Benito Mussolini con un soldato della RSI
Benito Mussolini con un soldato della RSI

Il messaggio dei fedelissimi che parlano alla radio di Monaco di Baviera, nella notte fra l’8 e il 9, annuncia una costituzione di uno Stato Nazionale Fascista, ma senza specificarne le caratteristiche. Il 18 ottobre si propone il nome di Stato Nazionale Repubblicano d’Italia, ma il 25 novembre si opta per il nome di Repubblica Sociale Italiana. La denominazione è sgradita ai Tedeschi (l’aggettivo “sociale” pare riferirsi a una sorta di socialismo), ma Mussolini così ha deciso. Almeno questa libertà gliela possono pur lasciare i suoi alleati-padroni.
La prima volta che i seguaci della RSI vengono chiamati repubblichini sarà ad opera di Umberto Calosso parlando a Radio Londra. Non è dispregiativo, è solo diminutivo.
Il capo del nuovo governo può essere naturalmente solo uno: il Duce. Tuttavia, uno stato neofascista sarebbe nato comunque anche senza di lui. Anzi, certi gerarchi tedeschi (tra cui Himmler e Goebbels) avrebbero preferito fare tabula rasa e spazzare via tutti i vecchi arnesi, compreso Mussolini. La ragione va ricercata nel fatto che la figura del Duce, pur appannata, rimane comunque molto ingombrante. Per i Tedeschi l’occupazione della parte settentrionale della penisola si è rivelata un ottimo affare: il maggiore delle SS Kappler si è fatto consegnare da Azzolini la riserva aurea della Banca d’Italia e l’ha spedita a Milano. Gli invasori teutonici, in più, utilizzano il marco d’occupazione, che ha un cambio nettamente favorevole. Infine, con l’accordo del 21 settembre, ricevono dalla Repubblica Sociale Italiana (quale “contributo di guerra”) sette miliardi al mese che aumenteranno nel tempo sino a dieci.

Mussolini parla alla radio il 18 settembre. “Dopo un lungo silenzio ecco che nuovamente vi giunge la mia voce…”. Attacca il re e Badoglio, preannuncia l’eliminazione dei traditori del fascismo, l’annientamento delle “plutocrazie parassitarie”. Pare molto diversa, la voce del Duce. Non sembra neppure la sua. Poco convinta, stonata, senza quella forza che sprigionava. Alcuni, addirittura, dubitano che sia davvero lui.
La mattina del 23 settembre Pavolini presenta all’ambasciata tedesca a Roma la lista del governo. Ci sono dei vuoti immensi. I vecchi gerarchi esitano ad imbarcarsi nell’avventura. Mussolini assume direttamente il ministero degli Esteri, il giovane Mezzasoma va alla Cultura Popolare, Tringali-Casanova alla Giustizia, Pellegrini-Giampietro alle Finanze, Moroni all’Agricoltura. L’unico nome di prestigio è Graziani, che presiede la Difesa: accetta solo perché odia Badoglio, non perché convinto dell’impresa.

Dove sarà la sede della Repubblica Sociale Italiana? Mussolini vorrebbe a Roma, ma la città è ostile al fascismo e troppo poco difendibile. Meglio situare il governo nel nord Italia.
Il Duce si trasferisce a Gargnano, in provincia di Brescia, sul lago di Garda. A Maderno ci sono gli uffici del ministero dell’Interno e la segreteria del partito. A Salò gli Esteri e la Cultura Popolare (che in un primo momento era stata organizzata in un vecchio treno reale su un binario morto). La Difesa è in una villa tra Desenzano e Salò e in alcuni uffici a Cremona. L’Aeronautica è sul lago d’Iseo. La Marina è a Vicenza, la Guerra a Monza ed Asolo, le Comunicazioni a Venezia, l’Agricoltura a Treviso (e poi si trasferirà a San Pellegrino). I Lavori Pubblici vanno a Venezia, l’Educazione Nazionale a Padova, la Giustizia prima a Cremona e poi a Brescia (dove è anche il ministero delle Finanze).

