Il Castello Estense
Stretta nella morsa dello Stato Pontificio, di Venezia, di Milano e di altri potentati come quello di Mantova, Ferrara deve tutto il suo prestigio alla grande dinastia che l’ha dominata per cinque secoli con la sua “liberale” tirannia. Gli Estensi, i signori incontrastati di quel territorio, riuscirono a governare alternando la violenza e l’intrigo alla liberalità e al mecenatismo. La stessa altalenante politica di alleanze, strette e disfatte solo in funzione dei vantaggi che potevano portare, rende la storia ferrarese intricata e ambigua come nessun’altra nella penisola. Era difficile, infatti, scegliersi di volta in volta sia l’alleato che il nemico nel momento in cui scoppiava una guerra: e ne scoppiavano molte.
L’origine della casata va rintracciata nell’Italia longobarda, come ha rilevato nel Settecento il celeberrimo studioso Ludovico Antonio Muratori. Il primo grande della stirpe estense fu Azzo, che esercitò un ruolo di primo piano nella vita politica italiana intervenendo come mediatore tra il pontefice Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV. Il teatro della mediazione: Canossa, il castello della famosissima Matilde, fuori dal quale il sovrano tedesco penitente rimase al freddo e al gelo per ben tre giorni nell’attesa del perdono papale.
Azzo, infatti, era molto vicino al mondo germanico, avendo sposato una ricchissima e potentissima contessa austriaca, Cunizza di Altdorf, inaugurando la tipica rete di alleanze-parentele con le quali la famiglia conquistò il prestigio e l’indipendenza.
Alla morte del capostipite, ecco delinearsi due rami distinti: quello tedesco e quello italiano di Folco d’Este. Sarà poi con Azzo IV che il territorio di Ferrara entrerà nell’orbita estense. Vediamo come.
Marchesella, ultima erede Aleardi, la casata che dominava Ferrara, era ambita sia dagli Este che dai Salinguerra, un’altra potente famiglia locale. Il tentativo di far sposare il sedicenne Azzo con la piccola Marchesella, di sette anni, nonostante un fortunoso rapimento, non riuscì: la piccola morì e si passò alle armi. Vinsero gli Este, che eliminarono la casata dei Salinguerra, portando a termine la conquista nel 1240.
Alla fine del Duecento l’avvento di Obizzo segnò la fine della libertà dei Ferraresi, che passarono ufficialmente sotto la signoria estense. Siamo in un periodo di grandi rivolgimenti: guelfi e ghibellini lottavano tra loro in Italia per affermare la supremazia. Non, quindi, un’epoca di pace.
Neppure nella famiglia Este vigeva un bel clima. Obizzo venne ucciso nel sonno dai propri figli che volevano dividersi il bottino. Risultato: una carneficina familiare che si concluse con la conquista veneziana e papale. Il territorio ferrarese ritornò dunque nel 1310 sotto il dominio diretto della Santa Sede con il consenso di un “plebiscito”. In realtà il popolo amava gli Este e odiava i papalini, quindi in città scoppiavano insurrezioni ogni tre per due.
La famiglia estense capì che poteva tornare a riprendersi i suoi domini, ma doveva passare nel campo guelfo. Nel 1344 il papa Clemente VI riaccoglie tra le fila di Cristo il nuovo signore di Ferrara, Obizzo III d’Este, sopravvissuto alle lotte fratricide.
Ancora, alla sua morte si verificarono le usuali battaglie familiari. In più si aggiunsero, in quegli anni, delle catastrofi naturali: inondazioni, carestie, raccolti magri. La popolazione, dissanguata dalle tasse, esplose la sua rabbia contro gli Este, che però furbamente decisero di addossare tutte le colpe su Tommaso da Tortona, consigliere fiscale della famiglia. Il poveretto venne consegnato alla folla che molto cristianamente decise di farlo a pezzi. A dirla tutta, alcuni cronisti parlarono anche di episodi di cannibalismo in quell’ambiente surriscaldato: però ci risulta difficile credervi fino in fondo.
L’episodio fece paura agli Este, che si preoccuparono subito di fortificare il proprio castello. La dimora divenne una fortezza inespugnabile, bellissima e ricchissima.
