Michail Bakunin
Michail Bakunin

La sua testa enorme, con la chioma leonina, diventa familiare a tutti coloro che credono nella ventata di rivoluzione del 1848. In quell’anno si sollevano Parigi, Venezia, Milano, Praga, Berlino, Budapest. Sembra di rivivere in grande il 1789.
Bakunin, di quel periodo glorioso, ricorda: “Aspiravo con tutti i miei sensi e da tutti i miei pori l’ebbrezza dell’atmosfera rivoluzionaria”.
Il Quarantotto, che rimarrà poi nella dizione popolare per indicare un momento di particolare caos, trova in lui il suo totem. Dorme pochissimo, quasi nulla, lui che sembrava fino a poco tempo prima avere l’indole dell’aristocratico indolente. Parla moltissimo, con la sua voce di tuono che fa trasalire le donne e aizza le folle. Si esalta, gesticola, tiene comizi infiammanti.
Il governo provvisorio francese è indeciso se fucilarlo o no. Se ne libera spedendolo in Polonia ad aiutare la sollevazione contro la Russia e la Prussia. Però da quelle parti i moti sono già finiti da un pezzo e lui finisce a Breslavia. Sul treno, per non farsi riconoscere, si deve tagliare la barba. Poi, mentre si avvia in carrozza verso Praga, incontra una folla in tumulto attorno ad un castello. Scende e prende il controllo delle operazioni: possiede il fascino del capo e la statura fisica giusta. Divide i contadini in squadre e ordina loro di dare fuoco all’edificio. Quando vede le fiamme avvolgere il castello riparte: si è dimenticato di chiedere il perché di quella rivolta, ma non è che gli interessi molto.
Bakunin era così: un rivoluzionario sempre e comunque, non importa chi fosse il bersaglio. Dove c’era da protestare, lui arrivava. Sembrava avere una specie di sonar per riconoscere le rivoluzioni.

Il suo spirito contestatore nasce in Russia, dove viene al mondo nel 1814. Il regime zarista, in quel periodo, comincia a conoscere le prime crepe. Nel 1825 Pietroburgo è dilaniata dai moti decabristi, che appartenevano alle società segrete borghesi legate, probabilmente, alla massoneria europea.
La situazione della nazione, Bakunin non la conosce perché risiede in un paesello, Prjamuchino, non lontano da Tver, a 160 km. circa da Mosca. Il padre, Alexander, è un liberale ed è stato addetto alle legazioni in Italia, dove passò per Napoli, Firenze e Torino. Nobilotto di provincia, possiede “mille anime”, cioè mille contadini maschi (le donne non contavano nulla), legati alla terra come servi della gleba. E’credente cattolico e deciso a fare di Michail un ufficiale dell’esercito.
Il giovane Michail, però, dimostra subito di sgradire le imposizioni. Prima si innamora di una cugina, poi della sorella Tatiana. Legge molto, soprattutto Hegel e Proudhon, dal quale si convince che “la proprietà privata è un furto”. Da questi libri si convince di essere un genio e di essersi già fatto le idee giuste. Molla la scuola di artiglieria e lascia la casa paterna rinunciando a una discreta fortuna finanziaria. Per sempre egli rimarrà lontano dal senso del denaro, sia proprio sia altrui, spendendo come un nababbo. Wagner un giorno lo vede versare ad un mendicante tutto quanto ha in tasca.

