La famosa foto di Robert Capa
La famosa foto di Robert Capa

Sicuramente è stata la sua massima più azzeccata perché colpisce immediatamente nel segno. Ogni volta che, nel corso della storia, due eserciti si sono scontrati, una valanga di informazioni errate, manipolate, false e tendenziose comincia a sommergere i fatti reali, sino a renderli a poco a poco irriconoscibili.
Se questo problema poteva essere scusabile nell’antichità o nel Medioevo, in epoca moderna è davvero moralmente inaccettabile. Eppure avvenne e continua ad avvenire. Altra massima esplicativa: “La storia la scrivono i vincitori”. E’proprio vero. Cesare nei suoi Commentari non disse quasi mai la verità. Senofonte nella sua Anabasi inventa a mani basse. Le poche cronache dell’Alto Medioevo sono sempre di parte, tendenziose e spesso ridicolmente grottesche.
Poi si arriva all’epoca moderna e contemporanea. Hitler, un maestro di manipolazione insieme al suo sodale Goebbels, affermò: “La grandezza di una menzogna possiede sempre un elemento di credibilità”. I nazisti furono attentissimi alla propaganda, così come i fascisti e gli Americani. La Seconda Guerra Mondiale fu il trionfo della falsità e della strumentalizzazione. In quest’articolo analizzeremo proprio il secondo conflitto mondiale in questa chiave, ma anche la guerra d’Etiopia e la guerra di Spagna, cioè i tre conflitti successivi alla Grande Guerra che portarono alla creazione del mondo così come lo conosciamo ora. Ci focalizzeremo però non su tutti i cronisti, ma solo su quelli “occidentali”, cioè quelli legati alle grandi tradizioni giornalistiche di libertà e purezza: in primis gli Inglesi, gli inventori del giornalismo moderno. Troppo facile sarebbe infatti spostare l’attenzione sui “dipendenti” dei regimi totalitari come il “ministero delle bugie” di Goebbels, il Minculpop mussoliniano o la “scuola staliniana” di falsificazione di Zdanov. Di questi non parleremo. Tratteremo invece di giornalisti importanti, molti dei quali stimatissimi, che non fecero bene il loro lavoro.

L’aggressione fascista contro l’Etiopia cominciò nel settembre del 1935, con gran fanfara dei tromboni italici. I primi corrispondenti britannici ed americani arrivarono poco dopo. Molti di questi non “erano neanche in grado di trovare l’Abissinia sulla carta geografica. Alcuni credevano che si trovasse sotto il livello del mare, un bassopiano di rocce e sale, abitato da pazzoidi nudi con tendenze suicide. Altri si immaginavano una specie di Tibet, dove antichi palazzi inviolabili si affacciavano sui ghiacciai”. Parole di Evelyn Waugh, cronista del Daily Mail.
Gran Bretagna e Stati Uniti avevano condannato l’attacco proditorio del regime fascista, il che era giustissimo sia dal punto di vista giuridico che da quello etico. I giornalisti di quei paesi quindi dovevano sostenere sempre questa idea, ma non solo. Dovevano anche far passare l’Abissinia come un piccolo paese primitivo capace di far fronte all’Italia, non una potenza mondiale ma certamente una nazione molto più organizzata. In pratica, avevano il compito di far passare l’Abissinia come Davide e l’Italia come Golia. Naturalmente questo non corrispondeva alla realtà: mai e poi mai ci fu battaglia. Eppure per molti mesi i giornalisti fecero balenare la speranza che l’Abissinia potesse vincere quella piccola guerra.
Neppure lo sfondamento italiano sull’Endertà fu sufficiente a soffocare gli entusiasmi dei cronisti anglosassoni, che si limitarono a derubricarlo come una scaramuccia da niente. Lo stesso Basil Liddel-Hart, che poi sarebbe diventato un credibile giornalista militare, affermò senza tema di smentita: “Nulla autorizza a credere che si tratti di una vittoria decisiva”.
Oltre alle falsità sull’andamento della guerra ci furono quelle sulle atrocità compiute dall’esercito italiano. Che ci furono, certamente: i gas vennero davvero usati e alcuni ospedali vennero davvero bombardati. Il peso di questi episodi però fu molto inferiore rispetto a quello che quei cronisti vollero far credere. E comunque in tutte le guerre coloniale ce ne furono, e di molto più gravi e numerosi. Addirittura si calcolò che il 99 per cento delle foto prodotte da Herbert Matthews sulle sevizie italiane fosse fasullo.

