Felice Orsini
Felice Orsini

Come, del resto, la maggior parte delle esistenze dei patrioti italiani ottocenteschi. Però la sua evasione dal carcere di Mantova è davvero degna del conte di Montecristo. Di questo parleremo in questo articolo: della sete di libertà di un uomo che non voleva piegarsi alla tirannia e inseguiva un ideale, seppure con mezzi terroristici.

Nel 1854 Felice Orsini si trovava nel territorio ungherese sotto mentite spoglie come agente agitatore affiliato alla Carboneria di Mazzini: un’attività che stava a quanto pare dando i suoi frutti. Il 17 dicembre, però, grazie probabilmente ad una soffiata, la polizia austriaca lo scoprì e lo arrestò con l’accusa di istigazione alla rivoluzione. Rinchiuso nel carcere del castello di San Giorgio a Mantova, una delle fortezze inespugnabili del Quadrilatero del Regno Lombardo-Veneto, si accinse a passare il resto della sua vita nella minuscola cella che gli era stata destinata. Almeno ciò è quello che fece credere ai suoi carcerieri.
In realtà già dopo qualche giorni Orsini aveva in mente di scappare da quel maniero: doveva “solo” elaborare un piano. Anzitutto si tuffò nella scrittura di un libro, un romanzo storico che avrebbe dovuto chiamarsi Di Spilberto e di Altavilla, un lavoro letterario a quanto pare monumentale: almeno ciò diede ad intendere alle guardie, le quali quando entravano nella cella lo trovavano sempre chino sul tavolo, gli occhi dentro le scartoffie, intento a scrivere con il pennino d’oca. Pagine e pagine di romanzo ispirate da Walter Scott si ammucchiavano disordinatamente davanti a lui. I secondini dopo qualche tempo allentarono la sorveglianza considerandolo ormai rassegnato al suo destino. Era esattamente ciò che voleva.

Dopo pochi mesi dalla cattura Orsini aveva cominciato ad intrattenere un epistolario con Emma Herwegh, una amica tedesca che era stata la madrina di una delle figlie, Ida. Naturalmente in quelle lettere c’era la grafia ufficiale e quella “ufficiosa”: cioè righe di testo scritte con il sugo di limone che fungeva da inchiostro simpatico. Una tecnica imparata certamente dai Carbonari mazziniani. In quelle frasi dichiarava la sua volontà di fuggire e di come ella potesse aiutarlo. Emma, che era una volpe, sapeva decifrare quella grafia nascosta e rispondere di conseguenza utilizzando una miscela di latte e olio di mandorle, che formavano uno strato grasso sulle pagine. A Orsini, che conosceva anche quella tecnica, bastava stendere un velo di polvere sulle parti scritte a quel modo per poterle leggere senza difficoltà.
Così per diversi mesi le lettere tra lui e l’amica tedesca si susseguirono. Il contenuto della grafia nascosta parlava di oppio per sedare le guardie, denaro per cercare di corromperle, seghe d’acciaio per tagliare le sbarre.
Emma nel frattempo aveva avvertito Mazzini chiedendo a lui un soccorso economico di cinquemila franchi, che però la Carboneria non fu in grado di reperire. A nulla servì la promessa da parte di Orsini di aiutare nell’evasione anche altri patrioti rinchiusi nel carcere mantovano.
Grazie a molte donazioni private del comitato mazziniano londinese si arrivò alla quota di soli mille franchi, di cui qualche centinaio gli venne inviato ufficialmente per poter sovvenire alle necessità quotidiane. Purtroppo per lui quelle lettere destarono qualche sospetto così il giudice Sanchez decise di destinarlo ad un’altra cella, ancora più piccola, umida e buia rispetto alla precedente. Praticamente in isolamento, Orsini non si diede comunque per vinto.

Finalmente un giorno gli giunse un libro che da tanto tempo aspettava: il primo volume del trattato di fisica di Arago, nel quale erano nascosti due seghetti di acciaio temperato e settecento lire austriache in banconote, che poi riuscì a cambiare con dei marenghi d’oro. Intanto studiava il piano di evasione. Quando lo prelevavano dalla cella per portarlo davanti al giudice per gli interrogatori, Orsini percorreva il ballatoio a strapiombo sul fossato che circondava il castello. Dalle tavole sconnesse del plancito poteva vedere, là sotto, il fondo melmoso di quel fossato che lui considerava la sua via di salvezza. Quanto era alto? Difficile rendersi conto da quella prospettiva, così riuscì a fabbricarsi uno scandaglio rudimentale che gli consentì di valutare lo strapiombo profondo trenta metri dalla finestra della cella al fondo. Da quella altezza avrebbe dovuto calarsi e raggiungere, svoltato l’angolo di un torrione, un cunicolo che aveva scorto dal ballatoio e che collegava il fossato con il lago.
Considerata quella come l’unica via di fuga, c’era ora da studiare il carceriere. Era un tedesco, vecchio e abbastanza malaticcio, ma ancora molto attento al suo lavoro. Si chiamava Funke e Orsini doveva entrare nelle sue grazie. Il secondino doveva credere che lui fosse ormai rassegnato a morire in carcere: il suo solo desiderio era quello di finire il libro in pace.
Ci volle tempo, ma Funke cominciò a fidarsi di lui finchè i controlli si allentarono e Orsini fu finalmente libero di lavorare alla manomissione delle inferriate della cella.

