Un gruppo di Arditi
Un gruppo di Arditi

Nel 1915 D’Annunzio e gli artisti italiani, in massa, chiedevano a gran voce l’ingresso dell’Italia nel conflitto: era il “maggio radioso” che portava alla “gaia guerra”, “sola igiene del mondo”. Parole deliranti inventate da Marinetti e dai futuristi, a cui tutta l’intellighenzia della nostra penisola si accodò.
Dopo due anni di inutile strage, nel 1917, la situazione sul fronte italo-austriaco è di sostanziale stallo. Nessuno dei due contendenti riesce a guadagnare abbastanza terreno. Nessuna azione è risolutiva e quella guerra che doveva finire presto si rivela una macinatrice terribile di vite umane. A sprezzo dell’umanità e della logica, Cadorna continua a insistere sulla sua tattica “chi la dura la vince”. Non ha dubbi il generalissimo, figlio di colui che mezzo secolo prima aveva preso Roma coronando l’indipendenza italiana: bisogna attaccare sempre frontalmente. Non ci sono alternative a quella strategia insensata e totalmente dannosa per il morale delle truppe. Dall’altra parte della barricata gli Austriaci non stanno meglio, ma almeno sanno che prima o poi arriveranno i Tedeschi a dare loro una mano.
Per l’esercito italiano dunque arriva come una manna la creazione di un nuovo corpo d’armata, per decisione di uno dei generali meno stupidi in circolazione, Luigi Capello, comandante della 2°armata. E’un politico brillante, massone fino al midollo, odia Cadorna ed è assetato di gloria personale. Per quest’ultimo motivo fonda questa piccola divisione, che chiama “Arditi”, il 26 giugno del 1917.
Lo fa con una circolare speciale che invita ogni soldato dotato di grande volontà, fortezza d’animo, coraggio ed esperienza ad arruolarsi in un corpo d’armata che sarebbe stato impiegato come reparto d’assalto. L’obiettivo é quello di rinfrancare il morale delle truppe “normali” immettendo nell’esercito un nucleo d’èlite militare in grado di attaccare con fiducia e senza paura. Quel generale vale poco come stratega, nonostante la presa di Gorizia (quasi totale demerito degli alti comandi austriaci che avevano lasciato inspiegabilmente sguarnito quel settore), però ha grande bramosia di potere e un gusto particolare per il clamoroso, per il coreografico. Le sue truppe devono distinguersi perché lui deve distinguersi. Dunque decide un vestiario speciale per gli Arditi: calzoni all’alpina, giacca aperta sul collo con le fiamme nere (o cremisi o verdi) sui risvolti e sulla manica la daga romana col motto FERT fra un ramo di quercia e uno di alloro uniti in basso dal nodo Savoia. Armamento: il moschetto (più leggero e maneggevole del fucile modello 91, peraltro antiquatissimo), pugnale, bomba a mano, tascapane al posto dello zaino. Il suo obiettivo è impiegare gli Arditi per vincere le battaglie e sbloccare lo stallo. Le loro vittorie saranno il miglior modo, per lui, di farsi pubblicità, scalare le gerarchie militari e soffiare il posto di generalissimo a Cadorna.

Di corpi speciali il nostro esercito era praticamente a digiuno. Ce n’era stato uno nel 1915 che aveva provato a risolvere la situazione di stallo sul fronte della Valsugana. Si chiamava “Compagnia della Morte” ed era formato da volontari alpini comandanti dal maggiore Cristoforo Baseggio. Risultati ottenuti: zero. Il corpo venne disbandato nell’aprile del ’16 prima dell’assalto al monte Sant’Osvaldo.
Dunque la nostra tradizione militare (piuttosto scarna) non prevede corpi speciali. Gli Arditi sono una novità, e si sente. Coloro che riescono ad entrarvi diventano dei personaggi quasi mitologici. Tutti vengono ritratti come belli, spavaldi, coraggiosi e forti: il generale Capello è sempre in prima fila ad esaltarne le azioni e i giornalisti ci cascano ogni volta. Per quell’ufficiale massone la stampa italica ha un occhio di riguardo, e si capisce perché: al contrario di Cadorna, che odia i “pennivendoli”, lui li coccola, li invita a pranzo, li corteggia. E loro, da buoni “pennivendoli” quali sono, lo ricambiano con elogi al miele. Più di una volta si dà a loro il merito della riuscita di un attacco, anche se in realtà c’entrano poco: l’immaginazione popolare ha bisogno come il pane di eroi, a qualunque costo. Certamente gli Arditi non furono quegli eroi, però oltre al fumo c’era anche parecchio arrosto, questo bisogna dirlo.