A fianco del governo nazionale fascista ci sono i “protettori” tedeschi. Plenipotenziario è Rudolf Rahn, “il vero e proprio detentore del potere, contro il quale il governo italiano non ebbe mai la forza di opporsi” (parole di Lutz Klinkhammer, autore di una esauriente cronaca di quegli anni repubblichini).
C’è anche Albert Speer, con l’incarico di controllare le industrie, e Sauckel, capo dell’organizzazione del lavoro. Sul piano militare il feldmaresciallo Kesselring comanda le armate del Sud Italia, mentre Rommel quelle del Nord. A capo della polizia tedesca nella penisola c’è Karl Wolff, uno dei più crudeli tra i gerarchi.

Mussolini se li ritrova dappertutto i Tedeschi. Ogni giorno il colonnello Jandl “colloquia” con lui ed è collegato con Berlino con una telescrivente. Una SS è di sentinella a scopo protettivo e un fisioterapista, Horn, è a sua completa disposizione. I teutonici controllano i telefoni, le strade, la ferrovia, dispongono di diversi uffici sparpagliati lungo il Garda, a Verona, a Belluno, a Como.
Stanco di queste ingerenze, Mussolini prima scrive numerose lettere a Berlino, le quali però non ricevono risposta, poi manda il figlio Vittorio nella capitale del Reich per conferire con qualcuno. Al popolo italiano del nord Italia sembra, in effetti, di vivere sotto un regime totalitario gestito da una potenza straniera. L’insofferenza cresce.
Anche il Duce sul lago non sembra più lui. Gli mette profonda tristezza, “un compromesso tra il fiume e il mare”. Anche la sua giornata è piena di malinconia. I movimenti sono limitati, il suo potere è una caricatura, non può decidere praticamente nulla. Passa molto tempo a leggere i giornali e a preparare delle note da diffondere alla stampa. In più deve sobbarcarsi le scenate della moglie, che finchè stava a Roma poteva scantonare, ma ora deve sopportare. Anche la sua libertà di vedere Claretta Petacci è limitata.
Il rapporto tra i due amanti, Benito e Claretta, è mutato. Ora è il Duce ad avere bisogno di lei. Mentre prima, a Roma, la Petacci attendeva trepidante in una delle stanze l’arrivo del suo uomo, ora è Mussolini che ha bisogno di andare a trovarla. Per certi versi, è lui che dipende da lei.
Ma le cose sono, come abbiamo accennato, rese difficili dalla presenza ingombrante di donna Rachele, la quale controlla bene il proprio marito. E’a conoscenza di dove, quando e come la tradisce, e una volta decide di dire basta. Entra nell’appartamento come una furia e fa una scenata accesa e penosa. Quella notte Mussolini non torna a casa e dorme in ufficio.

Il Duce ha molta gente che gli ronza intorno: faccendieri, avventurieri, aspiranti politici. Ma soprattutto ci sono tanti, tantissimi, che gli imputano di aver gettato la spugna lasciando tutto in mano ai Tedeschi. Lui all’inizio cerca di protestare, poi però, col tempo, perde la voglia di discutere e non replica neanche più. Il fatto è che già alla nascita della Repubblica di Salò il grande Duce è ormai avviato verso il suo tramonto. Non può recitare la parte del rivoluzionario, del barricadiero, dell’uomo di rottura. Si è abituato a fare l’uomo di Stato, a tenersi in equilibrio tra il partito e la società, tra esercito e Confindustria, tra monarchia e Vaticano.
Ma più di tutto gli manca sentire il calore del suo popolo. Spesso il Duce si affaccia dal palazzo ove risiede a Gardone per vedere ancora qualcuno che lo acclama. Un tempo arringava la folla con il viso fiero, le mani ai fianchi, lo sguardo di chi ha in pugno l’Italia, guardando con sfida Piazza Venezia. Il confronto con la gloria che fu lo lacera lentamente dall’interno.

Quell’inizio di Repubblica Sociale Italiana è segnato dal crepuscolarismo. Aleggia un aria di oppressione che non aiuta a raccogliere i giovani soldati, le nuove leve, i nuovi fascisti. La Germania ha preso pieno possesso dell’Italia del Nord e non intende mollare. Anche Franco, dalla Spagna neutrale, snobba quell’aborto di Repubblica. All’ambasciatore tedesco che gli chiede di riconoscerla, il generalissimo risponde: “Mussolini è seriamente ammalato e probabilmente non ha ancora molto da vivere”. Sarà buon profeta.