Dopo la guerra di Etiopia, considerata comunque un conflitto minore, ecco scoppiare la guerra di Spagna, decisamente più importante. Fu il primo, vero, banco di prova per tutte le potenze europee. Per la prima volta nella storia si contrapponevano due blocchi ideologici: il governo legittimo appoggiato dai partiti di sinistra con il sostegno dell’Unione Sovietica e la fredda simpatia di Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti; e i golpisti di Francisco Franco, il generalissimo che voleva prendere il potere spalleggiati da Italia e Germania, cioè i regimi dittatoriali.
In Spagna, tra il 1936 e il 1939, si riunirono molte “grandi firme” come Hemingway, Dos Passos, Bernanos, Ehrenburg e Orwell. La causa che sostenevano era naturalmente quella del governo legittimo, senza dubbio la più giusta. Per questo però quei cronisti si limitarono a raccontare non ciò che vedevano ma ciò che pensavano. E paradossalmente questo andò soprattutto a vantaggio di Franco. Quasi tutti i reportage avevano sempre un sapore propagandistico sempre più “di parte” e quindi sempre più tendente a farsi odiare.
La guerra di Spagna fu infinitamente più atroce e cruenta di quella etiopica: da qui dobbiamo partire. Le nefandezze ci furono da entrambe le parti in egual misura. Però dalla parte “legittima” si tendeva a ingigantirle in maniera sproporzionata.
Esempio: Arthur Koestler, giornalista ungherese, era stato arrestato dai franchisti dopo la caduta di Malaga ed era rimasto tre mesi in carcere con in capo una condanna a morte pendente. Da quella esperienza trasse una serie di articoli e un libro straziante chiamato Testamento Spagnolo che ripercorreva le barbarie del generalissimo. Solo diciassette anni più tardi Koestler avrebbe confessato che molte parti di quel volume erano state scritte con il pungolo del Comintern, l’Internazionale Comunista. In particolare i suoi colleghi lo esortavano gridando: “Troppo blando! Dagli addosso! Troppo obiettivo! Dagli addosso! Racconta al mondo come schiacciavano i prigionieri con i carri armati, come li inzuppavano di benzina per dargli fuoco. Fai restare il mondo senza fiato”.
Anche il famosissimo bombardamento di Guernica fu oggetto di un falso. La città venne effettivamente bombardata dall’aviazione tedesca che fece strage della popolazione civile: giustamente i cronisti anti-franchisti la eressero come simbolo della barbarie nazista. Però si “dimenticarono” di aggiungere che quella stessa città era anche un grosso centro strategico dove si concentravano le truppe destinate a contrastare l’offensiva del generale Mola.
Un altro episodio particolarmente significativo in quanto a falsi e manipolazioni risultò essere la celeberrima fotografia scattata da Robert Capa, passata alla storia come “l’immagine della morte”. Questa foto mostrava un miliziano repubblicano cadere morto, colpito da una scarica di fucile di parte franchista, sul fronte di Cordoba. Un’immagine emotiva e particolarmente emozionante per la sua plasticità: uno dei simboli, ancora oggi, della crudeltà della guerra. Ebbene, quella foto è in realtà un clamoroso falso.
Robert Capa disse di aver immortalato quel soldato colpito a morte per puro caso, mentre stava sollevando la fotocamera: ecco, proprio in quel momento una scarica franchista toglieva la vita a quell’uomo. Una casualità davvero eccezionale, a stento credibile. E infatti molti fotografi professionisti, nel corso della storia, hanno sollevato parecchi dubbi in merito. Anzitutto la faccia del miliziano è sfocata e non si scorge traccia di esplosione del cranio provocata dalla pallottola. Poi venne fuori, parecchi anni dopo, un’altra foto, questa volta di gruppo, che ritraeva lo stesso soldato sano e in perfetta forma: foto che ancora una volta era stata scattata dallo stesso Robert Capa.
Anche il grande scrittore e giornalista Ernest Hemingway pagò il fio della stampa “di parte”. I suoi reportage, tecnicamente ineccepibili, sono però estremamente superficiali, enfatici e ripetitivi. In più tenne sotto silenzio gli aspetti più crudeli delle lotte interne al fronte repubblicano, soprattutto quelle tra gli staliniani e i trotzkisti, risoltesi con centinaia di fucilazioni in entrambi gli schieramenti.

Passiamo ora alla Seconda Guerra Mondiale, un conflitto combattuto anche con le armi della propaganda.
Dopo la fine del conflitto, il capo del servizio notizie e censura della Gran Bretagna, Francis Williams, assicurò: “La censura sulla stampa britannica e americana durante la guerra si basò sulla libera volontà. Non vi fu mai alcuna coercizione sugli editori e neanche sui giornalisti. La censura non ebbe mai l’autorità di impartire consigli ai giornali”. Naturalmente è tutto falso, lo capirebbe anche un bambino. Già il fatto che nel dipartimento dei Servizi Segreti agisse un comitato del genere fa pensare ad una profonda manipolazione delle notizie. Come in realtà è puntualmente avvenuto.