I primi gruppi di volontari che confluiscono in quel corpo d’armata sono decisamente i migliori per coraggio, esperienza e voglia di uccidere. L’ufficiale incaricato all’addestramento speciale è il colonnello Pavone, un marcantonio di un metro e novanta, robusto, con la barba nerissima e il vocione tonante: uno che mette paura al solo guardarlo. Gli fa subito imparare una canzone che è tutto un programma: “Se non ci conoscete guardateci il maglione – Noi siamo gli arditissimi del colonnel Pavone – Bombe a mano e carezze col pugnal”. Quei giovani sono pieni di entusiasmo e anche molto strafottenti nei confronti degli altri soldati, considerati una specie di feccia plebea. Pretendono di obbedire solo a Pavone e ai loro ufficiali: se ne fregano anche di Cadorna. Ricevono un soprassoldo di venti centesimi in più al giorno rispetto alle truppe regolari, che per l’epoca era davvero tanto. Vivono in baracche assai più comode, sono esenti dai servizi di trincea e ricevono un rancio migliore. In più hanno delle piccole “licenze”: siccome sono tutti ghiotti di carne possono tranquillamente razziare pollai e dispense dei contadini della piana friulana e veneta per procurarsi il cibo. Praticamente dei lanzichenecchi. Naturalmente, ca va sans dir, si permettono anche delle sortite nelle case dei suddetti contadini per “corteggiare” mogli, figlie e sorelle.
Però c’è anche il rovescio della medaglia. L’addestramento é dieci volte più duro rispetto a quello dei regolari. Sveglia all’alba con un colpo di bombarda: in alternativa un ufficiale entra di sorpresa nelle camerate e scoppia dei petardi fra le brande col rischio di far saltare qualche mano o qualche braccio. Esercizi quotidiani: salita alla fune, salita alla pertica, parallele, anelli, scherma, lotta greco-romana, lotta giapponese (una sorta di sumo), esercitazioni a colpi di pugnale, corsa in bicicletta, corsa a cavallo, nuotate chilometriche, corse. Ma soprattutto il temuto assalto simulato alla collina sotto il tiro vero delle bombarde, dei mortai e delle mitragliatrici, con l’alto rischio di lasciarci la pelle. Per giungere alla sommità dell’altura bisogna superare le trincee, i reticolati e gli sbarramenti fra lo scrosciare delle granate e il fischio dei proiettili. Gli Arditi rispondono alla grande, anzi si esaltano di fronte a quelle prove. Si lanciano all’attacco urlando come dei lupi, fanno a gara per arrivare primi sulla cima della collina e una volta raggiuntala vibrano immaginari colpi di pugnale contro immaginari nemici.
Ma chi trova posto in quel corpo speciale? Innanzitutto, i coraggiosi, coloro che non hanno paura di morire. Nell’esercito italiano ce ne sono tanti, soprattutto tra i giovanissimi. Poi gli esaltati e i violenti, tutti con il culto di D’Annunzio e del futurismo: spesso sono acculturati, ex studenti universitari, amanti della “bella morte”. Infine ci sono gli avventurieri e gli opportunisti che vedono nella vita dell’Ardito delle prospettive infinitamente migliori dei fanti, condannati a essere divorati dai topi e dalle zecche nelle trincee.

Il primo battaglione entra in azione il 29 luglio del ’17, con gran strombettio della stampa nazionale. Nasce la leggenda dell’Ardito che serve a far sognare il popolo, a convincerlo che la guerra, grazie a quei giganti mitologici, sarà certamente vinta. Quei soldati vengono dipinti come dei gladiatori, pronti a lanciarsi col pugnale in bocca contro i nemici, urlando “Viva l’Italia” e “Per i Savoia” tra le trincee austriache. L’Ardito diventa il simbolo della “eroica gioventù italiana”. In tutt’Italia si canta “L’Ardito è bello e forte – ama la guerra, beve il buon vin – colle sue fiamme color della morte – trema il nemico quando egli è vicin”. Questa mitologia vuole far dimenticare ai soldati regolari e al popolo il fango delle trincee, le inutili stragi, la guerra che non finisce mai, le privazioni, i lutti, la sete, la fame, i pidocchi, i privilegi di ufficiali e politici: in una parola, il vero volto della Grande Guerra.
