Robespierre
La verità sta nel mezzo? Ecco un ritratto, il meno parziale possibile, di Robespierre, l’Incorruttibile.
Maximilien Francois Marie Isidore Robespierre nasce ad Arras, nella regione dell’Artois, il 6 maggio del 1758. Il padre è un avvocato piuttosto benestante, facente parte anche del Consiglio regionale. E’il primogenito di quattro figli. Per tutta la vita resterà legato alle due sorelle, meno al fratello. La madre muore mentre cerca di dare alla luce il quintogenito, il 7 luglio del 1764. Il piccolo Maximilien, che le era legatissimo, rimane traumatizzato. Subito dopo, un altro colpo: il padre, che non riesce a rassegnarsi della perdita della moglie, scompare improvvisamente (solo molti anni dopo i figli sapranno che si era stabilito prima a Londra e poi a Monaco, in Germania).
I bambini, orfani, vengono presi in custodia dai parenti. Le femmine vengono subito cacciate in convento a Tournai mentre i maschi sono affidati alle cure del nonno materno, Francois Carraut.
I Robespierre appartenevano alla cosiddetta “nobiltà di toga”, che all’epoca era considerata pari a quella “di spada”. Cioè, erano una famiglia di avvocati. Il destino, quindi, era segnato per il giovane Maximilien, che infatti viene rinchiuso in un collegio ad Arras dove compie gli studi. E’un allievo diligente, voglioso di studiare e molto caparbio. Ogni domenica torna nella casa dei nonni e passa la maggior parte del suo tempo da solo, in compagnia di piccioni e canarini che alleva con passione. La solitudine è sempre la sua compagna preferita: partecipa raramente e di malavoglia ai giochi dei coetanei.
Gli ottimi risultati raggiunti con gli studi inducono un potente chierico, l’abate Saint-Waast, a interessarsi all’orfanello, che si dimostra abbastanza diligente da ottenere una borsa di studio al collegio parigino Louis-le-Grand. Maximilien vi entra nel 1769 e qui conosce alcuni dei compagni che lo accompagneranno nella Rivoluzione, tra i quali Fréron e Desmoulins. Il primo dirà di lui: “Camminava da solo, avanti e indietro per i viali, a grandi passi. Aveva sempre l’aria da malaticcio. Era poco comunicativo e non tradiva alcuna emozione”. Con il secondo, invece, Robespierre ha un ottimo rapporto di amicizia anche se è la sua esatta antitesi: allegro, socievole, caciarone. Forse, essendo l’opposto, ne veniva attratto.
Quando Luigi XVI rende visita a quella scuola è proprio l’allievo Robespierre ad essere scelto per rivolgere al sovrano il benvenuto in versi latini. Con un buffetto sulla guancia il re dei Francesi lo premia per la sua perfetta dizione. Come lo ripagherà Maximilien in seguito, è noto.
In quel collegio Robespierre indirizza i suoi studi preferiti verso gli Illuministi, in particolare Rousseau. Fa suo il culto della Dea Ragione, della libertà e dell’uguaglianza che vengono propugnati nell’Encyclopedie. Per Rousseau l’uomo virtuoso è colui che “sa vincere le sue debolezze sentimentali poiché solo così può seguire la sua ragione e la sua coscienza, fa il suo dovere e rimane nell’ordine senza che nulla possa allontanarlo”.
Nel 1778, durante una breve vacanza, si reca a Ginevra, dove vive proprio Rousseau, il suo maestro. Schivo all’inverosimile, probabilmente il grande filosofo si rende conto di avere a che fare con un suo simile: anzi, con colui che metterà in pratica i suoi ideali.
Nel 1781 torna ad Arras per praticare la professione di avvocato. Vive con la sorella Charlotte e conduce una vita anonima, senza appassionarsi al suo lavoro. Frequenta però un circolo di intellettuali chiamato “Società dei Rosati”, che esiste ancora, e vi incontra due persone destinate a influenzarne l’esistenza: il capitano del genio Lazare Carnot e l’oratoriano Joseph Fouché. Nel 1783 entra poi nell’Accademia cittadina di cui diviene presidente tre anni dopo.