Basti pensare che quell’ufficio censura aumentò il suo organico, nel solo mese precedente allo scoppio della guerra, da dodici dipendenti a 999: un’enormità. Negli Stati Uniti lo stesso dipartimento si occupava di controllare ogni singola riga arrivasse nelle redazioni dei giornali. Con buona pace del signor William, che mentì sapendo di mentire, i censori anglo-americani furono molto attivi.
Lo dice senza veli John Steinbeck, il grandissimo scrittore della Beat Generation autore di Uomini e Topi, che a quel tempo lavorava per il The New York Herald Tribune: “Eravamo tutti partecipi dello sforzo bellico e non ci limitavamo ad accettarlo, ma lo appoggiavamo di buon grado. Così un po’ alla volta ci convincemmo che qualsiasi verità fosse automaticamente segreta; e che venir meno a questo segreto, anche solo in parte, equivalesse a sabotare lo sforzo bellico”. Praticamente Steinbeck paragona sé stesso e gli altri giornalisti a dei soldati che dovevano solo eseguire gli ordini.
Un episodio significativo riguardò la ritirata di Dunkerque. Nel 1940 la tattica del blitzkrieg tedesco riuscì alla perfezione: la Francia cadde in pochi mesi e il corpo di spedizione britannico, forte di 350.000 uomini (sia inglesi che francesi) scappò dal continente raggiungendo la Gran Bretagna. Fu una ritirata neanche troppo strategica che lasciò sul campo moltissimi morti. Una sconfitta, quindi, per i Britannici. Ebbene, la stampa anglosassone riuscì a farla passare come uno “sganciamento” senza gravi conseguenze, quasi una mezza vittoria. A Dunkerque, scrissero molti cronisti, accadde un “miracolo”. Secondo quei giornalisti nessun inglese aveva ceduto, nessun ufficiale aveva perso la testa, nessuna smagliatura si verificò nell’esercito britannico. In quel caso il proverbiale aplomb inglese fu una falsità bella e buona inventata dei giornalisti.
Testimoni oculari, infatti, ricordarono scene di soldati inglesi, francesi e alcune truppe coloniali (come i senegalesi) completamenti ubriachi in giro per le strade. Ci furono numerosissimi casi di fughe di massa e diserzioni. Addirittura un ufficiale inglese arrivò ad uccidere un collega che cercava di salire sulla sua imbarcazione, ormai stracarica.
L’altra leggenda tutta britannica fu la resistenza nella battaglia d’Inghilterra contro la Luftwaffe tedesca, l’aviazione nazista. La realtà: gli aerei del Fuhrer tentarono di bombardare sistematicamente le città della Perfida Albione per fiaccare la resistenza e consentire all’esercito di terra di sbarcare e inondare la Gran Bretagna. La Luftwaffe però venne respinta e la guerra prese da quel momento una piega diversa.
La leggenda della stampa britannica parlò di una clamorosa vittoria della RAF, l’aviazione inglese, che distrusse una aviazione tedesca molto superiore per numero di mezzi e di uomini. I giornalisti s’inventarono di sana pianta dei duelli uno contro uno nei cieli d’Inghilterra esaltando i propri piloti come i migliori del mondo. Entrambe queste affermazioni vennero ripetute ossessivamente e con un martellamento tale che tutta la popolazione vi credette senza fiatare.
Oggi sappiamo che la RAF non era per nulla inferiore alla Luftwaffe, anzi. Non è vero che i piloti inglesi furono migliori dei tedeschi: lo dimostra il fatto che furono abbattuti più aerei britannici che tedeschi. Le cifre degli abbattimenti vennero gonfiate nel corso del tempo arrivando a segnalare ben 2.698 aerei nazisti distrutti, mentre in realtà erano solo 1.733. Questo lo disse qualche anno dopo il portavoce del Ministero dell’aria, scusandosi dicendo che quelle cifre erano state aumentate del 55%. Nel contempo però aggiungeva che i Tedeschi avevano fatto lo stesso gonfiandole del 200%...
Altra leggenda metropolitana riguardò la fiducia dei Britannici nel vincere quella battaglia aerea. Si diceva che tutti, dai comuni cittadini ai politici, fossero fiduciosi nella vittoria finale. In realtà moltissimi premevano per una pace con Hitler: solo l’ostinazione di Winston Churchill impedì che la Seconda Guerra Mondiale terminasse nel 1940 con il trionfo di Hitler.