Che la stampa riesca in quest’intento, è da vedere. Certamente i soldati non hanno mai creduto in questi esaltati: anzi, li odiano forse più degli stessi Austriaci. Tra il pubblico benestante e borghese che legge i giornali queste parole fanno un po’ di presa, ma in generale l’obiettivo di risollevare il morale non viene raggiunto se non in limitatissima parte. Non dimentichiamo che il 1917 si concluderà col fallimento di Caporetto. La realtà è diversissima e piuttosto infima.
Gli Arditi vengono portati in prima linea a bordo di camion solo poche ore prima dell’inizio dell’attacco. Mentre il bombardamento infuria attendono il loro turno fumando, tracannando cognac e vino, esaltandosi con le loro canzoni spesso sconce. Se l’attacco procede bene possono entrare in azione. A un ordine prestabilito si lanciano sostenuti dalle mitragliatrici italiane che continuano a macellare i difensori. Gli Arditi, freschi ed imbottiti di alcool (e spesso droga), si lanciano contro le trincee distrutte trovando pochissimi soldati pronti a resistere, ridotti a brandelli e non in grado di difendersi. Gli assaltatori spesso seviziano e deturpano i corpi dei morti, senza alcun rispetto. Il loro rischio di morte è quasi nullo perché uccidono uomini ormai destinati alla morte. L’unico lato positivo di queste azioni è che le truppe regolari, stanchissime, vengono risparmiate e possono meritatamente riposarsi. Chiaramente la stampa esalta le gesta degli Arditi e mette in secondo piano chi davvero ha condotto l’attacco. Se invece l’offensiva non riesce gli Arditi non vengono impiegati e rimangono nelle retrovie.
Dopo l’azione gli Arditi vengono poi ripresi, caricati sui camion e riportati negli alloggiamenti. Molti gridano, brandendo il pugnale intriso di sangue, urlando alla truppa quanti nemici abbiano ucciso.

C’è però un’offensiva che davvero vale la pena di annotare: un capolavoro, questa volta, degli Arditi. Avviene nell’estate del ’17 sul San Gabriele, a nod est di Gorizia. Vi sono impiegate ben tre compagnie d’assalto, una più forte dell’altra: il meglio del corpo speciale. Capello dirama questo proclama prima della battaglia decisiva: “Arditi della 2°Armata. Ho riservato a Voi l’impresa più audace e più grande della guerra. Fra poco andrete a ritrovare il nemico che vi conosce e che vi teme… Il Monte San Gabriele, sappiatelo fin d’ora, è inespugnabile… A Voi l’onore di vincere nel più periglioso cimento… Forse io Vi chiedo l’impossibile; ma io so a chi mi rivolgo; so che nulla è impossibile al vostro ardimento sovrumano… Io sono certo che dalla cima di quel monte tornerete vincitori o non tornerete più”.
Il 4 settembre gli Arditi guidano l’attacco al Monte San Gabriele conquistando con una battaglia di quasi otto ore la cima e riuscendo a tenerla nonostante una palese inferiorità numerica. Grande vittoria, dunque, grazie anche alla precisa artiglieria italiana che spazza le trincee nemiche nei punti giusti dove si infilano i reparti speciali facendo strage dei difensori. Per tutta la giornata riescono a resistere respingendo i contrattacchi, ma poi la notte sopraggiunge e vengono ricacciati indietro dalle cariche austriache sempre più pressanti. Sui quattrocento Arditi ne rimangono in vita solo 180. La battaglia andrà avanti per un’altra settimana, con rovesciamenti di fronte da entrambe le parti e quasi 17.000 vittime italiane. La ragione di quel conflitto in quel settore la sa solo Capello: tatticamente è quasi ininfluente e la controffensiva austriaca si trova in una posizione privilegiata. Però tant’è: gli Arditi compiono un’azione davvero esaltante, anche se inutile.

Poi arriva Caporetto e la fine sembra vicina. La fine dell’esercito italiano, s’intende. Gli Arditi passano in secondo piano: di eroi ce n’è bisogno, si deve tenerli in caldo per le imprese successive, non si deve sporcarne la fama con quella ritirata ignominiosa. Eppure in quei giorni drammatici anche loro non fanno nulla e vengono travolti dall’avanzata austro-tedesca che miete tutto sulla sua strada. Capello e Badoglio hanno perso la testa, Cadorna accusa la stampa e la politica, gli ufficiali in generale pensano solo a salvare la pelle e i gradi.