Fisicamente è alto, magro, sempre curato nel vestire. Aria malinconica da romantico ante litteram, modi garbati e costumi morigerati: della sua vita ad Arras si hanno notizie di due sole donne.
La monotonia della sonnacchiosa cittadina di Arras viene interrotta nel 1784 quando un certo Vissery de Bois-Valè viene accusato di aver adottato il parafulmine inventato da Franklin. Robespierre viene assegnato come avvocato dell’accusato, e svolge benissimo il suo lavoro. Con una brillante arringa in favore del progresso riesce a salvarlo e vincere la causa. E’il suo “trampolino di lancio”. Gli incarichi cominciano a fioccare e con loro anche i quattrini. Così ha il tempo di dedicarsi alla sua passione letteraria di poeta: partecipa senza successo a un concorso bandito dall’Accademia di Arras e a piccoli premi minori. Non è tagliato di certo per scrivere in rima. Tuttavia, si fa un nome e riesce ad uscire dall’anonimato diventando addirittura piuttosto mondano.
Grazie a questo suo cambio di atteggiamento diviene membro del Comitato Provinciale presentandosi come candidato del Terzo Stato per gli Stati Generali del 1789. Quegli Stati Generali che segneranno un’epoca. La acquisita popolarità si traduce in voti e lo porta dritto a Versailles, dove si svolge il grande convegno nazionale.
All’inizio fa da comparsa. E’uno dei firmatari del giuramento della Pallacorda e, benché intervenga spesso dalla tribuna, viene sormontato da Mirabeau, La Fayette e Sieyès. Raramente i giornali citano il suo nome e quelle poche volte glielo storpiano in Robert-Pierre o Robert-Sierre.
Lui, però, non ne fa un dramma. Frequenta il Caffè Amaury, l’antesignano del club dei Giacobini, dove conosce i fratelli Lameth, Barnave e Duporth, tutti giovani e brillanti avvocati. Partecipa poco ai loro dibattiti e preferisce di gran lunga ascoltare le lamentele dei popolani, che egli raccoglie sempre molto volentieri. Il 5 giugno del 1789 è l’unico a prendere le difese della deputazione di donne che vanno alla sbarra per lamentare l’eccessivo costo della vita. Questa causa, considerata ignobile, gli comporta alcune antipatie. E’il momento iniziale della pre-rivoluzione, quella dove emergono gli istrioni e non gli oratori freddi e austeri come Robespierre. Eppure è proprio uno di quegli istrioni, Mirabeau, che lo nota: “Farà molta strada perché crede in quello che dice”.
Nell’ottobre del 1789 Maximilien è uno dei fondatori del club dei Giacobini. La scalata è breve: nel marzo del 1790 diventa presidente e nel 1791 viene già chiamato da tutti “l’Incorruttibile”. Ad inventare il soprannome, che Robespierre amava alla follia, è Marat.
Il popolo ha imparato ad amarlo già da molto tempo perché non perché sia l’unico a parlare di libertà e di uguaglianza, ma perché è il primo che ci crede davvero. Le donne soprattutto lo adorano e se lo contendono nei salotti-bene: lui frequenta solo quello di madame Chalabre, uno dei meno “chiacchierati” e mondani. La fidanzata ufficiale però è Eleonora Duplay, conosciuta nel 1791. All’epoca Robespierre abitava in una camera ammobiliata in Rue Saintonge e durante una manifestazione popolare del 17 luglio si trovò nel mezzo di una folla che veniva caricata dai soldati della Guardia Nazionale di La Fayette. Riuscì a salvarsi solo perché il falegname Maurice Duplay lo riconobbe e lo accolse in casa sua per sfuggire all’ira dei soldati.
In quella famiglia, i Duplay, finalmente Robespierre conosce quel calore casalingo che non aveva mai provato. Decide di fermarsi nell’abitazione della fidanzata, accolto come un sovrano e amato come un figlio. In poco tempo, dunque, quella modesta dimora, situata in Rue Saint-Honorè 336, diventa la sede del futuro capo della Rivoluzione Francese.