Il guaio era che quell’unica finestra era collocata esattamente di fronte alla porta, così che la guardia avrebbe potuto in ogni momento guardare nello spioncino e sorprenderlo all’improvviso. Considerata anche questa variabile, l’impresa si preannunciava quasi impossibile.
Eppure Orsini non si perse d’animo. Affinò talmente il suo udito che ogni minimo rumore, anche quelli quasi impercettibili dall’orecchio umano, non gli sfuggiva mai. Lavorava solo di giorno perché di notte, in quel silenzio di tenebra, avrebbe rivelato il suono pur leggerissimo della lametta dentellata che erodeva le sbarre, malgrado avesse unto il ferro con dell’olio di lampada.
Di notte, dunque, bisognava dormire: o meglio, bisognava far finta di dormire. In realtà il sonno non arrivava quasi mai perché nella testa continuava a ripassare il piano di fuga, meticolosamente, attimo per attimo. In più ogni notte, alle due, passava Funke a proiettargli in faccia la luce della lanterna.
Il taglio superiore delle sbarre fu il più difficile perché per raggiungerle aveva dovuto salire sullo schienale della sedia e lavorare quindi in equilibrio molto precario col rischio di scivolare e vanificare in un solo attimo tutti gli sforzi. Addirittura una volta era successo che, allarmato per i passi che si avvicinavano, era caduto e si era slogato una caviglia. La guardia l’aveva trovato a terra dolorante e aiutato a rialzarsi. Orsini si era inventato che era salito sullo schienale della seggiola per schiacciare uno scorpione ed era scivolato. Cosa, peraltro, molto plausibile visto che di insetti ce n’erano migliaia in quell’antro umido e malsano. Il medico aveva decretato che la gamba non aveva riportato lesioni gravi: solo una distorsione, quindi, complicata dai reumatismi.

Ci vollero ventiquattro giorni per segare l’inferriata interna: fece più veloce con quella esterna. A metà marzo era quasi pronto e mandò una lettera dove diceva: “Se le ali di Icaro non si scioglieranno, sarò presto libero. Ci rivedremo certamente. Spero di aver calcolato bene ogni cosa e ho l’impressione che il cerchio della mia vita, come mi avete predetto a Nizza, non sia chiuso del tutto! Staremo a vedere”.
Dopo una diecina di giorni da quella epistola, il presidente del tribunale, Visentini, gli chiese se avesse finito di scrivere il suo romanzo. Aveva uno strano tono di voce e Orsini pensò che forse si stava avvicinando l’ora dell’impiccagione. Il destino di quei patrioti, infatti, era molto spesso proprio quello: pochissimi morivano in prigione.
Egli decise che doveva affrettare le operazioni, anche se la caviglia continuava a fargli sempre più male a causa dell’umidità.
Il 26 di marzo del 1856 preparò una fune fatta di asciugamani annodati, che aveva meticolosamente tenuto da parte sotto il giaciglio. Tolse le inferriate, quella interna e quella esterna curandosi di non emettere il minimo suono. Salì sulla seggiola e si sporse verso il vuoto: lo strapiombo, di notte, sembrava ancora più alto. Il vento freddo faceva dondolare pericolosamente quella fune. Proprio di fronte al castello, ogni quattro o cinque minuti, lampeggiava il telegrafo ottico che trasmetteva messaggi a Verona. Il fascio di luce tagliava periodicamente l’ombra del torrione da cui si stava sporgendo. Poi sentì un rumore provenire dal corridoio: con la velocità di un falco richiuse i battenti per celare la mancanza delle inferriate e si rimise nel letto. Dovette attendere la fine dell’ispezione per ritirare su la fune e rimettere a posto le due grate.

Il giorno seguente lo trascorse febbricitante e disperato per il tentativo andato a vuoto. Sentiva che il momento dell’impiccagione si stava avvicinando. Sapeva che le due notti seguenti, il 27 e il 28, sarebbero state rischiarate dalla luna piena e quindi non avrebbe potuto evadere. La notte del 29 era forse l’ultima che gli rimaneva.

Alle due della notte tra il 29 e il 30 marzo Orsini giaceva addormentato nel suo letto: almeno, così credette la guardia. In realtà appena la vigilanza si allontanò lui scattò in piedi e senza perdere un secondo tolse le inferriate, preparò la corda e prese il fagotto dove teneva alcuni abiti, un’arancia e il tomo del suo romanzo. Scavalcò il davanzale e si lasciò andare aggrappato alla fune badando sempre di non emettere il minimo rumore.
Incontrò a un tratto una sporgenza sulla quale puntò i piedi: credendo di essere abbastanza vicino al fossato pregò e si lasciò cadere. Erano cinque o sei metri, ma gli sembrarono l’eternità. Atterrò sulla caviglia dolorante e fu un inferno interiore trattenere le urla. Passarono alcuni minuti e poi eccolo finalmente rendersi conto che era libero.
Costeggiò le mura del castello immerso nella melma del fossato che benediva ad ogni passo. Scoprì il cunicolo che lo doveva portare alla libertà. Vi si inoltrò carponi, ma lo trovò ostruito da una grata di ferro. Non si perse d’animo. Si trascinò all’angolo del fossato dove trovò un muro di mattoni: con le ultime residue forze cercò di issarsi, ma non riuscì. Si addormentò, seduto contro quel muro, per più di un’ora, fino a quando non sentì due voci. Erano due passanti diretti in campagna: Orsini li chiamò, fece tintinnare la borsa con le monete d’oro e quelli l’aiutarono a scavalcare.
Ora sì, finalmente, era libero.