Joseph Joffre
Joseph Joffre

Solo dopo la grande battaglia della Marna si capì che quel conflitto era diverso da tutti i precedenti. Ciò che successe in quel lembo di terra a est di Parigi, tra i fiumi Marna e Ourcq, nella regione francese che oggi si chiama Grand Est, cambiò per sempre la concezione di guerra.

IL PIANO SCHLIEFFEN

Nel settembre del 1914 sia i Francesi che i Tedeschi, impegnati sul fronte occidentale, avevano piena fiducia nella vittoria. Entrambi gli schieramenti attuavano un piano totalmente offensivo: attacco poderoso, sistematico, ragionato, travolgente. L’autore del piano tedesco si chiamava Alfred von Schlieffen, un generale nato in Prussia nel 1833 che nel 1905 mise a punto la tattica su cui si basò la strategia tedesca all’inizio della Grande Guerra. Come altri grandi strateghi quali Clausewitz e Jomini, Schlieffen non aveva mai comandato sul campo, pur avendo preso parte alle guerre franco-prussiana e austro-prussiana della metà dell’Ottocento. Il suo ruolo era solamente quello di tattico-stratega.
Il piano Schlieffen consisteva nella marcia dell’ala destra dell’esercito tedesco attraverso il Belgio, a nord della Mosa, e poi lungo la valle dell’Oise fino ad attraversare la Senna avvolgendo Parigi, mentre il centro, fra la Mosa e Metz, e la sinistra, tra Metz e Basilea sarebbero rimasti in posizione di difesa. Era quindi previsto che le armate più forti e numerose (la prima, la seconda e la terza), composte almeno da 700.000 uomini, venissero schierate a destra, coprendo un fronte di un centinaia di chilometri; mentre le altre quattro, pur coprendo un fronte almeno triplo, avrebbero avuto molti meno effettivi (400.000 il centro e 300.000 la sinistra). Schlieffen aveva previsto, per l’esecuzione del suo piano, un tempo di sei settimane.
Dopo 40 giorni di avanzata continua e sistematica le truppe tedesche avrebbero quindi schiacciato i Francesi dentro i confini di Parigi, determinando la resa della capitale e quindi la vittoria della guerra.

IL PIANO 17

I Francesi contrapponevano al piano Schlieffen la loro strategia, chiamata “piano 17”. L’ideatore, il generale Ferdinand Foch, era un estremista della guerra offensiva. Il suo slogan preferito era: “Arriveremo a Berlino passando per Magonza”. Tutti gli altri ufficiali di stato maggiore francese seguivano pedissequamente questo piano assolutamente lasciato al caso e senza né capo né coda, totalmente in mano all’impeto creativo e alla fiducia illimitata nella potenza inarrestabile delle truppe francesi, ritenute le migliori del mondo. Henri Bergson, il grande filosofo surrealista, compendiava la voglia di combattere del fante francese nel sillogismo “elan vital”. Questo piano prevedeva di impegnare i Tedeschi su due fronti: a sud nella Lorena e a nord nella valle della Mosella. A questo scopo schierarono cinque armate su un fronte che andava da Belfort, vicino al confine con la Svizzera, e ad Hirson, vicino alla frontiera col Belgio. Fidando della neutralità belga, il comando francese non prevedeva di dover allungare più a nord il proprio schieramento. Errore che la Francia pagherà carissimo.
Per la verità, ci fu un ufficiale che prendeva in considerazione il piano dei Tedeschi di passare dal Belgio: si chiamava Michel ed era il predecessore di Joseph Joffre, il capo di stato maggiore francese all’inizio della Grande Guerra. Quando questi ritrovò gli appunti di Michel, dove si paventava di irrobustire la linea difensiva sul confine belga, esclamò: “Che idiozia”. E stracciò quegli appunti. Il ministro della guerra, Messimy, diede man forte a Joffre definendo il povero Michel “un pazzo”.
Pare che un elemento del controspionaggio francese fosse addirittura riuscito a mettere le mani su alcune parti del piano Schlieffen, ma nessuno gli aveva creduto. Questa notizia, uscita quasi subito dopo la fine della guerra, è però poco credibile da un punto di vista strategico. Probabilmente ci fu un sentore di attacco al Belgio, ma mai la certezza documentata. E su un semplice sentore l’esercito francese non basava i suoi piani di attacco.
Il generale Joffre era già sulla sessantina quando prese in mano le redini della Francia. Panciuto, piuttosto alto, col viso rotondo e colorito, i baffi bianchi da patriarca e gli occhi azzurri ingenui di un bambino, era arrivato al grado più alto dell’esercito per meriti esclusivamente politici. Non era né nobile né cattolico. E il governo francese, composto da radicali e massoni, lo preferiva al generale De Castelnau, militare brillante ma bigottissimo, tanto da essere chiamato “il cappuccino con gli stivali”.
I due generali, Joffre e De Castelnau, erano comunque accomunati dalla stessa visione strategica della guerra: attacco, attacco e attacco. A qualunque costo. I fanti francesi pagheranno a carissimo prezzo questa dedizione all’offensiva.
Joffre, inoltre, aveva una fiducia smisurata in sé stesso e nella vittoria (in questo era molto simile a Cadorna). Uomo pacato e tranquillo, aveva uno stomaco di ferro: qualunque cosa accadesse, lui all’ora prestabilita doveva sedersi a tavola e divorare un pasto che sarebbe bastato per tre persone di normale corporatura. Di notte dormiva il sonno dei giusti. Era totalmente privo di immaginazione e di slanci creativi: ciò che era previsto si doveva mettere in pratica, non c’erano spazi per ripensamenti o cambi di piano.