La sua carriera prosegue inarrestabile. Il 10 giugno 1791 viene eletto pubblico accusatore presso il tribunale penale di Parigi e poco dopo entra nel Comitato di Difesa Generale. Sono momenti decisivi. Il 21 giugno il re tenta la fuga: viene bloccato a Varennes. L’11 agosto Robespierre viene nominato membro della Comune e si schiera contro la guerra voluta dai Girondini, perché “il vero nemico non è a Coblenza, ma a Parigi”.
Fonda quindi un suo giornale, il Defenseur de la Constitution, scagliandosi con veemenza contro La Fayette e Brissot, che ritiene i principali responsabili della situazione di accerchiamento internazionale in cui è caduta la Francia.
Arriva poi il momento di processare il re. E, naturalmente, fa il suo dovere di accusatore. La testa di Luigi XVI cade e da qui inizia il suo impero. Conosce in questo periodo il suo allievo più fedele, Louis Saint-Just, forse il più puro dei puri, che vive in ammirazione del maestro, definendolo “il deputato dell’intera umanità”. Lo vede come Robespierre vedeva Rousseau.
Il 26 7 luglio entra nel Comitato di Salute Pubblica, cioè il vero e proprio governo rivoluzionario, diventandone il capo assoluto. La sua opera è febbrile, intensissima. Insieme a Marat, che pure non stima, anzi ne diffida, attacca la Gironda, ormai ampiamente compromessa. I Giacobini non si fermano finchè tutti i Girondini non salgono sul patibolo.
Distrutta la “destra” (la definiamo così per semplificare, ma non è da intendersi in senso moderno), rimangono gli ultra-sinistri, i cosiddetti “arrabbiati” che fanno capo ad Hebert. Questi si era fatto portavoce di un grossolano ateismo e nelle sue linee programmatiche c’è lo spargimento di sangue in modo indiscriminato. Robespierre lo accusa di allontanare il popolo dalla Rivoluzione. Hebert, ritenendosi inattaccabile, lo accusa di essere lui il traditore della Rivoluzione, e indice una “giornata della sollevazione popolare”. Il popolo, però, sta con Robespierre: la manifestazione si traduce in un fallimento e gli “arrabbiati” vengono arrestati e decapitati il 26 marzo del 1794.
In quel momento il Terrore è all’inizio. Danton, una delle menti più lucide, lo capisce e spera di fermarlo sul nascere. A capo della fazione chiamata “indulgenti”, chiede la fine del Terrore e una pacificazione nazionale per sostenere la guerra contro le altre potenze europee. Soprattutto, chiede la soppressione del Comitato di Salute Pubblica.
Robespierre, l’Incorruttibile, odia profondamente Danton, ritenuto (giustamente) un ladro, un corrotto e un amorale. Ha le prove inconfutabili che era stato al soldo del Duca d’Orleans prima che questi venisse ghigliottinato. Ha anche le prove che Danton ha rubato del denaro dalle casse dello Stato. In pratica, ha in mano il suo destino.
Danton
Danton, intelligente e spregiudicato, invita a cena Robespierre per pacificarsi con lui: a ideare l’incontro è Desmoulins, amico intimo di Maximilien, che infatti accetta di seppellire l’ascia di guerra. I due rivali si abbracciano. Pace è fatta.
Danton, però, è sempre malvisto dai Giacobini. In particolare Collot d’Herbois vuole la sua testa. Saint-Just viene incaricato di redigere l’atto di accusa. Il 30 marzo Robespierre tradisce Danton ordinando l’arresto suo e di Desmoulins.
Il momento è drammatico. Il grande rivale passa per Rue Saint-Honore con il volto fiero e senza paura di colui che va a morire tranquillo. Prima che la lama gli mozzi la testa, grida: “Presto mi seguirai”.
L’8 giugno Robespierre istituisce la festa dell’Ente Supremo, cioè la Dea Ragione, per dare un colpo di spugna al fanatismo ateo che sta dilagando. Lui non è religioso ma definisce insensata la campagna pro-ateismo, specie in quel momento così delicato in cui la Francia è accerchiata da potenze cristiane. In quell’occasione l’Incorruttibile indossa un abito azzurro.
