Il sito archeologico di Ebla
Il sito archeologico di Ebla

L’obiettivo era di sciogliere uno dei nodi più importanti riguardante le origini e lo sviluppo di una antica cultura urbana mediorientale: quella legata all’antica città perduta di Ebla.
Gli scavi italiani si svilupparono in due fasi: tra il 1964 ed il 1973 quando vennero ritrovate le prime strutture urbane; e tra il 1974 e il 1983 quando si concentrò l’attenzione su due settori particolarmente significativi, cioè la necropoli e il palazzo reale.
I dati di queste esplorazioni hanno consentito di ricostruire la storia della città di Ebla, uno degli ultimi regni “perduti”, di cui non si sapeva quasi nulla all’infuori della sua probabile esistenza.

Ebla fu un centro politicamente importantissimo nell’ambito dello scacchiere del Vicino Oriente. Questa importanza viene attestata dalla presenza di una lettera inviata dal re Irkab-Damu al sovrano di Khamazi, un altro centro nevralgico ai piedi dei monti Zagros, una catena montagnosa estesa tra i moderni Iraq e Iran. La data: 2.400 avanti Cristo circa.
Durante i secoli successivi Ebla assunse il controllo dell’area corrispondente all’attuale Siria nord-occidentale approfittando della crisi dei contemporanei regni babilonese e egiziano (che stava attraversando una delle sue tantissime crisi dinastiche). Il territorio comprendeva dunque dei centri commercialmente molto evoluti per l’epoca: Tuttul, Emar, Kharra, Irrite, Karkemish, Garmu e Adu. Inoltre aveva stretto alleanze proficue con le città assire oltre il fiume Tigri, in primis Kakmum e Gasur, nella regione di Kirkuk. Intratteneva poi dei commerci proficui con Mari, la città maggiore della media valle dell’Eufrate, e con Kish, situata a nord di Babilonia. Dunque, l’area mesopotamica della mezzaluna fertile poteva contare anche su questo grande regno.
La città, come risultò dagli scavi condotti all’inizio degli anni Settanta del XX secolo, risultava davvero splendida. Riceveva grossissime quantità di lapislazzuli grezzi provenienti dalla zona dell’attuale Afghanistan e numerose coppe lapidee di produzione egiziana direttamente dai faraoni della VI dinastia.
E’incerto se Ebla fosse in qualche modo, o sia stata per un periodo, tributaria di Mari, visto che un testo ricorda una sconfitta subita proprio contro questa città-stato.
Un altro documento importante rinvenuto nelle campagne di scavo italiane, tra l’altro redatto in splendida grafia, riproduce lunghi brani di un trattato stipulato tra Ebla e Abarsal (probabilmente un villaggio sito tra la valle dell’Eufrate e Mari), nel quale si esponevano precisissime clausole relative al commercio fluviale, a pratiche religiose, a questioni di fuoriuscitismo e formule di maledizione per i trasgressori degli accordi.
Tra il 2300 e il 2250 il palazzo reale venne devastato da un enorme incendio che distrusse anche buona parte del nucleo centrale della città-stato. Che sia stato doloso o colposo, non è dato sapere. Certamente la ricostruzione fu lentissima, anche se dobbiamo sempre considerare l’epoca storica, visto che a solo dal 2000 a.C. la vita cittadina ricominciò ufficialmente, come è testimoniato da migliaia di tavolette di argilla ritrovate nel sito dello scavo.
Proprio da quel momento cominciò il periodo più splendente di Ebla: divenne il maggiore centro della attuale Siria e la sede del più potente regno tra il Mediterraneo e l’Eufrate nei secoli XX-XIX a.C. Solo dopo il 1800 cominciò una piccola fase di decadenza determinata dall’ascesa della civiltà di Aleppo.
La decadenza divenne poi inarrestabile quando i Babilonesi presero definitivamente il controllo della Mezzaluna Fertile sotto il grande sovrano Hammurabi, autore del celeberrimo codice. In quell’epoca tutte le città-stato del territorio siriano dovettero diventare vassalle del potente Yarim-Lim di Aleppo. La ragione per cui gli abitanti di Ebla e di altre città indipendenti decisero di passare sotto la protezione-schiavitù di Aleppo è semplice: per contrastare la potenza babilonese serviva unirsi in una sorta di alleanza militare.
La mossa risultò, almeno in un primo tempo, vincente. Poi però subentrarono popolazioni provenienti da nord e vogliose di conquistare anche il bacino meridionale e ottenere uno sbocco sul Mediterraneo nettamente migliore di quello che detenevano sino a quel momento. Guidati da Hattusili I e Mursili I, i grandi re paleo-hittiti di Anatolia, gli invasori fecero terra bruciata di Aleppo e delle sue alleate prima di arrivare addirittura sino a Babilonia che venne conquistata e saccheggiata. Anche Ebla subì la medesima sorte, e fu fatale. Da quell’invasione non venne più ricostruita.
Quando, due secoli dopo, il faraone Tutmosi III percorse vittoriosamente quelle terre, Elba doveva essere, forse, un piccolo e insignificante villaggetto coricato in un cimitero di rovine. Il nome glorioso della città designava ancora il piccolo agglomerato di casupole: esso compare, infatti, ancora nella lunga lista di centri urbani incisa su uno dei piloni del grande tempio di Karnak.
E’solo con l’ultimo secolo del II millennio a.C. che si perse anche il ricordo di Ebla: il nome cambiò in Mardikh, quando la regione venne popolata dagli Aramei.

Il grande palazzo reale era un vastissimo complesso architettonico comprendente almeno tre settori variamente dislocati e assai articolati, posti sulla sommità dell’acropoli, sui pendii meridionali e su quelli occidentali. Dunque, un edificio davvero imponente.
Nel settore centrale si trovavano i quartieri residenziali collegati con la dimora dei re, con zone destinate ad attività artigianali e magazzini per la conservazione di cibo e armi. Nel secondo settore, eretto su terrazze digradanti nei pendii meridionali dell’acropoli, sorgevano i quartieri per i funzionari. Nel terzo settore sorgeva una grande corte per le udienze e le riunioni, oltre al quartiere amministrativo dove trovavano posti i vani destinati alla conservazione delle tavolette di argilla, i documenti burocratici dell’epoca.
Nel’estesissima fabbrica di Ebla sono venuti alla luce anche numerosi oggetti di grande interesse artistico: i manufatti in oro, legno, lapislazzuli e calcare che la spedizione italiana ha estratto dal suolo dimostrano un’ottima tecnica. Naturalmente ispirate alla cultura mesopotamica, queste produzioni eblaite si rivelano particolarmente raffinate e studiate. Lo stesso dicasi per l’architettura dei palazzi, dove si vede il gusto per la monumentalità e la ricerca dell’effetto scenico tipici dei Babilonesi.
La ragione per cui si sviluppò quella civiltà non stava solo nella posizione strategica dal punto di vista commerciale. Ebla era posta in una zona ricca di materie prime ma anche molto fertile (si coltivavano cereali) e adatta anche all’allevamento di bovini.