Il guelfo Nicolò d’Este provvide poi a convincere papa Urbano V a lasciare Avignone scortandolo personalmente nel suo viaggio di ritorno a Roma. Per la prima volta un uomo del casato svolgeva quindi una missione importante. Infatti subito dopo arrivò a Ferrara anche Francesco Petrarca: il quale, a dire il vero, era caduto malato a causa della mal aria della zona, tanto da credere di morire. Assistito dai medici di palazzo con sollecitudine e solerzia, il grande poeta rimase sempre legato agli Estensi.
Il governo di Alberto, fratello di Nicolò, rappresentò un periodo di notevoli vantaggi per lo stato ferrarese: l’astuzia del nuovo signore fu tale che papa Bonifacio IX non resistette alle lusinghe dei suoi pellegrinaggi a Roma come penitente (infatti ancora oggi a Ferrara si dice “fare il pellegrino” quando si vuole significare “fare il furbo”) e gli concesse una serie di privilegi tra cui, nel 1391, l’erezione dello Studio Ferrarese, destinato a conquistare fama e nobiltà nel Rinascimento.
Il successore, Nicolò III, non badò ai mezzi per mantenere il potere: si disfò del signore di Parma e Reggio, Ottobuono Terzi, che venne aggredito a tradimento mentre si recava proprio a Ferrara e proprio nel palazzo estense. Questo Nicolò, libertino impenitente e padre di una cinquantina di figli naturali e bastardi, il suo unico grande merito fu quello di mettere al mondo un successore degno del Rinascimento italiano: Leonello.
Questi fu l’unico a interessarsi all’arte ed alla cultura per passione e non per adeguarsi alla moda dell’epoca: ecco l’inizio della grandeur ferrarese. Alla sua corte si avvicendarono Pisanello, Iacopo Bellini, Piero della Francesca e anche Andrea Mantegna. Oltre che mecenate, era anche un uomo assennato e ottimo governatore.
Il successore, Borso, non lo fece rimpiangere. Il primo successo lo ottenne annettendosi il titolo di duca di Modena e Reggio, concesso dall’imperatore Federico III. Molto amato dalla popolazione, con lui venne realizzata la Addizione Erculea, un insieme di strade, piazze, palazzi che si integrarono perfettamente con l’agglomerato medievale cittadino. L’autore, Biagio Rossetti, lasciò un’impronta inconfondibile e duratura a Ferrara.
All’Università si alternavano intanto docenti di caratura internazionale, mentre alla biblioteca si dedicavano Pietro Bembo, l’Ariosto, il Tasso e il Colenuccio.
Nel 1508 la lega di Cambrai fece intravvedere ad Alfonso d’Este la possibilità di conquistare il territorio del Polesine, sennonché un improvviso accordo tra papa e Venezia intralciò i suoi progetti. Alfonso decise di proseguire il conflitto a fianco dei Francesi attirandosi le ire del pontefice Giulio II, che dichiarò decaduto il ducato estense nel 1510.
Il periodo fu difficile: minacciato dalle truppe papali e abbandonato da quelle francesi, Ferrara era nell’occhio del ciclone.
Le cose migliorarono solo con l’avvento al potere di Ercole, maestro dell’opportunismo. La sua mossa per riguadagnarsi la fiducia di Roma fu quella di scendere in guerra contro Filippo II di Spagna, cercando comunque sempre di tenersi il più possibile lontano dalle battaglie, inventandosi che doveva tenere testa a insurrezioni e congiure familiari.
Gli Estensi, nel Cinquecento, accarezzarono anche la possibilità di far salire al soglio pontificio un loro uomo. Quello che ci andò più vicino fu Ippolito II, che però conduceva una vita troppo sfarzosa per poter essere accettato in quel di Roma. La costruzione della sua famosa villa a Tivoli dimostra il gusto e il lusso di quel membro della famiglia estense.
La successione di Alfonso II segnò la definitiva fine del ducato ferrarese: la mancanza di discendenti diretti rendeva operante la bolla papale con cui Pio V aveva dichiarata decaduta la dinastia nel 1507 qualora non ci fossero stati eredi maschi.
La salvezza venne da Cesare, discendente illegittimo di Alfonso I e Laura Dianti, che però si portava sulle spalle il fardello del bastardo. Perse tutte le alleanze, alienato il favore popolare, firmò la “convenzione faentina” con la quale si decretava l’affossamento definitivo dello splendore estense.

