Lascia la Russia nel 1840 e per otto anni gira l’Europa come un nomade portando con sé una valigetta, un letto pieghevole e un bicchiere di stagno. Una volta gli capita di tornare nella sua camera di albergo e trovare un amico insieme alla sua donna (ne cambiava una ad ogni viaggio). La cosa lo lascia indifferente. Per lui le donne saranno come i soldi: avranno poca importanza nella sua vita.
La vampata di rivoluzione del 1848 lo trova in Prussia, dove non si scherza a fare i contestatori. La polizia lo arresta e le autorità lo condannano a morte, ma il governo lo grazie e lo passa all’Austria. In quell’epoca è già uno dei sobillatori più importanti d’Europa e comincia a raccogliere i primi estimatori.
In Austria succede lo stesso: prima condanna, poi grazia, poi estradizione in Russia, dove lo aspetta lo zar che gli ha messo sulla testa una taglia da 10.000 rubli. Stavolta in carcere ci finisce per davvero: otto anni lunghissimi che gli pesano come macigni. Soffre di cuore, si prende lo scorbuto, gli cadono parecchi denti e medita di suicidarsi.
Nel 1857 ottiene la grazia di essere trasferito in Siberia occidentale, a Tomak. Ha quarantatrè anni ed è precocemente invecchiato. Però alla luce del sole, sebbene in quei luoghi dimenticati da Dio, ridiventa lui. Sposa Antonia, figlia di un esiliato polacco, la quale ha 25 anni in meno di lui. Ottiene dal governatore della Siberia di trasferirsi nella capitale, Irkutsk e di poter viaggiare per conto di una società commerciale. Praticamente, ritorna libero.
Questi privilegi li conserva anche quando viene nominato un nuovo governatore, che addirittura lo aiuta a fuggire da quella prigione di ghiaccio. Siamo nel 1861 e anche in Siberia sono giunte le notizie di Garibaldi. Bakunin lo prende come idolo: “Posso affermare che tutta la gente di Irkutsk, quasi senza eccezione, mercanti, artigiani, operai, perfino funzionari, prendevano appassionatamente le parti del liberatore contro il re delle Due Sicilie, fedele alleato dello zar”. E ancora su Garibaldi: “Negli anni 1860-1863, quando il mondo rurale russo era in profonda agitazione, i contadini della Grande e della Piccola Russia attendevano l’arrivo di Garibaldov (!), e se si domandava loro chi egli fosse, rispondevano: é’un grande capo, l’amico della povera gente, e verrà a liberarci”.
Ora, che in quelle lande desolate si parlasse di Garibaldi, ci crediamo poco. Ma crediamo ancora meno che ne parlassero in quei termini gloriosi. Probabilmente Bakunin aveva bisogno di un rivoluzionario cui credere in quel periodo della sua vita nel quale doveva rinascere come uomo e come spirito ribelle.

Arriva in Giappone e poi si trasferisce negli Stati Uniti, poi a Londra, il centro dei fuoriusciti europei. Quella è la sua patria: pubblica opuscoli, fa proselitismo, scrive sui giornali, tenda di aizzare l’insurrezione polacca del 1863 sia mediante il progetto di sollevare la Finlandia contro lo zar sia organizzando una effimera spedizione in Russia che non arriva neanche a destinazione. I suoi progetti sono grandiosi ma del tutto astratti e senza logica.
L’amico Alexander Herzen parla così di questa sua natura rivoluzionaria: “Non solo gli piacevano i ruggiti della rivolta, il fracasso dei circoli, delle barricate e delle piazze; ma amava anche la preparazione, l’agitazione della vigilia; la vita insieme febbrile e contenuta dei conciliaboli, le notti insonni, i colloqui, le discussioni, i patti, le ratifiche, l’inchiostro chimico e il cifrario segreto”. Insomma, Bakunin non amava la rivoluzione come ideale, ma tutto quanto ne faceva da corollario. Si esaltava nel cospirare, nel tramare nell’ombra, nel sollevare le folle. Ma contro chi o contro cosa aizzava i suoi adepti, questo non era importante.

Nel 1864 Michail arriva in Italia insieme alla moglie: vuole conoscere Garibaldi. A Caprera riesce a incontrarlo: “Benchè zoppichi un poco, appare grandioso, calmo, appena sorridente”. E’colpito dal fatto che la comunità dell’isola sembra una “vera repubblica democratica e sociale. Non conoscono la proprietà: tutto appartiene a tutti. Non conoscono neppure gli abiti da toilette, tutti portano delle giacche di grossa tela con i colletti aperti, le camicie rosse e le braccia nude, tutti sono anneriti dal sole, tutti lavorano fraternamente e tutti cantano”.
A Firenze, dove si presenta come “fratello internazionale con missione provvisoria segreta”, si incontra con Alberto Mario e Giuseppe Mazzoni, due patrioti italiani e frequenta la massoneria Vieusseux.
Il trasferimento a Napoli è per lui straordinariamente interessante. Finalmente conosce quelle masse contadine neglette e oppresse che vuole proteggere. Nella città partenopea nasce la prima sezione dell’Internazionale Socialista, alla quale Bakunin ha aderito l’anno prima.
La guerra italiana del 1866 non gli interessa: è critico verso i mazziniani e anche verso il garibaldismo, che dice sia caduto nelle mani di Cavour. Non cambia idea, però, sul personaggio Garibaldi.