Alfred von Schlieffen
Alfred von Schlieffen

COMINCIA L’OFFENSIVA

Joffre si trovò il “piano 17” sul tavolo e non gli venne neanche in mente di discuterlo. Solo che i Tedeschi, il 3 di agosto del 1914, passarono davvero dal Belgio. Il generale Charles Lanrezac, comandante della quinta armata, quella schierata sull’estrema sinistra, aveva ravvisato dei movimenti sospetti del nemico e informato prontamente i suoi superiori. Joffre ci aveva riso su di gusto.
Anche quando migliaia di soldati tedeschi esondarono davvero sul territorio francese passando dal confine belga, il buon Joffre disse di non preoccuparsi visto che erano solo “dei reparti in missione speciale”.
Lanrezac, che aveva la fama di essere un gran pessimista, non venne ascoltato neanche quando affermò con certezza che quelli non erano reparti speciali, ma intere divisioni all’attacco. Probabilmente quella brutta fama lo penalizzò. Joffre continuò a temporeggiare e nel frattempo i Tedeschi cominciarono a conquistare Liegi, Namur, Charleroi: puntavano decisi sul confine francese.
Joffre, convinto che quell’offensiva fosse solo una finta, telegrafò a Lanrezac per ordinargli di confluire a sud con le sue divisioni per partecipare al grande attacco. Lanrezac, che odiava Joffre, disobbedì e puntò deciso verso nord per intercettare i Tedeschi. Rischiava la destituzione, ma la sua tattica si rivelò salvifica per la Francia. Si unì con le forze inglesi comandate da John French e si attestò ad aspettare il nemico.
Il 15 di agosto finalmente anche Joffre si rese conto che i Tedeschi erano penetrati in Belgio e non passavano di lì per una visita di cortesia al re Alberto. Suo malgrado, mandò alcuni reparti di rinforzo totalmente insufficienti. Eppure aveva delle notizie ben precise sul numero dei nemici. In marcia, in Belgio, c’erano settecentomila soldati tedeschi comandati da Von Kluck, Von Bulow e Von Hausen.
Il 20 agosto cadde Bruxelles. Joffre, finalmente, si rese conto del disastro e benedì la disobbedienza di Lanrezac. Mandò altri reparti a rinforzare le linee, poi anche quella sera andò a cenare e poi a dormire come sempre.

