull’Elba ufficialmente. Fu salutato da centinaia di ovazioni, da 101 colpi a salve di artiglieria, da 24 salve dell’Undaunted e dai sindaci dei comuni più importanti dell’isola. Mentre poi raggiungeva la “biscotteria” in tutta la città si scatenarono le danze e i balli.
Prima questione da affrontare: la residenza definitiva. Napoleone non volle, naturalmente, rimanere in quel luogo dove l’avevano posto alla bell’e meglio Traditi e i suoi, e si diede a cercare una degna sistemazione. Non c’era l’imbarazzo della scelta. L’unico complesso consono era quello dei Mulini, composito da due fabbricati sorgenti su un colle, tra i forti Falcone e Stella. Si chiamava così a ricordo di due macine a vento che svettavano nella zona. Costruito nel 1724, l’immobile era stato ampliato nel 1787 e diviso in due corpi: il primo per il comandante dell’artiglieria, il secondo per il genio civile.
Bonaparte lo fece diventare una splendida villa rialzando piani, riadattando stanze, allargando le sale, decorando gl’interni e abbellendo i giardini. Solo che per tutti questi lavori ci vollero dei mesi: nel frattempo, invece di rimanere nella “biscotteria”, preferì alzare la sua tenda da campo, montarla nei pressi del cantiere e vivere lì. Da quella posizione, tra l’altro, poteva sovrintendere alle operazioni di restauro, alle quali egli voleva a tutti i costi assistere tutti i giorni e a tutte le ore.

La sera del 4 di maggio scrisse una lettera alla moglie, già in viaggio verso l’Austria: “Mia buona Luisa, sono rimasto quattro giorni in mare col tempo calmo. Non ho per nulla sofferto: sono arrivato all’isola, che è moto graziosa; gli alloggi sono mediocri, ma ne farò preparare altri in poche settimane. Non ho tue notizie. Un tenero abbraccio. Tutto tuo Nap”. Con la moglie, non ci si deve stupire, il grande imperatore era sempre stato un agnellino.
Domenica 8 maggio venne celebrata con funzioni religiose la nascita del nuovo stato ed issata la nuova bandiera.
Il 19 e il 31, sempre di maggio, Bonaparte visitò Pianosa e Palmajola, cosicchè le due isolette fossero considerate a tutti gli effetti appartenenti al suo piccolo regno.
Un piccolo inciso. Napoleone non credette mai di rimanere a lungo sull’Elba. Progettava senza dubbi la sua vendetta e aveva in mente di compierla in tempi brevi, un anno o due al massimo. E questo per tre motivi ben precisi. Primo: i Francesi, lo sapeva benissimo, odiavano Luigi XVIII. Secondo: i Russi avrebbero rotto l’alleanza con Inglesi e Austriaci. Terzo: l’esercito gli era ancora fedele in stragrande maggioranza. Bisognava solo, quindi, aspettare che si fossero calmate le acque.

Durante una delle tante galoppate, Napoleone si imbattè in una magione di proprietà del tenente Giuseppe Manganaro. Era una villetta piuttosto squallida, ma lui si innamorò del posto e volle farne un nido d’amore per la sua Maria Luisa. Non avendo però soldi per acquistare l’immobile, se li fece dare dalla sorella Paolina, che molto volentieri vendette alcuni gioielli ricavando il denaro necessario. L’atto di compravendita di San Martino (questo il nome della magione) porta data 27 giugno 1814 e prezzo 41.539 franchi. Dall’indomani sulla casa si abbattè un nugolo di operai dediti a restaurare e abbellire quella dimora.
Bonaparte non poteva sapere che proprio in quei giorni sua moglie accoglieva nel suo letto il generale Adam Albert, conte di Neipperg, al termine di una gradevole gita sul lago dei Quattro Cantoni di Lucerna. Galeotto era stato un violento temporale che aveva indotto la coppia a ripararsi nella calda locanda “Sole d’Oro”.

Sistemato il complesso dei Mulini per sé e San Martino per Maria Luisa, Napoleone si occupò della visita di Maria Walewska, la sua amante polacca. Ad accoglierla, la chiesa della Madonna del Monte di Marciana (quota 627 metri), che disponeva di un presbiterio adattabile ad alloggio. Nel giro di qualche settimana ecco pronto il pied-à-terre della coppia.
La necessità di collegare le tre case napoleoniche fece sorgere l’esigenza di costruire altrettante strade percorribili dalle otto carrozze personali del grande imperatore. Qui cominciarono le grane perché gli operai pretesero un surplus di salario e i proprietari dei territori sui quali dovevano passare le vie di comunicazione non accettavano l’espropriazione. Le proteste finirono nel sangue grazie all’intervento accondiscendente della polizia elbana.

Sull’Elba arrivò anche un piccolo esercito agli ordini del generale Cambronne. Totale degli uomini napoleonici: 1.647. E qui si violava esplicitamente il trattato di Fontainebleau, che ne prevedeva al massimo 400.
Venne organizzata anche una mini-flotta formata da cinque bastimenti: Incostant, Carolina, Ape, Mosca e Stella. L’organico delle navi sommava a 145 uomini al comando del tenente di vascello Costante Taillade.

Il 2 agosto sopraggiungeva la madre di Napoleone. Letizia Ramolino trascorse la prima notte ai Mulini e poi si trasferì in casa Vantini, in salita Ferrandini. Da quel giorno si mise a tenere d’occhio il figlio, che dava evidenti segni di irrequietezza, dimostrati dalla mania malsana di mangiarsi le unghie.
Il 1° di settembre sbarcò Maria Walewska, che però non accettò l’isola e ripartì dopo appena due settimane.
Chi si stabilì sull’Elba fu invece Paolina, la sorella di Bonaparte, che invece gradiva moltissimo la location.

Intanto l’Elba, sotto al comando di Napoleone, cresceva. La presenza del grande esule faceva da calamita a diversi turisti. Le trattore, dove si serviva (e si serve tuttora) il miglior pesce toscano, fiorivano dappertutto. I commercianti iniziarono a vendere i souvenirs e le reliquie di Napoleone, ormai diventato una star. Anche le locande e gli alberghi ebbero un piccolo boom. L’Elba, ancora oggi, vede in Bonaparte il suo totem.

Dopo dieci mesi, Napoleone si stancò di fare il reuccio e attuò il colpo di scena. Il 26 febbraio imbarcò gli uomini (un migliaio) sulla sua piccola flotta, aggirò la sorveglianza (assonnata) della Royal Navy e fece rotta per la Francia. Tre giorni dopo eccolo nel golfo di San Juan. Attraversate le Alpi, dritto sino a Parigi, dove entrò con trionfale accoglienza. In cento giorni riuscirà a ricostruire la Grande Armèe e mettere ancora una volta in scacco tutta l’Europa.