Nel 1868 la mossa che innesca un moto rivoluzionario: pubblica un manifesto che incita alla rivolta contro la tassa sul macinato. Diventa l’idolo degli anarchici nostrani, in primis Malatesta, che lo ricorda come “una persona straordinaria, di straordinario appetito e che disprezzava il denaro”.
Da Napoli la sua influenza anarchica si irradia anche nel nord Italia, a Milano e in Romagna. Cominciano a nascere i circoli bakuniani. Uno di questi è presente nel 1873 in occasione dei moti in Catalogna. Bakunin stesso guida una specie di colpo di stato a Lione, dove si impossessa del municipio decretando l’abolizione dello stato. Gli piace sempre giocare a fare la rivoluzione, non a portarla a termine. Lui stesso afferma: “la rivoluzione è per tre quarti fantasia e per un quarto realtà”. Ecco la sua vera concezione.

I contrasti con Mazzini sono asperrimi, ma non risparmia neppure Marx. Questi è razionalmente tedesco, ordinato, quasi scientifico nella sua esposizione teorica. Bakunin è il contrario: arruffone, arruffapopoli, estroso, vulcanico. Marx se la prende perché credeva in Bakunin, o meglio credeva nella propria capacità di proporre il suo libro, il Capitale, anche in Russia. Michail, però, lo vede come il fumo negli occhi e comincia a seguire il fascino di Sergej Neciaiev, un rivoluzionario senza freni che sostiene, tra le altre cose, che per conquistare il denaro necessario alle rivoluzioni ci si può servire anche di delinquenti. Il disaccordo tra i due è insanabile. Le due anime si contrappongono, come i loro militanti.
La conclusione del dissidio Marx-Bakunin è che nel 1872 l’Internazionale espelle gli anarchici, i quali si riuniscono a Saint Imier nel Giura e danno vita ad una loro organizzazione autonoma.
Quella rottura, però, si rivela fatale per l’ardore di Bakunin. Forse sente che i suoi anni migliori sono passati, forse capisce che ha combattuto per tante cause cui non credeva solo per il gusto di fomentare. Nell’ottobre del 1873 lascia la politica pregando i suoi seguaci di non cercarlo più. Si ritira in una proprietà sulle sponde svizzere del lago Maggiore. Cafiero, la stella nascente dell’anarchismo internazionale, prova ad ottenere l’imprimatur del maestro, ma i due non s’intendono. Forse era l’ultima occasione per costruire qualcosa di concreto, e la buttano via entrambi.
A Berna, il 1°luglio del 1876, chiude gli occhi per sempre.

Nel pensiero politico di Bakunin c’è tutto e non c’è niente. Per lui la terra non è proprietà di nessuno e i frutti sono di chi la lavora. Il diritto di eredità va abolito perché “sino a quando sarà operante non ci potrà essere uguaglianza economica, sociale e politica”. L’istruzione del popolo deve essere garantita, perché se una classe sociale “è destinata dalla nascita ai privilegi di un’educazione superiore e di una istruzione completa”, le altre classi resteranno per sempre subordinate.
Da queste premesse propone un programma di libertà totale, anarchico, una lotta contro ogni forma di stato e contro ogni forma di religione. Il mezzo per attuare questo piano è un solo: la rivoluzione. E questa rivoluzione deve essere fatta da tutte le persone libere senza differenza di nazionalità.
Bakunin non è però mai individualista: il suo anarchismo è collettivo e sociale. Non è mai attaccato al passato, ma sempre proiettato verso il futuro: un futuro, si capisce, molto fumoso e astratto.