Nel frattempo, nei boschi dei Vosgi e delle Ardenne, gli attacchi scriteriati dei Francesi erano risultati disastrosi. I morti si ammucchiavano fino a formare delle siepi umane. Mandati al fronte con i calzoni rosso fuoco, simboli dell’”esprit gaulois”, i poveri fanti risultavano un bersaglio facilissimo per i tiratori sassoni e bavaresi, così come le piume bianche sugli elmi degli ufficiali usciti dall’accademia di Saint Cyr che correvano all’attacco con la sciabola in mano gridando “En avant”.
La serie di massacri avvenuta tra il 20 e il 25 agosto nelle Ardenne prende il nome di “battaglia delle frontiere”. I Tedeschi avevano ottenuto due vittorie insieme: a nord passando dal Belgio e, appunto, nelle Ardenne.

LO STALLO

Tutto sembrava andare perfettamente per i Tedeschi. Il piano Schlieffen procedeva a meraviglia come previsto. Ma a complicare le cose ci pensarono i Russi.
Il piano tedesco aveva in effetti preso in considerazione che, concentrando gli sforzi offensivi su Parigi, si sarebbe lasciato quasi scoperto il fronte russo. Moltke, il comandante in capo tedesco, però non aveva previsto che i soldati dello zar avanzassero così tanto nell’est della Germania. Giocoforza, si dovettero mandare alcune armate a rinforzo del fronte orientale salvando ancora una volta Joffre e la Francia. Dunque, le divisioni di Hindenburg e Ludendorff si spostarono per combattere i Russi.
Ma soprattutto a salvare i Francesi fu la quinta armata di Lanrezac che combattè valorosamente indietreggiando in modo da dare il tempo al Joffre di mandare le truppe verso nord per proteggere Parigi. La capitale, infatti, si vedeva minacciata: il generale Gallieni vi stava già allestendo alcuni campi trincerati perché temeva il peggio. I rinforzi provenienti dall’Alsazia e dalla Lorena avevano però riequilibrato la differenza di uomini con la Germania e finalmente anche quel testone di Joffre aveva rinunciato al “piano 17”.
L’armata di Lanrezac, che fino a quel momento aveva dovuto combattere da sola contro l’ala destra tedesca, accolse l’arrivo della 6° armata di Maunoury, mentre sul fianco destro si formava un nuovo raggruppamento al comando del generale Foch, quello che inventò il “piano 17” (ironia della sorte).

Sia i Tedeschi che i Francesi cominciavano a dare evidenti segni di stanchezza. Soprattutto i primi, partiti da lontano e che dovevano avanzare in territorio nemico: alcuni reparti di Von Kluck dovettero addirittura marciare di notte per unirsi alle altre divisioni tedesche nel punto stabilito, compiendo degli sforzi disumani. Alla fine dell’estate c’era ancora un caldo infernale e le piaghe ai piedi tormentavano i fanti con l’elmetto chiodato, grandissimi soldati e disciplinatissimi (i migliori senza dubbio) ma in fin dei conti uomini come tutti gli altri. Pochi fanti avevano ancora la forza di cantare, alla sera, l’Heil dir im Siegeskranz, l’inno della vittoria che aveva echeggiato nelle strade del Belgio, della Piccardia e tra i boschi delle Ardenne.