Il 10 giugno fa approvare una legge che sancisce la soppressione delle garanzie di difesa degli accusati. Il Terrore è al suo culmine. Robespierre lavora incessantemente, riposa praticamente nulla, è ossessionato dalla sua missione di concretizzare la filosofia di Rousseau. Ha solo due persone di cui si fida: Saint-Just e Couthon. Entrambi gli propongono una politica meno dura e più conciliativa, ma lui rifiuta il consiglio. Però per tre settimane si allontana dal Comitato. Si ritira in una sorta di eremitaggio. Sa di una cospirazione contro la sua persona: ha già subito parecchi attentati. E’sempre più un uomo solo dal destino segnato.
Poi, quando torna sulla scena, pronuncia quello che sarà il suo ultimo discorso. Si scaglia ancora una volta contro i profittatori, i mestatori della Rivoluzione e spiega il perché della decapitazione degli hebertisti: “Rendevano odioso il governo rivoluzionario per prepararne la distruzione”. Poi spiega l’esecuzione di Danton e dei suoi: “Predicavano la clemenza per i nemici della patria per assicurare loro un perdono fatale alla libertà”. Preannuncia la venuta di Napoleone: “Lasciate allentare un solo istante le redini della Rivoluzione e vedrete il dispotismo militare impadronirsene”. Infine chiede la punizione per i traditori.
Quando però il cittadino Panis gli chiede i nomi di questi traditori, lui si chiude in un ostinato mutismo. Forse, se li avesse fatti, non sarebbe caduto. Perché abbia agito così, resta inspiegabile. In realtà, infatti, l’anima della cospirazione è Fouchè e pochi lo seguono. Probabilmente Robespierre riteneva che fossero molti di più. L’effetto del mutismo dell’Incorruttibile confonde i suoi.
Il 27 luglio l’Incorruttibile si reca a parlare alla Convezione, ma viene costantemente interrotto dal campanello del presidente Collot d’Herbois. Molti, dalle tribune, lo accusano di voler prendere il potere assoluto. Esasperato, Robespierre chiede che gli sia concesso di parlare. Permesso negato. Dai banchi semivuoti dei dantonisti si alza un sussurro che diventa, nelle sue orecchie, un urlo: “Il sangue di Danton ti sta colando in gola e ti soffocherà”. Dopo quattro ore di “dibattito”, viene approvata la mozione di arresto per Maximilien Robespierre. Lui commenta amaramente, con calma: “La repubblica è perduta, i briganti trionfano”. Viene condotto con i suoi seguaci (i pochi rimasti) in carcere. La Comune, di fede robespierrista, ne chiede la liberazione, ma lo stesso Robespierre manda il messaggio di non fare pazzie: conta di liberarsi facilmente perché è nel giusto. Senza ascoltarlo, la Guardia Nazionale lo libera lo stesso.
Robespierre è titubante perché non vuole mettersi contro la legge. Solo quando apprende che la piazza della Comune è colma dei suoi seguaci accetta di essere liberato dal carcere.
La Convenzione reagisce. Mette fuori legge la Comune, Robespierre e la Guardia Nazionale e incarica i soldati di prendere tutti i Giacobini. Nel frattempo i seguaci dell’Incorruttibile, stanchi di non prendere ordini, se ne tornano nelle loro case. E’la fine.
Nella stanza dell’hotel de Ville Robespierre viene arrestato. Lui, impassibile, li aspetta. Un soldato gli spara in viso frantumandogli la mascella.
Saint-Just
Il 28 luglio va sul patibolo. Un attimo prima dell’esecuzione gli viene strappata la benda che gli tiene serrata la mascella. Un grido dolore e poi la lama cade sulla testa dell’Incorruttibile. La sua morte coincide con la fine del Terrore. A lui vengono attribuiti tutti i crimini di quel periodo. In molti libelli lo si accusa di aver tentato di restaurare la monarchia per diventare re dei Francesi. Il Direttorio cancella presto le sue tracce.
Rousseau, Robespierre e Saint-Just siedono insieme sullo stesso scranno di libertà, sangue, uguaglianza e utopia. Il deputato dell’umanità è sempre vivo.

