Poi, col gennaio del ’18, rifiorisce la leggenda degli Arditi. Il 29 di quel mese conquistano con un’altra azione spettacolare il Valbella facendo migliaia di prigionieri. Il successo ridà fiato ai tromboni italici e il generale Sanna rivolge loro un elogio speciale: “Tutta l’Italia freme di entusiasmo e di gloria. Essa ritrova in Voi i combattenti che le falangi barbare più agguerrite e i fortilizi più aspri non arrestano quando la fede è nei cuori e la volontà di vincere è la sola misura del pericolo da affrontare”. La passione per il melodramma, come si vede, non era prerogativa dei soli “pennivendoli”.
Nei mesi successivi gli Arditi diventano il simbolo della rinascita italiana, ma la realtà è diversa. Durante l’offensiva austriaca del giugno vengono impiegati in gran forza sul Grappa: il nono battaglione, guidato dal maresciallo Messe, conquista il Fenilon, il Fagheron e il Moschin. Ebbene, la percentuale di caduti tra gli Arditi è di 143 morti su 8.000 soldati impiegati, quindi molto esigua. Tuttavia la gloria va a loro: non si parla delle diserzioni in massa nell’esercito austriaco, né dell’encomiabile attacco frontale dei fanti contadini, né degli errori degli ufficiali imperiali.
La stessa storia si ripete nella battaglia di Vittorio Veneto che decide la guerra. A quel tempo gli Arditi sono divisi in due divisioni. La prima passa il Piave a Sernaglia creando la testa di ponte oltre la quale avrebbe fatto irruzione l’armata di Caviglia, poi viene subito ritirata e quindi non partecipa allo scontro. La seconda invece ne prende parte in modo quasi irrilevante. Eppure ancora una volta si esalta il loro contributo come testimoniano le parole al miele del generale Zoppi: “Foste Voi ad aprire la porta più importante e grandiosa delle vittorie odierne. Quando nella notte del 25, traghettando il Piave con animo anelante, con le tasche piene di petardi, Voi muovevate risoluti contro il nemico, tutto dipendeva da Voi”. Tralasciando la grammatica piuttosto sconclusionata, sottolineiamo il palese falso del generale, il quale dimentica volutamente il contributo della fanteria e dell’artiglieria regolari nella riuscita dell’azione.

Alla fine della guerra si pone il problema di cosa fare del nucleo degli Arditi. Scioglierli o no? Si opta per il no e i comandi fanno un errore madornale. Quei corpi speciali vengono mantenuti e addirittura vengono sottoposti a inutili fatiche che neppure durante il conflitto avevano dovuto subire. Marce infinite sotto la pioggia, assalti simulati, corse in mezzo al fango. E poi i sorrisi di sdegno degli ufficiali regolari, che li hanno in odio perché durante la guerra avevano goduto di un trattamento di favore. Gli alti comandi accettano tutto nonostante le petizioni di molti Arditi. Non si accettano più le loro fughe dalla disciplina militare: fioccano le nerbate, sempre più umilianti.
Gli Arditi sentono, oltre alla vittoria mutilata, la loro inutilità nell’esercito italiano post-bellico e il rancore si accumula nei loro cuori. Odiano tutti: socialisti, democratici, borghesi, tutti colpevoli di averli usati e poi gettati come degli stracci. Molti vengono falcidiati dalla “spagnola”, altri diventano dei disperati e dei criminali comuni. Tutti, quando ritornano alla loro esistenza di tutti i giorni, non si adattano alla vita sociale e civile. Quasi rimpiangono gli ultimi momenti post-bellici nei quali venivano umiliati.
Il 1°gennaio del ’19 Mario Carli fonda l’Associazione Arditi d’Italia, con lo scopo principale di assistere gli Arditi caduti in povertà o in depressione. A rinfocolare quei rancori ci sono però sia i fascisti che i marionettisti, cioè i futuristi. Sono gli unici a considerarli come venivano considerati durante la guerra, cioè degli eroi. Mussolini in particolare li coccola e li corteggia, atteggiandosi a loro protettore. In un memorabile brindisi al caffè Borsa, a Milano, grida: “Arditi! Commilitoni” Io vi ho difeso quando il vigliacco filisteo vi diffamava. Sento qualcosa di me in voi e forse voi vi riconoscete in me. Rappresentate la mirabile giovinezza guerriera d’Italia! Il balenio dei vostri pugnali e lo scrosciare delle vostre bombe farà giustizia di tutti i miserabili che vorrebbero impedire il cammino della più grande Italia”.
E’l’inizio di una storia d’amore tra fascisti ed Arditi che durerà sino al 1922, quando l’ultima associazione, gli “Arditi del popolo” viene sciolta. Tutti confluiranno nel partito fascista per una nuova, esaltante, tragica avventura.