In sostanziale stallo, l’avanzata tedesca diede tempo ai Francesi di allestire una forte linea di difesa. In verità quell’avanzata tedesca continuava, tra piccole vittorie e piccoli guadagni di terreno, ma non c’era mai una vittoria risolutiva. Lo stesso Moltke se ne rendeva benissimo conto. Diceva spesso: “Perché ci sono così pochi prigionieri? Una vittoria campale conta poco se non è seguita dallo sfondamento o dall’accerchiamento”. Però lo stato maggiore tedesco continuava a rimanere impressionato dalla ritirata dei Francesi e il morale degli ufficiali rimaneva altissimo: Moltke poteva dire quello che voleva, si doveva proseguire nell’avanzata.
L’errore dei Tedeschi arrivò presto. La sera del 30 agosto Von Kluck, con le sue armate, si spinse troppo verso nord-ovest staccandosi da Von Bulow di trenta chilometri: un’infinità per un esercito che doveva muoversi compatto. A sua volta, Von Hausen si stava allontanando dal duca di Wurttemberg. Praticamente l’esercito tedesco si stava sfilacciando pericolosamente, esponendosi ad eventuali contrattacchi del nemico che si sarebbe potuto insinuare facilmente nei varchi. Il meraviglioso schieramento perfettamente coordinato previsto dal piano Schlieffen si stava disgregando nella realtà della guerra.
Il 31 agosto Von Kluck prese di sua iniziativa la decisione di riconnettersi con Von Bulow invece di proseguire nell’avanzata verso Parigi. Temeva di rimanere isolato e non chiese neanche l’approvazione a Moltke, il quale comunque, quando ne fu informato, approvò la mossa.
I Tedeschi dovevano centrare una vittoria grossa, altrimenti il morale delle truppe sarebbe sceso ulteriormente. Un cambio di strategia a quel momento sarebbe stato percepito come un sintomo chiaro di debolezza. Ecco perché Moltke scatenò l’attacco in Lorena tra Epinal e Toul, in modo da separare il centro francese (3° e 4° armata) dall’ala destra (1° e 2°) schierate in Alsazia: ma soprattutto in modo da dare ai soldati e all’opinione pubblica un trionfo sui Francesi. Il piano Schlieffen muore in quel preciso momento.
Non sappiamo se proseguendo pedissequamente con quel piano la Germania avrebbe vinto. Probabilmente no. Ma sicuramente con quel cambio di strategia la guerra d’attacco aveva lasciato spazio alla guerra di trincea.

John French
John French

Sul campo francese, la manovra tedesca venne vista come una mezza vittoria. Con ragione. Svaniva l’incubo di dover combattere per difendere Parigi: gli Inglesi, restii a mandare altri rinforzi, ne furono informati subito e risposero con l’invio di truppe fresche.
I Britannici continuarono a retrocedere con le truppe di Lanrezac che avevano rifiutato di buttarsi all’attacco: e avevano fatto benissimo. Joffre, che aveva la testa dura come un marmo, li avrebbe voluti strangolare con le loro mani, ma naturalmente non poteva. Si limitò a silurare Lanrezac sostituendolo con il suo amico d’Esperey, noto per la sua durezza e per la sua testa a forma di obice.
Rassegnato a una guerra difensiva, Joffre telegrafò a tutti gli ufficiali maggiori dicendo di convergere tra la Marna e la Senna vicino alla città di Brienne, dove Napoleone nel 1814 vinse il prussiano Blucher. Corsi e ricorsi della storia potevano aiutare Joffre?
I Tedeschi, ricompattati dalle notizie delle vittorie sul fronte della Lorena, il 2 di settembre ripresero l’attacco coordinato. Come una splendida e crudele macchina da guerra Von Kluck penetrava nell’Ile de France costringendo French a ripiegare verso la Senna. La mattina del 3 il generale Gallieni faceva affiggere in tutta Parigi questo proclama: “Armata di Parigi, cittadini di Parigi. I membri del governo della Repubblica hanno lasciato Parigi per dare nuovo impulso alla difesa nazionale. Ho ricevuto il mandato di difendere Parigi dall’invasore. Eseguirò tale mandato fino in fondo”. Le volute ripetizioni della parola “Parigi” servivano per esprimere la drammaticità del momento in modo ancora più forte. Tutti dovevano capire, anche i cittadini, che la guerra stava arrivando nella Ville Lumiere.
Neanche quando arrivò la notizia, data dal tenente dell’aviazione Watteau, che le colonne grigie dei soldati tedeschi stavano scivolando verso la Marna, i Parigini furono tranquilli. Gallieni, invece, risorse dal torpore di paura che lo attanagliava. Telefonò subito a Joffre dicendo che Von Kluck stava puntando verso sud-ovest e che bisognava attaccarlo sul fianco. French però non ne era convinto e voleva ritirarsi. Pessimista fino al midollo, riteneva la partita quasi persa. Solo quando Joffre gli si piantò davanti con tutta la sua stazza e gli gridò in faccia “Qui è in gioco l’onore dell’Inghilterra” decise di rimanere, anche se molto di malavoglia.

