Il Duomo di Milano alla fine del Settecento
Il Duomo di Milano alla fine del Settecento

Il bresciano Giambattista Chiaramonti, che vi era tornato all’inizio del 1789 dopo una lunga assenza, così la descrive: “Erano già ventisei anni da che non avevo veduta quella città per la terza volta; ora vedendola per la quarta volta non l’ho quasi più riconosciuta. La nuova grandezza e magnificenza di fabbriche, di viali regi, di teatri e palazzi nuovi, e la frequenza di un popolo immenso mi hanno stordito”.
E davvero Milano, in quegli anni dominazione austriaca illuminata, aveva cambiato volto. A fissarne i nuovi tratti ci aveva pensato la politica riformatrice di Maria Teresa, oltre l’ampliamento degli uffici pubblici che naturalmente abbisognavano di case, palazzi, strade.

Dietro questa facciata di vitalità benessere, però, coesisteva una Milano dei quartieri poverissimi. Il prezzo del frumento era salito da una media in modo esponenziale dal 1750 al 1770 mentre, al contrario, i salari erano rimasti bloccati. Di conseguenza il potere di acquisto della stragrande maggioranza dei milanesi si era fortemente indebolito.
Quanto alle idee della Rivoluzione, che dal 1789 esplode in Francia, trovano casa solamente nelle splendide magioni dell’alta borghesia (avvocati, notai, medici, impiegati statali, grandi commercianti), cresciuta numericamente e culturalmente grazie all’impulso dato all’istruzione superiore. Gli iscritti all’università di Pavia erano saliti dai 150 circa del 1760 ad oltre un migliaio nel 1790. Questa borghesia vedeva nella Francia una novità soprattutto culturale, non avendo subito inteso la forza popolare della Rivoluzione.
Il giuramento di “vivere liberi o morire” che il commissario Saliceti farà nel 1796 ai patrioti milanesi (quasi tutti di estrazione borghese) poche settimane dopo l’ingresso di Napoleone, verrà così commentato da quel sagace e arcigno commentatore di vita che rispondeva al nome di Pietro Verri: “E’facile immaginare qual riscaldamento e qual entusiasmo infondesse nei giovani milanesi, che avevano vissuto senza che nessuno di fosse accorto della loro esistenza”.

Se, da una parte, la borghesia non aspettava altro che la ventata rivoluzionaria, la nobiltà la temeva. Napoleone, però, fu abbastanza intelligente da non sovvertire il vecchio sistema: lo usò a sua utilità. Pietro Verri e Francesco Melzi d’Eril (futuro vicepresidente della Repubblica Italiana del 1802), partigiani di Bonaparte, sostennero che all’imperatore bisognava chiedere non il ripristino di antichi e anacronistici privilegi, ma una costituzione che assicuri a tutti la fedeltà dei sudditi e che tuteli la proprietà privata, considerata inviolabile. A garanzia di questo, era necessario creare un’assemblea rappresentativa eletta da tutti i nobili latifondisti e proprietari terrieri.
Dunque: sicurezza della proprietà, suffragio per censo (solo i più alti ceti potevano votare), re-introduzione dei nobili nel governo. Un programma che appare quindi compenetrare due esigenze: opporre un baluardo agli arbitri del potere assoluto e mettere un freno alle possibili tendenze rivoluzione dal basso da parte dei ceti popolari.

Certamente, all’occhio di un osservatore attuale, tutt’altro che “rivoluzionari”.