Come abbiamo detto prima, questo cambio di strategia effettuato nel momento decisivo della guerra fu mortifero per le speranze tedesche. Von Kluck era volutamente penetrato nell’Ile de France minacciando Parigi, ma non l’avrebbe mai assediata. Impensabile, in effetti, attaccare da soli. Meglio, quindi, come confermava Moltke, ricompattarsi con le altre armate e combattere contro i Francesi tutti insieme sperando di ottenere la vittoria decisiva.
Bene, ecco la conseguenza. Al mattino del 5 settembre i Francesi e gli Inglesi, compatti, attaccarono il fianco tedesco insinuandosi tra Von Bulow e Von Hausen mentre Von Kluck rimaneva isolato perché convinto di dover combattere contro le truppe francesi provenienti da Parigi: truppe che non arrivarono mai da lui. Joffre, stavolta, aveva fatto la scelta giusta. Richiamò i rincalzi dall’Alsazia e dalla Lorena e finalmente ottenne una netta superiorità numerica. I Tedeschi, sorpresi dalla manovra, si ritirarono in modo disordinato. Tra il 6 e il 9 ripiegarono e si lasciarono alle spalle la possibilità di attaccare Parigi. I Francesi si meravigliarono del buon esito del piano di Joffre tanto da spingere Bergson a dire: “la battaglia della Marna è stata vinta da Giovanna d’Arco”.
In realtà Giovanna d’Arco non servì e non ci fu neppure una vera battaglia. I Francesi vinsero perché i Tedeschi non avevano creduto fino in fondo al piano Schlieffen: anzi, si erano ingarbugliati le strategie prima cercando di ricompattarsi e poi attaccando solo con Von Kluck nell’Ile de France. In pratica, avevano mischiato il piano Schlieffen con una strategia diversa e totalmente improvvisata.
In più, dopo quasi un mese di avanzata continua, le truppe tedesche erano distrutte e demotivate. Il Kaiser gli aveva assicurato che sarebbero “tornati a casa prima che dagli alberi fossero cadute le foglie”. A settembre, invece, si ritrovavano punto e capo, lontanissimi dalla capitale e in balia dei Francesi e degli Inglesi col morale alle stelle.
La differenza fu anche tra i due capi di stato maggiore.
Moltke, quando vide che il piano Schlieffen avrebbe potuto fallire, si lasciò prendere dallo scoramento e lo rinnegò.
Joffre, invece, conservò sempre la sicurezza della vittoria e delle sue idee. Seguito alla lettera dai suoi ufficiali (Foch, Gallieni, d’Esperey) dimostrò anche alle truppe un’incrollabile fiducia nella vittoria che lo ripagò alla grande.
Forse i Francesi non pensavano di uscire indenni dall’accerchiamento di Parigi, ma quei comandanti che, all’attacco, continuavano a gridare in modo forsennato di avanzare senza perdersi d’animo contribuirono a infondere la fede che effettivamente, in quei giorni, Giovanna d’Arco combattesse veramente al loro fianco.

Dopo questo scontro, la guerra, ad occidente, si stabilizzò lungo le trincee dalla Marna alla Svizzera: assunse quei caratteri spaventosi di guerra di posizione che lasciarono una traccia indelebile in tutti coloro che la vissero e la videro.
Forse, ma dico forse, sarebbe stato meglio che in quei giorni di settembre i Tedeschi avessero davvero attaccato e conquistato Parigi. Forse, e dico forse, la Prima Guerra Mondiale sarebbe finita lì, con una battaglia decisiva vinta grazie ad una strategia.
E invece quella guerra immonda continuò diversissima da come tutti se la immaginavano per altri quattro interminabili anni.